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Vita da climber – 2

Vita da Climber – 2 (2-2)
di Jim Donini
Autobiografia apparsa su Alpinist N° 2 – marzo 2003
(traduzione di Mauro Penasa su Annuario CAAI, 2009)

La prima ascesa della Torre Egger fu per me una vera rivelazione ma significò anche disillusione.

Scopersi l’importanza che riveste una squadra forte e determinata. Mi resi però anche conto che l’ambizione sfrenata poteva arrivare a modificare la verità. Le immagini del Cerro Torre, probabilmente la cima più impressionante della terra, e il racconto della sua prima ascensione mi avevano chiamato in Patagonia. Nel ‘72, un articolo apparso sulla rivista Mountain screditò il racconto della scalata di Maestri. Ken Wilson, l’autore dell’articolo, sosteneva che Maestri ed Egger non potevano avere avuto successo, per numerose ragioni. Il livello dell’arrampicata nel 1959 non era sufficiente per quelle difficoltà, inoltre le avverse condizioni atmosferiche e il tempo speso sulla via potevano solo aver causato il fallimento dell’impresa. Ero dell’idea che bisognasse credere alle parole di uno scalatore, specialmente se aveva la formidabile reputazione di uno come Maestri. Ma dopo aver salito la loro linea al Colle della Conquista, fui costretto a formarmi un’opinione differente. I segni del loro passaggio punteggiavano i primi 300 metri della via. Chiodi, tratti di corda marcia e qualche occasionale chiodo a pressione testimoniavano il loro passaggio. Tutto ciò terminava d’improvviso su una piccola cengia ghiacciata, dove trovammo un deposito di materiale d’arrampicata. Eravamo ancora 450 metri sotto il colle. Vista da questo punto la rimanente scalata verso il colle sembrava divisa in due sezioni: 350 metri di arrampicata appoggiata ed apparentemente facile portavano ad un traverso di un centinaio di metri verso destra che poteva solo consistere in artificiale difficile su roccia verticale e liscia. In effetti anche Maestri descrisse la scalata in questo modo. Ciò che invece trovammo salendo fu alquanto differente. La parte che sembrava più facile si rivelò molto impegnativa, mentre il traverso era in realtà una scalata moderata su una cengia inclinata non visibile da sotto. Questi fatti, combinati con la completa assenza di segni di passaggio negli ultimi 450 metri del tratto che porta al Colle della Conquista, mi indussero a concludere che il racconto di Maestri era inventato.

John Bragg in alto sulla Torre Egger. Sotto di lui si nota la rampa per raggiungere il Colle della Conquista che Cesare Maestri aveva descritto come “artificiale dura”, in realtà la parte più facile dell’intera salita. Foto: Jim Donini.
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La forza di un buon team viene da una esplicita fiducia nella volontà di successo dei compagni e nella loro capacità di giudizio. Jay e John rispondevano a questi requisiti. Peraltro il fato non volle più farci arrampicare insieme come una sola squadra. La successiva stagione patagonica mi trovò a casa ad assistere alla nascita di mia figlia Sage, mentre a John e Jay si unì Dave Carman nella prima salita in stile alpino del Cerro Torre. Jay scomparve a Indian Creek, verso la metà degli anni ’80, quando una sosta su singolo chiodo a pressione cedette. Mi è stato chiesto spesso se la morte di amici in incidenti di scalata abbia mai messo in dubbio la mia scelta di rischiare la pelle in attività alpinistiche. Di tutti gli arrampicatori che ho conosciuto in queste quattro decadi, ne posso contare almeno quaranta che non sono più con noi. Ho sentito la tristezza della loro dipartita, in special modo per le loro famiglie, ma essi sono morti inseguendo i loro sogni. Non ho mai avuto dubbi sulla mia scelta di vivere inseguendo i miei.

Nell’autunno del 1978 ricevetti una telefonata da George Lowe che mi invitava ad accompagnarlo, insieme al cugino Jeff e a Michael Kennedy, in un tentativo all’inviolata cresta nord del Latok I, nel Karakorum. Accettai, colpito e anche un po’ intimorito. Non avevo mai arrampicato con nessuno di loro ad eccezione di un veloce incontro con Jeff mentre insegnava ghiaccio a istruttori del soccorso. Le loro recenti scalate in Alaska e Canada li collocavano ai vertici dell’alpinismo americano, e il successo in Patagonia aveva aumentato il mio desiderio di cimentarmi con la scalata difficile ad alta quota. Il Latok I era ancora inviolato e il ghiacciaio Choktoi Glacier sul suo lato nord non era più stato visitato dai tempi della storica traversata del Karakorum da parte di Eric Shipton e Bill Tilman, nel 1939. Proibitivi e remoti, gli oltre 2500 metri di dislivello della sua cresta nord erano una sfida senza precedenti nell’alpinismo himalayano. La spedizione racchiudeva tutte le caratteristiche ormai importanti per me: arrampicata esplorativa, tecnicamente difficile, con compagni forti e complementari.

Greg Crouch, quasi in vetta, nella prima ascensione della Torrecita Tito Carrasco (Crouch-Donini, 1999), Ande argentine. Foto: Jim Donini.
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Nove giorni di avvicinamento ci portarono ai 4500 metri del meraviglioso circo incastonato alla base delle pareti nord del Latok I e dell’Ogre. Dopo alcuni giorni passati ad acclimatarci e a osservare il percorso, partimmo a mezzanotte, con due settimane di provviste, lungo un colatoio di ghiaccio che era il nostro accesso alla cresta nord. Il canale portava a una fascia di 250 metri di meraviglioso granito, risplendente sotto un cielo blu cobalto. Ma la fortuna non durò: sei giorni di tempesta ci costrinsero a un soggiorno forzato, ovviamente a mezza razione. I nostri carichi erano pesanti e, avendo a disposizione sei corde, arrampicavamo in stile “capsula”: i due davanti aprivano la via mentre gli altri seguivano, trasportando il materiale. Le cenge erano rare e per cinque giorni di fila fummo costretti a bivaccare su piccoli ripiani in piena parete. Il punto psicologicamente più difficile furono 250 metri di pericoloso traverso sotto cornici instabili. L’arrampicata non presentava alcuna sezione oltre le nostre possibilità, ma la combinazione di dura sostenuta scalata in altitudine e forzata carenza di cibo pretese il suo prezzo. Dopo 17 giorni di continui sforzi raggiungemmo una piattaforma di neve sotto l’ultimo ostacolo tecnico, una fascia di roccia di una sessantina di metri. Al di sopra restavano 120 metri di terreno moderato per raggiungere la cresta sommitale. Sebbene fossimo esausti, quasi senza cibo e ormai del tutto privi di caffè, sentivamo di avere ancora abbastanza energie per terminare la salita. Jeff e io iniziammo a scavare una truna nella neve mentre Michael e George fissavano le corde sulla parete finale. Passata la notte nella grotta di neve, il mattino avremmo risalito la fissa e raggiunto in breve la cima, per tornare a dormire nella truna. L’alba ci trovò avvolti dalla bufera, con Jeff semi-cosciente per la ricaduta di un’infezione virale contratta in precedenza a Skardu. Dopo due giorni di attesa, con razioni ridotte a una coppia di fette di salame al giorno, ci svegliammo con un tempo appena migliore e un Jeff che sembrava un po’ più in forze. Mettendo da parte ogni cautela e facemmo un ultimo tentativo verso la cima. Cento metri più in alto i sintomi di Jeff tornarono a manifestarsi mentre la tempesta rinnovava i suoi assalti, trasformando il nostro tentativo finale alla cima in una lotta per la sopravvivenza.

Donini e Crouch a Indian Creek, Utah, aprile 2000. Il sofà di solito stava nel camion di Crouch, una specie di seconda casa per lui e sua moglie DeAnne. Foto: Deanne Musolf Crouch.
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Di ritorno alla grotta di neve, lo scambio di idee sulla nostra situazione fu occasione di un po’ di humour, indispensabile per alleggerire una situazione disperata. Stavamo affrontando una tempesta violenta, eravamo ormai sfiniti, senza cibo, con poco combustibile, un Jeff fuori servizio e 2500 metri di parete verticale da scendere. Nonostante ciò fummo tutti d’accordo, le cose avrebbero potuto andar peggio: ad esempio se avessimo avuto un lavoro di ufficio. Passammo una giornata in attesa di un miglioramento della situazione, che non arrivò. A quel punto riducemmo il carico di Jeff e iniziammo comunque la nostra prima doppia nel vuoto. Quella notte, seduto su un piccolo gradino, con i piedi a penzoloni sull’abisso tra i rivoli di polvere ghiacciata che continuamente la parete si scrollava di dosso, guardai verso Jeff, sempre più silenzioso, scuotendo la testa, col timore che il mattino successivo ci saremmo trovati di fronte a un corpo senza vita. Svegliandomi il giorno dopo, nella tempesta senza tregua, sentii invece il calore del sorriso di Jeff. “Ciao”, disse, “oggi mi sento molto meglio”. Tre giorni dopo facevamo l’ultima doppia, in uno splendido sole. Trascinammo i nostri corpi svuotati lungo le due miglia di ghiacciaio pianeggiante fino al campo base, dove ritrovammo il nostro cuoco. Con le lacrime agli occhi disse che ci pensava tutti morti, ma non poté esimersi dallo sgridarci: eravamo in ritardo di 15 giorni. Il Latok I fu uno spartiacque per ciascuno di noi. Per la prima volta una scalata di quel livello veniva tentata in uno stile diverso da quello tipico delle spedizioni. Nessuna linea di corde fisse ci univa al campo base, non c’erano rifornimenti, né truppe fresche da gettare nella mischia. Avremmo raggiunto la cima tutti insieme, o nessuno di noi ci sarebbe riuscito, non c’era alcuna gerarchia. Eravamo stati una vera squadra e fummo lì lì per farcela. Nonostante ciò raccontammo la nostra salita per quello che era stata: una magnifica sconfitta, 85 tiri di grande arrampicata privi di una cima. Se la torre Egger fu la rivelazione per me, il Latok I fu il mio calvario. Imparai che si può ritornare dalla morte. Mi resi anche conto dell’importanza che riveste per me l’intero processo della scalata. La soluzione dei problemi che via via si presentano e il movimento atletico della salita, erano allora, e rimangono per me tutt’oggi, la vera motivazione, piuttosto che il successo della conquista di una cima. Altri scalatori che conosco, buoni scalatori che però preferivano aver fatto una salita all’azione effettiva di farla, si sono rivolti verso altre sfide: lo rimango, dopo 40 anni, completamente preso dalla ricerca maniacale della mia passione.

Donini sta uscendo dalla via Bourbon Bottle (VI 5.10+ A3, 1200 m, Crouch-Donini, 1999) sulla parete sud del Mount Bradley, Alaska. Foto: Greg Crouch.
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Il miglior modo di ricordare i 25 anni passati dalla salita del Latok è attraverso le persone notevoli che hanno condiviso le mie avventure.

Questa è anche la loro storia. La mia prima salita in Alaska con Jack Tackle risale al 1985, con la nostra epica scalata della Diamond Arête sulla parete est del Mount Hunter, durata 10 giorni. Il nostro pilota aveva sentenziato che il piccolo ghiacciaio su cui ci aveva depositato, uno alla volta, non aveva pista a sufficienza per decollare con il carico di una persona. Non avevamo scelta: dovevamo scalare l’Hunter e scendere dall’altra parte verso il ramo ovest del Kahiltna. Sui primi 500 metri di via, la scalata mista tecnicamente molto difficile, e una memorabile caduta del primo, mantennero alto il nostro livello di adrenalina. Non si sa ancora chi dei due abbia lasciato cadere una delle due corde in alto sulla via, ma ricordo la stretta allo stomaco nel vederla sfilare giù per il pendio.

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Il continuo cattivo tempo e condizioni di freddo stranamente intenso mi fecero apprezzare meglio la tenacia di Jack e le sue infinite risorse. Jack stava cercando di sfruttare il suo saccopiuma per questa ultima avventura, ma il sacco non ne voleva più sapere, e il blocco di ghiaccio che iniziò a formarsi al suo interno fu il segnale della resa. L’ingegnoso Jack risolse il problema scaldando una bottiglia d’acqua che poteva mettere tra le gambe. Nonostante dovesse ripetere l’operazione ogni due ore egli continuò così. Scendendo dalla cima slegati nella nebbia più fitta, eravamo beatamente inconsci dell’immensa esposizione sotto di noi. Alla fine raggiungemmo una parete che richiese trenta doppie con la nostra sola corda. Jack, che era stato a un pelo dall’essere strappato dal pendio da una valanga mentre si staccava dalla corda, fu quasi tramortito da un pezzo di ghiaccio deviato sulla sua testa dal mio naso. Poche doppie più in basso i sensi di Jack ritornarono ad apprezzare appieno la bella prospettiva di fronte a noi: 45 metri di rocce strapiombanti ci separavano dalla salvezza sul ghiacciaio Kahiltna, ma la doppia era impossibile, dovevamo ancorare il capo della corda. Riuscimmo a salvarne 5 metri, appena sufficiente per le tre miglia di percorso sul ghiacciaio, per il meritato ritorno alla civiltà.

In più di venti anni Jack e io abbiamo scalato insieme in posti remoti come il Tibet, ma il nostro terreno d’elezione è rimasto l’Alaska, dove abbiamo fatto delle importanti prime, come il Cobra Pillar al Mount Barrille e Viper al Mount Foraker, ma uno dei più vivi ricordi è il nostro tentativo su Infinite Spur al Mount Foraker nel 1988. Fummo colti da una bufera a circa un terzo di via, e riuscimmo a bivaccare solo su di una stretta crestina di neve. Jack ha l’abitudine di ibernarsi durante protratti periodi di brutto tempo ma, dopo quattro giorni nella nostra precaria posizione, cominciò seriamente a preoccuparsi, perché qualunque tentativo di alleggerimento corporale avrebbe potuto concludersi con un disastro. Si trattò comunque di una normale tempesta delle montagne dell’Alaska, che ci costrinse alla ritirata.

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Il nostro fallimento sulla via aperta dai miei compagni del Latok, George Lowe e Michael Kennedy, consolidò la mia abitudine di fare solo prime salite. È molto meno imbarazzante fallire dove nessuno è mai stato prima.

Jack è diventato un buon amico e ci consultiamo spesso, con l’aiuto del caro Jack Daniels, sui nostri legami in qualche modo sempre più intrecciati. Apparteniamo entrambi al club “la terza volta è fascino”: i due matrimoni di Jack lo hanno portato dalla sua affascinante fidanzata attuale, Pat, mentre il mio terzo matrimonio con Angela è stato per me una rivelazione.

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Il dicembre 1995 mi rivide in Patagonia, dopo un’assenza di 15 anni. Il mio compagno mi aveva abbandonato all’ultimo, per presenziare al suo divorzio, così reclutai un giovane scalatore tedesco, Stephan Hiermaier, che avevo incontrato mentre arrampicavo vicino a Bishop. Stephan non aveva mai preso in mano una picca, ma lo convinsi che la sua bravura a scalare fessure (poco comune tra gli europei) era tutto quanto gli servisse per avere successo in un ambiente più alpinistico. Non sapeva ancora che la sua prima salita alpinistica sarebbe stata sul Cerro Torre. La stagione di arrampicata 1995-96 fu in Patagonia fu una delle peggiori a mia memoria. Durante i 62 giorni che passammo là, il tratto più lungo di bel tempo continuato fu di 36 ore.

lo e Stephan facemmo dieci tentativi alla via del Compressore al Torre, nei brevi momenti di tempo promettente, solo per essere ogni volta spazzati via dalla Escoba de Dios.

Durante le giornate senza fine di cattivo tempo diventammo amici di Greg Crouch che con Alan Hall stava tentando il Torre da un mese prima di noi con gli stessi disastrosi risultati. Dividemmo un rifugio nella foresta e innumerevoli pasti a base di agnello e patate all’aglio, innaffiati di vino rosso argentino a buon mercato.

All’inizio di gennaio, Alan dovette rientrare a casa, e noi, assieme a Greg, lanciammo un ultimo assalto al Cerro Torre. La ragione prevalse, 50 metri sotto la cima, quando la ruggente tempesta ci costrinse a ripiegare. Con gli occhi spalancati dalla paura, Stephan cercò timidamente informazioni sulla nostra situazione. “La sopravvivenza non è assicurata”, fu la mia risposta priva di tatto, e Stephan si preparò alla fine. La discesa successiva nel buio della notte, assordati dal vento e soffocati dalla neve, fu una delle più strazianti della mia vita. Quando finalmente riuscimmo a raggiungere la salvezza, erano passate 53 ore insonni dalla nostra partenza dal campo base, a quel tempo un’ora per ogni anno della mia vita. Stephan ritornò in Germania, riservandosi il diritto di scelta su quando e dove ripetere una seconda esperienza alpina, Greg riuscì invece a rimanere in Patagonia più a lungo, e alla fine raggiunse la cima del Torre con Charlie Fowler in una giornata così bella che i due decisero di passare la notte sulla cima. Quando Greg tornò negli Stati Uniti diventammo compagni di camera a Boulder. Il legame creatosi tra noi sopravvive nonostante le sue reprimevoli preferenze per la National League di Baseball.

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La mia collaborazione con Malcolm Daly va ben al di là della nostra salita della Thunder Mountain e del periodo in cui lavorai come rappresentante per la sua ditta, la Trango. Porto anche il ricordo indelebile della punta dei suoi ramponi che mi bucarono il fianco durante uno di quei momenti che ti cambiano la vita. Malcom volò proprio all’ultimo movimento della sua prima via in Alaska, e si trattò di un volo di 60 metri. Avevamo trovato una bella linea di ghiaccio sulla Thunder Mountain e deciso di scalarla come allenamento per il nostro vero obiettivo, il vicino Mount Hunter. A una sezione iniziale piuttosto semplice seguì una deviazione di sette lunghezze per evitare un tratto di misto marcio e strapiombante. Gli ultimi tiri contenevano il miglior ghiaccio alpino che abbia trovato in vita mia, e ricordo Malcolm urlare entusiasta “Non posso credere che sto scalando questo in Alaska!” mentre saliva in scioltezza un tiro che non era meno di un grado 6.

Improvvisamente, impressa nella mia retina, ecco l’immagine delle corde gemelle serpeggiare nell’aria e quella di una massa gialla che puntava dritta su di me, poi il colpo e la successiva ondata di nausea. Ci vollero minuti per ristabilirmi e vedere Malcom appeso al capo della corda, molto sotto di me… passò un tempo interminabile, ma alla fine egli si scosse… “Sono volato? Ero da primo?”…

Le conseguenze della caduta erano però serie e muoversi gli causava troppo dolore per poterlo calare. Così mi precipitai giù dalla parete in cerca di aiuto. Nei 750 metri di discesa sacrificai tutto il materiale per attrezzare doppie, e arrampicai slegato sull’ultimo tratto. Malcom mi osservò scendere con cautela il canale d’approccio, invece di scivolarci giù a rompicollo, e questa fu l’ultima cosa che vide quel giorno. Nei due giorni successivi avrebbe dovuto trovar da solo il modo di passare il tempo, che sarebbe per lui diventato lentissimo. Liberarsi della polvere gelata che gli scivolava continuamente addosso dall’alto gli diede “qualcosa da fare”, e quando i medici gli chiesero dove provasse più dolore, Malcom dovette indicare le spalle, che aveva roteato tutta la notte per stare un po’ al caldo. Malcolm soffrì di gravi lesioni a entrambe le gambe e il suo piede destro fu amputato nel giugno 2001. Nonostante ciò scaliamo ancora insieme e io invidio la sua nuova abilità di adattare il piede di gomma alle dimensioni della fessura. Ma più di questo ammiro il suo incrollabile buon umore alla faccia della chirurgia, del dolore e dell’incertezza del futuro.

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Tom Engelbach, il mio ultimo convertito alla scalata in Alaska, mi ha catapultato nell’era tecnologica. Abbiamo scoperto i vantaggi del satellitare verso la fine del nostro viaggio del 2002 nel Kichatnas, quando riuscimmo ad avere risposta a una delle domande importanti della vita chiamando il nostro barista favorito, Scooter, direttamente sul lavoro a “The Toad”, un ottimo locale di Boulder. Le nostre conoscenze di montagna ora includono la vitale informazione che, con un quarto di tequila e due notti da passare, la razione è di due sorsi per persona a notte.

29 ottobre 2002. I miei bagagli sono fatti, la lista del materiale è controllata, questa mattina ho parlato con John Bragg, a casa sua nel New Hampshire. Siamo ritornati in Alaska due anni fa, 24 anni dopo la nostra salita alla Torre Egger. In Alaska abbiamo organizzato il nostro ritorno in Patagonia. John e io stiamo andando in una regione remota e virtualmente inesplorata. Mi piace l’idea di arrampicare con un compagno che conosco e di cui mi fido. Nella nostra tenda commenteremo il giorno di scalata appena concluso, ci racconteremo storie di montagna e di altri eventi della nostra vita. Alcune di queste storie potrebbero persino essere vere.

La vita mi ha messo di fronte a dure prove: la morte di mio fratello gemello per un tumore al cervello nel 1992, la lenta disintegrazione del mio secondo matrimonio, e la morte di Ross Johnson dopo 37 anni di amicizia. Più terribile di tutto è stata la scomparsa di mio figlio Montana, che aveva solo 20 anni. Di fronte a questo, arrampicare è stato per me puro piacere.

Le mie motivazioni rimangono ancor oggi immutate: l’esplorazione di rocce mai scalate, la sensazione fisica delle mie mani e piedi che lavorano per contrastare la gravità, per risolvere le sfide che il mondo verticale mi pone davanti.

Le cellule del mio corpo hanno ormai iniziato a degenerare ma, per quanto grigio e avvizzito, io rimarrò sempre un incorreggibile alpinista.
Per maggiori informazioni su Jim Donini (in inglese): https://en.wikipedia.org/wiki/Jim_Donini.

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