Posted on Lascia un commento

Federica Mingolla, prima donna in libera sul Pesce

Federica Mingolla realizza la prima femminile in libera (e in giornata) della via Attraverso il Pesce sulla parete sud della Marmolada. E con ciò entra a pieno titolo nella storia dell’alpinismo.

FedericaMingolla-800px-federica-mingolla-foto-p_Bagnara-OpenCircle

La 21enne rock climber torinese ha realizzato l’impresa nella giornata di domenica 17 luglio, scalando da capo-cordata e in libera (prima rotpunkt femminile) i 900 metri di parete verticale che sovrastano la Val Ombretta. Prima donna in assoluto a riuscire nell’impresa.

Partita alle ore 5.22 di domenica mattina 17 luglio 2016 dalla base della parete, Federica è stata accompagnata durante la scalata da Roberto Conti, l’alpinista bresciano di 27 anni che le ha fatto da secondo di cordata. L’uscita dalla via è avvenuta alle ore 23.49, dopo 18 ore e 27 minuti di scalata.

L’itinerario è stato aperto nel lontano 1981, dal 2 al 4 agosto e in 35 ore di arrampicata, dai due alpinisti cecoslovacchi Igor Koller (di Bratislava) e il 17enne Indrich Šustr. Heinz Mariacher aveva già tentato di salire quelle immani placche della Marmolada d’Ombretta, tra la via dell’Ideale e la Conforto, ma non aveva voluto ricorrere all’artificiale. I cecoslovacchi non ebbero questi problemi e passarono con 25 chiodi + 40 di sosta. Usarono anche nut, hexentric e friend, con un totale di 15 chiodi in artificiale + gli skyhook. Quella di Šustr capocordata è ancora oggi considerata una delle massime performance di tutti i tempi.
Fu l’impresa dell’anno senza alcun dubbio e ancora oggi il VII+ obbligatorio, gli innumerevoli tiri di VII e l’uso del cliff-hanger spaventano anche i migliori.

La battezzarono Weg durch den Fisch (via Attraverso il Pesce) anche se tutti la chiamano il Pesce. Salirono direttamente le grandi placche della parete meridionale della Marmolada d’Ombretta, rimanendo sempre un po’ a sinistra della verticale di una caratteristica nicchia a forma di pesce, che poi raggiunsero con passi rocamboleschi. Presto divenne una via famosa in tutto il mondo, con difficoltà molto elevate e continue nel tratto di parete attorno alla nicchia dove c’è il famoso passaggio del diedro svasato (di VIII+) e con altri passi in placche con piccoli fori che si mantengono sempre attorno all’VIII UIAA con un passo di IX- poco dopo la nicchia. I primi salitori ovviamente evitarono con l’aiuto dei cliff-hanger il superamento in libera dei passi più difficili. Lo sviluppo è di 1280 m, con difficoltà di VI e VII continue per 250 m e passi in A2-A3 sui cliff o di VIII+ (7b).

Federica Mingolla e Roberto Conti sulla via Attraverso il Pesce, Marmolada. Foto: Mirko Sotgiu, OpenCircle
FedericaMingolla-800px-Fish_Mingolla-1-Ph.-Mirko-Sotgiu_OpenCircle-fonte-press-mingolla

Federica Mingolla ha appena raggiunto la grande nicchia a forma di pesce, via “Attraverso il Pesce”, Marmolada. Foto: Klaus Dell’Orto/OpenCircle
FedericaMingolla-800px-Fish_Mingolla-Ph.-Kluas-DellOrto_OpenCircle-3-fonte-press-mingolla

Con questi numeri è ovvio che si tratta di un’arrampicata libera estrema. Fino a ora nessuna donna aveva tentato l’ascensione in libera, senza l’uso di artificiale, nonché da capocordata. Federica: “Ho conosciuto Roberto sabato, quando l’ho caricato in macchina per salire. Un amico me lo aveva consigliato in quanto bravo e simpatico. Nemmeno lui aveva mai salito la parete, pertanto era molto motivato… questo mi è bastato!“.

I due erano pittosto “leggeri”: una serie di friend fino al n. 4, poi 4 o 5 Alien. Otto rinvii e molti cordini per le clessidre. Poi tre chiodi e un martello nel sacco da recupero, non utilizzati.In quella giornata ventosa, ma con tanto sole, la Mingolla ha salito interamente in arrampicata libera tutti e trentadue i tiri della via: dopo aver superato tutti i tratti più difficili e impegnativi, è però caduta con un breve volo su un passaggio di 6c, sul tiro che arriva alla nicchia. Sei metri di traverso. Fattasi ricalare in sosta, è ripartita riuscendo agevolmente a completare quella lunghezza. Questa piccola sbavatura non le ha permesso di dichiarare di aver compiuto l’intera ascensione on sight, oltre che in libera.

La parete sud della Marmolada d’Ombretta con il tracciato del Pesce
FedericaMingolla-pesce

Dopo la cengia mediana le difficoltà tecniche calano, ma non certo l’impegno. Il tratto finale si svolge attraverso una serie di camini poco compatti, bagnati e in parte ghiacciati, che la cordata ha comunque superato senza ricorrere all’artificiale. I due, dopo aver scalato le ultime tre ore circa con la torcia frontale, hanno bivaccato nei pressi della vetta su una cengia in leggera discesa, in un solo saccopiuma e assicurati a un ancoraggio. C’era una tenda ad attenderli, messa in una zona riparata: ma l’oscurità non ha permesso loro di trovarla. Troppo stanchi per valutare soluzioni alternative, hanno giudicato imprudente scendere sul ghiacciaio.

Federica ha così commentato l’impresa: “Nei primi tiri lunghi, da 40 m, siamo stati bravi e veloci sia nella progressione che nell’individuare le soste. Un ovvio rallentamento è avvenuto sui tiri successivi e siamo arrivati nella nicchia del Pesce verso le 13, con un’ora di ritardo sul nostro programma di marcia. Ora che però è stata recuperata nei tiri successivi, che sono anche i più duri della via, e che abbiamo percorso stando nelle tre ore circa. Alle 17 eravamo in cengia. Molto difficoltosa è stata l’ultima parte. Nonostante il grado, relativamente semplice ma pur sempre da proteggere, la roccia era bagnata, non compatta e a volte ghiacciata, le soste difficili da individuare”.

Scheda storica della via
Prima ascensione: Igor Koller e Indrich Šustr, 2-4 agosto 1981;
Prima ripetizione e prima femminile: Luisa Iovane, Heinz Mariacher, Bruno Pederiva, Maurizio Manolo Zanolla, 1984;
Prima invernale: Maurizio Giordani, Franco Zenatti e Paolo Cipriani, 16-20 marzo 1986;
Prima rotpunkt: Heinz Mariacher e Bruno Pederiva, 16-17 agosto 1987;
Prima on sight: Daniele De Candido con Gildo Zanderigo, settembre 1991;
Prima solitaria: Maurizio Giordani (in free solo tranne che nei nove tiri centrali), 3 agosto 1990;
Prima solitaria in free solo: Hansjörg Auer, 29 aprile 2007;
Prima femminile rotpunkt: Federica Mingolla con Roberto Conti, 17 luglio 2016.

FedericaMingolla-ITA_MINGOLLA_0

Federica Mingolla
Torinese di 21 anni, Federica Mingolla nella vita è una studentessa di Scienze Motorie a Torino (SUISM) oltre che arrampicatrice sportiva professionista, atleta e tecnico federale FASI. Federica con i suoi 56 kg di peso e 1,68 di altezza, un fascio di muscoli e robuste spalle, è una delle donne italiane più interessanti nel panorama dell’arrampicata sportiva.
Curriculum:
– Atleta in Coppa Italia dal 2011 al 2014: campionessa italiana giovanile, vicecampionessa italiana assoluta, diversi podi in Coppa Italia;
– Atleta di interesse nazionale dal 2011 al 2014: coppa Europa giovanile, campionati europei, coppa del mondo, mondiali giovanili;
– Arrampicatrice professionista su roccia dal 2014: prima donna italiana e terza al mondo a scalare Tom et je Ris, 8b+ di 60 m nelle Gole del Verdon- Francia; prima donna italiana e seconda al mondo ad avere scalato una delle pareti più difficili sul Monte Bianco, Digital Crack, 8a, sull’Arête des Cosmiques; prima femminile in libera di Legittima visione, 8b, valle dell’Orco; diverse FA femminili sempre sul grado 8b in tutta Italia.
– Alpinista dal 2015 (è iscritta ai corsi per aspirante guida alpina).

FedericaMingolla-13254635_10209191900825550_3480724205558331127_o

Posted on Lascia un commento

Incredula beatitudine in cima al Civetta

Incredula beatitudine in cima al Civetta
(parete nord-ovest, via Solleder, 140a ascensione, 23-24 agosto 1955)
di Bruno Dado Morandi (CAAI)
(già pubblicato su SUCAI-Roma 1947-1957)

“… gelida mormora un’acqua… (Saffo, Il giardino di Afrodite)”

Rispetto alla sveglia nel cuore della notte e all’uscita dal letto con il freddo delle due e mezza, qualsiasi prova che si debba affrontare in montagna mi pare in genere trascurabile.
Ci trasciniamo fuori dal rifugio cercando di tenere un occhio aperto quel tanto da capire se il cielo è stellato o no, con la parte peggiore di noi che brama segretamente tormente e monsoni; poi, risultando invece sereno il cielo, ci vestiamo cercando di non guardare il letto.

Emil Solleder
IncredulaBeatitudine-solleder0001

Poco dopo, aperta la cigolante porta del rifugio, i cerchi luminosi delle lampade disegnano ombre mutevoli sui sassi del sentiero mentre ci avviamo in direzione della mole oscura della Torre Venezia. Siamo in quattro, perché fanno con noi una parte del cammino gli amici Armando Aste e Fausto Susatti, che sono diretti alla Cima Su Alto.

Per un paio d’ore si sente soltanto il ritmo lento dei passi sul sentiero e il fruscio dei cespugli di mughi, mentre ciascuno si lascia trascinare dal flusso di pensieri e di ricordi che rende sempre così silenziose queste marce notturne; poi, raggiunto il punto di separazione, ci stringiamo la mano augurandoci buona fortuna, e gli amici spariscono nella penombra, mentre a oriente il cielo comincia a schiarire dietro le masse oscure delle montagne.

Poco dopo, dalla cima del Col Rean, la mole della parete nord-ovest ci si para dinanzi nella luce grigia dell’alba: è immensa ed irreale, e la guardiamo un poco in silenzio, prima di avviarci verso il ghiaione basale.

Ora stiamo salendo i nevai che contornano la grande parete. La neve è durissima e vi è conficcata una grande quantità di sassi, primo segno tangibile del rischio maggiore della via; così traversiamo velocemente e stiamo attaccando le rocce dello zoccolo quando sentiamo delle voci provenire dall’alto, e vediamo che prima di noi hanno già attaccato due tedeschi (si tratta di Erwin Kolb e Walter Kiefer, che uscirono in giornata, NdR). Momento di grande sconforto, perché pensiamo che quei due ci avveleneranno la salita facendoci cadere tanti sassi in testa; e poi una cordata davanti mi distrugge tutto il fascino dell’ignoto.

Considerata un poco la possibilità di ucciderli e stabilito che non è il caso, ci rimettiamo rapidamente l’animo in pace con il classico “Beh, non pensiamoci più” al quale la montagna ci ha abituato per forza. E facciamo bene, perché per il resto della salita il fascino sarà salvato dal fatto che quei due hanno un’ora di vantaggio e sono un poco più veloci di noi e quindi dopo 300 metri non li vedremo più; mentre i sassi lasciati cadere da loro saranno cosa trascurabile rispetto a quelli che ci verranno in testa spontaneamente.

Nell’ultima parte dello zoccolo, non più molto facile, facciamo la conoscenza del secondo protagonista della giornata: l’acqua. Viene giù in una opaca nube di goccioline da un grande strapiombo nero sopra le nostre teste, e appena le mani toccano la roccia bagnata subito divengono insensibili; il più velocemente possibile raggiungiamo la forcellina dalla quale iniziano le difficoltà della via.

Ed ecco davanti a noi la famosa fessura obliqua, uno dei passaggi più celebri di tutta la storia dell’alpinismo: è in questo punto, forse, che nacque il sesto grado sulle Alpi.

Guardiamo un po’ emozionati la lunga fessura che parte orizzontale verso sinistra tre metri sopra di noi, si raddrizza man mano formando qualche strapiombo e scompare in alto nell’immensa parete. Il suo aspetto non è particolarmente minaccioso, dato che più recenti salite estreme ci hanno abituato a ben altro; ma l’aspetto della roccia è straordinariamente suggestivo, poiché la parete strapiombante di destra è perfettamente nera e, bagnata com’è, sembra di marmo, mentre sotto ed a sinistra la roccia è terrosa e di un arancione violento che non mi aspettavo di trovare.

Ricordando il tedesco che pochi giorni prima si è ucciso precipitando da questo passaggio per aver voluto guadagnare tempo non agganciando la corda ai chiodi, me ne infischio del tempo e usufruisco coscienziosamente di ogni chiodo; cosicché è passata più di un’ora quando il mio compagno mi raggiunge al primo punto di sosta, e riprendiamo a salire per la fessura che ora va su dritta.

Gustav Lettenbauer
IncredulaBeatititudine-lettembauer0002

Ed ecco che la fessura che stiamo percorrendo sbocca su un ripiano ghiaioso, dominato da un grande camino chiuso in alto da un tetto enorme. Mentre studiamo la situazione, alcuni “frrrr …” ci fanno compiere balzi spettacolari verso un riparo: sono i sassi che cadono da quasi 1000 metri sopra di noi, il cui rombo sarà l’accompagnamento musicale della giornata.

Mi innalzo lungo il camino per studiare da vicino il tetto ed osservo che il suo superamento, forse possibile, non può però essere al livello della tecnica di Solleder, per cui provo a uscire a sinistra e trovo dei chiodi. Pensando a quante volte la conoscenza della storia della tecnica alpinistica eviti di sbagliare itinerario, aggiro lo spigolo sinistro del camino, in massima esposizione e con difficoltà pari a quelle della fessura iniziale, e comprendo di trovarmi sul famoso passaggio del “camino bloccato”.

Qui giunse Solleder nel suo primo tentativo con Lettenbauer e Gaberl: “scavalcai lo spigolo traversando verso sinistra nella parete assolutamente a piombo e straordinariamente esposta … e mi trovai inchiodato davanti a un punto completamente inaccessibile, su appigli microscopici …”; e di qui volò Gaberl, ferendosi a un piede.

E la salita prosegue, per fessure e per parete, molto spesso su roccia bagnata e ogni tanto sotto gelide piogge; ora abbiamo raggiunto la zona delle rocce inclinate dove siamo allo scoperto e ci sentiamo completamente in balia dei sassi. Questo pensiero ci fa raggiungere velocità inusitate e, a 400 metri di altezza, raggiungiamo una larga cengia sopra la quale la parete si innalza nuovamente verticale.

Siamo all’altezza della base del grande nevaio pensile, che sale alla nostra destra per 200 metri; poiché arrampichiamo già da sette ore sostiamo un momento per mangiare un po’ di cioccolata, e per contemplare lo spettacolo affascinante dei torrentelli che escono dalle lingue di neve e dei sassi che iniziano il loro volo verso i ghiaioni basali.

Ma con 800 metri di parete che ci aspettano non abbiamo neanche voglia di fermarci; e riprendiamo la salita, che ci offre subito una robusta traversata che è una delle tirate più difficili della via, alla quale segue una magnifica ed esposta arrampicata su roccia verticale ma solidissima.

Ci stiamo ora avvicinando alla grande gola superiore, le cui costole laterali si innalzano sulle nostre teste come canne d’organo. Cerchiamo di intuire quale possa essere l’accesso alla gola tra gli strapiombi che ci separano da essa, e già siamo dovuti discendere a corda doppia da un attacco sbagliato, quando scorgiamo sulla sinistra una fessura. Mi viene in mente che Solleder deve essere stato anche un uomo fortunato: infatti se si esclude quell’intaglio, la parete appare in quel punto assolutamente sbarrata.

Franco Cravino e Bruno Morandi in vetta al Sasso di Landro dopo l’apertura della via Fiom, 23 agosto 1966
IncredulaBeatitudine-Vecchia sucai sul sasso di landro dopo via fiom (nella fotoDado

Mentre sto superando la fessura che è piuttosto impegnativa il colore della roccia diviene più cupo, e voltandomi vedo che il sole sta tramontando: come sempre in montagna il tempo è volato via in un lampo, e non ci sembra possibile che stiamo arrampicando da dodici ore.

La notte non mi preoccupa dato che abbiamo il sacco da bivacco e qualche indumento di riserva, ma urge trovare al più presto un posto dove ci si possa almeno sedere. Una nicchia al disopra di noi sembra dal basso il luogo adatto, ma quando mentre annotta rapidamente la raggiungo, ho la sgradita sorpresa di scoprire che su di essa giunge un torrentello di scolo della gola.

La delusione è abbastanza forte, dato che fra pochi minuti sarà buio e bivaccare sotto l’acqua può significare rischiare la pelle; la cosa mi fa l’effetto di una provocazione personale, cosicché appena Franco (Duprè, NdR) mi raggiunge con le ultime luci attacco rabbiosamente la verticale parete di sinistra. La provocazione continua, perché per una intera lunghezza di corda la parete si mantiene verticale e le difficoltà sul quinto grado; continuo a salire finché a notte fonda raggiungo una cengia inclinata larga un metro e ricoperta da una caratteristica polvere che la indica come bersaglio preferito dei sassi cadenti. Ma non abbiamo scelta; Franco mi raggiunge arrampicando al buio, troviamo un punto riparato da un piccolo strapiombo e ci sediamo, esauriti dallo sforzo sostenuto nell’ultima mezz’ora. I miei calcoli mi danno una quota di 800 metri dall’attacco.

Renzo Videsott sul primo tiro della via Solleder al Civetta
Renzo Videsott sul primo tiro della via Solleder al Civetta

Alla tensione di poco prima succede una grande calma, che costituisce il momento più bello di ogni bivacco, e stiamo un poco in silenzio a contemplare in fondo alla valle i punti luminosi delle luci di Alleghe che si riflettono nel lago; poi, accese le lampade, indossiamo subito, per non perdere il calore accumulato, tutti gli indumenti che abbiamo e piantiamo qualche chiodo assicurandoci solidamente alla roccia; perché la cengia, inclinata e coperta di ghiaia, rivela una certa tendenza a scaricarci a valle.

E’ ora il momento della cena, terminata la quale Franco estrae inaspettatamente un’armonica e si mette a suonare: se prima potevo chiedermi come egli avrebbe reagito al suo primo bivacco in parete, con quell’atto la prova è praticamente superata, e so che potrò contare su di lui in ogni occasione.

Il suono dell’armonica va per l’immensa parete, verso il nevaio pensile che biancheggia nel buio sotto di noi, ed è come una baldanzosa affermazione di vita sulla natura immobile; ci sentiamo piccoli uomini isolati con il loro mondo tra grandi montagne, e mi viene in mente che in questa sensazione consiste forse tutto l’alpinismo.

Poi ci infiliamo nel sacco da bivacco, riuscendo più o meno a sdraiarci; dopo aver aggiustato qualche sasso che riesce abilmente a infilarsi fra le nostre costole, iniziamo un magnifico sonno.

Ogni tanto un improvviso “fr …” seguito da violenti boati ci risveglia di soprassalto; ma visto che lo strapiombetto sopra di noi ci ripara dalle pietre che si abbattono poco lontano sulla nostra cengia, ci riaddormentiamo subito.

Quando la luce dell’alba ci risveglia ci sentiamo completamente gelati, perché per quanto si sia coperti è impossibile, in un bivacco senza sacco a piuma, non svegliarsi tremando; compiuti i preparativi di rito riprendiamo l’arrampicata, mentre il nostro corpo anela disperatamente a un po’ di sole, del quale invece farà del tutto a meno perché siamo esposti a nord-ovest.

A questo punto la parete ci propina il suo scherzo più cattivo: esaminata la situazione risulta che per proseguire dovremo superare un camino strapiombante sommerso da un’allegra cascatella.

Sulle prime vorremmo ribellarci a tanta crudeltà, ma cercar di forzare la verticale parete di sinistra con le mani rese insensibili dal freddo mi appare più pericoloso della salita sotto l’acqua, che per quanto sia è sempre in un camino e quindi più sicura; per cui stringo i denti e mi caccio nella cascata.

Cinque minuti dopo mi trovo fradice anche le mutande, e mentre avanzo lentamente e con la massima prudenza sulle viscide pareti del camino, l’acqua che mi scorre lungo tutto il corpo mi procura, più che freddo, una vera e propria indicibile sofferenza.

Uscito dal camino tocca a Franco sperimentare le atrocità; quando mi raggiunge doverosamente tremante è abbrutito, restiamo un poco in dubbio davanti al problematico salto seguente, finché avvisto un chiodo posto una quindicina di metri sopra di noi. Parto subito in quella direzione, ma il tratto per raggiungerlo si rivela durissimo e friabile, per cui posso avanzare solo con estrema lentezza; quando finalmente arrivo a toccare il chiodo, questo mi resta in mano, e la parete al disopra risulta completamente liscia e priva di fessure. Soltanto allora comprendo che il chiodo non rappresentava che un errore di percorso; per poter scendere devo assolutamente metterne un altro, e la cosa mi riesce solo dopo molti tentativi in posizione faticosissima.

Quando finalmente mi ritrovo molto stanco accanto a Franco, tento di attaccare in qualche altro punto, ma ogni volta vengo respinto dalla roccia strapiombante e friabile.

Otto Menardi sulla fessura d’attaco, 11 settembre 1939
IncredulaBeatitudine-OttoMenardi,fessurad'attacco, 11settembre1939

Guardando Franco, capisco che tutti e due abbiamo lo stesso pensiero, ma nessuno vuole comunicarlo all’altro: la sensazione di essere in trappola, perché sono ormai quattro ore che siamo fermi nello stesso punto.

Un momento di scoraggiamento … poi la consueta energica reazione: non sia mai detto che dobbiamo finire “incrodati” sulla tanto desiderata Solleder ! E con nuovo ardore ricominciamo a esaminare meglio tutte le possibilità.

Una cengia porta verso sinistra; anche se sembra condurre fuori strada, proviamo a seguirla. Mentre sto traversando il mio compagno è colpito in pieno da una scarica di sassi, ma il casco da motociclista gli salva la pelle e se la cava con qualche ammaccatura.

Proseguiamo per la cengia, saliamo la fessura che segue … e sbuchiamo su una costola, con davanti centinaia di metri di parete più facile, avendo aggirato la gola che di qui si rivela impraticabile. La “crisi” è superata.

E’ questa l’unica volta della giornata in cui rimpiangiamo di non aver avuto la relazione della via, perché da questa avremmo subito appreso che l’itinerario non percorreva la gola come credevamo e che in quel punto bisognava traversare a sinistra, risparmiando così quattro ore di tentativi.

E su ancora per fessure e pareti e camini, le tirate di corda si susseguono una dopo l’altra: “ancora cinque metri !” “sono arrivato, leva i chiodi” “ recupero…vieni pure !” e la testa di Franco, che con il casco sembra un soldato russo, riappare davanti ai miei piedi.

Riprendo i moschettoni e via per una nuova tirata… Ancora una fessura strapiombante bagnata e poi di nuovo parete, mentre secondo i miei calcoli dovremmo aver superato i mille metri.

Intanto il cielo si è riempito di nuvole nere, e mentre l’aria satura di umidità ci fa attendere il temporale da un momento all’altro, grandi folate di nebbia ci avvolgono del tutto e non si vede più niente.

Saliamo ancora un poco poi siamo costretti a fermarci perché abbiamo sopra di noi una fascia di strapiombi di cui la nebbia ci impedisce di scorgere la soluzione; e restiamo fermi per una mezz’ora, cercando di vedere qualcosa nei piccolissimi buchi che ogni tanto si aprono per un momento nella nebbia, e ricominciando a rabbrividire nei nostri vestiti bagnati. Stiamo quasi per tentar di forzare il passaggio in un punto qualsiasi, quando riusciamo per un momento a scorgere l’itinerario logico, e ripartiamo per la parete che sembra non finire mai. La roccia è ora cosparsa di chiazze di neve instabile ed è friabilissima, per cui devo procedere con la massima prudenza e rimettere a posto ogni sasso che smuovo, per non uccidere il mio compagno che dopo tante fatiche proprio non se lo merita.

Salgo ancora, e comincio a pensare di essere capitato nell’inferno degli arrampicatori, dove gli alpinisti cattivi saranno costretti a salire per l’eternità lungo una parete che non finirà mai. I miei calcoli mi danno già superati i 1200 metri, ma non spero ormai più di uscirne un giorno, quando, del tutto inaspettatamente, mi trovo su di una cresta; a venti metri da me sorge dalla nebbia la croce che segna la cima del Civetta.

Un momento di incredula beatitudine, poi un urlo “Siamo fuori !” al quale da trenta metri sotto rispondono i rimbombanti evviva del mio compagno.

Poco dopo, presso la croce, ci scambiamo la tradizionale stretta di mano mentre il cielo partecipa anche lui ai festeggiamenti con violente raffiche di vento e di nevischio.

Nonostante la fitta nebbia che avvolge ogni cosa e la neve che ora viene giù decisa, ci tratteniamo un poco in cima, perché tanto più fradici di come siamo non potremmo diventarlo nemmeno frequentando piscine. Alcuni miei ingenui tentativi di accendere una sigaretta con i fiammiferi bagnati che si spappolano cadono fra l’ilarità di Franco che non fuma e può quindi ironizzare su mie precedenti affermazioni che senza una sigaretta in cima non è possibile apprezzare una salita.

Poi, avvolteci addosso le corde fino a rassomigliare all’uomo dei pneumatici Michelin, ci avviamo per il ghiaione, alla ricerca del rifugio Torrani che sorge un centinaio di metri sotto la cima. Quando, dopo qualche timore di non riuscire a trovarlo in mezzo alla nebbia, scorgiamo finalmente addossata a un roccione la capanna di pietra, eleviamo un pensiero di riconoscenza a chi con la costruzione di quel rifugio ci evita un secondo disastroso bivacco: non conosciamo infatti la via di discesa e certo con la nebbia non riusciremmo a trovarla prima della notte.

La parete nord-ovest de Civetta dai Piani di Pezzei
parete nord ovest della Civetta dai Piani di Pezzei

Nel rifugio non vi è cenno di vita, ma la porta è semplicemente accostata; l’interno si rivela costituito da un unico ambiente con sei cuccette, un tavolino e un fornello a gas. Ma credo che se trovassimo ad attenderci odalische con flabelli la nostra esultanza non potrebbe essere maggiore: ci sentiamo intorno quattro mura che ci proteggono dal vento che fischia di fuori, e finalmente possiamo toglierci i vestiti bagnati che ci affliggono dalla mattina.

Paludati in coperte ci prepariamo, con i viveri che troviamo, una cena per quattro; la fame ormai rabbiosissima ci rende del tutto incuranti del listino prezzi appeso a un trave che ci dice le somme enormi che domattina introdurremo nell’apposita cassetta. Franco rivela insospettate capacità nel preparare la minestra (ma come è noto un fisico deve saper fare di tutto) mentre io, che non so fare niente, vengo adibito ai lavori pesanti, come la ricerca di altri viveri e l’apertura di scatolette.

Dopo aver ingerito eccezionali quantitativi di cibo, è il momento della sigaretta, che riesco finalmente ad accendermi; e restiamo un poco in silenzio ad ascoltare il fischio del vento e a fissare la lampada a gas. Dentro di me si distende un sentimento che è molto vicino alla felicità.

IncredulaBeatitudineCivetta-02-Civetta-Solleder-P1310604

Cerco di immaginare il temporale che spazza le gole della parete nord, e davanti ai miei occhi cominciano a sfilare le immagini della salita, la fessura iniziale e il bivacco e il passaggio nella cascata. Ho ancora per un poco coscienza del vento che urla di fuori e scuote le finestre del rifugio, poi sprofondo nel sonno.

Così finì la nostra ascensione della parete nord-ovest del Civetta. L’indomani mattina, indossati nuovamente i nostri simpatici abiti che non avevano nemmeno tentato di asciugarsi, partimmo per il rifugio Vazzoler, con un tempo ormai brutto stabile e una nebbia ancora più fitta di quella del giorno precedente.

Fin dall’inizio riuscimmo senza alcuno sforzo a sbagliare strada e invece di imboccare la via ferrata che scende verso il Vazzoler, ci avviammo ignari per la via normale. Dopo qualche centinaio di metri di rocce facili e qualche ora di marcia per un sentiero che, nonostante il nostro intenso desiderio che girasse a destra, tendeva pertinacemente a sinistra, spuntò improvvisamente dalla nebbia il rifugio Coldai, situato all’estremità opposta del gruppo.

Di qui dovemmo quindi percorrere ancora le quattro ore di sentiero che dal Coldai portano al Vazzoler, ripassando così sotto alla parete nord-ovest; alla sua base ci arrestammo un poco, ma la nebbia avvolgeva tutto e lasciava scoperti solo i nevai basali e le rocce dello zoccolo.

Solo per un attimo si aprì un breve pertugio, e apparve un tratto della parete tutto nero di pioggia; poi lo squarcio si richiuse come un sipario.

Franco Alletto (in sosta) e Bruno Morandi
IncredulaBeatitudine-Vecchia sucai dado morandi e franco alletto

Bruno Morandi durante il tentativo (16-17 agosto 1956) al gran diedro della parete nord della Cima Grande di lavaredo (futura via Abram-Schrott)
IncredulaBeatitudine-Dado Lavaredo

Bruno Morandi, di Roma, ingegnere, sindacalista della FLM, ha praticato l’alpinismo a livelli altissimi senza sceglierlo come mestiere. E’ membro del CAAI. Riccardo Innocenti ricorda che pilotava un piccolo aereo con cui cercava anche nuove falesie.

Renzo Bragantini scrive di lui: “La persona che più mi colpì, al momento del mio ingresso nell’ambiente alpinistico romano, fu Dado Morandi: non ho mai arrampicato con lui, ma ho avuto da subito la sensazione di persona dotata di eccezionale carisma. Parlava, spesso ravviandosi i capelli con la mano, con ritmo lento e vagamente strascicato, voce caratterizzata da un caratteristico sgranamento nel registro basso, un frequente accenno di sorriso sul volto (segno dei modi squisiti che lo contraddistinguevano, insieme forse ad una vaga timidezza): era non solo un fortissimo arrampicatore, ma un uomo di non comune cultura, mai esibita, e perciò destinata a lasciare impressione più duratura. Ricordo che, nei viaggi che riportavano a Roma allievi e istruttori dopo la lezione al Morra, rimanevo ad ascoltarlo a lungo, mentre intrecciava, con calma naturalezza, discorso politico e culturale e racconto alpinistico. E ho sempre in mente il resoconto della sua ripetizione della Solleder al Civetta, apparso nel primo numero unico della Sucai, che non riesco più a ritrovare nella montagna di libri che assedia la mia casa: pochi pezzi sanno dare con altrettanta semplice intensità il senso dell’avventura piena su una grande montagna. Da tanti anni nulla so di lui, e la cosa mi ferisce come un segno d’ingratitudine da parte mia“.

Oltre alla ripetizione della via Solleder al Civetta, il suo nome (ma soprattutto il suo soprannome) è legato ad alcune vie sulle falesie romane, come la Dado al Morra  o i Tetti di Dado al Circeo. Qui sotto è un incompleto elenco delle salite più importanti di Bruno Morandi:

Punta di Frida (Tre Cime), spigolo est-sud-est, via Del Vecchio-Zaccaria, 7a ascensione, con Antonio Bonomi, 16 agosto 1952;
Punta di Frida (Tre Cime), parete nord, direttissima Morandi-Bonomi, 1a ascensione, con Antonio Bonomi, 21 agosto 1952;
Torre Trieste, spigolo sud-ovest, via Tissi, 31a ascensione, con Silvio Jovane, 14 agosto 1953;
Cima Piccolissima di Lavaredo, parete est, via Morandi-Jovane, 1a ascensione, con Silvio Jovane, 28 agosto 1953;
Cima d’Ambiez, parete sud-est, via Fox-Stenico, 10a ascensione, con Massimo Soli, 17 agosto 1954;
Salame del Sassolungo, parete nord, via Comici, con Massimo Soli, agosto 1954;
Gran Sasso (Corno Grande, vetta occidentale), parete est, via Direttissima, 2a ascensione, con Franco Alletto, 5 settembre 1954;
Gran Sasso (Corno Grande, vetta centrale), sperone nord-ovest, via Consiglio-Morandi, 1a ascensione, con Paolo Consiglio, 24 luglio 1955;
Torre di Babele, spigolo sud, via Soldà, 9a ascensione, con Franco Duprè, 18 agosto 1955;
Torre Venezia, parete sud-sud-ovest, via Ratti-Panzeri, 3a ascensione, con Franco Duprè, 21 agosto 1955;
Croda Antonio Berti, parete ovest, via Comici, con Francesco Della Valle, Silvio Jovane e Franco Alletto, 29 luglio 1956;
Cima Una, parete nord, via Steger (Weg der Jugend), con Franco Alletto, 7 agosto 1956;
Sasso di Landro, spigolo nord-est, via FIOM, 1a ascensione, con Franco Cravino e Bruno Trentin, 23 agosto 1966.

Ricordiamo che Morandi ha partecipato alla famosa operazione di soccorso a Cesare Maestri e Luciano Eccher sul Campanile Basso; Inoltre, il 16-17 agosto 1956, con Enrico Leone aveva per primo cercato di risolvere il problema del gran diedro a destra della via Comici sulla parete nord-ovest della Cima Grande di Lavaredo: a causa di un incidente, i due erano stati costretti a ripiegare sulla via Stoesser. La via fu poi ripresa e terminata nel 1961 da Erich Abram e Sepp Schrott.

Friedl Mutschlechner sulla via Solleder al Civetta, anni ’70
Friedl Mutschlechner sulla via Solleder al Civetta. Dolomiti orientali, Belluno

Posted on Lascia un commento

In falesia come in montagna

In falesia come in montagna
di Angelo Monti
(già pubblicato su Annuario CAAI 2014-2015)

Negli anni ’70 non si andava come oggi “in falesia e/o in montagna”, ma “in falesia COME in montagna”, sulle “grandi classiche” come sulle “pareti sconosciute”. La semplicità di azione di allora, scaturiva da una atmosfera irripetibile.
Ecco la testimonianza di Angelo Monti, che con Pierluigi Bini, Massimo Marcheggiani, Giampaolo Picone, Paolo Abbate e il fatidico Vito Plumari, ha formato “quel mitico gruppo” di scalatori romani fortissimi e modesti (Redazione
Annuario CAAI 2014-2015).

Angelo Monti
FalesiaComeMontagna-Monti0001

Cominciai ad arrampicare il primo ottobre 1977, a diciassette anni; a quei tempi il primo di ottobre era il giorno in cui iniziavano le scuole: per me ebbe inizio soprattutto la mia storia coll’alpinismo.

Quel giorno, per la prima volta, mi legai al capo di una corda. All’altro capo si legò Pierluigi Bini, un mio coetaneo, che avevo conosciuto la sera prima nella pizzeria di via dei Giubbonari a Roma, un locale dove i ragazzi dell’Alpinismo giovanile del CAI di Roma amavano ritrovarsi saltuariamente il venerdì sera. Seppur di un solo anno più grande di me, Pierluigi era già considerato un veterano dell’arrampicata, un ragazzo prodigio dell’alpinismo su roccia: in un paio di anni aveva ripetuto nelle Dolomiti più di cento vie classiche, compreso il Diedro Philipp sulla Nord-ovest del Civetta in sette ore. Quella sera confessai al nuovo amico il sogno di scalare una vera parete con corda e moschettoni, e lui senza pensarci due volte m’invitò il giorno dopo ad andare ad arrampicare insieme al Monte Morra, la palestra di roccia più importante e frequentata del Lazio in quegli anni.

Così la mattina seguente, invece di recarci a scuola, ci avviammo verso il Morra che raggiungemmo dopo un viaggio in autobus di quasi due ore e un avvicinamento a piedi altrettanto lungo. Non avevo ancora mai visto nessuno arrampicare, e quando vidi Pierluigi salire in pochi secondi, con estrema velocità e disinvoltura, la nostra prima via di quarto grado alta 30 metri, pensai che fosse quello il passo consueto di ogni arrampicatore. Ebbi perciò un senso di profonda frustrazione quando toccò a me salire, avevo impiegato oltre dieci minuti per raggiungerlo, ma soprattutto avevo fatto una fatica bestiale. Dissi a me stesso che avrei rinunciato per sempre a praticare questo sport, ero convinto di non esservi portato. Con mia grande sorpresa fui invece consolato dal mio capocordata, il quale ebbe nei miei confronti parole di elogio: secondo lui, per essere stata la mia prima volta, ero andato bene. Qualche ora più tardi, vedendo all’opera un’altra cordata che procedeva più lenta di me, mi sentii ancor più risollevato. Compresi in quel momento che Pierluigi era una specie di Mennea dell’arrampicata.

Angelo Monti
FalesiaComeMontagna-Monti0002

Se esistevano le rivalità? Esistevano eccome, però Bini era talmente superiore a tutti e riconosciuto tale, che nessuno si azzardava a competere con lui, la vera rivalità si manifestava più che altro verso noi suoi “discepoli’ di rango inferiore.

Passarono dei mesi in cui mi consacrai completamente a questa attività, cominciai a scalare da primo di cordata tutte le vie di quinto grado della nostra palestra di roccia. Iniziai pure a leggere i libri di Messner e Bonatti, sognando ad occhi aperti il giorno che avrei scalato anch’io le grandi pareti delle Alpi. Pensavo quasi con ossessione alle stupende sensazioni ed emozioni che quelle ascensioni mi avrebbero fatto vivere. Lassù in alto, sarei stato libero di muovermi a contatto con il cielo, libero di spaziare con lo sguardo sopra abissi di vuoto, questo era ciò che cercavo nell’alpinismo.

Il pomeriggio, dopo aver adempiuto agli obblighi scolastici, ci trovavamo con qualche altro compagno di arrampicata sotto il cavalcavia stradale del Grande Raccordo Anulare di via Casilina: Pierluigi aveva scavato appigli e appoggi su una delle pareti verticali del ponte, in un angolo della periferia di Roma in cui regnavano solamente frastuono e gas velenosi. Lì arrampicavamo, con i treni e le auto che ci passavano accanto, con i passeggeri che dai finestrini ci urlavano contro gli insulti più coloriti!

Pierluigi Bini sulla via del Vecchiaccio, Seconda Spalla del Gran Sasso. Foto: Fabrizio Antonioli
FalesiaComeMontagna-BiniSulVecchiaccio-FotoF.Antonioli

Noi però non temevamo né lo squallore né gli improperi della gente, ci preoccupavamo soltanto di riuscire a concatenare in successione, senza staccarsi mai dal muro, tanti singoli passaggi, un movimento dopo l’altro, migliorare la propria resistenza di braccia, la propria intelligenza motoria ogni giorno di più. Non portavamo scarponi rigidi ai piedi ma scarpette da tennis, non indossavamo pantaloni di velluto alla zuava e camicia a quadri, ma tute da ginnastica logore e impolverate. Anche in montagna arrampicavamo come se stessimo al Monte Morra, leggeri senza zaino in spalla, senza portare giacche a vento pesanti e ingombranti, ma solamente un k-way allacciato alla vita. Finita una salita, spesso se ne iniziava subito un’altra, fino a percorrere settecento, ottocento metri di dislivello di quinto e sesto grado in una giornata. Si faceva affidamento principalmente sulla velocità, sulla capacità di salire senza indugio e senza interruzioni di ritmo, su qualunque genere di difficoltà. Per riuscire bene in questo bisognava arrampicare al ponte ogni pomeriggio per ore e ore, stancarsi fino allo sfinimento; il libro di Messner Settimo grado era il nostro vangelo, predicava la dura disciplina dell’allenamento quotidiano.

Col rinsaldarsi della nostra esperienza in montagna ci si recava alla stessa stregua sia sulle grandi pareti difficili e importanti storicamente, sia sulle pareti impercorse, a seconda dell’ispirazione. La salita con Pierluigi al Sass dla Crusc, forse perché effettuata tutta da secondo, non ha lasciato in me ricordi particolari, sono altre le salite che non dimenticherò mai, soprattutto per il sopraggiungere di temporali, fulmini, frane e quant’altro.

Era il finire degli anni ’70, era l’alba di un nuovo modo di andare in montagna, un nuovo modo di fare alpinismo, di lì a breve sarebbe sorto il Nuovo mattino, con tutti i suoi personaggi e tutti i suoi protagonisti votati totalmente all’arrampicata libera, un nuovo gioco, fine a se stesso, da intraprendere con sacchetto della magnesite e scarpe d’arrampicata a suola liscia, un gioco esente dalle tensioni generate dal grande alpinismo, da praticare soprattutto nelle rassicuranti falesie e sui massi di fondovalle, che da quel giorno spuntarono ovunque come funghi. Nonostante il vento di cambiamento in quegli anni soffiasse forte sulla concezione dell’alpinismo, io continuavo a subire il richiamo irresistibile delle cime immutabili. Attratto sempre più dai tramonti e dalle albe, aspettavo lassù in alto il sorgere del sole. Scoprii così l’incantesimo del buio che incontrava la magia della luce, e quello rappresentò il mio nuovo mattino.

Vito Plumari, il Vecchiaccio
FalesiaComeMontagna-6a01156f63cad4970c0148c6d594c0970c

Posted on Lascia un commento

Climbing girls 16

Sasha DiGiulian, location ignota
ClimbingGirls-16--Sasha DiGiulian-climb-girls-920-4

Daila Ojeda su Mind Control (8c+), Oliana, Spagna. Foto: Simon Carter
Daila Ojeda, Mind Control (8c+), Oliana, Catalunya, Spain.

Sasha Di Giulian, location ignota
ClimbingGirls-16-digiulian-sasha

Ignota su location ignota
ClimbingGirls-16-ignota-free_climber_by_cescos
Heather Weidner su Where Is My Mind, Red Rocks, Las Vegas. Foto: Jon Glassberg
ClimbingGirls-16-Heather-Weidner_Where-Is-My-Mind(puntoInterrogativo)-RedRocks-LasVegas-FotoJonGlassberg

Ignota su location ignota
ClimbingGirls-16-ignota-FotoVörös Tomi
Josune Bereziartu su E la nave va (9A-V14, traverso di quasi 50 m), Lindental, Svizzera. Foto: Rikar Otegui
ClimbingGirls-16-JosuneBereziartu,E la nave va (9A-V14,160feettraverse),Lindental,Switzerland,FotoRikar Otegui

Ignota su location ignota
ClimbingGirls-16-ignota-climb-girls-920-50

Daila Ojeda, location ignota
ClimbingGirls-16-DailaOjeda

Olivia Hsu su Devil Sticks (5.12b),The White Mountain, Yangshuo, Cina. Foto: Simon Carter
Olivia Hsu, Devil Sticks (5.12b), White Mountain, near Yangshuo, China.
Josune Bereziartu, location ignota
ClimbingGirls-16-team-josune-bereziartu-climbing

Mercedes Pollmier su Authenic Battle Damage Stand, Boulder Canyon, Colorado, USA
ClimbingGirls-16-MercedesPollmier-Authenic Battle Damage Stand, Boulder Canyon

Matilda Soederlund, location ignota
ClimbingGirls-16-Matilda Soederlund-IMG_2438   

Posted on Lascia un commento

Il Crosta

Quella che pubblichiamo è una chiacchierata informale tra le persone che sono state più vicine a Marco Pedrini negli ultimi anni: Fulvio e Lucia Maria­ni e Marco Ballerini. Si tratta di idee, pensieri, proposizioni compiute, frasi smozzicate, ricordi raccolti da Mirella Tenderini, che ha pensato di riportarli così come sono usciti dal registratore.

Il Crosta
di Mirella Tenderini
(già pubblicato su Rivista della Montagna n. 101 – ottobre 1988)

Marco Ballerini: un ricordo di Marco? Beh, ce ne sarebbe uno… La notte precedente le gare di arrampicata di Bardonecchia, siamo andati in discoteca. Ci hanno buttato fuori che era tardi, dopo mezzanotte. Nel centro del paese c’è una discesa: lì abbiamo cominciato a fare il bob con i bidoni della spazzatura. Ci siamo ribaltati un po’ di volte, finché dalle case vicine ha cominciato ad accendersi qualche luce. Allora siamo scappati alle auto. Marco guidava una macchina targata “Ticino”. Era un catorcio infernale, scassatissimo, chissà chi gliela aveva prestata. Abbiamo cominciato a rincorrerci, e per nasconderci siamo finiti nello scalo merci. Poi, non so come, dallo scalo abbiamo sceso due-tre gradini e di colpo ci siamo trovati in mezzo ai binari della ferrovia. Eravamo in quattro, e seguendo le rotaie siamo arrivati in stazione. È venuta fuori un’ira di Dio di gendarmi francesi e poliziotti italiani. Abbiamo cercato di scappare, ma il pavimento della stazione è di marmo lucido. Siamo caduti e ci siamo ritrovati sotto una panchina. Ci hanno puntato il mitra davanti al muso e ci hanno portato dentro. La mattina abbiamo telefonato a Cassarà perché ci tirasse fuori per fare le gare d’arrampicata… In quello stato Marco è riuscito a piazzarsi settimo.

Un aspetto della “caparbietà” alpinistica di Marco emerge dalla scheda tecnica del film Cumbre, girato per la televisione svizzera da Fulvio Marlanl sul Cerro Torre: Pedrini compie la prima solitaria della via Maestri II 26 novembre 1985; cinque giorni dopo riparte con Mariani per effettuare le riprese e tocca così una seconda volta la cima. I due, infine, ripercorrono sino in fondo l’Itinerario per terminare di girare le scene.
Il-Crosta-RdM-101-interno-pedrini0005

Fulvio Mariani: con Marco abbiamo cominciato insieme, ai Denti della Vecchia. Lo chiamavamo Crosta, perché si toglieva tutte le croste dei suoi incidenti di moto e le conservava. Non solo: le toglieva anche agli altri, soprattutto alle ragazze cui faceva il filo… Un giorno l’abbiamo visto arrivare con un carico mostruoso. Si è fermato oltre la baita dove eravamo tutti noi e ha tirato fuori dal suo saccone una pentola per la polenta. Coi pelati ha cominciato a fare un miscuglio tremendo. «Mi mangiu cume me pias a mi», diceva. Si faceva i maccheroni con una cottura di 25 minuti, gli piaceva solo la pasta che sua madre stava per dare ai cani, bella scotta. Viveva così, andando in giro a pescare… Con Marco si arrampicava spesso assieme. Lui aveva capito il meccanismo dell’arrampicata libera prima di noi. Eravamo andati a vedere un vecchio film di Henry Barber, e da quello spettacolo Marco aveva tratto una frase sola (che io ho capito solo cinque anni più tardi). Barber diceva: «Riuscirai a migliorare solo se imparerai a cadere». Così, la settimana dopo siamo andati ad arrampicare (allora si saliva ancora in scarponi) e Marco ha cominciato a muoversi d’improvviso sull’A2 senza staffe…. Poi ha fatto l’invernale al Badile: tre giorni in tutto, con Michel Piola e Danilo Gianinazzi. I suoi genitori non sopportavano il fatto che lui andasse in montagna, e così Marco aveva raccontato di essere con me in baita al Monte Baro. Tutto è andato bene finché un giorno è passato un cliente nel negozio di suo padre: «Sciùr Pedrini, ma lei è mica il padre del Marco? Complimenti! Ha un figlio geniale, che farà carriera nell’alpinismo! Ma non ha letto il giornale…».

I genitori di Marco ci dicevano che non capivano. Non hanno mai visto le cose belle che lui ha fatto in montagna. Erano colpiti solo dal negativo: i morti, gli incidenti. Non hanno mai letto, mai aperto le riviste, i libri di montagna di cui Marco aveva la casa piena. Solo dopo che lui è morto, i suoi hanno capito quanto avesse fatto in montagna.

Il personaggio
Fulvio Mariani: gli altri si sono fatti conoscere solo per le loro imprese, Marco anche perché era un personaggio. Lo incontravi e con lui non potevi fare a meno di divertirti. Era uno che sapeva affascinarti. Di lui, ora, gli amici ricordano magari solo gli scherzi, le botte in macchina e le urla notturne, e senz’altro le sue salite, ma Marco non era solo quello… Pedrini non aveva bruciato le tappe. I passi classici, lui, li aveva fatti tutti: Denti della Vecchia, Monte Bianco, Dolomiti. Poi aveva scoperto l’arrampicata libera facendoci sopra un discorso preciso. Anche se poi era costretto a doversi rimangiare qualche parola perché alla fin fine si dedicava più all’alpinismo che all’arrampicata.

Marco Ballerini: l’ultima volta che l’ho incontrato si è fermato a casa mia per tre giorni. Abbiamo fatto notte fonda, solo per parlare. Dopo il Cerro Torre Marco era cambiato molto. Non sapeva più esattamente cosa voleva. Dell’arrampicata e dell’ambiente non parlava male, ma era deluso. La TV svizzera l’aveva intervistato in occasione della seconda edizione di “Sport Roccia”. Lui era molto meno allenato dell’anno precedente, era reduce dalla Patagonia e stava scrivendo un manuale per l’alpinista. Al giornalista Marco aveva chiaramente lasciato capire il suo proposito: coniugare l’alpinismo con l’arrampicata estrema.

Fulvio Mariani: Marco era deluso dall’ambiente perché c’era troppa gente che si vendeva agli sponsor per una manciata di fumo: lui s’incazzava a morte con chi, in cambio di un’imbragatura o di una giacca, regalava allo sponsor cento foto da pubblicare sui giornali.

Marco Ballerini: questo atteggiamento di Marco mi ha sempre lasciato un po’ perplesso, io penso che se ti piace arrampicare, tu possa pure fottertene dell’ambiente. Ambiente che a me, sinceramente, non è che faccia poi così schifo. E comunque noi l’alpinismo non lo praticavamo certo per quel po’ che potevamo guadagnare… Insomma, sto dicendo che secondo me quella presa di posizione di Marco era una scusa bella e buona. Il problema vero è che lui non sapeva più quello che voleva: se fare l’alpinista di professione o altro. E in questo, di sicuro ha influito la famiglia. Suo padre voleva che lui si trovasse un lavoro fisso, una professione. Gli aveva dato un ultimatum.

Mirella Tenderini: ma lui viveva in casa con i suoi? Si manteneva da solo?

Fulvio Mariani: sì e no. Aveva fatto delle supplenze, aveva due o tre sponsor, sfruttava il sussidio di disoccupazione.

Marco Ballerini: aveva finito l’Università, era diventato “maestro di ginnastica”. A Lugano gli avevano offerto un posto fisso. Marco ha detto a suo padre che probabilmente non lo avrebbe accettato, e allora è scoppiata la crisi. Si parlava spesso di queste cose. Lui mi chiedeva: «Ma tu cosa conti di fare? Pensi di riuscire a vivere facendo la guida o l’alpinista? Sai, io non so più cosa fare, l’arrampicata non mi dà più…». Tra l’altro devi calcolare che Marco aveva quasi 28 anni, e a quell’età in arrampicata non hai più futuro. L’ambiente, l’ambiente, l’ambiente: è il problema di tutti. Per questo Marco aveva nella testa il caos più totale.
Comunque, quello che mi piaceva di Pedrini era il fatto che con lui potevi parlare di tutto. È difficile, con quelli che arrampicano bene, riuscire a parlare di qualcosa che non sia la roccia, l’appiglio, le scarpette. Per quei signori, oltre all’arrampicata non c’è nulla.

Lucia Mariani: è vero. Marco ascoltava chiunque. Faceva attenzione a quello che gli dicevi e ti rispondeva sempre a tono. Parlava con te perché provava interesse a quello che tu potevi dirgli.

Fulvio Mariani: non l’hanno mai capito. A scuola, pur studiando meno della metà di quanto facevano gli altri, andava benissimo. All’Università ne ha fatte di tutti i colori e l’hanno sospeso per un anno. Eppure Marco era maestro di sci e di nuoto, parlava italiano, francese, inglese, spagnolo e tedesco. Diceva che poteva lavorare sempre, ma si chiedeva anche perché diavolo dovevano imporgli un lavoro fisso…

Lucia Mariani: è che lui non si piegava a nessuna regola, e quindi non poteva neanche vivere di alpinismo perché non sapeva scendere a compromessi. In ogni caso, quando Marco iniziava un lavoro lo faceva con la massima serietà.

Marco Pedrini apre Panoramix sul Grand Capucin
Il-Crosta-PanoramixApertura-pedrini

Quella volta al Cerro Torre
Fulvio Mariani: la vicenda del Cerro Torre da questo punto di vista è emblematica. Marco, gli dico, facciamo questo film sulla Patagonia e mi sta bene. Però ricordati che, bene o male, è la televisione che lo paga. Non so se te ne rendi conto, ma un film così costa 35-40 mila franchi svizzeri. Non ti dico di essere riconoscente alla TV, ma grato sì. Almeno quello. Perciò dobbiamo realizzare un lavoro che vada bene a te ma anche al pubblico, e che vada bene pure alla televisione (che poi in realtà non l’ha ancora distribuito adesso). Allora cerchiamo di imporci delle regole: non possiamo arrampicare nudi, la televisione è un ente di stato per cui la pubblicità diretta non può entrarci più di tanto. Niente marchi grossi così attaccati agli spit. Soprattutto, dobbiamo dare l’idea, anche se a te non va tanto, di che cos’è la Patagonia… Per l’attacco del film avevo escogitato la soluzione della corsa dei cavalli. Volevo giocare sull’analogia. Carote! Il giorno stesso che abbiamo letto il testo – vi giuro – lui era già lì a sacramentare. C’erano quattro minuti di gara che gli rovinavano il film. È andato in giro a dire che sarebbe stato un film di merda, che io gli avevo rovinato tutto con la gara dei cavalli. Poi è andato in Francia per un altro film, un lavoro sui voli dai ponti. Quando è tornato mi ha detto: «Finalmente ho fatto un vero film!»

Ma non è finita. Nell’igloo ai piedi del Torre, la mattina che siamo scesi mi ha urlato: «Da quello che hai filmato uscirà solo un film di merda!» Dopo la salita voleva farmi tornare in cima con gli ultimi 30 metri di pellicola per riprendere la vetta del Torre col tempo bello. Roba da pazzi! Col materiale che mi era rimasto sarebbero stati sì e no 30 secondi di ripresa!

Marco Ballerini: nel Marco c’erano delle contraddizioni. Negli ultimi tempi tradiva insicurezza e…

Fulvio Mariani: beh, sai, è duro aprire una via a spit in Val di Mello e dopo due giorni trovartela schiodata, andare in Valle dell’Orco, fare quello che ha fatto, e poi sentirsi dire…

Marco Ballerini: no, non è quello. La cosa è molto più sottile…

Fulvio Mariani: macché. Se tu, Marco, avessi fatto il Torre, a Lecco sarebbero fioccati gli articoli. In Ticino, invece, nessuno ti considera. Marco l’hanno tirato in ballo solo il giorno della sua morte. Allora sì che gli articoli li hanno fatti. L’hanno chiamato amico, tutti i giornalisti dicevano di essere amici suoi, i fotografi si spacciavano per suoi compagni di cordata.

Marco Ballerini: Marco, però, e bisogna dirlo, era una di quelle persone che… io al massimo sono riuscito a stare con lui una settimana. Dopo una settimana non ne potevo più. Comunque, nella vita, anche al di fuori dell’alpinismo, incontrare persone con la testa del Marco Pedrini non è facile. Come lui non ce ne sono tanti. Forse solo Benvenuto Laritti. Io ero amico del Ben. Ecco, Marco era così. Lui agiva senza premeditazione. In Valle dell’Orco, quella storia degli spit è nata così, per caso, vedendo una bella fessura.

Fulvio Mariani: gli hanno rotto gli spit, e lui due anni dopo è ritornato in valle con la maglietta “Legalize spit”, e mi ha fatto allenare per sette giorni, in modo da potergli andare a fare le foto con quella maglietta su per la via.

Mirella Tenderini: insomma, a Marco piacevano spit e compressore…

Lucia Mariani: a lui la storia del compressore di Maestri al Torre piaceva da matti. Eravamo al campo, dodici giorni prima che lui e Fulvio salissero in vetta, noi tre e due svizzeri tedeschi simpaticissimi. A un certo punto uno degli svizzeri se ne è uscito con una battuta: «Mi hanno detto che il compressore è pericolante, è appeso a due chiodi molto brutti. Bisognerebbe andare su, tagliare il cordino e buttarlo giù».

Provocazione diretta agli habitué della Valle dell’Orco: la prima invernale solitaria in stile quasi himalayano della Fessura Kosterlitz
Il-Crosta-pedrini-1ainvsolitariaFessuraKosterlitz

Fulvio Mariani: e allora Marco ha cominciato: «Se tu butti giù il compressore, io faccio il giro del mondo, salgo su tutte le montagne dove c’è un crocefisso e li scaravento giù tutti. Perché il compressore è il simbolo del Torre, e se ha il cordino marcio, io gliene metto uno nuovo». Poi, quando siamo arrivati al compressore di Maestri, lo abbiamo trovato completamente intrappolato nel ghiaccio. Per liberarlo abbiamo impiegato un’ora e mezza. Vi rendete conto? Un’ora e mezza a spiccozzare come dannati. Poi Marco è sceso di 40 metri dalla cima, io filmavo. Lui s’è infilato un paio di occhiali e sul compressore si è messo a giocare alla moto: «Bruumm! Bruumm! Fulvio, questa scena devi assolutamente metterla nel film! E insieme alla scena io aggiungerò che chi ha criticato Maestri è un cretino!».

Lucia Mariani: per vendicarsi di qualcuno, Marco avrebbe fatto qualsiasi cosa. Il fatto che Maestri fosse andato fin lassù per farla vedere a quelli che non credevano alla sua prima salita al Torre, per lui era significativo. Maestri gli era simpatico. Comunque, quando si impuntava su una cosa, Marco andava sempre fino in fondo. Lui odiava il suo insegnante di tuffi all’Università, e credo che l’odio fosse ricambiato. Così Marco aveva studiato un sistema con due fili che gli disfacevano completamente gli slip mentre lui alzava le braccia prima del tuffo. Il giorno dell’esame si è buttato completamente nudo, un tuffo perfetto, e nessuno ha potuto dirgli niente. Marco era così.

Mirella Tenderini: e in che rapporto era con i suoi genitori?

Lucia Mariani: non li odiava di certo. Uno che odia i propri genitori non spara battute come le sue. Ai suoi Marco voleva bene, e anche loro gli volevano bene. No, uno che odia i propri genitori non ne parla neanche. Lui no. C’era questo contrasto sulla questione del lavoro fisso, ma si volevano bene.

Mirella Tenderini: e con le donne?

Lucia Mariani: io non ho mai insultato una persona come ho insultato lui in Patagonia. Non ne potevo più! Ci siamo buttati addosso tutto il nervoso di due mesi.

Fulvio Mariani: tutta la storia è saltata fuori perché Marco sapeva benissimo che Lucia sarebbe venuta con noi e che sperava anche lei di salire il Torre. Però, si è detto lui, se io faccio la prima solitaria e poi, dopo di me, questi due pirla salgono anche loro e ci scappa la prima femminile, la mia impresa cala. Non di molto, ma di un mezzo gradino sì. Così Marco è stato contro Lucia per tutto il tempo. In parete l’ha insultata finché lei ha rinunciato.

Lucia Mariani: effettivamente non aveva una gran considerazione per le donne. All’inizio credevo che il suo fosse un atteggiamento scherzoso. Poi, quando ho capito che faceva sul serio, allora sono nate le discussioni. In ogni caso delle donne parlava in un certo modo, diceva che erano inferiori, ma poi si comportava in maniera diversa: le rispettava più di tanti altri che si riempiono la bocca di bei discorsi. Si era pure innamorato, davvero, ma doveva essere un segreto. A volte mi portava un regalo, ma subito dopo attaccava con i suoi discorsi. Abbiamo avuto una gran discussione, e io l’ho pure insultato. Allora lui a un certo punto mi ha detto: «E io che ti portavo sulla punta delle dita. Se tu mi dici una cosa del genere, per me non sei più niente». Una cosa tremenda. E intanto aveva le lacrime agli occhi, e stavo male anch’io. Mancavano dieci minuti alta partenza e stavamo così…

Fulvio Mariani: era una scena da film, io cercavo di rimettere tutte le cose in una cassa. Non avevo più voglia di discutere, continuavo a sistemare la ro­ba. Con noi c’erano tre svizzeri tede­schi, tre francesi e due tedeschi. Loro due litigavano in dialetto, gli altri ri­manevano impietriti o ridevano come pazzi. Hanno litigato più di mezz’ora.

Lucia Mariani: poi, poco prima di par­tire, mi è venuto vicino e mi ha detto: «Ma dai, non prendertela!». L’avrei buttato dall’aereo…

Azione contestatissima in Valle dell’Orco. Tu mi turbi. Pedrini aveva aperto l’itinerario spittando dall’alto e questo aveva provocato – era il 1984 – la reazione dei frequentatori locali, che l’avevano accusato di usare quintali di ferraglia inutile non per tracciare vie nuove, bensì semplici varianti a quelle esistenti
Il-Crosta-pedriniSuTuMiTurbiValleOrco

A testa in giù dai ponti
Mirella Tenderini: e la storia dei suoi voli dai ponti?

Fulvio Mariani: quella faccenda l’ha iniziata proprio lui. Eravamo in Val Maggia. Un giorno Marco mi ha detto: «Perché non ci gettiamo giù?». Si è le­gato e ha provato. La settimana dopo ha contagiato anche me. Ci siamo buttati assieme, ci siamo spellati tutti, abbiamo battuto la testa e io ho perso l’orologio nel fiume. Lui, però, con questa storia è andato avanti lo stesso, finché un giorno abbiamo fatto quelle foto che sono uscite su Montagnes Magazine. Mentre Marco si gettava, è stato visto da un medico dell’ospedale di sotto. Quello crede­va che fosse in atto un suicidio (Mar­co si buttava sempre a testa in giù), ed è venuto su di corsa…

Lucia Mariani: all’inizio i lanci dai ponti sono cominciati per divertimen­to. Poi, come sempre, sono saltati fuori i discorsi. Era per combattere la paura del vuoto, eccetera.

Fulvio Mariani: sull’argomento hanno fatto persino una trasmissione televi­siva. Fuori dal ponte i tecnici hanno montato un trapezio in modo che lo spettatore non si rendesse conto che i saltatori erano sospesi sul vuoto. Così, quando Romolo Nottaris ha chiesto a Marco come faceva a vince­re la paura del vuoto, lui buttandosi ha risposto: «Il sistema c’èèèèèè… E l’urlo si è disperso per la valle. Quan­do hanno messo in onda il filmato, Marco ha telefonato a sua madre: «Domenica guarda la TV, ci sono an­ch’io». E lei si è messa davanti al tele­visore, era la prima volta che vedeva suo figlio in trasmissione. Ha assistito a un volo di 70 metri. È scivolata dalla poltrona…

Marco Pedrini di Lugano era un arrampicatore di primissimo piano e un fortissimo alpinista. Personaggio contrad­dittorio e complesso, poco rispettoso della cultura alpinistica tradizionale e iconoclasta, nel variopinto mondo dell’arrampicata ha rappresentato spesso il personaggio scomodo. Amato e odiato, Marco era una figura complicata, sicuramente non riconducibile a nessuno schema precostituito. A volte estremamente razionale, a volte solo istintivo, Pedrini era capace di dar corpo a idee stupende ma anche di produrre polemiche, attriti, discussioni. Come alpinista e arrampicatore aveva compiuto cose egregie. In montagna aveva portato a termine importantissime ripetizioni in libera. Con Michel Piola e Danilo Gianinazzi, nell’inverno 1980-81 era riuscito a salire la via Cassin al Piz­zo Badile, prima invernale in stile alpino. Aveva arrampicato all’Eiger e nel massiccio del Monte Bianco. Nel 1985 gli era riuscita la prima solitaria (13 ore in tutto) dello Spigolo Maestri al Cerro Torre. In quella stessa stagione Marco aveva tracciato con lo svizzero Kurt Locher una bellissima via – Chimichurri y tortas fritas – sul Pi­lastro Casarotto al Fitz Roy.

Poi ci sono state le gare di arrampicata e una grande attività in falesia. La sua ultima impresa, la Direttissima americana ai Drus, gli è stata fatale. Durante la discesa, Marco se n’è andato. Probabilmente un ancoraggio… Era il 16 agosto 1986.

Per maggiori dettagli http://www.banff.it/marco-pedrini/.

Marco Pedrini su Arrapaho, una sua prima ascensione in Valle dell’Orco
Il-Crosta-SuArrapaho-Pedrini

Posted on Lascia un commento

Pastori si nasce. E si diventa

Pastori si nasce. E si diventa
La storia di Michele delle Scalette
di Francesco e Nanni Villani
(pubblicato su Alpidoc n. 83/84, 2012, per gentile concessione)

Pastori si nasce o si diventa? La storia di Michele Baracco ci racconta che una tale contrapposizione non sempre ha ragion d’essere. Michele pastore ci è nato. Perché quello era il suo sogno – andare dietro alle bestie – e quello poteva essere fin da subito il suo destino: i nonni hanno della terra, allevano vacche… Ma il padre di Michele fa altre scelte, si allontana da un certo mondo. Un taglio netto, difficile da ricucire. E così Michele diventa ferroviere, per quarant’anni girerà per stazioni: Torino, Chivasso, Trofarello, Carmagnola, Cuneo…

Ma il sogno, quello, basta poco a tenerlo vivo: «lo in ferrovia, mia moglie a casa a mandare avanti l’azienda agricola, trentacinque giornate di terreno nel comune di Frabosa Sottana. Tenevamo un po’ di vacche, per un certo periodo delle pecore biellesi, che richiedono molto meno lavoro. La famiglia non si è mai trasferita, io la sera tornavo e davo una mano con le bestie».

Poi viene il momento della pensione, di una nuova libertà che ti permette di fare quello che in precedenza ti sei dovuto negare: salire in alpeggio. Alle Scalette, sotto il Mondolé. E così, a un’età non proprio verde, “diventi” pastore a tempo pieno. «È successo una quindicina di anni fa, quando sono andato in pensione abbiamo deciso di buttarci. Abbiamo messo su un gregge, spendendoci tutte le energie che avevamo a disposizione».

La zona della Balma con in basso a destra l’alpeggio. Foto: Nanni Villani
PastoriSiNasce-_BOT9663

Nessun rimpianto?
Assolutamente no. Pian piano siamo riusciti a farci strada, a farci conoscere, anche grazie al fatto che facciamo buoni formaggi. I formaggi li vendiamo direttamente a casa, e poi andiamo alle fiere. Siamo anche fornitori di un negozio vicino a dove abitiamo, oltre che di tre gruppi di acquisto solidale, formati da famiglie che si mettono insieme e acquistano prodotti locali di qualità, o di agricoltura biologica… Il lato debole comunque è proprio quello della commercializzazione dei prodotti, anche perché negli ultimi anni c’è stato un calo, dato che la gente ha meno soldi da spendere. Persone che venivano da noi ogni quindici giorni a fare provvista di formaggio, ora vengono solo quando sono invitati a cena da qualche amico e vogliono fare bella figura, mentre per il resto mangiano formaggio comune.

Michele Baracco in un momento di tregua dal lavoro. Foto: Enrica Raviola.
PastoriSiNasce-_P1050274

Consiglieresti a una giovane famiglia di imbarcarsi nell’avventura di provare a vivere di pastorizia?
Diciamo che per fare un tentativo ci devono se non altro essere i giusti presupposti. Innanzitutto si deve scegliere un posto in cui nevichi il meno possibile, perché meno nevica e più sopravvivi; poi devi avere una buona estensione di terreno sul quale far pascolare le bestie, ma anche ricavare fieno. Se hai questo, allora puoi provare a mettere su un allevamento con una sessantina di capre, e con la vendita dei formaggi riesci ad andare avanti. Diverso il discorso per l’allevamento da carne. Ultimamente c’è una certa richiesta di agnelli da parte dei mussulmani, ma loro chiedono agnelli che pesano almeno trentacinque chili, e allevare un agnello del genere per il pastore vuol dire spendere almeno quattrocento euro, a meno di non fare la mezza truffa di dargli latte in polvere e mangime, così riesci a limitare i costi. Ma se io li allevo come li ho sempre allevati, ovvero lasciandoli con la madre finché ne hanno bisogno, non rientrerei mai delle spese. Nell’82, quando avevamo le biellesi, prendevamo seimila lire al chilo per gli agnelli vivi, adesso prendiamo tre euro, e i costi di gestione sono aumentati moltissimo. Insomma, l’unico modo per salvarsi sono i formaggi. Per come la vedo io, un ragazzo che oggigiorno volesse avere le bestie, senza mungere e senza fare i formaggi non potrebbe assolutamente andare avanti…

Comunque la scelta di fare il pastore è per chi vuole ritagliarsi una vita alternativa, e non sicuramente per chi punta al guadagno. Qualcuno tira fuori che comunque ci sono i premi. Noi, con poco più di cento bestie tra pecore e capre, prendiamo duemila euro all’anno di premio, più mille euro circa di indennità compensativa per il fatto che siamo su in montagna. Non sono cifre su cui fare grande affidamento. Anche perché in molti posti gli appalti per gli alpeggi sono andati alle stelle.

La baita alle Scalette; in secondo piano i contrafforti del Mondolé. Foto: Nanni Villani
PastoriSiNasce-_BOT9652

Un problema che c’è anche qui da voi?
Recentemente il comune di Magliano Alpi ha messo all’asta l’alpeggio Seirasso spuntando una cifra quasi dieci volte superiore a quello che prendeva prima. Gli assegnatari hanno mandato su cinquanta vacche da latte che sono state alimentate a fieno e concentrati per tutta la stagione. A parte questo caso, da noi il problema è meno grave che altrove. Abbiamo fondato, con gli altri margari, una “associazione di scopo”, che permette di gestire e affittare i pascoli. Il comune di Frabosa ogni anno fa una delibera, stabilendo il prezzo dei pascoli di sua proprietà, e poi i margari associati prendono la montagna nel suo complesso e se la dividono. Per far parte dell’associazione devi essere un allevatore, quindi versare i contributi come allevatore, e devi essere residente nel comune proprietario dei pascoli. Il criterio generale è che, se un nuovo pastore vuole far parte del gruppo, gli altri sono tenuti a “stringersi”, per lo meno quanto è possibile farlo. Come associazione abbiamo in affitto buona parte del Mondolé, e siccome ce n’è un bel pezzo che non è adatto per le vacche, a noi va giusto bene. È ideale per le nostre pecore roaschine e le nostre capre, alcune di razza, altre meticce, delle quali per altro sono un grande sostenitore, perché sono particolarmente robuste e adatte al pascolo in alpeggio.

Nel periodo di alpeggio, qual è la giornata tipo?
Si incomincia intorno alle sei del mattino, e subito si parte con la mungitura. Il gregge viene poi portato al pascolo, se sei da solo il problema è che devi giostrarti tra il fare il formaggio e badare alle bestie. Verso le cinque e mezza del pomeriggio torni dal pascolo, mungi di nuovo, dopodiché metti fuori le bestie per la notte: fatto questo, la giornata è praticamente finita…

Tra pecore e capre, Michele porta in montagna un centinaio di animali. Foto: Nanni Villani.
PastoriSiNasce-_BOT9888

Che formaggi fate?
Dipende. Quando siamo a casa facciamo formaggi dividendo il latte di capra da quello di pecora: dal primo otteniamo due tipi di cagliate, quella classica e quella lattica, maggiormente cremosa, mentre dal secondo vengono fuori robiole e semicotti, una sorta di pecorino dolce. In alpeggio mettiamo tutto insieme. Il formaggio di pecora lo vendiamo intorno ai quindici euro al chilo. Non sarebbe possibile ridurre il prezzo, perché già così il guadagno è minimo. Il problema è che i nostri formaggi, molto superiori per valori nutritivi e genuinità se paragonati a quelli industriali, rispetto al confezionamento e al modo in cui vengono presentati sul mercato sono troppo poco distinguibili. Occorrerebbe da una parte un’azione volta al riconoscimento della specificità del prodotto e dall’altra un processo di educazione al consumo di chi acquista.

Operazioni di mungitura, al ritorno dal pascolo. Foto: Nanni Villani.
PastoriSiNasce-_BOT9902

Sono quasi vent’anni che il lupo è tornato nelle Alpi. La sua presenza continua a essere al centro delle polemiche…
Il lupo non è assolutamente il guaio più grande per noi pastori, è un capro espiatorio, a qualcuno fa molto comodo addossargli tutte le colpe di questo mondo, così non si affrontano seriamente gli altri problemi. Molti non capiscono che la presenza di questo animale selvatico ha una sua utilità, si ha una concezione sbagliata del pianeta, come se ci appartenesse, e in quanto proprietari noi potessimo disporne a nostro piacimento, decidendo che se il lupo non è funzionale a ciò che interessa allora è giusto eliminarlo…

Secondo te, come si può intervenire per limitarne l’impatto?
Intanto, dove il pastore è presente i danni sono limitati. Qualche tempo fa, quando il mio gregge è stato assalito da due lupi, io ero lì e urlando sono riuscito a far sì che non capitasse granché: uno dei due aveva attaccato un agnello, ma son riuscito a metterlo in fuga… Se io fossi stato altrove, loro potevano azzannarne senza problemi due o tre.

Si è parlato di dotare i pastori di “armi di dissuasione”, una cosa che secondo me potrebbe portare due risultati positivi: il primo è quello di dare una sorta di sicurezza al pastore, che sente così di poter reagire all’aggressione di un lupo nei confronti del suo gregge; il secondo è quello di dissuadere il lupo stesso dall’attaccare un gregge, spaventandolo, e creando quindi, nel suo immaginario, la figura di un uomo che sa reagire alle sue aggressioni. Se studiata in modo approfondito, potrebbe essere una buona proposta. A monte bisogna capire che cosa si intende per “armi di dissuasione”: se stiamo parlando di armi vere e proprie, ho dei dubbi che certe parti politiche vedrebbero di buon occhio la scelta di darle in mano ai rumeni o agli albanesi che stanno in alpeggio per conto dei proprietari del gregge. E in ogni caso, va anche detto che già ora ci sono pastori che se vedono un lupo gli sparano, o lo avvelenano.

Molti pastori si lamentano per gli indennizzi: troppo bassi, e arrivano sempre con enorme ritardo.
Quello degli indennizzi è un discorso difficile. Intanto non è così semplice stabilire il prezzo corretto. Ci sono bestie vecchie che commercialmente valgono trentacinque euro, e capre che ti danno novanta litri di latte al mese e dunque valgono almeno trecento euro. Per cui un indennizzo di centodieci euro, come quello che viene dato, può essere un’enormità o una cifra decisamente troppo bassa.

C’è anche un altro aspetto: non è che via un animale ne prendi un altro che ti funziona allo stesso modo. Per farti un buon gregge, ci metti sei o sette anni, e quando hai raggiunto un certo risultato è un peccato rimettere tutto in gioco perché il lupo ti ha portato via delle bestie che ti tocca sostituire. Comunque, detto che il problema esiste, con la mossa di alzare gli indennizzi si ottiene fondamentalmente il risultato di agevolare solo quei pastori che non stanno con il gregge, e che dunque corrono maggiori rischi. Senza considerare che c’è anche chi ci marcia…

Si è parlato di volontari disposti a dare una mano ai pastori in alpeggio…
Il problema è che un volontario non sta per tre mesi e mezzo con il gregge, quindi è indispensabile una rotazione, e il pastore si ritroverebbe a dover spiegare quel che si deve fare magari ogni due settimane… In più non è facile trovare gente davvero motivata.

Tu però un paio di anni fa hai avuto un’esperienza positiva con un ragazzo francese…
Sì, ma era uno che arrivava dalla scuola per pastori di Salon de Provence, era uno che aveva scelto di occuparsi di queste cose, e voleva imparare. Sono stato fortunato, dopo tre giorni aveva già capito quasi tutto. Purtroppo in Italia non abbiamo una scuola del genere. Dura un anno, alternando parti teoriche a periodi di esperienza sul campo, poi fanno una specie di stage portando le bestie al pascolo. Per la pastorizia, la Francia è un altro mondo. Una volta che sono stato là per un po’ di tempo, ho trovato parecchi ragazzi che facevano i pastori, tra cui una coppia di giovani che parlavano inglese senza difficoltà. In Francia hai un’altra considerazione.

Da noi, se fai il bergè, sai che vai incontro a una vita solitaria, hai addirittura difficoltà a trovare una moglie, e soprattutto godi di una considerazione sociale pari a zero… Prevale lo stereotipo del pastore, o del margaro, ignorante, che fa quello che fa solo perché non è capace a fare null’altro. Invece in Francia il pastore è quasi visto come un poeta, uno che ha scelto questo mestiere per stare a contatto con la natura e la montagna. Speriamo che la mentalità che c’è da noi possa cambiare: se non arrivano al più presto dei giovani volenterosi, rischiamo di morire senza che nessuno raccolga la nostra eredità…

Il ragazzo francese che per un’estate ha lavorato con Michele. Foto: Nanni Villani.
PastoriSiNasce-_BOT9870

Posted on Lascia un commento

Con un pugno di chiodi

Con un pugno di chiodi
Prima ascensione del “Pilastro Massarotto” al Spiz di Lagunàz
di Ivo Rabanser
(già pubblicato su www.dolomitesalpine.it il 31 maggio 2012)

Fu salendo lungo la via Gogna alla Quarta Pala di San Lucano, che apparve come d’improvviso. Proprio di fronte a noi, un imponente pilastro dalla forma curiosa si alzava dal fondo insondabile del Boràl di Lagunàz. Questa struttura rocciosa, che delimita e sostiene sulla sinistra il gigantesco diedro del Spiz di Lagunàz, si presentava nella parte inferiore tozza e panciuta, quasi precocemente invecchiata, mentre verso l’alto andava assottigliandosi, come a ricercare una anelito di sfuggente giovinezza. Subito lo sguardo iniziò a frugare quella trama di placche nere, alla ricerca di una possibile linea di salita… “Che vione verrebbe fuori lì” – pensai fra me e me – “su una struttura intonsa di tal calibro e per di più in uno degli angoli più remoti delle Dolomiti”.

Il Pilastro Massarotto sullo Spiz di Lagunàz, a sinistra del famoso diedro Casarotto-Radin
ConPugnoChiodi-7307078362_45ec456065_c

Mi consultai con Ettore De Biasio, che di lì a poco avrebbe dato alle stampe un libro che con squisita sensibilità schiude al lettore le notevoli potenzialità di questa valle, dominata da appicchi imperiosamente più alti, rispetto a pareti delle Dolomiti ben più celebrate.

Di seguito poi – in occasione di una presentazione a Vicenza – conobbi Lorenzo Massarotto e subito il discorso cadde sulle Pale di San Lucano. Mi descrisse il poderoso pilastro del Lagunàz come uno dei tre grandi problemi irrisolti della valle. E alla mia domanda per quale motivo non ci avesse mai messo le mani, scrollò le spalle, accompagnando un sorriso che interpretai d’intesa. Queste parole, pronunciate da uno dei grandi protagonisti di riferimento nell’alpinismo dolomitico, mi stimolarono oltremodo, così che una tiepida giornata d’ottobre ci vide arrancare su per lo zoccolo tedioso della Terza Pala.

L’intenzione era di studiare da vicino il problema e di depositare sotto la parete del materiale. Una timida ricognizione sulle placche iniziali, ci fece capire che la nervatura rocciosa che ci sovrastava offriva la possibilità di una nuova ascensione di primo ordine. Nella mia menta si depositò come un allettante problema da risolvere. Un problema che andava affrontato in stile classico: da una parte la parete, che ci offriva l’opportunità di agire creativamente, dall’altra parte una cordata – sorretta da quel poco di tecnologia…

Negli anni seguenti Stefan Comploi ed io non tornammo più in Valle di San Lucano. Altri obiettivi presero il sopravvento. Fu soltanto in quest’ultima primavera che, parlando con Heinz Grill di vari progetti alpinistici nelle Dolomiti, scattò nuovamente la molla e ci fece riprendere con rinnovato entusiasmo il disegno del Spiz di Lagunàz. In Heinz trovammo un ideale terzo elemento, che avrebbe rafforzato opportunamente la formazione per una salita del genere. Arrampicatore istintivo, svelto e risoluto, da trent’anni a questa parte se la sbriga senza patimenti d’animo in situazioni anche ben complesse. In più è stimolante ed istruttivo stare in giro con questo spirito filosofico, impregnato di profonda cultura umanista.

Non è semplice conciliare la professione di guida alpina con le velleità di un’esuberante attività alpinistica personale. Per uscire da questo dilemma, occorre fissare delle priorità: arrivati alla seconda decade d’agosto, pensai che fosse giunto il momento di spezzare le titubanze e d’agire finalmente con un po’ di determinazione…

Fu così, che all’alba di un’afosa giornata d’agosto, risalimmo lo zoccolo che filtra l’accesso al Spiz di Lagunàz. Ogni tanto Heinz si fermava per togliere dagli arbusti dei nastri colorati, che qualcuno aveva applicato, presumo per segnalare il percorso, in questo dedalo di rocce e latifoglie. La cosa mi divertiva non poco, dato che in un forum d’alpinismo – senza fare nomi – il misfatto era stato attribuito proprio a lui, in quanto la “teutonica firma era stata avvistata sul libro della Torre di Lagunàz”. Furono formulate varie supposizioni e si arrivò a prospettare l’atroce dubbio “che non stia aprendo anche nelle Pale una via super negazione dell’avventura?” Altri invece invocavano d’andare su e togliete tutto… Ciò che Herr Grill, senza tanti proclami, stava facendo.

In un primo tentativo superammo la placconata nera che protegge l’accesso al panciuto pilastro, mentre domenica 28 agosto 2011 posammo il cappello su questo grandioso itinerario. La scalata si svelò molto bella ed elegante, su ottima roccia lavorata a buchi dagli agenti atmosferici. Arrampicata libera – intesa come superamento di difficoltà, con un impiego contenuto di tecnologia. Sulla cuspide sommitale, oltre il grande cengione, la dolomia si rivelò più sfaldata e alcuni tratti richiesero maggiore cautela, contribuendo in questo modo a conferire un carattere compiutamente alpinistico alla scalata. Del resto anche la fragilità del cristallo non va intesa come difetto, ma al contrario come raffinatezza.

Durante l’intera giornata, Robert e Petra – due amici di Heinz – ci seguirono con il binocolo dalla cresta sommitale della Quarta Pala, dopo averci aiutato nel trasporto del materiale. Questa loro presenza ci trasmise una benefica sensazione di complicità, una quiete positiva che attutì il senso d’isolamento e di solitudine, in questo mondo atavico dove neanche la tecnologia del telefono cellulare consente un contatto con il mondo esterno.

La cordata di Ivo Rabanser, Heinz Grill e Stefan Comploi
ConPugnoChiodi-Rabanser__Heinz_Grill_e_Stefan_Comploi-PilastroMassarotto_-1180x776

In cima al Spiz di Lagunàz mi sentii felice, come lo può essere un bambino. Mi riempiva il cuore di gioia e soddisfazione l’aver potuto lasciare una traccia indelebile accanto a quella di figure come Casarotto, Miotto e Bee. Un abbraccio fraterno suggellò quest’ennesima avventura. Insieme a Stefan Comploi, l’arco di questo continuo saliscendi, accarezzando la ruvida roccia delle nostre pallide Dolomiti, si estende oramai per oltre un quarto di secolo. Così come ho percepito mirabile la sintonia con Heinz Grill, scoprendo con piacere un’affinità nelle motivazioni e negli intenti che ci spingono. Il nostro sodalizio si era rivelato efficace, così come l’armonia che ci ha uniti è stata oltremodo piacevole.

Proposi agli amici di intitolare questo percorso a Lorenzo Massarotto, cesellatore di notevoli prime ascensioni, che non si esauriscono in loro stesse, ma si caricano col tempo sempre più di significato, lasciando dietro a se una miriade di tracce, che si uniscono per segnare infine un unico percorso, coerente e lineare. E lo stile del nostro itinerario – portato a termine con un pugno di chiodi – è risultato analogo a quello adottato da Lorenzo nelle sue creazioni. Uno stile senza la pretesa di un’improbabile innovazione, ma che vuole fungere come anello di giunzione tra il passato col presente.

Il pugno di chiodi
ConPugnoChiodi-7307083170_88a96e9024_b

Posted on Lascia un commento

Riflessioni

Riflessioni
di Gian Piero Motti
(pubblicato su Rivista Mensile del CAI, giugno 1971)

II buio ci aveva raggiunti all’inizio del grande anfiteatro dominato dall’elegante parete del Corno Stella, ai piedi della quale era posto il rifugio. Camminavamo in silenzio, aprendo lentamente la nostra traccia nella neve profonda e polverosa: una neve leggera, impalpabile, asciutta come la sabbia del deserto.

Varcando la porta del rifugio, ci lasciammo alle spalle un paesaggio tetro e spettrale, reso ancor più freddo dalla luce biancastra della luna. E noi, al sicuro nel comodo e accogliente rifugio, ci demmo da fare per rendere il nostro soggiorno ancora più confortevole: chi spaccava la legna e ne segava i pezzi per la stufa… chi si dava da fare per disciogliere la neve sul fornello a gas, chi ancora liberava la stufa dalla cenere. La gran parte degli uomini che vivono nelle grandi e piccole città ha perso il gusto sano delle cose semplici: spaccare la legna, accendere un fuoco in un rifugio in una notte d’inverno, starsene seduti attorno alla fiamma a fantasticare.

Eravamo seduti attorno al tavolo e assaporavamo la meravigliosa sensazione di calore e di sicurezza che danno questi istanti. Davanti alla luce un po’ fioca di due candele, non vi era nulla di meglio che gustare lentamente un caldo minestrone fumante.

Il rifugio Bozano e il Corno Stella
Riflessioni-dsc00536

Allora qualcuno di noi introdusse un discorso molto interessante, chiedendosi che razza di uomini dovevamo essere se ancora avevamo il gusto di queste cose, se amavamo isolarci nella grande solitudine della montagna invernale, se ci attiravano il freddo, il silenzio, la neve. Certo, amavamo la natura in tutte le sue espressioni, ma esaminandoci a fondo, non eravamo forse un po’ misantropi, non c’era in noi un forte disadattamento sociale?

Resterei a volte delle ore davanti al fuoco senza dire nulla e pensando a me stesso; vi è nella fiamma qualcosa di pagano e di ingenuamente primitivo che mi ha sempre affascinato. Davanti alla luce della piccola candela fu più facile parlare di se stessi.

Io, risposi, ero ben conscio di non essermi inserito, di non essermi adattato a questa società che non amo. A ventiquattro anni forse non avevo ancora concluso nulla di positivo nella vita: c’è chi realizza se stesso nello studio, nel lavoro… no, nulla di tutto ciò. Ben presto avevo capito che lo studio non mi dava null’altro che una vasta informazione su molte cose del tutto inutili: preferii interrompere l’università e crearmi una cultura per conto mio, leggendo e rileggendo ciò che più mi piaceva e che più ritenevo utile per la mia formazione spirituale. Già, ma in questo modo non ci si crea una posizione… Il lavoro, il futuro, la famiglia, la vita: problemi enormi, dal cui peso sovente mi sentivo schiacciare.

A volte incontravo vecchi compagni di liceo: erano cambiati, diversi da allora; no, forse io sono cambiato molto, non ci intendiamo più. Li guardavo: maxi-cappotto elegantissimo, camicia, cravatta, mocassini con fibbia, una ragazza ancor più elegante sotto braccio. Loro guardavano me, stranamente, forse con una certa diffidenza. Per lo più indosso un paio di blue jeans di velluto e un maglione, non amo la moda. Ma quando sentivo che alcuni di loro si erano già laureati, che altri stavano per sposarsi, che altri ancora avevano trovato ottimi impieghi e raggiunto una solida posizione, sovente mi ponevo la domanda se per caso non fossi stato io a sbagliare tutto, se non sarebbe stato meglio mettere da parte i sogni e gli ideali troppo grandi e discendere un po’ nella realtà.

«E tu, Gian Piero, cosa fai? Non frequenti più Lettere?» «No – rispondevo – non mi dava nulla; vado in montagna e scrivo, cerco di arrangiarmi nell’ambito della montagna».
«Ah, ho capito – aggiungeva con un sorriso sarcastico – la montagna…».

Pezzo di cretino, cosa ne sai tu della montagna, cosa ne sai tu della mia vita, delle mie idee? Certo, tu ti senti a posto, ti senti sicuro, hai raggiunto una posizione, hai il futuro spianato; ma sei proprio sicuro di essere felice, hai tu provato una sola delle sensazioni che io ho provato?

No, non avevo sbagliato tutto, in montagna realizzavo me stesso. Altrimenti mi sarei sentito alienato, spersonalizzato. Ma fino a quando avrei potuto vivere così? La luce della candela si faceva sempre più fioca, gli amici ascoltavano in silenzio. Lo sapevo, un giorno sarei stato solo davanti a questa grande incognita che è la vita, e non sarebbero serviti a nulla tutti i miei sogni, i miei ideali.

Oggi vivi solo se produci, se ti inserisci nel sistema; sei un piccolo ingranaggio di una grande ruota che fa parte di un meccanismo ancora più grande.

Eppure continuavo a scrivere articoli, a compilare guide, monografie, a redarre riviste di montagna, e lo facevo con passione enorme, ricavandone le più grandi soddisfazioni. Ma materialmente, nulla.

Ecco quale dovrebbe essere il mio lavoro: mettere a frutto anni e anni di letture appassionate e vivaci, di pazienti consultazioni di guide, di riviste di ogni nazionalità. Ma tutto ciò sarebbe stato possibile o forse anch’io avrei avuto un momento molto difficile al leopardiano apparir del vero? È una domanda che sovente mi ponevo.

«Hai ragione – disse Piero – siamo veramente dei delusi e dei disadattati. E anche dei presuntuosi».

Certo, sovente pensiamo di provare sensazioni uniche, irripetibili, pensiamo di possedere una sensibilità del tutto particolare, siamo certi di vivere in un modo completamente diverso, ci atteggiamo a ribelli e anarchici. Ma in fondo ad ognuno di noi vi è un fremito di ribellione: ribellarsi a tutte le costrizioni, essere insofferenti a ogni forma di imposizione… Per questo cerchiamo la libertà e la troviamo in montagna: siamo liberi di muoverci nell’infinito, liberi di disporre della nostra vita, liberi di affondare lo sguardo nel cielo libero, non racchiuso fra i grigi tetti delle case.

Gian Piero Motti (a sin), notte in rifugio. Foto: Gian Piero Motti
Gian Piero Motti (a sin), notte in rifugio. Foto: Gian Piero Motti

E io pensavo a Gervasutti, all’ultimo capitolo del suo grande libro, dove seppe esprimere così bene i motivi che lo spingevano all’alpinismo. È vero, nei lunghi e muti colloqui con il sole e con il vento, nella dolcezza un po’ stanca dei tramonti, nelle vibranti e libere corse sulle rocce tormentate, ritrovava la serenità e la tranquillità di spirito perdute nelle lunghe ore monotone trascorse in città. Pensavo alle rare volte in cui, a causa del maltempo, ero costretto a trascorrere la domenica in città: il cinema e poi la passeggiata in via Roma. Vedevo intorno a me una folla anonima, assente, individui e individui catalogati, assimilati, identici. E tutti con lo stesso sguardo, spento, vecchio; anche i giovani. Pensavo ancora a Gervasutti quando, prima di salire da solo al Cervino in inverno, guardava la grande città ai suoi piedi dalla chiesetta dei Cappuccini: laggiù, rinchiusi nel recinto sociale che si erano costruiti sotto il libero cielo, gli uomini gli parvero prigionieri. Lui, solo per un giorno, sarebbe stato libero.

La luna illuminava le montagne attorno al rifugio e la luce penetrava anche dalla finestra.

«Ricordo – disse Vincenzo – le prime avventure in montagna. Allora forse era più bello. Per tutti ci sono stati una valle, un monte, un colle che appartengono ai ricordi più intimi e cari. Ed è quella valle, quel monte, quel colle che ansiosamente andiamo cercando, ma che non ritroveremo più. Il fascino pagano del mistero, dell’arcano, la gioia di percorrere gli ultimi metri per salire a un colle e subito affacciarsi a vedere ciò che vi è al di là; il ricordo di lunghe camminate tra foreste e pascoli, mentre da lontano salivano lo scampanìo delle mandrie, il grido dei pastori e, nel sole di mezzogiorno, le campane del fondovalle… Tutti andiamo in cerca di questo e lo ritroveremo forse un giorno, se avremo la fortuna di ripercorrere le stesse strade e di guardare ancora con gli stessi occhi le grandi montagne al fondo della valle: lontane, come fu un giorno, irraggiungibili».

Mi venne allora in mente Georges Livanos, che a conclusione del suo libro ribadì questi concetti.

Certo un giorno dovrà finire la fase dell’azione intensa, un giorno forse non si avrà più nemmeno la forza per salire a un rifugio e le montagne dovremo guardarle dal basso. Ma ci salverà il loro ricordo. Forse però, aggiungeva Livanos, è facile parlare così, quando ancora attendono pareti fredde e lontane che faranno dono del loro silenzio, della loro luce e del loro cielo.

La stufa lentamente si spegneva; aggiungemmo un bel ceppo e andammo a dormire. L’indomani avremmo salito la parete del Corno, c’era molta neve e forse sarebbe stato difficile…

Da alcuni giorni sono tornato a casa, ho ripreso la mia vita normale. Camminando per le vie della città mi imbatto in una folla festosa; il Natale è prossimo. Ho bisogno di tutto questo, non fosse altro che per ritornare ancora lassù e poi ancora discendere e incontrare per strada uno sguardo, un sorriso. Forse ciò che mi fa amare enormemente la vita è il contrasto delle sensazioni.

Tra le vie della città il cielo appare a strisce: sovente camminando lo interrogo, lo scruto. Qualche cirro va formandosi qua e là, forse il tempo cambierà…

Davanti al rifugio, la sera, la neve era rossa, lucente; camminando il vento la sollevava creando grandi drappeggi rosati, fantastici, evanescenti…

Posted on Lascia un commento

Lo scempio del “parco giochi” boulder

La scorsa primavera su facebook sono circolate immagini tristemente esplicative di come si possa massacrare un bosco in nome di un’attività per nulla impattante come quella del bouldering.

Giustamente Giordano Mazzini ha definito i lavori per il terzo Gramitico “uno scempio perpetrato in Val Daone, la trasformazione di un bosco in un parco giochi per arrampicatori”.

Il Boulder Park è il primo intervento di Valdaonexperience (www.valdaonexperience.it), un piano pluriennale di sviluppo del turismo outdoor in Valle di Daone, per farne un riferimento per quanti amano lo sport nella natura – climbers, trekkers e bikers.
Nell’ambito di questo “progetto di sviluppo” della valle, nella primavera 2016 si è dato il via alla devastazione del bosco, con taglio alberi, spianamenti enormi, pulizia integrale dei sassi con idropulitrice, indicazione degli stessi con numeri e top con puntellamento di targhette metalliche. Ovvio il piazzamento di cartelloni e striscioni sponsor fissi, più il posizionamento di panche e tavoli nell’area.
Hanno praticamente reso irriconoscibile la zona per farla assomigliare a una palestra a cielo aperto.

GraMitico 2014, il boulder meeting in Valle di Daone
Tutto è nato con l’edizione del primo GraMitico, il raduno boulder che si è tenuto in Valle di Daone (TN) il 13 e 14 settembre 2014. Presenti i due grandi campioni Jacky Godoffe e Christian Core, l’evento radunò quasi 200 partecipanti.

L’edizione 2014 di GraMitico
ScempioParcoGiochiBoulder-Gramitico+ValDaone-2014-FotoAngeloDavorio-Daoneclimbing.com

Planetmountain riferì a suo tempo che “il meeting è stato l’occasione per fare conoscere ai tanti appassionati di questa giovane disciplina il nuovo Boulder Park voluto dalla Amministrazione Comunale di Daone in località Plana e realizzato grazie anche al sostegno finanziario della Comunità di Valle delle Giudicarie e del Consorzio Turistico Valle del Chiese.
In quest’angolo di foresta ai piedi della cascata di Lert, infatti, sono stati puliti una trentina di massi, è stato livellato il terreno alla base dei blocchi con trucioli di larice, si sono rimossi ostacoli pericolosi, tracciati sentieri di collegamento tra le diverse aree. Si è lavorato, insomma, per creare un’area attrezzata adatta ai tanti sportivi che solitamente praticano questa disciplina nelle sale boulder urbane e vogliono provare l’emozione di scalare su blocchi in granito; per accogliere le famiglie, anche con bambini; per avvicinare a questa pratica sportiva quanti ne sono affascinati incrementando le presenze turistiche con l’attenzione, però, a ridurne l’impatto sulla natura.

I blocchi di granito, il bosco, i ruscelli che scorrono ai piedi dei massi creano un ambiente di favola, un vero e proprio paradiso, ideale per una vacanza all’insegna dello sport nella natura. Il Boulder Park sarà completato nella prossima primavera con percorsi segnalati che porteranno grandi e piccoli a scoprire passo per passo tecniche, movimenti ed equilibri del muoversi sulla roccia. E, accanto a questi, saranno realizzati anche alcuni servizi come aree sosta, toilette, segnaletica in loco e in avvicinamento, perché l’area si caratterizzi quale punto di incontro e condivisione”.

GraMitico Valdaone 2015
Dal 11 al 12 luglio 2015 la Valle di Daone ha ospitato la seconda edizione di GraMitico, con la partecipazione di più di 400 climbers e la presenza di campioni come Marzio Nardi, Roberto Parisse e Roberta Longo.

L’evento è stato voluto dalla Pro Loco di Daone e dal Comitato Speed Rock in partnership con il Comune di Valdaone, promotore del progetto Valdaonexperience che si propone di “valorizzare” la valle e tutte le numerose attività che offre: “Vorremmo fare scoprire la bellezza del boulder nella natura a chi lo pratica nelle sale delle grandi città facendo scoprire il tocco del granito, l’aria fresca del bosco, la musica delle cascate”. Da qui la nascita del Boulder Park La Plana, in cui sono stati segnalati tre circuiti di blocchi con diverse difficoltà tra cui il Sentiero della Lince per i più piccoli. Negli intenti del progetto si vuole gradualmente creare un’area attrezzata con il doppio obiettivo di facilitare e incrementare la pratica ma allo stesso tempo ridurne l’impatto sulla natura, perciò sono state sistemate le aree di caduta per facilitare la posa dei crashpad ed eliminati gli ostacoli pericolosi in modo da rendere l’area accessibile a boulderisti di tutte le capacità ed età.

Il problema è che, a nostro avviso, quanto i boulderisti che praticano sono davvero rispettosi dell’ambiente, tanto lo spianamento e l’adattamento alle esigenze di sicurezza sono l’esatto contrario.

L’edizione 2015 di Gramitico
ScempioParcoGiochiBoulder-Gramitico+ValDaone2015-ArchScempioParcoGiochiBoulder-Gramitico2015

Primavera 2016: confrontare con la foto sopra per il taglio degli alberi
ScempioParcoGiochiBoulder-Gramitico+ValDaone2016FotoMicheleGuarneri

GraMitico Valdaone 2016
La logica del progetto è ben riassunta in questa pagina:
http://www.valdaonexperience.it/boulder/arrampicata-x/boulder-park-la-plana/gramitico-2016/ in occasione del terzo Gramitico che si è tenuto il 2 e 3 luglio 2016. Ecco alcune affermazioni:

“Hai conosciuto il bouldering nelle sale indoor della tua città? Gramitico è l’occasione di scoprire la magia dell’arrampicata sui massi di granito tra abeti e cascate del nuovo Boulder Park della Foresta di Plana”.

ScempioParcoGiochiBoulder-Gramitico+ValDaone-guida

Il Boulder Park è un vero parco giochi per gli appassionati dell’arrampicata boulder: decine di massi di stupendo granito sono stati puliti, il terreno livellato e liberato da ostacoli, tracciati sentieri nella foresta, segnati percorsi anche per principianti e bambini, arredate aree di sosta”.

E’ stata fatta accurata catalogazione dei massi, tutti di modeste dimensioni, non più alti di 3-4 metri. Attualmente vi sono 14 zone con circa 600 blocchi puliti e ben accessibili: Occhio d’Aquila, Plaz, La Plana, L’occhio del ciclope, Cascata, Curva Lago, Diciotto Dodici, Fiume, Subacqueo, Doss dei Aser, SS, Mr. Nice, Nudole.

Anche la terza edizione dell’evento è stata un successo. Alle 14 del 2 luglio il sole ha fatto finalmente capolino e si è fatto sentire scaldando in poche ore i blocchi del Boulder Park La Plana. Nel primo pomeriggio tutti i boulderisti si sono radunati al boulder park e, crash pad in spalla e magnesite alla mano, hanno iniziato a esplorare l’area e a mettersi alla prova sui sassi di granito che contraddistinguono il territorio.

La giornata è poi proseguita al campo base in località Limes dove gli iscritti a GraMitico hanno decretato i vincitori del contest The Magic Line 2016. Ad aggiudicarsi la vittoria è stato il duo Jenny Lavarda – Riccardo Vencato.

Il boulder meeting GraMitico si è confermato ulteriormente come occasione per avvicinare tutti all’arrampicata su blocchi in un contesto outdoor, spaziando tra top, beginner, no big, family e kids.

ScempioParcoGiochiBoulder-Gramitico+ValDaone-DAONEBoulder

Come viene ben spiegato in http://www.valdaonexperience.it/boulder/arrampicata-x/boulder-park-la-plana/, il Boulder Park la Plana, situato a 12 km da Daone, progressivamente si sta adeguando con lavori di adattamento alle famiglie e ai bambini, oltre che ai boulderisti, con l’obiettivo dichiarato di “incrementare le presenze turistiche con l’attenzione a ridurne l’impatto sulla natura”.

Dunque nuova segnaletica, un’idonea sentieristica, sistemazione della base blocchi così da rendere più facile e sicuro l’utilizzo delle attrezzature e tecniche di assicurazione anche per chi  è uscito poche volte dalle sale indoor o per chi è poco esperto; poi aree sosta, toilette, itinerari di collegamento tra i blocchi, tracciati con diverse difficoltà.

Le reazioni
Su facebook, chi maggiormente si dà da fare per difendere l’operato di ruspe e motoseghe è Angelo Davorio: “Già 10 anni fa la foresta era stata usata per il taglio legname, ma pochi se ne erano accorti… il Trentino vive di vendita legname che si voglia o no, resta cmq una fonte rinnovabile… Bisogna farsi un bel giro nel bosco, se il bosco è lasciato a se stesso fa schifo. Questa foto mi ricorda la prima foto della falesia di Lert alta dopo il taglio legna: i commenti erano “avete fatto un raduno di fuoristrada?“. Bene, dopo 6 anni che nessuno va a scalare là, basta andare a vedere come si è ripreso il bosco…”.

ScempioParcoGiochiBoulder-IMG_3796

Molti, tra i quali anche Stefano Tononi, sostengono che “C’è comunque modo e modo di attingere risorse dal bosco”. E Davorio ribatte: “Certo, ma dubito che la forestale che gestisce i boschi da sempre e conosce il territorio faccia le cose a cazzo… Io mi preoccuperei di più dei lavori da Pieve di Bono a Lardaro località Forti (svincolo Daone) per creare una bretella stradale, lì si che hanno disboscato e verrà sversato cemento a go go, ma in questo caso nessuna lamentela…”.

Ste Mont: “Sì, vabbè, alberi pluricentenari segati anche se ben distanziati, i medi doppi van bene lì dove stanno, un micro clima distrutto; al posto del fresco e ombra nel “bouder park” ci sarà la valle della morte… Sotto l’elefante è successo l’anno scorso e quest’anno… oleeeeeee!”.

Ribatte Davorio: “Dubito sui pluricentenari, nelle due guerre e durante i lavori era tutto pelato soprattutto la zona di Manon…”.

Il dialogo tra i due va poi nella direzione di andare a contare i cerchi dei tronchi, per capire se si tratta di alberi centenari.

Sistemazione a trucioli alla base dei massi
ScempioParcoGiochiBoulder-IMG_3811

Valdo Chilese conferma che altri alberi pluricentenari sono stati abbattuti in quantità, mentre Tommaso Brentari commenta la grandezza dei tronchi abbattuti e parcheggiati ancora in loco.

Stefano Punto a Capo: “Ho visto pure io la situazione, ma cosa vuoi farci è un anno che ne sono a conoscenza. Più di una volta ho espresso il mio parere e detto della condizione di sporcizia della zona causata dai loro cartelli, ecc., ecc.; ma solo belle parole e niente altro, vedrai che quando arriverà il momento in cui salterà fuori il cash per il raduno si attiveranno tutti per far piazza pulita prima dei soldi poi, forse, della merda lasciata lì da un anno a questa parte”.

Giulia Bertoloni: “E’ davvero molto triste, soprattutto nel tanto “ben dipinto” Trentino. Come dice Stefano Tononi ci sono modi e modi di utilizzare la risorsa bosco. Le risorse vanno utilizzate nel modo corretto e rispettoso dei microambienti e macro ambienti. Di sicuro questo scempio è stato fatto senza tenere conto di queste peculiarità dell’ambiente boschivo. Ehi, ma siamo in Italia, dove gli inceneritori vengono definiti ecologici! Povera Plana”.

ScempioParcoGiochiBoulder-IMG_3866

Manuele Gecchele: “Da conoscitore del mondo forestale e agricolo posso confermare che ormai gli alberi sono quasi oro e prima di effettuare dei tagli sono effettuate parecchie valutazioni… Soprattutto per zone particolari come la Val Daone… Supporto pure io il “non radere al suolo il bosco”, ma una corretta gestione della zona porta solo benefici… Ovviamente il tutto va sempre e comunque fatto nel rispetto della natura e dei suoi abitanti (che non siamo noi). A volte basterebbe piantarne tre di piccoli al posto di uno anziano… Come fanno in Svezia…”.

Ribatte Stefano Punto a Capo: “Quindi il fatto che io oggi passando ho trovato una plana disastrata, dove ci sono resti di rami, striscioni, sentieri impraticabili, e uno spiazzo che a voler vedere è pari al parcheggio delle auto disboscato… è stato frutto di parecchie valutazioni??? Io credo che le valutazioni siano state fatte più sul denaro che sulla salvaguardia del territorio. Il fatto che questa non sia casa nostra, non sia territorio nostro è un grosso errore perché io sono italiano e ho tutto il diritto di dimostrare il mio disappunto. Spero solo che quest’anno tutti i vari gruppi assidui frequentatori della valle si uniscano per cercare di trovare una soluzione accettabile e basta con questa è casa nostra e decidiamo noi”.

Per Valdo Chilese “la verità è che più lavori fanno più soldi prendono e del risultato non gliene sbatte un fico secco, anzi! L’importante è fatturare. Si tratti di alberi, roccia o acqua. La Plana oggi è lo specchio di questo modo di agire. Quando poi il sindaco dice che la valle è loro e che ne fanno quel che vogliono… beh, si commenta da sé il livello di culturale dell’amministrazione comunale”.

Tommaso Brentari: “Comunque sì, hanno esagerato… irriconoscibile…”.

ScempioParcoGiochiBoulder-WhatsApp-Image-20160629 (10)

Giordano Mazzini: “Chi pulisce blocchi è molto rispettoso, c’è una forte etica.
Semplicemente, con fondi pubblici, certi personaggi hanno convinto l’amministrazione che bisogna avvicinare l’arrampicata in ambiente a quella in palestra, per attrarre gente.
Hanno completamente pulito con idropulitrice i blocchi, piazzato piastrine con i numeri sui blocchi, installato segnaletica, panche, tavoli, riempito di cartelloni degli sponsor e, cosa peggiore, disboscato ampiamente e senza logica per l’arrampicata (le foto mostrano una striscia 10×30 m di disboscamento). Non è più un bosco in una zona wilderness, ora è solo un parco giochi. Tutto ciò allontanerà gli arrampicatori, oltre a farli incazzare
”.

Pi Oelle fa una battuta: “Andiamo a farci i rave… ora che c’è spazio!”.

Alessandro Solero: “Non sono dell’ambiente boulderismo (quindi non so il vostro pensiero) però non mi sembra una cosa così grave…

Giordano Mazzini: “Lo è… Il bouldering è tra le attività meno impattanti in assoluto e chi dedica il proprio tempo per sé e per gli altri a pulire blocchi e aree mai farebbe una cosa del genere.
Qui stanno rovinando un luogo che è frequentato solamente da arrampicatori. Stanno spillando dei soldi per lo “sviluppo” di una zona che alla fine si ritroverà senza affluenza proprio per i lavori che stanno compiendo
”.

Alberto Ziggiotto: “Sono stato anch’io ieri, c’è stato molto sarcasmo e disprezzo da parte di tutti per i lavori svolti. A parole si scherzava ma in realtà ci faceva veramente schifo. Spero che dopo tre anni di questa politica siano arrivati un po’ di soldi di turisti boulderisti in più in valle. Se no, magari, sarebbe meglio cambiare politica”.

Più lapidari sono Serena Solai (“Sono sconcertata… uno schifo”), Alessio Conz (“Quando nel West iniziano a costruire ferrovie i pionieri si spostano”) e Andrea Gennari Daneri (“Una graMitica puttanata”).

Posted on Lascia un commento

CAI ed elicotteri

Per il mese di agosto 2016 il Comune di Ollomont, in collaborazione con le Guide di Valpelline, ha organizzato in sintonia con il CAI di Chiavari una gita in elicottero al Rifugio Franco Chiarella all’Amianthe, base per le ascensioni al Grand Combin.

Credo che iniziative di questo tipo, che impattano così profondamente sui principi etici del CAI (in barba al Nuovo Bidecalogo della stessa associazione), dovrebbero sollevare un confronto immediato tra i soci e l’associazione e non realizzarsi così alla chetichella.

Alberto Conserva (da facebook, 10 luglio 2016): “Personalmente, avendo frequentato la valle di Ollomont per tantissimi anni, avendo potuto usufruire della squisita accoglienza dei soci del CAI di Chiavari, durante l’ ascensione al Grand Combin e in molte altre circostanze, non riesco ancora a credere che la nostra associazione possa prestarsi a un’operazione promozionale dell’uso dell’elicottero in montagna. Sono profondamente sdegnato”.

La gita in elicottero in questione è chiaramente proposta nero su bianco in questo comunicato, nonché sul sito ufficiale del turismo in Valle d’Aosta http://www.lovevda.it

La manifestazione ha titolo L’anima del rifugio: Festa e musica in alta quota nell’incanto del Rifugio Amianthe, e si svolgerà il 4 e il 5 agosto 2016.

A sottolineare che evidentemente per gli organizzatori la sola alta montagna e lo splendido isolamento di questo angolo di Alpi Pennine non bastano a raccogliere partecipanti, eccoli affannarsi per dare al pubblico new attractions, per ridurre alle regola da luna park anche i più meravigliosi momenti di vita.

Viene in mente il pezzo What use? inserito nell’album Half Mute (1980) della band americana Tuxedomoon… “Give me new noise – give me new affection – strange new toys – from another world”.

Una new attraction può essere qualificato il peraltro bellissimo Concerto Divertissement de Mozart: il Kreamuze Clarinet Quartet, composto da Peter Himpe, Yanou Vanermen, Els Van Rillaer e Simon Himpe, suonerà al tramonto per i  convenuti al Rifugio Amianthe, a 2979 m.

In più la Compagnia delle Guide di Valpelline ha deciso di celebrare l’annuale festa delle guide proprio in quell’occasione che, come lo stesso comunicato stampa sottolinea, è o dovrebbe essere “un evento straordinario, una giornata di festa e di celebrazione della vita e del lavoro nei rifugi alpini”. Per il 5 agosto, in compagnia delle guide alpine, chi lo desidera può salire in vetta alla Tête Blanche 3413 m.
Altra gradita attraction sarà di certo il pranzo a base di piatti tradizionali e prodotti della cucina ligure a cura dei gestori della Sezione CAI di Chiavari.

CAIedElicotteri-Amiante-65776

Peccato dunque che, “per l’eccezionalità dell’evento” siano stati organizzati voli speciali con gli elicotteri della ditta Pellissier il giorno 5 agosto “per dare a tutti l’opportunità di salire in alta quota e di gioire di un evento cosi emozionante”. Prezzi davvero popolari: per ogni passeggero 40 euro solo salita, 85 euro andata e ritorno.

La festa delle guide, organizzata in un luogo così remoto e solitario (ricordiamo che le ore di cammino sono circa quattro da Glacier, Ollomont) non doveva essere banalizzata in questo modo.

Non c’è neppure la scusa di favorire il gestore con una maggior frequentazione: infatti il rifugio è autogestito dai soci del CAI di Chiavari, che a turno provvedono al servizio nei mesi estivi, non certo quindi professionalmente.
Marco Lanata, presidente CAI Chiavari, ha scritto (su facebook): “Faccio presente che questa sezione non ha organizzato alcunché, si è resa disponibile – in qualità di gestore del rifugio – a dare adeguata assistenza logistica alla manifestazione organizzata dal Comune di Ollomont per valorizzare le “terre alte”. Con l’occasione faccio presente che questa Sezione intende collaborare attivamente con gli Enti Locali, cui compete la gestione del territorio, e/o con altri Enti o
Associazioni per migliorare l’ offerta escursionistica/alpinistica della Valle. Considerata la favorevole esperienza dello scorso anno, anticipo che anche per quest’anno è prevista al rifugio una festa con le Guide della Valpelline, cui questa sezione darà adeguata collaborazione“.
In sostanza, la sezione del CAI di Chiavari vorrebbe prendere le distanze dall’organizzazione ma sbaglia le misure, perché ben si guarda dall’ammettere che, se voli d’elicottero ci saranno, sarà anche per la sua fedele acquiescenza agli Enti locali, direi remissiva obbedienza: una risposta che ben traduce lo spirito di quel Club Alpino che nessuno dovrebbe volere.
Ci auguriamo che qualcuno riveda queste decisioni, se non altro per rispettare la volontà della maggioranza dei soci del Club Alpino Italiano, chiaramente espressa nel Nuovo Bidecalogo.

Gae Valle (da facebook, 10 luglio 2016): “Purtroppo non è un caso isolato. Le varie feste dell’alpe sono promosse e hanno successo, perché alla gente interessa provare “l’emozione” del volo e non vivere la cultura della montagna. Operatori turistici, guide, CAI e associazioni varie, sostenute dai media locali e nazionali, promuovono la cultura urbana, il divertimento dei luna park, facili e redditizie attrattive. In Valsesia, nonostante sia Parco Naturale… gli elicotteri girano e come girano!“.