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L’unico, il vero, il solo fortissimo

Carlo Crovella, Istruttore della Scuola di scialpinismo SUCAI Torino e socio del GISM, ha recentemente elaborato un documento (in formato PDF) intitolato: “L’unico, il vero, il solo fortissimo”, dedicato a Giusto Gervasutti, nell’anniversario dei 70 anni della scomparsa del grande alpinista.

In tale PDF Crovella ha fatto confluire sia gli articoli già da lui pubblicati nel recente passato, sia i suoi scritti derivanti da ricerche su documentazione inedita dello stesso Gervasutti. Il personaggio Gervasutti viene analizzato anche nei risvolti meno noti, come la quotidianità cittadina con i relativi aspetti materiali e psicologici. Il PDF (che contiene, oltre ai testi, anche numerose foto e diversi reperti dello stesso Gervasutti, in gran parte inediti) è stato inserito da Crovella nella sua collana  “Quaderni di Montagna”, che comprende documenti di cultura alpina a distribuzione gratuita.

Per ottenere il PDF su Gervasutti è sufficiente inviare singole mail di richiesta all’indirizzo crovella.quadernidimontagna@gmail.com, specificando nell’oggetto GERVASUTTI e segnalando nel testo il proprio NOME e COGNOME, seguiti dall’indicazione GOGNA BLOG. L’autore provvederà ad inviare via mail il PDF a fronte di ogni richiesta pervenuta, oltre a rispondere agli eventuali quesiti.

Riportiamo qui di sotto due brani estratti dalla monografia, assai diversi tra loro, ricordando che un terzo brano, L’analisi dell’attività alpinistica “di punta” (1931-‘46), è già stato da noi pubblicato il 25 maggio 2016 con il titolo Giusto Gervasutti a settant’anni dalla scomparsa.

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La spiritualità di Gervasutti
di Carlo Crovella
(da L’unico, il vero, il solo fortissimo)

Se non fosse per la frase conclusiva del suo libro Scalate nelle Alpi (“osa, osa sempre e sarai simile ad un dio!”), negli scritti e negli appunti di Giusto Gervasutti ci si imbatte raramente nel termine “Dio”. Non a caso, nella frase citata, il termine è in minuscolo perché non fa riferimento alla divinità cristiana. Neppure dai suoi amici giungono elementi che illuminano sul tema.

La prima sensazione è quindi di una posizione agnostica, se non addirittura atea, ma non apertamente sbandierata, anche per l’imperante contesto storico-politico, in cui non era facile proclamarsi “non religioso”. La conclusione lascia interdetti, perché l’idea di un uomo con una tale vulcanica propensione all’attivismo stride se viene associata ad una visione che “nega” un’esistenza superiore. Infatti il “ricongiungimento” con tale entità si presenta, in genere, come la causa e l’obiettivo dell’attivismo in terra.

In realtà, analizzando più profondamente i pensieri e gli scritti di Gervasutti, emerge una visione che potremmo definire “panteista”, di immersione nella Natura, di cui le montagne sono ambasciatrici elette: Dio, anziché esser nel Regno dei Cieli, è nelle rocce e nei canaloni, è nei fiorellini di campo, ma è anche nelle più tremende tempeste.

In alcuni pensieri di Giusto, amorevolmente ricostruiti da Andrea Filippi e da lui pubblicati su Scàndere 1952 (Annuario del CAI Torino), si legge questa riflessione di Giusto:
“… Invece ciascuna montagna ha una personalità ben definita che suscita in noi emozioni e sensazioni diverse… Naturalmente la personalità di una montagna non è definita da una sola caratteristica, e cioè dall’esser di ghiaccio o di roccia, di granito o di dolomia, ma da un vasto complesso di tutte quelle caratteristiche speciali che determinano nell’alpinista l’intimo piacere di scalare le montagne e che sono la qualità della roccia e la forma della montagna, la pendenza delle sue pareti di ghiaccio e la sua dislocazione, le altre montagne che la circondano e quindi le sue possibilità panoramiche, e tante altre cose che sarebbe troppo difficile elencare…”

Ma non vi è soltanto passiva compartecipazione dell’uomo, quale umile spettatore della “divina” Natura. Scrive ancora Giusto (sempre su Scàndere ’52, grazie ad Andrea Filippi): “L’uomo ha bisogno di riconoscersi e, per riconoscersi, necessita di un ostacolo da vincere o da abbattere… L’uomo desidera vivere. Ma per poter vivere deve mettersi contro la morte ed uscirne vincitore. Quando addirittura non senta il desiderio di poter morire.”

Frasi come quest’ultima hanno alimentato, specie negli anni ’70, l’interpretazione psicologica di Gervasutti come un individuo “nevrotico”, intendendo con tale termine “ossessivamente incentrato su un pensiero fisso”. In effetti Giusto anticipa chiaramente le “nevrosi” dell’alpinismo contemporaneo. Tuttavia più che la morte in quanto tale, a mio parere il suo pensiero fisso è “l’azione esasperata”. Inoltre si può osservare che Giusto, pur senza essere un convinto aderente al regime, si inserisce nel solco dell’ideologia dominante in quel frangente storico. Un’ideologia che, seppur scevra in lui da risvolti politici, fa profondo riferimento alle tematiche del romanticismo tedesco, alla “lotta” titanica con gli elementi naturali, alla necessità di esprimere concretamente la propria “potenza” come fine e viatico stesso dell’esistenza.

Il sottostante pensiero è tratto dalle agendine di Gervasutti (Arch. Filippi): “Tutto deve ridursi all’esplicazione della propria volontà di potenza.”
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Ulteriormente illuminante un altro pensiero, sempre tratto dalle agendine di Giusto (Arch. Filippi): “È l’azione intesa come arte, cioè l’azione inutile soddisfacente soltanto il senso estetico e personale dell’io, anche come potenza. Una potenza senz’atti, senza regni, basata sul campo dello spirito.”

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Però in Gervasutti non vi è soltanto il gusto esagerato per l’azione: infatti fra le pieghe delle sue pagine si trovano anche venature romantiche nel risvolto più emotivo del termine. Scrive Giusto (Scàndere ’52): “La fase preparatoria di una salita è quella del sogno… Poi si parte all’attacco e, dopo dura lotta, si riesce a vincere… Ed io ho sognato, combattuto e vinto… Il sogno si è fatto realtà.”

Completando il cerchio di questa sintetica analisi psicologica di Gervasutti, torna utile un altro suo pensiero (Scàndere ’52): “Avete mai assistito ad un tramonto in una giornata di vento?… Le montagne lontane sembrano avvicinate dalla limpidità dell’atmosfera. Qualche sottile nube allungata raccoglie ancora la luce del sole già scomparso. Il cielo dall’azzurro più cupo diventa quasi verde, rivela profondità impensate che si riflettono nell’animo… E l’animo si scuote e l’uomo vorrebbe innalzarsi simile ad un Dio (una delle pochissime altre citazioni del termine, ndr.). Una fiamma sacra si accende nel petto, vorresti compiere cose mai viste, vorresti rubare la luce del divino artefice e misurarti con Lui… poi, mano a mano che l’oscurità sale dalle valli a sommergere tutto, la tua eccitazione si placa, una profonda melanconia ti invade e rientri in te stesso. Le tue miserie ti affannano, il tuo corpo diventa creta pesante. Una grande pietà per te, per i tuoi simili, per tutto il genere umano che si affanna, combatte, soffre, muore, senza perché.”

Giusto Gervasutti, col suo usuale “cappellaccio”, alla Parete dei Militi, Valle Stretta, 1941 (Arch. Area Documentazione Museo Nazionale della Montagna)
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Ancora una volta il classico schema del romanticismo: 1) sogno di “elevarsi” verso la natura divina; 2) azione per esplicitare la propria potenza; 3) inutilità della lotta e della sofferenza; 4) malinconia per il ritorno alle miserie della quotidianità.

Giusto conclude così i suoi pensieri: “E vorresti restare lassù contento che i fiorellini di rupe ti circondino a festa in primavera e le tormente ti vengano a salutare d’inverno.”

La montagna assume il ruolo privilegiato di intima compenetrazione fra uomo e Natura. Perdersi nella Natura (attraverso l’andar in montagna) diventa quindi perdersi nell’infinito e nel divino, cioè perdersi nell’infinita natura del divino: romantico e panteista, ecco com’era Gervasutti.

Giusto Gervasutti giovanissimo (Arch. Filippi)
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Due annotazioni complementari: come già rilevato (E. Camanni – D. Ribola – P. Spirito, La Stagione degli Eroi, pag. 130, Collana I Licheni, Vivalda Editori, Torino, 1994), Giusto era un creativo e ciò, psicanaliticamente, viene collegato a problematiche con la figura materna. Può anche essere che l’enorme importanza, agli occhi di Giusto, della “sfida” (alpinistica, ma non solo) sia un modo per dimostrare sistematicamente di essere ad un’altezza tale da meritare l’approvazione e l’amore materno. Infine, amici di origine friulana mi hanno segnalato che l’ “eclettisimo” e la “vulcanicità” sono caratteristiche endemiche della loro etnia, che spesso ha una ricorrente spinta interiore al “cambiamento”, come fosse un cambiamento fine a se stesso: anche l’arrivo di Giusto a Torino, senza una esplicitata motivazione, potrebbe rientrare in questo filone, destinato poi a ripresentarsi, accentuandosi, negli anni successivi (nei più svariati frangenti dell’esistenza, dall’ambito professionale alla montagna, alle frequentazioni personali).

Gervasutti e le donne
di Carlo Crovella
(da L’unico, il vero, il solo fortissimo)
L’aura di mistero che avvolge la vita di Gervasutti, s’infittisce ancor di più sul tema “donne”. Poco o nulla si sa e pochissimo trapela dai resoconti dei suoi amici e compagni di cordata, come se tutti costoro volessero mantenere un rigoroso “rispetto” della privacy di Giusto. Il principale accenno è quello riportato da Renato Chabod che ha raccontato il gelido atteggiamento di Giusto nei confronti della gentildonna straniera salita (a piedi!) al Rifugio Torino per incontrarlo (estate del ’34). La sconsolata fuggì, “disperata e offesa”.

Sempre dalla fonte Chabod si sa che, nelle loro confidenze fra amici, lui aveva chiesto a Giusto se gli fosse capitato di pensare al matrimonio, magari impreziosito da un erede: pare che la risposta di Gervasutti sia stata più o meno del tipo: “…Sì, prima o poi non lo escludo, ma ora sono concentrato sull’attività alpinistica e ci penserò solo quando il fisico mi costringerà, in montagna, a più miti obiettivi.”

L’episodio della straniera “rifiutata” e la generale omertà sul tema “donne”, hanno innescato la leggenda di un Gervasutti misogeno, cioè di un eroe concentrato solo sull’azione alpinistica, talmente preso dalla sua passione da risultare incapace di viverne altre. Forse, un po’ malignamente, si è spesso sottinteso un uomo un po’ impacciato nel trattare con le signore, proprio perché abituato solo ai rudi appicchi delle pareti.

In realtà traspare fra le righe di alcuni suoi coetanei (Chabod, ma anche Massimo Mila) che non solo Gervasutti aveva una intensa vita sociale cittadina, poiché appunto frequentava i salotti torinesi, ma che in tali contesti flirtava amabilmente con le signore, sapendo destreggiarsi in quelle conversazioni con la stessa padronanza che lo caratterizzava sul VI grado.

Non c’è da stupirsi: era un bellissimo uomo, affascinante, colto, aggraziato e circondato dall’aura dell’eroe.

Antonella Filippi riporta che il padre Andrea raccontava che quando Gervasutti entrava in un qualsiasi rifugio, a maggior ragione se reduce da qualche “impresa”, tutte le donne si giravano a guardarlo estasiate.

Di più non si sa: ci sono state donne davvero importanti nella vita di Giusto?

Renzo Stradella, che partecipò al funerale di Gervasutti, ricorda che in quella occasione era presente anche una giovane donna in lacrime, disperata. Ma Renzo non l’aveva mai vista e, soprattutto, non la rivide più, per cui non si riesce a risalire all’identità.

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Nell’Archivio Filippi vi è un foglio, dai bordi strappati, dove Giusto ha riportato le attività giornaliere di un periodo di circa 5 settimane di vacanza o, quanto meno, di interruzione professionale. La prima settimana termina con il giorno 30: non può che trattarsi di un periodo o di fine giugno-luglio o di fine aprile-maggio o di fine settembre-ottobre. Il tipo di attività dovrebbe invece escludere l’ipotesi fine novembre-dicembre. Per identificare l’anno, ricostruendo le combinazioni con i rispettivi giorni della settimana, si giunge a queste conclusioni. Fine giugno-luglio: 1931, 1936, 1942. Fine aprile-maggio: 1935, 1940, 1946. Fine settembre-ottobre: 1941. Del terzetto di annate estive, escludiamo il ’36 (il 23-24 luglio, Giusto era sulla Nord-ovest dell’Ailefroide) ed anche il ’42 (Giusto si dirige verso la Est delle Jorasses ad inizio agosto, ma “di ritorno dalle Dolomiti”). Resta quindi il 1931: risulta che Giusto sia partito con Lupotto per Chamonix (Aiguille Verte-Grépon-Dru), “dopo un lungo allenamento primaverile domenicale nelle prealpi e nelle Valli di Lanzo”: non sembra coincidere “perfettamente”. Potrebbe allora trattarsi di un periodo di fine aprile-maggio: Gervasutti ha alternato singole gite, a questo punto sciistiche (Orsiera, Punta Maria, Punta Gnifetti), con piccole villeggiature (Val d’Aosta, Champorcher). In alcune altre giornate, si presume cittadine, si trova scritto “corse dei cavalli” (?!). Infine altre giornate sono trascorse in piscina. Accanto a queste due attività, è spesso riportata l’annotazione “Gabetti”. Normalmente un uomo tende ad utilizzare il cognome per indicare un altro soggetto di genere maschile. Ma intriga l’idea che possa trattarsi, invece, di una Signorina Gabetti, nuotatrice e appassionata di ippica! Allo stato attuale non si sa di più.

Fra le foto di Gervasutti, conservate da Andrea Filippi, si trovano spesso immagini invernali con gli sci. A volte le fotografie riprendono graziose fanciulle, spesso in gruppetti di due o tre. Ma in alcuni casi vi è una sola protagonista, con un graziosissimo visino che sembra una fragola.

Il mistero permane, anzi si infittisce.

Infine fra le carte di Giusto ci si imbatte nel testo di una poesia, intitolata Febbre.

È dattiloscritta, il che non permette di “spacciarla” tout-court come opera originale elaborata dalla stesso Giusto: potrebbe essere un appunto, forse un ricordo, un regalo simbolico… Oppure semplicemente un testo ripreso da qualche fonte… Certo è una poesia profondamente intrisa di sensualità, con un taglio dannunziano (anche se la fattura si rivela artigianale) e tutto ciò colpisce, specie se la si confronta con l’immagine iconoclasta del “Gervasutti sestogradista che vive solo per le Montagne”! Il tutto inserito nel contesto degli anni ’30!

Poco importa, per noi, che la poesia sia stata scritta di pugno da Giusto o ripresa da altre fonti: il fatto che tale poesia si trovi fra le sue carte induce a pensare che, psicologicamente, fosse un qualcosa di “suo”. Si presenta quindi come la punta di un iceberg… purtroppo non si riesce a scoprire di più circa il mistero sottostante.

Questo non per curiosità pruriginosa, ma per completezza di conoscenza del grande personaggio. Di lui sappiamo come arrampicava, quanto si allenava, quali progetti alpinistici aleggiavano nella sua testa. Sappiamo anche che, in pubblico, era sereno d’animo e tendenzialmente ottimista (anche se profondamente malinconico in privato), che non aveva remore a partecipare, in rifugio, alle tavolate con gli allievi della Scuola Boccalatte ed anche con gli adolescenti della G.I.L..

La misteriosa sciatrice dal viso che ricorda una fragolina. Foto: Giusto Gervasutti (Arch. Filippi)
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Gita sciistica in piacevole compagnia (Arch. Filippi)
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Sono stato a lungo incerto se riportare questo testo, così “personale”, perché avevo l’impressione di violare una stanza segreta. Ma alla fine è pravalsa l’idea che per conoscere completamente il personaggio anche i risvolti meno alpinistici possono rivelarsi determinanti. Nonostante questi squarci di luce, resta un mistero davvero fitto sulle sue pulsioni più profonde, sui sentimenti e sulle passioni più “umane”.

Gervasutti eroe e grande alpinista era però anche un uomo. Probabilmente è anche in questo mistero che affondano le radici del mito che circonda Giusto Gervasutti. Un mito inossidabile a settant’anni di distanza.

Febbre
Vieni. Stanotte voglio, nel delirio
d’un rimanente anelito d’amor,
fra le tue braccia spegnere il martirio
del crocifisso palpitare del cor.
Non temer. Io saprò nell’incarnato
del corpo tuo, concupiscente stelo
pervaso d’un profumo di peccato,
le molli spire attorciliar d’un velo.
E sentirsi così, sogno d’un’ora
felicità d’un attimo che langue
nella divina musica sonora
dello scrosciante spasimo del sangue.
Oh come allora, Donna, ridarelli,
gli occhi tuoi neri sotto le palpebre
nella cornice aerata di capelli,
fiammeggeranno accesi dalla FEBBRE !!!
Mentre, dischiuso calice d’un fiore,
la bocca tua scarlatta che mi bacia,
verserebbe di novello un grato odore
di verbena, di mammola e d’acacia.

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