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Altro che fragoline del bosco!

Festa per il 75° della Scuola di Alpinismo Giorgio Graffer
Il 27 settembre, al rifugio Graffer nel gruppo delle Dolomiti di Brenta, si è festeggiato il 75° della Scuola di Alpinismo Giorgio Graffer. Presenti moltissimi alpinisti, circa 250. E’ stato ripercorso il lungo cammino della scuola, con le testimonianze dell’attuale direttore, Mauro Loss e dei direttori del passato ancora viventi, tra i quali Mauro Degasperi e Marco Furlani. Presente anche uno dei primi direttori, il mitico Cesare Maestri, assediato dagli anni ma ancora in grado di appassionarci tutti.

Giorgio Graffer
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Ma tanti altri nomi hanno diretto la scuola o qualcuno dei suoi corsi: Bruno Detassis, Marino Stenico, Bepi De Francesch, gli accademici Marco Franceschini, Guido Ridi, Diego Baratieri, Edoardo Covi, Dario Sebastiani.

Ovviamente anche Renzo Zambaldi è stato ricordato, per il così tanto tempo da lui dedicato a questa Scuola che, in un impeto di entusiasmo, Marco Furlani ha definito “la migliore del mondo” (altro che raccogliere “fragoline nel bosco”)!

A impreziosire l’incontro è stato chiamato il Coro Stella del Cornet, che ha eseguito pezzi accurati ed emotivi tra una testimonianza e l’altra.

Uno degli interventi più incisivi è stato quello di Riccardo Decarli, che ha rievocato la figura di Giorgio Graffer.

 

Altro che fragoline del bosco!
di Riccardo Decarli

Nella mia attività di bibliotecario della SAT sono arrivato a raccogliere parecchio materiale sulla vita di Giorgio Graffer, che poi ho raccolto e pubblicato nel 2010 (e per conto della SAT) in un libro intitolato Vita spericolata di Giorgio Graffer. Oggi non posso raccontare le oltre 400 pagine che costituiscono il libro. Però posso provare a riferire almeno alcuni degli episodi più salienti della vita di Giorgio. Chi fosse poi interessato a maggiori particolari può sempre acquistare il libro che è in vendita presso la SAT.

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Giorgio Graffer nasce a Trento il 14 maggio 1912. La sua è una famiglia numerosa. Abitano nell’antico quartiere di Piedicastello. Il padre, Giovanni, fornisce la carne all’esercito austro-ungarico; la madre, Luigia, è una donna dal carattere molto forte. Poi c’è una lunga fila di fratelli e sorelle. Giovanni è il primogenito (più noto come Nino), quello che in seguito si dedicherà allo sviluppo degli impianti a fune. E’ del 1935 la costruzione del primo impianto di risalita in Italia (il famoso «Slitòn» del Montesèl, sul Monte Bondone, una slitta con gli sciatori a bordo trainata a fune da un verricello su per il pendio). Francesco, forse quello meno noto, farà una grande carriera in Marina, diventandone Ufficiale. Avrà anche un ruolo nella fuga del Re, dopo l’8 settembre 1943. Poi c’è Emma, che sposerà il grande alpinista trentino Matteo Armani. All’epoca l’alpinismo della nostra città era una grande famiglia, tutti si conoscevano ed erano inevitabili fidanzamenti e matrimoni. Emma ebbe una vita lunghissima, è morta centenaria solo cinque anni fa. La più famosa Rita, grande rocciatrice, spesso in cordata con i fratelli Giorgio e Paolo; quest’ultimo, anch’egli diventato accademico del CAI. E infine Renzo, che diventerà negli anni ’80 presidente della SAT.

Giorgio, assieme a questi fratelli, inizia ad arrampicare già da piccolo sul Doss Trento. Non hanno corde né alcuna nozione di manovre e di sicurezza. Tanto che Rita in età avanzata, pur avendo all’attivo una serie lunghissima di grandi imprese, ricordava quelle scalate sul Doss Trento come le più pericolose ed estreme mai fatte.

Giorgio Graffer si rilassa su un trampolino
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Giorgio saliva sul Doss Trento già all’età di sei-sette anni, come pure iniziava già a sciare. Quando acquisisce un po’ di dimestichezza, si cimenta subito con le prime competizioni, senza fare grandi distinzioni di specialità. Vince quasi tutte le gare cui partecipa, battendo anche sciatori ben più esperti e maturi di lui. Un vero campioncino. Più o meno a quell’epoca comincia a frequentare anche la montagna. All’età di 14 anni si iscrive alla SOSAT, ma in realtà frequenta di più i ragazzi della SUSAT. A quell’età sale di già la Normale del Campanile Basso. Nel 1926 questa salita era di tutto rispetto, vero e proprio banco di prova per gli alpinisti che “si rispettino”. Nella SUSAT diventa amico di Pino Prati, l’autore della prima guida alpinistica del Brenta, ma anche conosce Renzo Videsott. Quest’ultimo forse è più noto perché “padre” del Parco Nazionale del Gran Paradiso, nonché “salvatore” dello stambecco alpino, ma in realtà era anche un sestogradista di tutto rispetto. Con questi due amici il nostro Giorgio si lega ripetutamente e, sempre alla stessa giovane età, con loro e altri effettua il 19 agosto 1926 la salita di una cima inviolata del Brenta, la Punta Mezzena.

Il famoso salto di Giorgio Graffer
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Elencare la cinquantina di prime di Giorgio Graffer non è il caso, ma vale la pena di citare, del 1927 e con Videsott, la parete sud del Campanile Alto. Nel 1929, reduce dalla sua salita solitaria della parete nord della Torre Coldai, con Videsott e Domenico Rudatis sale la cresta nord del Civetta per via diretta; ancora, nello stesso anno, con Silvio Agostini, la guida nota per aver abitualmente accompagnato il Re Leopoldo del Belgio, sale il Camino ovest del Croz del Rifugio e la parete nord-est di Cima Ceda Orientale. Con Ettore Filippi sale anche il Campanile Teresa (Civetta), dedicato alla cuoca del rifugio Tosa che gli riservava portate particolarmente abbondanti.

Nel 1930, con Cornelio Fedrizzi, altro grande dell’alpinismo trentino, sale lo spigolo sud della Brenta Alta. Nel 1931 si diploma ragioniere e si arruola nell’Aeronautica Militare, cioè nella Regia Accademia aeronautica di Caserta. Il trasferimento lo fa entrare in un mondo completamente diverso, dal “piccolo” Trentino. Le lettere che Giorgio scrive alla madre sono descrittive di questo importante passaggio della sua vita. In Accademia non ha tante occasioni di allenarsi specificamente per l’arrampicata. Ho avuto la fortuna di conoscere e di intervistare un suo compagno di stanza, il generale Oreste Genta. L’ho incontrato a Roma quando questi aveva più di cento anni. Il generale ricordava bene lo stupore di tutti nel vedere quel ragazzo che scalava sulle pareti della Reggia di Caserta: perché tutti pensavano che fosse molto più pericoloso quell’esercizio che non il volare con i precari biplani in dotazione agli allievi. Quindi niente arrampicata vera, però pratica molti degli sport dell’Accademia, in particolare la pallavolo e il salto con l’asta in cui eccelle.

Lo Spallone del campanile Basso. In blu, la via Graffer-Miotto. In rosso, il diedro Fehrmann
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Va quindi considerato che tutto l’alpinismo di Graffer viene praticato, senza allenamento specifico, solo durante le licenze. Passava da Trento, salutava in fretta e furia mamma e fratelli e correva in Brenta, le montagne più amate e vicine.

Ciò nonostante, nel 1933, viene nominato Accademico del CAI. E’ il più giovane di tutti. Eppure, con tutte queste qualità, e aggiungendo la sua bella presenza, fisico atletico, capelli biondi e occhi azzurri, e la nomina a ufficiale pilota dopo il termine dell’Accademia, Graffer non si monta la testa. Rimane la persona semplice e di ottimo carattere che era sempre stato. Non dimentichiamo che all’epoca, in pieno regime fascista, la figura dell’ufficiale pilota era accostata a quella del superuomo. Ebbene, nelle lettere scritte alla mamma, riusciamo anche a sapere delle sue letture. In una le dice di aver appena finito di leggere Niente di nuovo sul fronte occidentale, di Erich Maria Remarque, una lettura quasi da pacifista, tutt’altro che da guerriero.

Fiat C.R. 42
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Lungi dall’essere una contraddizione, questo particolare ci informa della sua semplicità, così lontana dall’essere un “sempliciotto”. Nei suoi viaggi rivela anche il suo interesse per il teatro, fa per esempio dei commenti tutt’altro che scontati sulle rappresentazioni di De Filippo.

Tornando all’alpinismo, il 24 agosto 1933 c’è la famosa salita dello spigolo nord-est del Campanile Basso con la sorella Rita. Nello stesso anno con Cornelio Fedrizzi sale a tempo di record la Solleder-Lettenbauer al Civetta. Nell’agosto 1934, e sempre al Campanile Basso, sale lo spigolo sud-ovest dello Spallone con Antonio Miotto, un suo compagno di Accademia. Questa via diventerà una super-classica del VI grado, ripetutissima.

Giorgio Graffer con la madre Luigia, Gocciadoro, 1940
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Tornando per un attimo allo spigolo nord-est salito con Rita, e occorre immaginare cosa fosse a quel tempo per una donna fare arrampicata, un amico di famiglia scrive: “Carissimi, vivissime felicitazioni e congratulazioni, non per l’impresa folle compiuta, ma perché avete riportato a casa la pelle… Pazienza per Giorgio, volare o in un modo o nell’altro è tutt’uno… ma la Rita… è grossa! Ma non pensate alle ansie della vostra mamma e del papà? Insomma, per questa volta è andata, spero che non lo ripeterete”.

C’è un’altra cosa simpatica, a proposito del modo di arrampicare di Giorgio Graffer. La scrive in una lettera Renzo Videsott: “So che arrampicava scalzo nei punti di estrema difficoltà. Gli è capitato poche volte di ricorrere a questi mezzi estremi. Gli ho chiesto: in quale ascensione hai arrampicato scalzo per più tratti? e lui mi risponde: su per lo Spallone del Basso. Ma allora gli chiedo E’ sesto oppure no? Risposta: ricordo solo che è stata particolarmente dura. Ma sulla Solleder al Civetta ti sei tolto le pedule? No, non c’è stato bisogno”. E sappiamo che razza di via è la Solleder.

Copertina de L’illustrazione del Popolo con il famoso episodio del duello aereo
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Tra il ’35 e il ’36 l’attività alpinistica di Graffer s’interrompe perché viene mandato in Cirenaica come capitano pilota della Caccia italiana. Dopo questo biennio torna in Italia in via definitiva e viene destinato all’aeroporto di Caselle torinese, dove ritrova Videsott, là per fare il veterinario. Riprende a sciare e ad arrampicare, ma la guerra è alle porte. La sua ultima salita è anche il suo capolavoro. Con Bruno Detassis, il 13 agosto 1937, sale il pilastro di destra della parete est di Cima Tosa. E’ questa la summa dell’alpinismo di Graffer, con quel famoso primo tiro della via, estremo.

Perciò dal 1938 fino al 1940, anno della sua morte, registriamo soltanto le sue imprese aviatorie. Lui pilotava due modelli di aereo, i Fiat C.R.32 e C.R.42. Aerei eccezionali, ma molto più adatti alle acrobazie che al combattimento. Erano modelli senza cabina, quindi il pilota era esposto al freddo. Non c’era la radio per il collegamento a terra. Erano dotati di due mitragliatrici che spesso s’inceppavano, come raccontava lui stesso. Erano entrambi biplano, quindi più simili a quelli del primo conflitto mondiale, quando invece gli inglesi progettavano e già costruivano aerei di tutt’altro genere. Graffer partecipa alla veloce guerra contro la Francia, distrugge alcuni aerei che erano a terra. Insomma si guadagna facilmente la sua decorazione. Poi però, a Torno, c’è un episodio che gli dà una fama incredibile in tutta Italia. Viene infatti intervistato dal Corriere della Sera e dagli altri giornali, perfino dal Corriere dei Piccoli. Siamo nei primi tempi di guerra, la notte tra il 13 e il 14 agosto 1940. Ci sono bombardamenti notturni su alcune città italiane: Torino, come città industriale, è presa di mira. Un grosso bimotore inglese si sta avvicinando. In Italia la caccia notturna non esisteva ancora. Graffer decolla così come si trova, c’è un po’ di luna così riesce a individuare il velivolo inglese e a sparargli addosso. L’inglese risponde al fuoco e riesce a provocare al nostro un danno senza rimedio. Graffer ha un’idea pazzesca. Convinto che di sicuro sarebbe precipitato, decide di affiancare il nemico e di speronarlo, con l’idea poi di gettarsi con il paracadute. E così fa! L’inglese fugge, andando poi a precipitare nella Manica, mentre invece la gente che dalle campagne di Torino aveva osservato il duello aereo che si svolgeva migliaia di metri al di sopra, vede il nostro pilota lanciarsi con il paracadute e atterrare in calzoncini e maglietta da tennis! La fantasia italica fa presto a spargere la voce che un pilota eroe era arrivato a terra in mutande!

27 settembre 2015: Cesare Maestri alla festa per il 75° della Scuola di Alpinismo Giorgio Graffer. Dietro di lui, in piedi, Marco Benedetti e Mauro Loss
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Graffer si becca anche, da parte del comandante dell’aeroporto, delle note di consegna come avesse fatto una goliardata. Ci vuole un po’ prima di appurare tutta la vicenda e di essere decorato con la Medaglia di bronzo al valor militare.

La fama così acquisita non muta di un millimetro e il carattere modesto di Giorgio Graffer. Continua a sostenere, anche nelle lettere alla madre, che il suo gesto era stato dettato più che altro dalla ritrosia a perdere un aereo senza alcun risultato.

Nell’autunno del 1940 c’è la disgraziata campagna di Grecia. Il 23 ottobre 1940, il 150º Gruppo si rischiera in Albania come unità autonoma. Il 2 novembre Graffer viene accreditato dell’abbattimento di tre PZL P.24, portando così il suo totale a cinque aerei abbattuti più altri quattro condivisi. Un mese dopo, il 27 novembre 1940, il Capitano Nicola Magaldi, dello stesso Gruppo di Graffer, in volo con altri due piloti, venne attaccato sopra Iannina da nove Gloster Gladiator del No. 80 Squadron della RAF. Magaldi viene abbattuto e ucciso, il Sergente Negri ferito ad una gamba. La perdita di Magaldi, cui viene concessa la Medaglia d’oro al valor militare postuma, è un grave colpo per il 150º Gruppo che decide di vendicarne immediatamente la morte.

27 settembre 2015: festa per il 75° della Scuola di Alpinismo Giorgio Graffer
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Il giorno seguente, alle 08.45, Graffer parte alla testa di dieci C.R.42 per un’azione di rappresaglia contro la RAF. Venti minuti dopo, avvista una formazione a V di Gladiator, su Delvinaki, in Epiro. L’asso del 150° si lancia all’attacco, con gli altri C.R.42. Ma si tratta di una trappola. Tre miglia più indietro e a quota maggiore si trovano altri tre Gloster e dietro questi, e ancora più in alto, altri tre. I primi tre piloti britannici intercettati dai Fiat chiamano per radio i colleghi in agguato e mentre Graffer e i suoi compagni sono concentrati nell’attacco, gli altri sei Gladiator piombano alle spalle della formazione italiana. Nel combattimento che ne risulta, il Fiat pilotato dal Sergente Corrado Mignani entra in collisione con il Gloster del Flying Officer H.U Sykes ed entrambi restano uccisi. Il Sergente Achille Pacini viene abbattuto, ma si salva con il paracadute. Il Maresciallo Guglielmo Bacci e il Sergente Zotti vengono feriti, ma riescono a ritornare alla base. Alla fine, la Regia Aeronautica perde tre biplani: uno per collisione, quello pilotato da Pacini, e un terzo, su cui vola Giorgio Graffer, che resta ucciso. Per la Regia Aeronautica è il colpo più grave subito dall’inizio della campagna di Grecia. Graffer viene decorato con la massima onorificenza militare, la Medaglia d’Oro al valor militare, alla memoria. A lui è ora intitolato il 50° Stormo dell’Aeronautica Militare Italiana.

Il corpo di Graffer non verrà mai ritrovato, nonostante le ricerche che condurrà il fratello Paolo, nella generale impossibilità di entrare in Albania del dopoguerra. Possiamo solo immaginare che Giorgio Graffer riposi in qualche campo di questo paese.

Gli amici hanno ricordato quest’uomo in molti modi: ma probabilmente questo rifugio e la scuola a lui intitolata sono i più belli e duraturi.