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La trilogia di Bernard Amy – 3

Con il titolo originale La transgression, il racconto completa la trilogia di Bernard Amy: i due precedenti brani sono stati pubblicati in Italia con i titoli Il più grande arrampicatore del mondo, Rivista Mensile CAI n. 12, dicembre 1972 e Alagoune, pietra di nuvola, Rivista della Montagna n. 39, aprile 1980.

La disobbedienza
di Bernard Amy
(
traduzione di Attilio Boccazzi-Varotto)

A forza di dirigerci verso le torri di pietra che, dall’inizio del giorno, erano sorte all’orizzonte, finimmo per perderci. Avevamo da molto lasciato la strada principale, e le piste che seguivamo, tutte polvere e sassi, sulla carta non erano indicate. Avevamo forse passato la frontiera. Nulla poteva indicarlo, se non il paesaggio ch’era tanto mutato da lasciar supporre una deviazione a sud ben più importante di quanto avessimo creduto. Dapprima tipico delle terre apaches, piantato intorno a noi come la scenografia di un film western, il paesaggio si era modificato fino a richiamare le montagne secche e desolate sulle quali vivono le tribù messicane. Le torri soltanto non erano cambiate. Le sagome scure si stagliavano contro il blu più chiaro del cielo, dominate da un enorme blocco arrotondato posto sulla cima della torre più alta, in un equilibrio quasi impossibile. Nel pomeriggio, nel momento in cui cominciammo a disperare di trovare la minima indicazione per avvicinarci al massiccio, scorgemmo una scritta ai bordi della pista: «Siete in territorio indiano. Vogliate scusare le condizioni della strada. La nostra sola ricchezza non è l’asfalto ma la terra sulla quale camminiamo scalzi». Qualche chilometro più in là incontrammo un villaggio.

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Fatto di pietra grigia e polvere era appena visibile. Qualche albero cresceva a stento, al di sopra delle case d’aspetto miserabile. Sui tetti a terrazzo pesava tutto il calore sceso dalle vicine pendici e dalle terre deserte che si stendevano lontano. Apparentemente la pista finiva lì. Arrestammo l’auto e, senza scendere, osservammo il villaggio.

Sembrava abbandonato. La strada principale era vuota. Se qualcuno viveva lì, si era accorto del nostro arrivo? Non sapevamo cosa fare. Attendere oltre non risolveva però il problema. Scendemmo dalla vettura e ci avviammo verso il centro. Il vento ci girava attorno, sollevando sulle casupole un turbine di polvere. Il silenzio e la calma del luogo ci inquietavano. Non pensavamo più alle torri. Non c’era altro che una pista e quel villaggio contro il quale il mondo sembrava finire.

Sopra una porta, un cartello quasi cancellato indicava: «Caffè, bottega artigiana». Risaliva al giorno precedente o era vecchio di secoli? Saliti alcuni scalini, spingemmo una porta ed entrammo in una stanza buia dal pavimento in terra battuta. Qualche oggetto degno delle peggiori immagini di cliché sul popolo indiano stava a indicare che eravamo in un bazar per turisti in fregola di souvenir. Senza rumore un uomo sorse da un recesso oscuro. Venne verso di noi, entrò nella luce cruda che, aprendo la porta, avevamo permesso inondasse l’ambiente.

Era giovane, e i suoi tratti fini, ben marcati, indicavano in lui l’indiano delle alte sierras del sud sebbene fosse vestito con abiti occidentali. Ci squadrò con aria sprezzante. Con tono aggressivo poi chiese semplicemente: «Cosa volete?». Noi bighellonavamo nella bottega come veri turisti, quasi intimiditi di essere là, chiedendoci perché mai fossimo entrati e come riuscire a spiegare a quell’uomo che non eravamo venuti per i suoi miseri oggettini. Egli non si era mosso e continuava a guardarci con occhi cupi. Ripeté: «Cosa volete?». Era un modo per invitarci a uscire. Qualcuno, tra noi, mormorò di voler acquistare un ricordo, io chiesi dove, nel villaggio, fosse possibile trovare alloggio.

«lo vi posso ospitare. Ho due stanze. Lasciate l’auto fuori dal villaggio e girate dietro alla casa». Con movimento impercettibile del capo indicò il retro alle sue spalle. La voce era secca e dura come il suo paese. Diceva di volerci ospitare. Ma ne aveva veramente voglia? Dava l’impressione di essere risentito della nostra presenza. Non capivo se ci rimproverava di averlo scomodato, o perché eravamo uomini bianchi. Pure, egli era la nostra sola possibilità di trovare un riparo per la notte. Risposi che accettavamo la sua offerta.

Parlandogli, realizzai che, sebbene con poca cordialità, la conversazione era avviata. E mi permisi di porre la domanda che, in fondo, più ci stava a cuore, la domanda dello scalatore in viaggio, ossessionato dall’idea di arrampicare e che desidera far sapere di non essere un turista ordinario: «Abbiamo visto le torri al di là del villaggio. Sapete se è possibile scalarle?». L’indiano già si stava ritirando nell’ombra dalla quale era sorto. Si volse verso di noi. Si fermò netto. Sembrava infuriato. «È proibito!» pronunciò con voce tagliente. Non capimmo né la collera né il divieto.

«Perché proibire delle rocce?».
«Decisione della tribù!». Il tono non ammetteva repliche. E come per sbarazzarsi di noi, l’indiano ci seguì fino alla porta. Eravamo delusi. Nel momento in cui le torri sembravano infine accessibili, una legge che non ci aspettavamo e che non riuscivamo a comprendere, ce le toglieva. Mentre gli altri, muti, affrettavano il passo verso l’auto, io mi fermai sulla soglia e, con gli occhi ancora abbacinati dalla gran luce del deserto, feci correre lo sguardo lungo la strada: le torri che prima s’innalzavano lontane nell’aria tremula delle colline incolte, sembravano ora stranamente vicine e immobili, come se, con lenta deriva, il villaggio fosse slittato verso di loro durante la nostra visita alla bottega. A ovest, sopra i terrazzi delle case, si scorgeva tutto il paese che avevamo traversato. Il vento sollevava alte colonne di polvere e, a filo d’orizzonte, esse si confondevano con grandi nuvole temporalesche. Nubi e sabbia ci venivano incontro, riempiendo tutto lo spazio, facendo turbinare la luce gialla del tardo pomeriggio, spingendo l’aria rovente che per tutto il giorno aveva pesato su di noi. Verso est la notte saliva dietro le torri che il sole illuminava ancora e staccava nitide contro l’ombra della sera.

Avevo lasciato un deserto, un villaggio, una strada reali per entrare nell’anticamera tenebrosa d’un universo estraneo, e mi ritrovavo in un mondo irreale nel quale tutto, all’improvviso, si era trasformato davanti a me. Tutto o quasi. Guardai di nuovo le torri: illuminate come uno smisurato palcoscenico esse resistevano alle grandi correnti che salivano dalla pianura, e parevano più reali che mai. Quasi sentivo sulle mani quella pietra lontana, la sua rugosità, la struttura delle forme che costruivano la torre centrale e le forze che, nel punto più alto, mantenevano in equilibrio il blocco sommitale. Io sentivo tutto ciò, e nello stesso tempo sapevo che, a dispetto della nostra ostinazione (uscendo, uno di noi aveva mormorato: proveremo lo stesso ad andare) avevamo poche speranze di raggiungere presto la base di quelle rocce. L’indiano aspettava a fianco della porta che tratteneva con la mano.

Disegno di Guido Giordano
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Esitava a chiudere. Sentivo i suoi occhi su di me, e tutta l’impazienza del gesto interrotto. Mi disse che avrebbe finito con lo scacciarmi. Ma volevo prolungare ancora un poco quell’istante e ritrovare l’illusione che tutto era forse ancora possibile.

«Sono cosi belle» dissi a bassa voce senza guardare l’indiano. Poi, girandomi verso di lui «comunque non potete impedirmi di ammirarle». Parve sorpreso. Il suo sguardo si addolcì. «No, non ve lo proibisco. Ma guardatele da qui».
«Non avete mai avuto voglia di scalarle?».
«Voi venite senza conoscere niente di noi. Perché siete qui?».

Io gli mostrai la pianura e le colline, e le torri ritte al di sopra del suo villaggio: «Per camminare su queste terre, per toccare quelle pietre». Come se non avesse udito la mia risposta egli continuò: «Voi non sapete nulla di noi. Né quello che siamo, né quello che siamo stati. Un uomo della mia razza, che viveva molto a nord, disse ai bianchi che le terre sulle quali noi viviamo sono terre sacre. Egli aggiunse: “noi siamo uccelli con un’ala ferita”. Così siamo noi. Non molto tempo fa arrampicavamo ancora sulle nostre montagne. Da generazioni c’è presso il mio popolo la tradizione di scalare. Ora la storia per noi è cambiata, è la vostra storia a vivere qui».

Che importa la storia? La gente del luogo aveva arrampicato. Perché avevano smesso? Insistetti: «Una volta che si è gustata la scalata perché rinunciarvi? Essa dà un piacere che, per voi, dev’essere evidente…».
«Lo so, lo so» disse interrompendomi «e pure il mio popolo lo sa. Dopo la disobbedienza…».

Smise di parlare come se già avesse detto troppo. Seppi che stava per chiudere la porta. Ma esitò ancora: «Gli uomini bianchi che vivono sulle nostre terre potrebbero capire perché abbiamo proibito la scalata, ma non vogliono. Voi sembrate venire da un altro paese, da un’altra storia. Voi non potete capire. A meno che… Venite da me stasera. Forse potrò aiutarvi a comprendere. Ora andate!».

La sua voce era tornata dura, scostante. Era irritato con me, senza dubbio, per averlo attirato in una discussione che l’aveva costretto ad addolcirsi per un istante. Mi spinse fuori e sbatté la porta.

La sera, prendendo a pretesto il bisogno di solitudine, lasciai i mei compagni di viaggio e tornai sulla strada principale. Era sempre deserta. Ma chi abitava quel villaggio? Dal nostro arrivo, eccetto l’incontro con il mercante di souvenirs, non avevamo scorto anima viva. Occorreva forse pensare a qualche migrazione stagionale che aveva vuotato quelle case dai loro abitanti per un periodo sconosciuto.

L’indiano mi attendeva davanti alla sua bottega. Mi fece semplicemente cenno di seguirlo, poi s’incamminò lungo la via. Quando mi passò davanti, lo fermai: «Come vi chiamate?». Il silenzio della notte era così teso che avevo involontariamente parlato a voce bassa. Con aria stupita egli si volse e rispose con tono normale: «Il mio nome appartiene solo ai miei… Chiamatemi Kowapi. È il nome del più celebre dei miei antenati. Ma non c’è bisogno di parlare, venite!». Uscimmo dal villaggio e prendemmo la direzione delle torri. La notte era immensa e trasparente. Nella luce lattea della luna alta le terre indiane si stendevano all’infinito. Camminavamo in silenzio. Ascoltavo il rumore dei nostri passi sul sentiero: era il rumore del passo dell’uomo che marcia sul mondo e va verso cose mai immaginate.

Disegno di Guido Giordano
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Raggiungemmo un alto pianoro dal quale la vista si apriva su una moltitudine di mesas illuminate dalla luna e divise da un dedalo di canyon oscuri. Le torri erano dietro di noi, ora. Dopo aver traversato il pianoro scendemmo in una profonda gola. Il sentiero serpeggiava sul fianco del dirupo, curva dopo curva. Scendemmo sempre più senza toccare il fondo, Kowapi si diresse poi verso un alto sperone dove la faglia immensa sembrava restringersi fino a sparire. Si inoltrò sopra una stretta cengia che doveva essere sospesa sul vuoto come il filo di un funambolo. Lontano, sopra di noi, le due pareti si congiungevano fin quasi a nascondere la fetta di cielo che ci aveva illuminato fiocamente.

Persi di vista Kowapi. Mi arrestai per ascoltare. Non udivo più i suoi passi. Doveva avermi distanziato. Una mano contro la parete, trattenendomi dal tendere l’altra in avanti come un cieco, continuai lentamente e con tutta la cautela possibile. Kowapi non m’aveva detto niente, né m’aveva aspettato per darmi un solo consiglio. Non lo credevo capace d’avermi attirato in una trappola. Camminavo sul vuoto, ma, non sapevo perché, ero sicuro ch’egli aveva seguito lo stesso cammino e mi stava aspettando in qualche posto.

D’un tratto, la mano che appoggiavo contro la roccia avvertì una variazione d’orientamento della parete. Nello stesso tempo ebbi l’impressione che l’intera massa della montagna si chiudesse su di me. Con le spalle sfioravo la pietra. Alzai gli occhi: il cielo era scomparso. Non c’era altro che oscurità sopra di me. Ebbi un’esitazione. Non ero più sicuro di essere sulla cengia, ed era possibile che avessi mancato un canalino adiacente. Però continuai. Sarei tornato indietro solo se non fossi riuscito a proseguire.

La faglia divenne ancora più stretta. Dovetti mettermi di profilo. Avanzavo a tentoni, preoccupato di scoprire a tempo il vuoto improvviso sotto i miei piedi o una strettoia invalicabile dove avrei rischiato di trovarmi in una posizione difficile. Perché Kowapi non m’aveva aspettato? Tutto sarebbe stato più facile se l’avessi sentito davanti a me, ad aprirmi la strada nell’oscurità.

Ma avanzavo sempre. Indovinai una svolta a destra, poi un’altra a sinistra. Bruscamente, senza che nulla lo facesse presagire, la frattura si allargò e sbucai in un immenso anfiteatro illuminato dal chiarore della luna. Dalla piattaforma sulla quale mi trovai, abbracciavo con uno sguardo tutta l’ampiezza del canyon. Nella prospettiva delle placche, sempre molto ravvicinate, le torri si innalzavano, portando alto nel cielo il loro blocco sommitale sfavillante di luce bianca. Più vicino a me, una delle pareti, lavorata dalle acque, usurata, formava un gigantesco strapiombo dalla superficie liscia e compatta. E là, sospesa nel vuoto, c’era una massa inimmaginabile di roccia color ocra bloccata nella sua caduta: si stentava a credere che essa non avrebbe bruscamente ripreso a precipitare fino a riempire di pietra l’intero vuoto della gola.

Cliff Palace, Mesa Verde National Park, ColoradoMesa Verde National Park

 

Più in basso rispetto alla piattaforma, l’antro ospitava un villaggio steso su larghi terrazzi e fatto con le stesse rocce che si innalzavano tutto intorno. I suoi confini svanivano nelle tenebre dell’enorme anfratto. All’ingresso del villaggio, su una spianata, un fuoco bruciava: alto braciere di fiamme, bragia e faville che salivano fino ai tetti in pietra. Attorno si scorgeva un cerchio di persone immobili, dalle quali saliva un potente mormorio, una lenta litania amplificata dallo strapiombo e che riempiva tutto l’anfiteatro.

Kowapi non era sulla piattaforma. Pensai che m’avesse atteso tra la sua gente, in basso presso il villaggio. Seguii una lunga scalinata intagliata nella roccia poi, per uno stretto sentiero di pietra, raggiunsi la spianata.

Il falò era enorme. Le fiamme proiettavano sulle pareti del soffitto un lucore mobile cosi ben accordato al colore della roccia, che roccia e fuoco parevano confondersi. Le stelle e il cielo nero della mesas erano scomparsi, sostituiti da un cielo color ocra, caldo e tremolante. Sopra di me c’era quel grande ventre di pietra, sotto i miei piedi e tutt’attorno ancora pietra, ovunque pietra, avvolgente, calda come il fuoco, colorata come il fuoco e, dopo il lungo cammino nelle tenebre, ancora più rassicurante della fiamma.

Il cerchio era composto di uomini seduti a terra, immobili nell’attesa di chissà quale evento. Il loro canto non era cessato ma, appena modulato, era così regolare che già mi sorprendevo a non prestarvi attenzione. Tra gli officianti di quella cerimonia riconobbi Kowapi. Al suo fianco c’era uno spazio libero, il posto esatto per una persona che volesse sedersi, a busto eretto e con le gambe incrociate. Andai e mi sedetti. Il canto salì bruscamente. Ero senza dubbio al centro di un’immensa risonanza. Riecheggiata dal soffitto, amplificata e nutrita dal mormorio di ciascun partecipante, la litania era ora un canto pieno, le onde del quale m’entravano nel corpo, si accordavano ai suoi ritmi e svuotavano il mio spirito da tutto ciò che lo rendeva estraneo a quel luogo.

Allora un uomo si alzò e, percorrendo il cerchio, distribuì qualcosa che estraeva da una sacca e che ognuno portava alla bocca. Quando arrivò vicino a me, Kowapi mi disse a bassa voce: «Mangia!». L’uomo tese quello che mi parve un fungo. Esitai. Con tono pressante Kowapi ripeté: «Mangia!». Accettai il fungo, lo portai alla bocca e mi misi a masticare. L’uomo proseguì la sua distribuzione. Man mano ch’egli avanzava, il canto subiva una trasformazione. Era ora una sola lunga e lenta parola cantata con voce piena, della quale io non capivo il significato ma che conservava tutta la sua potenza e il suo fascino.

Quando l’uomo fu nuovamente al suo posto, tutti erano entrati in quella grande, alta preghiera. Subito una sorta di incanto s’impadronì di loro e sembrò trasportarli in una comunione di spiriti antica quanto lo stesso popolo indiano. Ma io ero escluso, non capivo la loro preghiera e non provavo altro che calma e lucidità. Ero straniero, incapace forse di fondermi all’esaltazione che legava tutta quella gente. E presto mi chiesi che cosa stavo facendo in quel luogo.

Non era meglio alzarmi e andarmene? Mi volli muovere, ma non ne ebbi la forza. O piuttosto, la forza che era in me non bastava a consentirmi di muovermi. Il mio corpo aveva il peso della pietra, la pietra era in me, e io ero là, prigioniero di me stesso, pesante quanto un macigno che sa che mai potrà smuoversi con le proprie sole energie.

Il panico si fece strada nel mio spirito. La bella sicurezza che mi aveva condotto fin là era svanita. Ero pietra poggiata sulla pietra, e nello stesso tempo, mi sembrava di non avere punti fermi ai quali ancorarmi. Ero immobile, eppure cadevo. Un’onda tentò di strapparmi, di sollevarmi mentre andavo alla deriva. Dalle viscere salì una lenta nausea. Anch’essa tentò di sollevarmi, di portarmi via. Il mio corpo gonfiò. Stava per scoppiare, per svuotarsi. Mi guardai attorno. Tutti quelli che mi stavano vicini viaggiavano calmi nel loro canto. Ebbi paura che, davanti a loro, sotto i loro occhi, la nausea mi vincesse. Ma nello stesso tempo m’aggrappai ad essa. Sarebbe stato il flutto che m’avrebbe svuotato, avrebbe cacciato da me la sostanza il cui peso mi faceva sprofondare sempre più lontano, sempre più giù.

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Una mano afferrò il mio braccio. Mi volsi verso Kowapi. Pur continuando a cantare mi teneva con tanta fermezza, mi osservava con tale intensità che credetti sapesse quanto mi stava succedendo. Con un cenno del capo indicò il fuoco. Davanti a noi, al centro dello spiazzo, le forme mobili delle fiamme disegnavano una danza trasparente che era nel frattempo cresciuta fino a occupare l’intero spazio limitato dall’alta volta di pietra. Tutta la roccia era in movimento. Affascinato, sollevai gli occhi. Il soffitto brulicava di forme sconosciute che si formavano per scomparire subito, incollate contro la pietra dal calore montante del falò, e del quale sentivo il formicolio contro la capriata d’ossa del cranio. Forme della paura, pensieri che prendevano forma, ingrandivano fino a invadermi la testa. La nausea mi colse di nuovo, con la vertigine della caduta e un bruciore recente in fondo agli occhi. Kowapi non m’aveva lasciato. Si sporse verso di me, mormorò: «Guarda da dove viene la voglia di svuotarti».

Il panico rifluì. Ero di nuovo completamente lucido. Da dove veniva la nausea? Dal centro di me stesso. Dall’interno. Avevo voluto fluire all’esterno. La strada portava invece dentro. Compresi che anche le pietre sanno fuggire, ma all’interno di se stesse. Richiusi gli occhi.

Emersi in un grande spazio calmo e piacevole sul quale cadevano silenziose luci calde come quelle che animarono un fuoco antico le cui fiamme avevano tentato di distruggermi. Le luci erano là, e così i colori, non più semplici variazioni di ocra e rossi sminuzzati nel crogiolo di braci, ma innumerevoli, vividi, e sparivano, riapparivano, colori puri senza disegno, mai visti prima, mai immaginati, sfumature senza nome create dalle più belle illuminazioni di sogni dimenticati. La caduta s’era mollemente trasformata in una lenta discesa in un mare di cangianze indicibili in seno al quale mi lasciavo colare. Discesa, ascensione o deriva? Non sapevo verso cosa stavo andando. Nulla mi guidava. Stavo forse per perdermi. Dovevo tornare in superficie, uscire dalle luci silenziose, ritrovare la pietra e il fuoco. Ma in quale direzione andare? Dirigermi verso la pietra. Cosa fa la pietra quando vuole smettere di fuggire? Si volge verso le altre pietre per costruire una pietra più grande che entri in ciascuna di esse e diventi l’intero mondo della pietra. Lasciare entrare il mondo. Aprirmi al mondo. Apersi gli occhi.

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Ero seduto sullo spiazzo. C’erano gli strapiombi, le fiamme, le braci rosseggianti, il cerchio degli indiani ubriacati dal fungo. Kowapi ancora mi teneva il braccio (stava terminando il gesto cominciato prima, oppure aveva trattenuto la mano su di me per il tempo del mio tutto interiore?) ed ora c’era anche un canto nato dal canto che avevo lasciato chiudendo gli occhi. Era uniforme, sicuro, impossibile a rompersi, più potente, e sembrava venire da tempi e regioni più remote della storia di quegli uomini e di quelle terre.

Il fuoco fu ancora alimentato. Sentivo la sua vampa sulle mani e sul viso. Nello stesso tempo avevo coscienza, mi pesava sulle spalle, del gelo di notti lontane. Ebbi un brivido e ricordai le luci calde nelle quali m’ero immerso. Richiusi gli occhi. Freddo e bruciore svanirono. Ero contornato da un guscio che mi proteggeva dalle sensazioni esterne, così ben riparato da non restarmi altra scelta che inoltrarmi verso il centro dello spazio nel quale esso tentava di includermi. Sempre immobile, appoggiato contro l’interno della corazza fino a sentirne la rugosità sulla pelle, attesi. Il canto era là, entrato anch’esso nella conchiglia, e dilagava dolcemente in direzione del centro. Lo seguii. Ritrovai subito luci e colori, ricchi di rossi e ocra, ancora più vividi della prima volta che li avevo visti, brucianti come soli, accecanti. Mi immobilizzai di nuovo, attesi che la vampa del fuoco s’attenuasse.

Calma e lucidità tornarono. Ebbi l’impressione di uscire da un sogno vago del quale già dubitavo l’esistenza. Soltanto il canto sempre possente ricordava lo spazio interiore nel quale avevo viaggiato. Tutti gli uomini si alzarono, pur continuando a cantare. M’accorsi che anch’io ero in piedi.

Un uomo si staccò dai compagni, venne verso Kowapi e me. Fermo davanti a noi, chiamò: «Kowapi! Kowapi!». Tacque, poi tornò a chiamare: «Kowapi! Kowapi!». Mi volsi. Kowapi non era più al mio fianco. Un’onda di panico tornò a invadermi. «Apri gli occhi», ordinò l’uomo. Nel momento nel quale obbedivo, ebbi coscienza che aveva parlato nella sua lingua e che l’avevo capito.

L’ambiente ormai familiare mi circondava. Ero nuovamente seduto e Kowapi era al mio fianco. Mi guardava con aria tranquilla, come per dirmi che occorreva seguire i segni e permettere al viaggio di venire a me. Ero sulla spianata, davanti al fuoco, sotto il grande tetto di roccia, ma ancora udivo il richiamo: «Kowapi! Kowapi!». Nel momento nel quale stavo per chiedere da dove giungeva quella voce, egli mi fece cenno di tacere e disse: «Rispondi». Tutti gli uomini ora mi guardavano. Vedevo, girati verso di me, tutta una folla di visi emaciati, dalla pelle tesa, le gote arrossate, con sguardi brillanti nelle grandi orbite scure. Non sapevo più se tutte quelle bocche aperte ancora cantavano oppure se esse mimavano le smorfie di un morto che, a mia insaputa, s’era impossessato di quegli esseri immobili. Tornò la voglia di fuggire e riempirmi per intero e richiusi gli occhi.

Alba al Mesa Arch
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Il capo è là, e ancora mi chiama: «Kowapi! Kowapi! È ora di andare». Il canto sale, più forte, quasi doloroso. La voce del capo lo sovrasta: «Tu sei tra Coloro Che Arrampicano e oggi tocca a te. Ricordati del tuo popolo. Tu sei il tuo popolo, e il tuo popolo ha bisogno di te. Sali Kowapi! E porta la Pianta dell’Unione!».

Alzo il viso. Davanti a me le torri e il blocco sommitale non esistono più. Si innalza soltanto una roccia gigantesca, una cupola, un monolite perfetto di roccia compatta, aureolato di luce, circondato di spazio e tanto alto da nascondere il cielo.

Non mi stupisco di conoscerne il nome: «La Montagna della Giusta Visione». Il canto degli uomini del mio popolo mi spinge nella sua direzione. Lo sguardo fisso sulla cima, cammino come allucinato. La sfera incandescente del sole è posata sull’apice del monolite. Essa m’abbaglia, m’acceca. Ora sto camminando nell’ombra. Ho lasciato il cerchio degli uomini, ho traversato le praterie che circondano la montagna, ho scalato le grandi placche concave che, al di sopra di me, si drizzano e scattano con impeto verso il cielo.

Il canto mi accompagna, sale con me, lassù il sole incendia la roccia, la parete m’attende, pilastro indistruttibile del cielo trasparente che ha sostituito lo strapiombo opaco e caldo costruito dalla pietra all’interno della mesa.

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Poi il mio cammino di placche diviene il muro sul quale tracciare la via. Tocco la roccia: è scabra, quasi fredda, immensa e solida come la pietra d’un unico blocco. La sento grinzosa, priva della dolcezza del gesso che le mie dita avevano scoperto sulle pareti del canyon. È roccia recente, eppure così abituale che mi fa ricordare giorni antichi.

Rivedo tutti gli anni trascorsi e, più addietro, il tempo dell’infanzia. Seguivo, affascinato, i viaggi rituali della mia tribù verso il nord, fino alla prateria delle Cupole, al di là delle terre dei popoli delle Montagne della Neve. Uomini sacri salivano su picchi immensi e conducevano la festa. Essi erano gli Eletti, mi dissero, quelli che hanno il dovere di perpetuare ciò che fa del nostro popolo il Popolo delle Rocce: la conoscenza dei movimenti da compiere sulla pietra per andare a cercare la Pianta. Poi ritrovo, intatta, la gioia immensa del giorno che, giovane uomo, fui scelto per essere tra quelli che avrebbero ricevuto l’iniziazione. Rivedo le stagioni dell’apprendimento, le giornate di scalate durante le quali la tecnica entrava in me, e le sere nelle quali i prescelti sapevano di essere divenuti Eletti. E ricordo infine quella notte di fronte al fuoco, sotto il soffitto di pietra arancione, quando il mio popolo mi designò tra Coloro Che Arrampicano. Il capo si è alzato, si è rivolto verso il villaggio e le alte sagome delle torri ritte nella sera, e a tutti ha detto che io sarei stato uno di quelli che portano la Pianta dell’Unione.

«Non dimenticare mai quelli che, dal basso, ti aspettano» mi ha urlato «né perché ti aspettano. Non dimenticare mai che la tua abilità sulle rocce ti fa Cercatore della Pianta». Poso le mani sulla pietra. Laggiù il canto ancora riempie la distesa delle praterie. Ma ora non sono più sotto la pietra, avviluppato in essa. Ne sono al di sopra e i gesti sono in me, escono da me, s’impadroniscono del mio corpo, lo fanno innalzare leggero. Arrampico, arrampico finalmente, arrampico di nuovo, agile, elegante, portato per la scalata; avevo dimenticato tutto ciò finché questo momento l’ha fatto rivivere in me, oppure quello che l’ha suscitato: il fungo immesso nel mio corpo, il canto che ha saputo condurmi qui, e tutti quelli che, in basso, hanno voluto che io scalassi la roccia. Mi fermo. La voce forte del capo mi torna alla memoria: «Solo la Pianta è importante! La Pianta e l’Unione!». Ed egli parla della difficoltà della ricerca, del richiamo della pietra, dell’oblio che è come l’ubriachezza, del piacere che attanaglia il corpo. «La pietra non è che un mezzo. Essa è la via che porta verso la Pianta, verso l’Unione, verso il tuo popolo. Quelli che lo dimenticano, cadono».

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Non devo pensare più alla pietra, alla sua freschezza sotto le mie dita. Devo scacciare l’ebbrezza dell’arrampicata. Il mio pensiero dev’essere teso alla Ricerca, non salire in me, dentro di me, ma sulla montagna, verso il luogo alto dove troverò il fungo che porterò alla mia gente. Di nuovo alzo gli occhi. Il sole è sempre un fuoco posato sul filo della cresta, così bianco, così abbagliante che istintivamente porto lo sguardo verso l’ombra dolce della parete. E la scalata torna in me, leggera, esaltante, mio malgrado, malgrado la voce del capo, malgrado le voci che mi risuonano in testa recitando suoni di sempre, fatti e parole di sempre prese dal Grande Testo che è sempre esistito.

Mentre arrampico risento quelle voci. Per la prima volta dopo molto tempo ascolto quello che mi dicono. E, per la prima volta, comprendo quello che mi dettano. Sebbene siano dei viventi a cantarle, esse sono fatte di suoni vuoti, opachi e morti come crisalidi polverose. Quelle parole dovrebbero narrare le grandi cerimonie ai piedi delle montagne, le feste di conciliazione di un popolo con la pietra, e di giorni che verranno sempre nuovi, sempre inattesi. Ma esse non descrivono che costumi vuoti e morti. Ed io mi vedo arrampicare, afferrare gli appigli, elevarmi sopra il mondo per perpetuare i riti e le credenze di una vita, se non esausta, rinsecchita, usata, fatta di giorni attesi, genitrice di vicende già note. Una vita nella quale sarà per sempre Colui Che Arrampica perché Pianta e Unione hanno bisogno di Coloro Che Arrampicano per mantenere la vita nella strettoia che, da sempre, ci soffoca.

La scalata continua a innalzarmi. Parole e canto sono ancora in me. Ma la distanza li allontana. E quando, d’improvviso, la parete cessa di premere contro le mie mani, il mondo inferiore e tutti i suoi segni morti cessano di premere in me. Il cielo si apre completamente, s’abbassa fino a lambire tutti gli orizzonti. In piedi sulla pietra della vetta non ho più vergogna di guardare la pietra. Come se un’antica amicizia ci legasse, la vedo nuova e bella, fatta di grani perfetti e linee ideali. E intuisco che, ai piedi di quella stessa pietra, il popolo mi attende, sicuro del mio ritorno e, pur senza saperlo, pronto ad accogliere una proposta di vita diversa. Perché ho dimenticato di raccogliere il fungo, perché ho fatto in modo che i movimenti della scalata non avessero altra utilità che soddisfare se stessi, ed essi mi hanno condotto verso una nuova unione. Oggi non raccoglierò la Pianta, e a quelli che mi attendono racconterò la vita nuova dietro i gesti della vita morta, parlerò delle regole da inventare sul momento per sopraffare le regole logore dell’antica obbedienza.

Il sole s’è abbassato, un largo disco rosso che trema nell’aria calda delle pianure lontane. Lo guardo. Non mi acceca più. Grandi flussi di toni caldi mi colano intorno, ad essi si aggiungono tutti i colori del mondo. Lasciare entrare ancora in me quell’istante puro. Vedere, vedere sempre più. Spalancai gli occhi: il fuoco mi fronteggia, va rosseggiante e vivo nelle sue braci soltanto, contornato d’aria tremante come l’atmosfera di un paese piano. In piedi, immobile, indovinai intorno a me il cerchio degli uomini rannicchiati, l’alto soffitto della mesa, la spianata, il villaggio, tutto apparentemente immutato e tuttavia, come il fuoco, svuotato d’un sogno dove tutto era possibile, immagine ora nota d’una scena vissuta dapprima senza sapere ciò che sarebbe avvenuto.

Stornai lo sguardo dal fuoco. Kowapi era là, seduto tra i suoi, sorrise e fece segno di raggiungerlo.

Lasciammo la spianata, risalimmo la scala. Gli uomini non si mossero, non fecero il minimo movimento verso di noi. Fuori la notte era fredda, immensa, colma della luce della luna alta. La città di pietra e la caverna non erano mai esistite. Camminammo in silenzio fino al villaggio di Kowapi. Quando fummo davanti alla sua casa, la mia guida disse semplicemente: «Vi lascio. Spero che abbiate capito». Avevo freddo, e d’improvviso ebbi voglia di raggiungere i miei compagni, di infilarmi nel sacco e farne un guscio per difendermi dal gelo, conservare il calore all’interno del corpo. Ma occorreva saperne di più.

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«Non so se ho capito ciò che volete che io capisca. M’avete parlato di disobbedienza. Volete certamente parlare di quella di Kowapi in cima alla montagna». «Se voi ricordate quel momento» disse Kowapi «state forse per comprendere. Quella è la risposta ai vostri problemi».
«L’avete ammesso anche voi, non appartengo al vostro popolo, lo non posso essere sicuro di aver visto le cose come l’avreste viste voi».
«Sì, è vero, siete straniero. Ma il fungo vi ha fatto uscire da voi stesso. Il canto vi ha guidato verso la memoria del mio popolo, e le gestualità della scalata vi hanno aiutato a rivivere la storia di Kowapi, il mio antenato. Io non vi ho seguito nel viaggio. Ma so che quel genere di esperienze penetra abbastanza profondamente nell’intimo perché si possano capire bene le cose».
«La storia del vostro antenato non mi spiega la ragione per la quale il vostro popolo ha cessato di salire sulle torri e le ha proibite».

Kowapi, che stava per rientrare, si girò nuovamente: «Quello che ora sapete» disse spazientito «e quello che senza dubbio conoscete della storia d’oggi del popolo indiano, dovrebbero bastarvi. Ascoltate attentamente: importante, per Kowapi, non fu la scalata e la scoperta di ciò che essa sublima dentro di noi, ma la disubbidienza. La scalata non ha valore se non è disubbidienza dei gesti, così come l’autentica poesia è disubbidienza della lingua. In cima alla sua montagna, Kowapi capì che stava per fare qualcosa di non usuale, usando la sua capacità tecnica per uno scopo che usuale non era. Essa era sempre servita per ricercare il fungo sacro. Egli la rese fine a se stessa, e vide il mondo, e il suo popolo in particolare, come non li aveva visti mai attraverso i rigidi costumi nei quali era stato educato. E andò a dirlo agli altri. Scese senza il fungo. La sua gente giudicò che avesse commesso uno dei massimi sacrilegi: fu accusato di aver mangiato il fungo da solo. La legge prescriveva ch’egli fosse bandito, cosa che per un uomo della mia tribù è sorte peggiore della morte. Ma la stessa legge imponeva che, fino al ritorno dal suo viaggio inferiore, egli fosse trattato come un uomo posseduto da colui che è chiamato Watan Tanka, il Grande Spirito, l’essenza di tutte le cose».

«Kowapi profittò del tempo concessogli per parlare, per raccontare ciò che egli aveva capito, per supplicare che gli credessero e rinnovassero i vecchi costumi. Egli seppe spiegare tanto e così bene che qualcuno intese la ragione e lo sostenne. Egli divenne il più celebre di Coloro Che Arrampicano, e riuscì a trasformare le consuetudini. Disse che il fungo sarebbe rimasto il mezzo per unire ciascuno di noi agli altri, e che la scalata, che è il mezzo per ascoltare la voce della terra, sarebbe stata anche il mezzo di unirci al mondo con la mediazione di Coloro Che Arrampicano uniti a quelli che rimangono in basso».

«Molto tempo dopo, vennero gli uomini bianchi e cominciarono a scacciarci dal nostro paese. Noi tutti tentammo di spiegare quello che rappresentano per noi la terra, l’erba, gli alberi, le pietre: oggetti sacri che ci legano al mondo. Ma gli uomini bianchi non vollero capire. Essi continuarono a farci guerra, a scacciarci. Quelli della mia tribù che poterono rimanere qui non hanno mai dimenticato Kowapi, e hanno sempre arrampicato secondo i suoi precetti». «Poi, un giorno, alcuni uomini bianchi delle grandi città del nord vennero a scalare le nostre torri. Essi avevano degli attrezzi straordinari, e i giovani della tribù si misero ad arrampicare come loro, lo stesso fui mandato nelle città ed arrampicai con i bianchi. Quando tornai qui, compresi che lo spirito di Kowapi stava per lasciare la tribù. La scalata era diventata il segno della nostra sottomissione all’uomo bianco, arrampicare era una nuova obbedienza. Uno dei modi per far disobbedire le parole è tacere. Uno dei modi per ottenere che la scalata non sia più una sudditanza è proibirla. Chiesi a qualche bravo scalatore che avevo conosciuto di venire sulle nostre torri, di spezzare i ferri che vi erano stati conficcati, di cancellare ogni traccia di passaggio. Poi le abbiamo vietate. E non poterle salire è, ai vostri occhi, la nostra nuova disubbidienza».

«Un giorno forse verrà un giovane uomo che urterà contro una troppo lunga osservanza delle regole, che le trasgredirà e scalerà le torri per dimostrare qualche cosa di nuovo. Ma – e Kowapi mi guardò con sfida – non sarà della vostra razza. Ora andate. Ho già detto abbastanza. Possa la vostra gente capire, un giorno!».

Mi lasciò d’improvviso, lasciandomi là, solo nella notte. Ora sapevo che era meglio rinunciare a salire le torri. L’indomani saremmo partiti, e senza dubbio non avrei rivisto Kowapi.

Pure, avevo ancora voglia di parlare della scalata con lui. Nel momento nel quale smetteva di parlare, i suoi occhi s’erano rivolti alle sagome nere delle torri e in quello sguardo fuggevole avevo avuto il tempo di scorgere un immenso rimpianto, tutta la tristezza di chi, privato della sua montagna, conserva in sé la nostalgia dei gesti dell’arrampicata.

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La trilogia di Bernard Amy – 2

Alagoune, una memoria interiore
di Bernard Amy
(pubblicato in italiano con il titolo Pietra di Nuvola su Rivista della Montagna n. 39, aprile 1980. Traduzione di Andrea Gobetti)

a Odette e Jean-Louis Bernezat
Stanotte in sogno ho scalato una dura montagna
Solo con la mia mazza d’agrifoglio
Mille crepacci, cento e cento vallate
Tutte ho esplorato nel mio viaggio di sogno.
Per tutto il tempo i piedi non mi tradirono
Gagliardo era il passo come nei miei giovani anni
Può essere che se la mente ritorna indietro
Anche il corpo riprenda l’antico stato?
E può essere che fra anima e corpo
II corpo languisca e l’anima resti robusta?
Anima e corpo entrambi son vanità;
Sogno e veglia entrambi sono irreali.
Di giorno i mìei piedi paralizzati vacillano
Di notte i miei passi scavalcano le montagne
E poiché il giorno e la notte hanno uguale durata
Fra i due riprendo tutto quello che perdo.

Po Chu I (772-846 d.C.) (da Liriche Cinesi, Einaudi 1974)

Monti di Billet, Air, Niger
Air (Niger), monti di Billet dal Kori omonimo

 

Introduzione di Andrea Gobetti
Ho tradotto con grandissimo piacere «Une memoire interieure» (da noi intitolato «Pietra di nuvola») pagina per pagina, avvinto dal racconto, del suo snodarsi fra le colline del Sahara, ritmato dal monotono battito del motore d’automobile, sino al volo sull’Alagoune nella nuova, splendida interpretazione d’uno dei più antichi sogni riposti nello spirito dell’uomo. Un riferimento al Monte Analogo di Daumal (ed. Adelphi) è doveroso, ma come il volume di Daumal è un diamante fra i retorici o ingenui scritti alpinistici dell’anteguerra, così la storia di Bernard Amy stronca ogni credibilità dei miti di realizzazione di se stessi nella meta, nel risultato e nell’emulazione dei suoi, presto frusti, protagonisti; discorsi come la competizione a questo punto restano molto indietro, alle spalle, seppelliti da cumuli di polvere nel Museo degli Errori umani, quando la stessa «Ricerca», accettata come insegna totemica dalle sedicenti avanguardie, è derisa come la corsa dell’uomo con la testa nel sacco alla ricerca della luce per monti e per valli. Ciascuno in questo racconto si sentirà toccato nel proprio io da riferimenti al «nostro» modo di vivere assai precisi e taglienti. A lui d’entusiasmarci, offenderci o far finta di niente. Comunque l’immaginazione resta al potere e, come forse non tutti sanno, l’alpinismo non lo inventarono né i mercanti, né i tecnocrati, né i conquistatori, né i preti, né gli sportivi: lo immaginarono i poeti.

Alagoune, una memoria interiore
I suoi occhi erano i suoi laghi, talvolta specchi d’un cielo sterminato, talvolta abissi d’acqua tanto oscura da non poterne intravvedere il fondo. Li avevo spesso guardati. Ma oggi non saprei dire quale sia stata l’ombra d’infanzia o il paese libero che vi avevo scoperto dentro, perché non so più cosa lei fosse per me. Forse era lei quella meno alta delle altezze dove l’avrei voluta, quella di cui dicevano m’appartenesse, quella di cui però io non possedevo nulla e che mi disse un giorno, per farmi rinunciare – o forse me l’ha fatto dire da qualcun altro, di quel giorno non ricordo anche questo – che stavo vivendo un sogno.

E io credevo invece che potessero stare insieme, il sogno e il possibile, e andai a vivere un altro progetto, un vecchio sogno quasi dimenticato, e diventato frammento irreale d’una parte di vita costruita a forza d’immaginare. Sono partito, sono andato lontano dai suoi laghi, dai suoi occhi d’acqua immobile e fredda, lontano dalle sue vertigini e i suoi vuoti.

Giorno dopo giorno, oltre le coste e i mari, presi la via del Sud. Passava del tempo, molto, la sera prima che io mi addormentassi. Guardavo la notte profonda invasa dalle stelle come il riflesso d’un cielo sull’invisibile specchio d’una distesa d’acqua lontana. Di giorno viaggiavamo. Ci lasciavamo prendere dal deserto senza mai cessare di vedercelo venire incontro, luogo immenso, immutevole quanto imprevedibile. Anche i miei due compagni, da cui d’altra parte non mi aspettavo alcuna emozione, restavano in silenzio, perduti nei loro pensieri, mentre le ore scorrevano, lasciandomi guardare, non facendo null’altro che guardare quel che ci era dato di vedere. Per approfittare del fuggevole frescore dell’alba partivamo assai presto. Guidavo sino a sera. L’aiuto degli altri mi avrebbe permesso un po’ di riposo. Ma dal momento della partenza avevo capito che avrei fatto bene ad arrangiarmi a guidare da solo per giorni e giorni. Per A. la conquista della nostra vetta e la rapidità di quella conquista lo trascinavano su preoccupazioni completamente aliene per tutta la prima parte del viaggio. Visto che era il rocciatore più dotato di quella che lui chiamava la nostra spedizione, doveva economizzare le proprie energie ed in particolare lasciare a noi di condurre la squadra a buona destinazione. Quanto a B., lui si era immediatamente viste confermate le sue certezze su tutti quelli che abitavano le terre che attraversavamo: mai essi avrebbero saputo costruire una strada e bisognava venire in questo sporco paese per trovarvi quello che loro chiamavano piste ma altro non sono che territori abbandonati buoni al massimo per farci crepare i loro asini affamati, dove loro camminavano, perché erano soltanto dei fannulloni, per ore e ore come solo loro sapevano fare.

Air (Niger), Adrar Chiriet

«Mi riprenderanno proprio a tornarci», rincarava, in tono ragliante.
«Avessimo almeno preso l’aereo», diceva A. strappandosi dalla contemplazione della pista.
«L’aereo? In questo paese è un suicidio sicuro!».
«Forse. Ma avremmo potuto arrivare più in fretta ed essere in forma migliore. Ma ti rendi conto dello stato di fatica in cui saremo?».

Da molto non ascoltavo più queste discussioni che si rincorrevano eternamente attorno alle stesse affermazioni. Le difficoltà della pista, l’importanza della scalata che si è progettata, la noia di un viaggio che faceva solo diminuire le nostre speranze di successo. Mi lasciavo scivolare invece sul fondo delle notti, tra le stelle e la loro freschezza, dove dimenticavo i domani, le piste da percorrere ancora, la scalata ancora così lontana cui non serviva niente pensare.

Viaggiavo e basta senz’altra preoccupazione di quella essenziale di godermi al massimo ciascun istante. Lo spirito dei miei compagni e la decisione di separarmi da loro al ritorno mi aveva facilmente fatto accettare quel modo di viaggiare.

Chirfa (Niger) , Niger, Deserto del Teneré

Viaggiare fermandosi il meno possibile, tenendosi alla larga dalle bianche città, senza voler scoprire nulla sotto le innumerevoli cupole e nell’ombra dei suoi stretti vicoli, seguire il filo regolare della pista come se non dovesse finire mai, seguirlo ancora più lontano, sempre più lontano verso sud, questo in fondo non m’annoiava certo e ci scoprivo un tipo di viaggio da poter vivere per una volta, non mi spiaceva affatto. A cosa sarebbe servita una sosta in una città o in un villaggio? Sarebbe stata una cosa di pochi istanti, il tempo di sfiorare una piazza, una strada, d’intravvedere un viso e subito dimenticarlo.     Quelle città le preferivo popolate d’immaginarie folle che si mescolavano, di tutto un popolo che al ritorno avrei scoperto davvero, lentamente, dietro le lunghe teorie di muri calcinati.

«Non voglio, io, che andiamo a vedere quel villaggio – brontolava B. – Ma hai visto come ci guardano quando passiamo? Certo che fermarci non sarebbe salutare».
«Comunque non ne abbiamo il tempo – tagliava corto A. – dobbiamo essere ai piedi dell’Alagoune tra cinque giorni, ci restano 2000 chilometri e visto lo stato delle piste…».

Un’altra duna dalla cresta affilata appariva e tutti e due giravano la testa, smettevano di parlare. La lunga contemplazione ricominciava. A. e B. riuscivano a dimenticare la vetta e a vedere il paese in un’altra dimensione che come soltanto un ostacolo sulla via verso la loro montagna? Non ne parlavamo e non l’ho mai saputo.
Alla sera del quinto giorno arrivammo a un incrocio fra piste che avrebbe potuto essere quello da cui bisognava cominciare a prendere all’Est verso l’Alagoune. Ma nulla ci permetteva di esserne certi.

Da giorni eravamo soli sulla pista e in quel momento invece vi era un’inattesa eccezionale circolazione. Passavano grandi camion carichi di minerali, si levavano al loro passaggio grandi nuvole di polvere e il deserto rimbombava del rombo dei motori. Ne fermammo alcuni. Nessun autista sapeva darci l’informazione che ci serviva.

«Non ci perderete niente a prendere la pista dell’Est – disse alla fine un camionista – ci troverete un villaggio dopo dodici chilometri. Forse qualcuno laggiù saprà indicarvi la strada».

Il ruggito del motore coprì B. che a mezza voce imprecava: «Meticci incapaci di sbattere un cartello agli incroci!».

«C’est embêtant – rilevò A. – se ci sbagliamo bisognerà tornare indietro, e non abbiamo certo tempo da perdere. Questi camion verranno bene da qualche parte. Ci sarà qualche miniera. Andiamoci e domandiamo. Ci spiegheranno meglio».

Izouzaouène (Montagne Blu), traversata , Niger, Deserto del Teneré

A me pareva invece che, vista l’ora, bisognava soprattutto trovare un buon posto per la notte, e il terreno ideale di ricerca non erano certo i bordi di quella pista in cui sarebbero passati camion magari sino a tardi. Era meglio allontanarci, quindi dirigersi verso il villaggio. Quando gli altri due finirono per esserne convinti ci infilammo nella via laterale a incontrare la notte e le sue prime stelle. A. stava zitto. Si era lanciato in nuovi calcoli per valutare le distanze percorse negli ultimi giorni. Mi guardavo bene dall’intervenire. Per me era chiaro che il giorno dopo avremmo trovato il villaggio e là qualcuno che ci avrebbe aiutati. Viaggiavamo così da circa un quarto d’ora quando A. fu scosso da un sussulto.

«Ma proprio per niente! – gridò – non abbiamo calcolato la sosta dell’altro ieri dopo mezzogiorno! Siamo almeno a 500 km dal bivio. Certo! 500 km in ritardo! Non val la pena continuare di qui».

Non lo stavo ascoltando più, però. Avevo appena distinto alla nostra destra, nella luce che si era addolcita nel tramonto, quel che poteva essere un albero piantato in pieno deserto. Sotto questo si poteva distinguere una forma bassa, accucciata, che poteva essere un uomo. E vicino a quella l’aria tremolava un poco. Era l’aria calda del giorno che ristagnava, oppure un fuoco il cui fumo si confondeva con le grigie e azzurrine ombre del deserto sul far della notte? Infischiandomene delle domande di A. e di B. lasciai la pista e andai diritto verso quel che avevo creduto di vedere. Come mai non l’avevamo visto prima? Il deserto nasconde male le altezze e l’aria calda porta lontano il miraggio del minimo ciuffo d’erba. Era come se la nostra immaginazione avesse tutt’a un tratto piantato lì quell’albero impossibile… Ed è un albero davvero. E sotto le sue fronde sparute un uomo era seduto ad accudire un fuoco di sterpi. Avevo fermato la macchina, eravamo scesi e richiuso sbattendo le portiere e guardavamo la scena inaspettata.

Campo a Orida, Niger
Niger, Djado, tramonto sulla Torre di Orida e le altre torri

L’uomo aveva sistemato sulle braci l’onnipresente cuccuma dove udivamo l’acqua bollire piano. Accudiva il fuoco con gesti lenti e misurati come se fosse stato là da secoli sognando fuochi senza fine, a continuare i gesti millenari di tutto un popolo del deserto; invisibile, da lui solo personificato. Non si era mosso, non aveva ancora fatto un gesto a dimostrazione di essersi accorto di noi. B. mormorò «Un altro pazzo! Son tutti pazzi qui». Sento A. tirarmi per la manica: «Vieni – diceva a voce bassa – attendere non ci porterà a nulla». L’altro dovette udirlo perché, sempre con gli occhi sul fuoco e la cuccuma, si mise a parlare: «Où allez-vous? Da quanti giorni state viaggiando? Fate un attimo di sosta. Preparo l’erba dolce e ci metterò la menta che mi resta».

I due si erano zittiti, io non osavo più fare un passo. Quest’uomo ci proponeva una tazza di erba dolce, qualunque abitante del deserto avrebbe fatto lo stesso, ma ci era stata offerta anche la menta e questo accade qui ai vecchi amici o per uomini da troppo tempo nemici cui infine si parla di pace. Si è girato verso di noi. Era cieco.

Il suo sorriso sornione però lasciava credere che malgrado questo ci vedeva e che lo divertivamo con la nostra sorpresa.

«Sedetevi! La faccia al sole: non resterò più per molto, ma il mio fuoco è assai più debole. Dovrete attendere un po’».

Le sue mani continuavano a indaffararsi, rimettevano nuovi sterpi nella brace, trovavano da una parte un vecchio sacchetto polveroso, ne estraevano la menta che rapidamente veniva passata tra le fiamme. Queste vacillarono e furono piene di fumo trasparente e all’improvviso ci fu profumo e di fuoco e di menta che s’inceneriva tra il legno, che spariva dolcemente e ti lasciava dentro solo una sottilissima voglia di erba dolce con la menta.

Eravamo seduti e l’uomo ci faceva dei grandi sorrisi. «Sono Acem Ar Bdéli», ci disse con un leggero inclinarsi del busto. Conoscevo un po’ la lingua del paese e presi pretesto dal suo nome per poter parlare: «Acem: è colui che mostra, credo. Bdéli è il cammino. Ma Ar?».
«Non è facile». Rideva forte ora e girandosi verso di me mi mostrò le mani vuote in segno di impotenza.
«Potrei tradurlo con «nuovo». Ma è anche qualcosa di più al tempo stesso. Vuol dire quel che si ha dentro, quel che ci si nascondeva e che si mostra finalmente a se stessi».

Poi Acem si fuse nella cerimonia. Con l’accenno di un sorriso che sembrava rivolto a se stesso, ora era assorto nella preparazione dell’acqua dolce e del suo servirla. Dal sacco tirò fuori un piccolo tappeto che stese sulla sabbia e quattro bicchieri che dispose sul tappeto. Versò nella teiera la polvere scura di erba dolce tritata. Passò lentamente il recipiente sulla fiamma. L’acqua nella cuccuma ora bolliva con forza e sollevò il coperchio. Lui senza esitare prese il manico rovente e posò la cuccuma sulla sabbia.

Niger, Air, Arakao, preparazione del té e del pane

Non più un alito di vento muoveva i grandi spazi al di là dei quali s’oscurava l’immenso disco solare. Nella cuccuma il rumore dell’acqua in ebollizione si quietò. L’uomo attese sinché un brusìo appena percettibile usciva ancora dal recipiente. Un fremito percorre ancora la sua pelle, dopo che il cavallo che viene da Ponente e che ha attraversato tutto il deserto s’è fermato – dicono qui per la preparazione dell’acqua nella cerimonia dell’erba dolce. La nostra strada era stata la stessa, il sole cadeva sotto l’orizzonte e nell’attimo in cui tutta la fatica della giornata su di noi, per farci meglio godere della pace di quell’istante, non v’era altro che il fremito dell’acqua per dire che qualcosa quaggiù viveva ancora. Acem lasciò a lungo riposare l’acqua sette volte riversata nella teiera dove erano in infusione l’erba dolce e la menta. Alla fine versò dello zucchero sul fondo di quattro bicchieri, li riempì e con un gesto ci invitò a bere.

Bevevo a piccoli sorsi bollenti. Il tutto cercando di non smuovere troppo il bicchiere. Dopo la prima bruciatura, il gusto dolciastro dell’infusione penetrò la mia bocca e, appena accennato in lontananza, si sentiva ora il gusto dello zucchero che stava fondendo. Il tutto era durato un’eternità. Eppure il disco rossastro non aveva ancora finito di scomparire sotto l’orizzonte. La cerimonia era avvenuta a quell’ora della sera in cui il sole pare si immobilizzi, le ombre si liquefanno e come le acque chiare di uno stagno guadagnano trasparenza e profondità. Una grande calma si era fatta in me e l’erba dolce le dava gusto e calore.

Dalla partenza del viaggio tutti i nostri tramonti erano stati pieni d’occupazioni, di riparazioni, di rumori e di parole. Bisognava far da mangiare, sistemarci per la notte, verificare il buon funzionamento dell’auto sempre di fretta per finire prima del buio.

«Andiamo a dormire presto la sera – aveva detto A. – dobbiamo riposare ogni volta il più possibile, il viaggio affatica e sarebbe bene riuscire ad arrivare in vetta».

E noi così vivevamo i tramonti solo come immagini fuggitive, come se la nostra vita, questa vita che precipitiamo sempre verso una meta interamente costruita dalla nostra mente, fosse scivolata fuori dai grandi ritmi che lentamente, giorno dopo giorno, muovono il deserto, il cielo e il loro sole. Ci era voluto quest’uomo accanto al suo fuoco, questo impossibile albero tra territori secchi, per farci arrestare e dimenticare di continuare a correre senza posa, il caso soltanto ci aveva fatto prendere questa strada laterale e trovare Acem. Ma questo era soltanto opera del caso? A. doveva chiederselo pure lui, perché si piegò verso di me dicendo in tono canzonatorio: «Bene! Arrivati che siamo all’appuntamento, Acem e te potreste dirci quel che avete da dirci».

Questo movimento attirò l’attenzione del nostro ospite che si girò verso di noi: «Verso dove state viaggiando?».
«All’Alagoune», rispose A. in tono quasi aggressivo.
«Hai risposto troppo in fretta per non perderti lungo la strada. Vedi? Già non sei più sulla tua strada».
«Cosa vorrebbe dire? Questa non è la pista giusta?».

Ma Acem si accontentò di domandare: «Che pista pensate di star seguendo?». Parlava così con una calma tale che credetti stesse provando a stuzzicare A. e preferii intervenire: «Contavamo di seguire la pista del Sud, sino all’altezza dell’Alagoune, poi deviare verso est sino ad An Ralah. Ci hanno parlato di un villaggio a qualche chilometro da qui. Ne siamo ancora lontani?».
«Non ci sono villaggi».
«Ma ci hanno detto…».
«La gente parla di un villaggio, ma nessuno vi è mai stato».

Dietro di me B. cominciava ad agitarsi, quasi ad alta voce proclamò che tutto ciò non lo sconcertava affatto dal momento che tutta la gente del luogo valeva lo stesso e che decisamente non ci si poteva fidare di nessuno in questo paese di inganni e menzogne. A. fu più chiaro: «Non val la pena di continuare. Ritorniamo ai nostri calcoli approssimati senza chiedere niente a nessuno. Propongo di rientrare sulla pista principale e là…».

Acem gli tolse la parola con aria divertita: «Qui, noi diciamo che quando l’albero ti ha mostrato la via, non sta bene girarsi indietro».
«Noi dobbiamo essere al più presto possibile ai piedi dell’Alagoune», fece osservare A. in tono molto duro.
«Prendete la via più breve!».
«No, la via più sicura».
«Non bisogna seguire sempre le proprie certezze».
«Se esse possono condurmi all’Alagoune…».
«Esse non vi porteranno sulla vostra via. Sapete che significa Alagoune?»
A. si prese la briga di rispondere ancora, ma parlava a ogni momento con più nervosismo: «Goune significa la montagna, il monte. Ala non lo so. Ma cosa volete che me ne importi: saperlo non mi può certo aiutare».
«Ala significa: simile, nella vostra lingua – continuò Acem sempre con la stessa calma – e io non vedo a quale montagna dentro di voi l’Alagoune potrebbe assomigliare. Ma, visto che volete andarci, sappiate che la pista del Sud vi prenderà almeno due o tre giorni. Due o tre giorni perduti!».
«… Come, perduti?».
«Sappiate, per cominciare, quello che cercate. Poi saprete che la vostra strada va all’Est».
«Lei lo sa, noi cerchiamo l’Alagoune».
«Quel che dovete cercare è a un giorno di viaggio da qui lungo questa pista».

Forse Acem non parlava dell’Alagoune. Ma sembrava formale: due o tre giorni per la via del Sud, e quindi due o tre giorni di pista con i miei passeggeri sovraeccitati dall’incontro in un parossismo d’impazienza di finirla.

Preferivo la pista orientale che forse non ci avrebbe condotto alla nostra vetta, ma l’avrebbe fatto in un giorno soltanto. Per la prima volta dalla partenza l’imprevisto si manifestava.

A me era evidente che bisognava seguire le indicazioni di Acem. Ma già A. e B. si stavano alzando e mi facevano segno di seguirli. A loro pareva evidente che non c’era più nulla da fare lì. lo invece volevo essere sicuro di aver capito bene le parole di Acem: «Lei dice che da quella parte potremmo raggiungere l’Alagoune in un giorno soltanto».
«Un giorno».
«Ne è sicuro?».
«Sono Acem Ar Bdéli», mi rispose con voce altezzosa.

Mi voltai verso A. «E tu che ne dici?».
«Non mi pare che sia abbastanza sicuro».
«Un giorno solo, però! Pensa a quanta fatica in meno, quanti chilometri in meno, la parete così vicina. La pista sarà meno buona, ma l’auto pare tenere bene, io penso che dovremmo provare».

A. esitava, B. attendeva. Ma già sentivo che li avrei convinti, avevano troppa voglia di arrivare per non cedere. Proposi di dormire lì, era già abbastanza tardi e avremmo così potuto decidere all’ultimo momento. La notte era scesa senza che ce ne accorgessimo. Mi alzai e partii con gli altri due verso la macchina. Ma Acem mi richiamò: «Domani non avrete, per mostrarvi la via, né l’albero né me, non dimenticare i punti di riferimento».

E si mise a descrivere la pista tanto precisamente da farmi pensare che l’aveva vista con gli occhi e a lungo, come un viaggiatore che l’avesse seguita per molti dei giorni della sua vita.
O forse avevano tante di quelle volte descritto a lui quel che ora raccontava a sua volta, che poteva realmente credere di aver visto questa pista.
Al mattino riprendemmo la strada. A. già farneticava di poter cominciare la scalata il giorno dopo. Non pensavo ciò fosse possibile. E man mano che ci spingevamo ad est, dei mutamenti quasi impercettibili avvenivano nel panorama. Poco a poco il deserto divenne sempre più deserto. I già rari pascoli dei cammelli erano scomparsi. Davanti a noi si stendevano senza fine ciottoli grigi, spianate incolori e basse colline ben differenti da quelle che avevamo trovato più a nord, colline che a una certa distanza si confondevano nella luce tremante del giorno torrido. Avrei dovuto sprofondarmi completamente nella guida, lasciare che il vuoto mentale suggerito da questo nuovo tipo di deserto mi invadesse.

Bernard Amy in vetta al Grand Im Bodenam, Niger
Grand Im Bodenam, sperone est, arrivo in vetta

Ma i sogni a occhi aperti dei giorni precedenti avevano fatto posto a un’indefinita inquietudine provocata dalle difficoltà inabituali della pista, dall’aridità un po’ spaventosa dei territori che ora ci circondavano. All’orizzonte non appariva nessuna catena di montagne. L’Alagoune poteva veramente essere solo a una giornata di viaggio? Non c’era nulla davanti se non altre colline nere e il nastro quasi invisibile d’una pista che ci veniva da domandarci se non fosse stata ormai dimenticata. Ma i punti di riferimento indicati da Acem saltavano fuori con una regolarità sorprendente. La descrizione che lui mi aveva fatto della pista era così esatta che mi pareva di riconoscere un cammino già ben conosciuto e dove ciononostante la presenza della nostra montagna sembrava sempre più improbabile e l’impressione di stare per perderci sempre più forte. Come un’eco dei miei pensieri giunsero improvvise le domande di A.: «Credi davvero che siamo sulla strada giusta? Questa è una di quelle piste in cui ci si perde, questa».
«Non so, ma tutto fin qui corrisponde alla descrizione di Acem».
«Comunque e ciononostante non sappiamo più dove siamo».
«Finiremo bene per ritrovarci da qualche parte».

A. rise di scherno: «Perché ritrovarci e non solo trovarci? Si può andare lontano con questi ragionamenti».
Non risposi, bisognava guidare e non pensare più a nulla.
Acem non aveva mentito, ci arrivammo sul finire del pomeriggio. Oltre una collina grigia esattamente identica alle altre l’orizzonte era sbarrato da una linea più chiara di montagne e contrafforti. Poi, molto in fretta, una vetta si staccò dalla catena. Non corrispondeva affatto all’idea che ci eravamo fatti dell’Alagoune, ma ci stavamo avvicinando da una direzione insolita. E poi per me questo non aveva più nessuna importanza. Cercavamo una vetta e la vetta era là. La pista ora piegava a Sud per contornare le montagne. All’Ovest la luce si addolciva. Sopraggiungeva il crepuscolo e, all’ultimo momento, un villaggio apparì, nell’ombra delle alte pareti.
All’entrata del villaggio un uomo ci guardava arrivare. Ci fermammo alla sua altezza e gli chiedemmo se eravamo arrivati al villaggio di Rergoune. Invece di rispondere lui ci chiese dove stavamo andando.
«All’Alagoune», buttò lì A. «Ma siamo qui a Rergoune?».

L’uomo cominciò a ridere: «lo sono del villaggio di Arazgoune, “la casa della montagna”. Cercate un villaggio, eccovi la vostra casa».
E quindi, sganasciandosi: «Cercate la montagna, eccone una!».

E ci mostrò il picco sovrastante il villaggio, le creste slanciate e le pareti che di qui nascondono tutto l’occidente.

Borbottando A. si girò verso di noi: «Non caveremo un ragno dal buco, qui. Sistemiamoci per la notte. Domani andremo a vederla da vicino, la montagna».

Senza dar da intendere d’aver ascoltato le parole di A., l’indigeno continuò: «Potete sistemarvi in questo cortile, vicino alla prima casa. E’ la mia e vi chiedo di accettare la mia ospitalità».
Con la testa e il busto leggermente inclinati attendeva una risposta.

«Mille grazie» dissi e manovrai per far entrare l’auto nel cortile. Gli altri velocemente tirarono giù dalla macchina il materiale da campo. L’uomo ci aveva seguito sin sull’entrata del cortile e osservava.
Guardai intorno e altro non c’era se non muri di terra secca, suolo polveroso e ombre ancora calde.

«Dove possiamo trovare acqua?», domandai.
«Vieni con me».

Con un bidone per mano lasciai A. e B. e seguii la mia guida.
Era al capo opposto del villaggio dove, oltre l’unica strada, una piccola oasi dava verdura e frescore. Quattro muri circondavano alcuni giardini dove crescevano palme e alberi da frutto. Al centro d’una piccola apertura era un pozzo con un secchio e una corda. La guida vi attinse un secchio d’acqua e mi disse: «Bevi a sazietà e prendine quanta te ne serve, ma solo quanta te ne serve, il villaggio non ha molta acqua e non sappiamo quando pioverà».

Inclinò il secchio verso le mie mani a coppa. Bevvi a lunghe sorsate quell’acqua fresca e dolce che potevo bere senza risparmio.

Quando mi fermai e sollevai di nuovo la testa vidi l’alta parete che incombeva su di noi. Essa era ancora in ombra nascondendo ogni particolare. La vetta era una cresta orlata di sole e dominata da una torre di roccia di cui una sfaccettatura brillava nell’ultima luce del giorno. Ai piedi della torre sembrava di poter distinguere un punto ancora più brillante. Dimenticandomi dell’uomo che ancora teneva il secchio in mano attendendo per me che bevessi di nuovo, cercai di guardare meglio. La chiazza chiara che brillava lassù, su un’altra montagna non avrebbe potuto essere altro che un nevaio. Ma qui? Tutto il deserto arido che avevamo attraversato, tutta la calura bruciante delle giornate che cuocevano questa terra rendevano impossibile l’esistenza di un nevaio sulla vetta.

Una zona di rocce più chiare, una vena di quarzo, forse? Ma la roccia sotto la chiazza sembrava luccicante d’acqua.

«Come ti chiami?», chiesi alla mia guida.
«Acem», rispose in un largo sorriso. E senza mostrare attenzione per il mio sbalordimento: «Che vuoi sapere della montagna?».
«Quella chiazza che brilla, lassù in cima, … è neve?».
«Non so che significhi questa parola nella tua lingua, ma qui, quel che brilla lassù ha un nome che significa: la pietra di nuvola da cui esce l’acqua.
«Ma tu… l’hai vista da vicino? L’hai toccata?».
«Il mondo di lassù non è fatto per noi, coloro che lo abitano sono i soli che sanno quale pietra può venire dalla nuvola».

Non riuscii a saperne di più. La notte si avvicinava svelta e lasciando Acem presso il pozzo riguadagnai l’accampamento. Sulla strada del villaggio mi fermai per rivedere quella chiazza. Nell’ombra che s’andava inspessendo essa era ancora più bianca, irreale.

Era pietra o neve? Acqua dai riflessi splendenti o un brillante cristallo di roccia? Le parole di Acem non aiutavano a decidere. Ma qualunque fosse la sua natura, era là come un regno impossibile da me separato da uno spazio invalicabile. Nel pieno di sterminate lande deserte essa non poteva esistere se non come un’orma d’un mondo inaccessibile, invisibile e per la gente del luogo inimmaginabile. Acem aveva detto che quel mondo non era fatto per noi. Ora avevo l’impressione che, soprattutto, non avesse bisogno di noi.

A. e B. avevano già installato il campo e ordinato il materiale per la scalata. Avevano avuto il tempo di studiare una via di salita e preferivano partire già l’indomani. Presi come pretesto la fatica del viaggio e soprattutto l’aver sempre guidato per dir loro che non li avrei accompagnati. Non avevo abbandonato l’idea di arrampicare con loro, ma preferivo per prima cosa abituarmi a questa montagna. La notte fu più calda del solito. I muri del cortile ci proteggevano dal vento e trattenevano il calore del giorno. A lungo attesi il sonno. M’ero sdraiato con il viso volto alla parete e cercavo nella notte di ritrovare la chiazza. Non avevo parlato ai miei compagni né di quella chiazza insolita, né dei giardini che circondavano il pozzo. Dirglielo non avrebbe avuto scopo. Nella loro testa c’era posto soltanto più per i progetti della scalata.

Arakao, Niger
Niger, Arakao, scalata alla gran duna

Quando mi risvegliai loro erano già partiti. Il sole si levava sul deserto ma il villaggio me lo nascondeva. L’aurora aveva portato aria fresca e, nell’ombra del cortile, attendevo che il sole mi raggiungesse.

Dalle case vicine arrivavano rumori e voci che rendevano quel mattino un istante completamente speciale dopo tanti giorni con la solitudine del deserto. Partiti i miei due compagni restavo solo, libero di vivere quel viaggio come l’avevo immaginato. Quando il sole mi toccò, il cortile fu invaso dalla calura e fui costretto ad alzarmi.

Acem arrivò e mi invitò a bere dell’erba dolce. Non potevo certo dir di no. Fui invitato in casa sua e si concentrò nella preparazione dell’infuso.

Più tardi, avevamo bevuto in silenzio, mi domandò: «Sono partiti, vero?».
«Sì».
«Alla montagna».
«Certo!».
«E tu che pensi di fare?».
«Esser qui».

Un gran sorriso gli scivolò sul volto e senza dir nulla di più si alzò e se ne andò. E’ così che la gente di queste parti ti dice che casa loro è casa tua.

Più tardi traversai il villaggio e tornai ai giardini. Conservavano ancora il fresco notturno. In certi punti il terreno era umido. L’erba risuonava dei brusii degli insetti. Il vento stormiva tra le palme come grilli in lontananza. Mi sedetti sulla terra, mi appoggiai al muretto del pozzo e ancora una volta guardai la parete.

C’era in quel momento una luce obliqua che ne rivelava ogni particolare. L’ombra serale ci aveva fatto pensare a una parete molto ripida senza una via evidente per salire. In quel mattino appariva invece un versante spazioso tagliato da cenge e canaloni su cui appoggiano, svettanti verso il cielo, splendide torri color ocra. A sinistra era delimitata da una cresta affilata. La seguii tutta con lo sguardo.

Su quella salire doveva essere relativamente facile, una cavalcata aerea, esposta in equilibrio fra i precipizi del versante nord-est pieno di sole e le ombre che regnano a sud-ovest. La cresta terminava sotto la torre sommitale, esattamente dove avevo visto la chiazza bianca. Non era ancora stata toccata dal sole. Guardando con attenzione mi parve di distinguere una zona d’ombra più chiara che poteva essere la chiazza. Di nuovo con gli occhi sulla parete principale cercai tutte le vie di salita possibili. Ma gli occhi continuavano a tornare sotto la torre, volevano vedere quella chiazza e forse finivano per inventarsene una. Poteva veramente esserci un nevaio lassù? Un relitto di neve indurito dalla fusione che solo gli spiriti delle altezze e del deserto conoscevano? Eppure ero quasi sicuro d’aver visto brillare delle placche umide. La maniera migliore di saperlo era quella di andarci. Studiai ancora la cresta, non sembrava che vi fossero difficoltà estreme. E doveva essere una scalata bellissima! Mi alzai, tornai all’accampamento. Mi levai i sandali e infilai le scarpette d’arrampicata. Misi nel sacco una corda, sperando di non dovermene servire, poco materiale e una borraccia d’acqua. Lasciai nell’auto un biglietto con l’ora probabile del mio ritorno e dove contavo di andare. Poi partii verso la cresta. In poco tempo ero ai suoi piedi. Una bella fessura di roccia compatta solcava il versante assolato e permetteva di raggiungere il filo della cresta che pareva continuare sempre arrampicabile. Posai le mani sulla roccia già calda. Era solida, sicura, fatta per portarmi in alto, ricca di appigli, ben visibili. Ho cominciato ad arrampicare e tutto è diventato facile.

La cresta mi dirigeva, salivo fra le impalpabili superfici dell’ombra e della luce. I gesti si succedevano regolari. Le forze necessarie mi salivano dentro e ogni sforzo si annullava. E non avevo peso. Ero l’aria tiepida che scivolava lungo la cresta, nell’aria fresca del mattino, e trovavo sulla roccia il tepore d’un giorno che si levava grande sugli sconfinati spazi del deserto. Ero il vento che scivolava nel centro del vuoto (Bolenath! NdT). Non toccavo più le rocce della cresta. E le rocce erano la stessa, unica pietra, che mi seguiva ora affinché il vuoto ed io potessimo appoggiarci su di lei e costruire la nostra dimensione, sempre più alta, sempre più aperta, vivendo come l’acqua limpida che ogni immagine trapassa senza perderci niente dentro. Non pensavo più alla vetta, al nevaio impossibile, all’orario che dovevo rispettare per ritornare in tempo. Ero in arrampicata e quello bastava. Non lo sapevo più, ma conservavo una coscienza diffusa che mi dava una gioia profonda. Il mio corpo arrampicava, arrampicava e la montagna era lì per quello.

In arrampicata a Orida
Djado (Niger), Torre di Orida, Teneré Crack, 6a lunghezza

Insieme al sole toccai i piedi della torre sommitale. Mi fermai, che il soffio si calmasse nei polmoni vuoti. E mi guardai intorno. Avevo lasciato i giardini, il fresco e l’acqua, ma l’acqua la ritrovavo lassù. Ero su un’immensa terrazza costellata di vasche profonde. Sulla parete incombente che mi nascondeva la vetta era aggrappato un enorme, lucente nevaio da cui scrosciava una cascata d’acqua chiara. Ruscelletti alimentavano le vasche da cui l’acqua debordava e scendeva sulle placche arroventate del versante soleggiato. Aggirai le vasche e salii al nevaio. Mi fermai sotto il suo bordo inferiore strapiombante. Nel cavo della mano raccolsi un pugno di neve fredda e pesante. Fondeva a stento e le strinsi le mie dita attorno. Dominavo la terrazza. Non mi ero neppure meravigliato vedendo che aveva la forma ovale d’un grande viso dove le due vasche più grandi erano gli occhi color del cielo che vi si rifletteva. L’acqua le dava vita e i riflessi espressione. Ero di nuovo sulla montagna, lei mi aveva atteso e ora mi accoglieva. I suoi laghi erano i suoi occhi, finalmente specchi d’un cielo vicino, pozze d’acqua trasparenti di cui vedevo il fondo di pietra pura. Avevo trovato il vasto paese aperto del deserto, sapevo quello che lei era per me e lei mi diceva che nel ritrovarla non c’era stato nulla di impossibile. Per portarmi alla sua vetta l’immaginario e la realtà avevano costruito insieme un luogo perfetto. La vetta, quella vera, dove tutte le linee delle creste si uniscono, non aveva ora più nessuna importanza. Seguii una cengia, raggiunsi la cascata e mi misi sotto il suo getto. Lasciai che l’acqua gelida fosse su di me, scorresse su di me, impregnasse i miei vestiti. Ma non chiusi gli occhi in tempo e un riflesso mi fece indietreggiare fuori dalla cascata stropicciandomi gli occhi. Per paura di perdere l’equilibrio mi sedetti sulla cengia, schiena contro la parete. Quando potei di nuovo aprire gli occhi, vidi sopra di me Acem che scoppiava di risa. Teneva un secchio d’acqua pieno a metà e sentendo la camicia inzuppata incollarsi alla pelle capii che il resto l’aveva versato su di me. «Sei pazzo Acem! Sprecare tutta quest’acqua soltanto per…».

«Sembravi molto felice nel tuo sonno. L’uomo felice che sogna la propria felicità, possiede la ricchezza vera. E a chi possiede già la vera ricchezza, si devono dare vere ricchezze».

Sono io ora che scoppio a ridere. Ma nello stesso tempo un vago senso di delusione cercava la via del mio cuore: e così tutta la così bella scalata…

«Arrampicavi, vero?» mi domanda bruscamente Acem.
«Sì, ma solo in sogno».
«Colui che si crede un uccello perché sta sognando di volare, lui è veramente un uccello nel momento in cui vola. Si deve dire che conosce l’ebbrezza del volo. Tu l’hai conosciuta la grande gioia dell’arrampicare, vero? ».
«Sì, certamente».
«E allora che importa se fu da sveglio o nel sonno? E poi dì a te stesso che se l’hai conosciuta è perché già nella realtà hai arrampicato bene».

Avrei dovuto ammettere che Acem aveva ragione. Ma, uscito dal sogno, senza avere lo stesso ritrovato il grande sogno del nostro viaggio, volli discutere.

«Ho già sognato di essere un uccello eppure non ho mai volato realmente».
«Se ti sei davvero sentito un uccello allora una parte di te, un giorno molto lontano, ha già volato. O forse hai volato in sogno per immaginare una felicità diversa che tu non sai tradurre altrimenti. Vieni! Hai arrampicato meglio tu dei tuoi amici. Il mio pranzo ti sta attendendo».
«Sono tornati i miei amici?».
«No, per quel poco che io conosco la montagna credo che oggi non troveranno la loro felicità».
Andammo verso il villaggio. Faceva così caldo che il suolo scottava le piante dei piedi attraverso i sandali. Doveva essere insostenibile lassù, sulle creste o sulla parete. Sentivo contro la pelle la freschezza dell’acqua che evaporava, e nello stesso momento immaginavo A. e B. che stavano forse ancora arrampicando.

«Acem, pensi che torneranno per sera?».
«I tuoi amici? Certo. Ma vedi, essi cercano troppo quello che desiderano per poterlo trovare».

E poi ridendo di nuovo mi chiese: «E tu, l’hai trovata la pietra di nuvola?».

E mi mostrò il mio pugno serrato.

Sorpreso, aprii la mano. Avevo dentro un bel sasso quasi freddo, straordinariamente bianco e che non ricordavo d’aver raccolto.

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La trilogia di Bernard Amy – 1

Il più grande arrampicatore del mondo
di Bernard Amy
Chi possiede la virtù superiore non agisce e non ha scopi, chi possiede soltanto la virtù inferiore agisce ed ha uno scopo (Tao-Te-King).

(Traduzione di R. Stradella)
Questo racconto ha preso lo spunto da una novella di Nakasima Ton, comparsa ne Il mondo di Zen di N. W. Ross e dall’introduzione di D. T. Suzuki all’opera di Eugen Herrigel Lo Zen e il tiro con l’arco. E’ il primo della cosiddetta trilogia di Bernard Amy. Pubblicato sulla Rivista Mensile del CAI n.12 del 1972.
Benché nessuno abbia mai saputo esattamente il suo nome, tutti lo chiamavano Tronc Feuillu. Era qualcosa come Tron Fo Oyu, ma la pronuncia offerta dai suoi compatrioti era troppo veloce perché un europeo potesse coglierla in pieno.

Questo soprannome però non evocava affatto il personaggio. Tronc Feuillu era un uomo magro, alto, con viso e mani d’asceta. Aveva il cranio rasato. E dietro ai suoi occhi appiattiti d’asiatico, brillava uno sguardo volta a volta severo, ironico e dolce. Rammentava piuttosto il tronco di una di quelle piante delle terre australi che, passate attraverso alle fiamme degli incendi delle foreste, sembravano essere divenute imputrescibili.

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Tronc Feuillu faceva parte della delegazione giapponese al raduno internazionale. Benché fosse la figura che più colpiva nel gruppo, non ne era il capo. Tuttavia i suoi compagni parlavano di lui con un rispetto che non era giustificato soltanto dalle capacità tecniche. Interrogati, si erano rivelati imprecisi, avevano parlato di «una suprema saggezza e una tecnica al di là della tecnica», il che non spiegava niente.

A chi avrebbe voluto saperne di più, i compagni di Tronc Feuillu avevano risposto: «parleranno i fatti; bisogna aspettare la salita alla quale parteciperà il nostro amico».
«La salita? Ce ne sarà una sola?».
«Certamente».

Tre giorni più tardi il tempo si mise al bello. I giapponesi attaccarono subito la parete nord della punta Rekwal, l’itinerario più lungo e senza dubbio il più difficile del massiccio. Guidati da Tronc Feuillu evitarono il passaggio detto du Pendule con una variante rimasta celebre.

Più nessuno da allora l’ha ripetuta. Gli alpinisti più abili d’Europa e d’America vi si sono cimentati. Nessuno ha potuto superare i primi dieci metri.

Tronc Feuillu superò una serie di placche alte ottanta metri, senza terrazzini, senza fessure abbastanza larghe per il piede o la mano. Non utilizzò chiodi, né mai sostò. Lui e i suoi tre compagni, questi quasi trasfigurati dal loro geniale capocordata, superarono il lungo passaggio in un sol tratto di corda. «Senza sforzo apparente, come se fossero su di un facile passaggio», riferì una cordata britannica che era contemporaneamente impegnata sul Pendule.

L’avvenimento suscitò un gran parlare. Gli inglesi, e poi altri arrampicatori che si trovavano in parete lo stesso giorno, descrissero con entusiasmo la sicurezza e l’abilità dei giapponesi ed ancor più la maestria di Tronc Feuillu. Egli divenne «il personaggio» di Chamonix.

Però i suoi ammiratori non ebbero per niente l’occasione di avvicinarlo. Rifuggiva la folla ed i suoi calorosi omaggi. Opponeva, a ogni curiosità, la sua indifferenza per l’«apparenza», la pubblicità, la notorietà e quello che gli alpinisti chiamano le bretelle. Persino ora, che aveva appena terminato una grandissima salita, mostrava una specie di calmo distacco, il rifiuto di esser preda di una frenesia insensibile allo spettacolo di un angolo di azzurro fra le cime delle Aiguilles.

Però non riprese le scalate. E mica rimase in paese, a Chamonix! I giorni di bel tempo continuarono, e lui si accontentò di sparire, per giorni interi, senza che si sapesse se partiva per compiere delle salite solitarie o per restare in contemplazione negli alpeggi. I suoi compagni compirono altre salite, fra le quali tre prime di gran classe. Non li accompagnò. Alcuni alpinisti si stupirono di questo atteggiamento. Si parlò persino di una gran paura provata alla punta Rekwal che gli avrebbe impedito di ritornare in montagna. Lo venne a sapere. Però sembrò che la cosa non lo riguardasse. Quanto ai suoi compatrioti, essi affermarono che Tronc Feuillu faceva parte integrante della loro squadra.
«Ci basta – dissero – che con le sue meditazioni ispiri le nostre realizzazioni».

Vennero considerati degli originali, e le conversazioni ripresero il loro corso ordinario, il loro giro di parole e di frasi sul tempo, sulla roccia, sulle tecniche e sulle ambizioni di ognuno.

Un giorno di pioggia, quando la Chamonix-bene si annoiava nei caffè, Tronc Feuillu si avventurò nel Grande Magazzino. Parlava, discuteva, sembrava sorprendentemente a suo agio. Nessuno riconosceva in lui il personaggio austero dei giorni precedenti. Qualcuno riuscì a porgli domande sulla sua straordinaria scalata: «Come ha fatto?», «Come erano le difficoltà?», «Era possibile piantar chiodi?», «Come ha superato i primi dieci metri?», «Lo sa che da allora soltanto un alpinista è riuscito a salirli e poi a scenderli?». Tronc Feuillu lasciò cadere tutte le domande e poi rispose: «Al termine del passaggio ho visto sulla cima del Monte Bianco uno dei più bei cristalli di neve che io abbia mai immaginato». La risposta venne interpretata come una battuta, tanto più che Tronc Feuillu finì per riderne lui stesso. «Non gli piacciono le domande – Voleva liquidare l’interlocutore – È stata una bella risposta». E la cosa finì lì.

 

Verso la metà di agosto ci fu un periodo di bel tempo. Potei fare qualche salita. Poi ritornai a Chamonix per riposarmi alcuni giorni. Era un mattino. Il sole stava spuntando sopra il Monte Bianco e le Aiguilles in un cielo perfettamente puro. Le strade erano quasi deserte. Erano tutti in montagna. Solo, sulla piazza della Posta, assaporavo questo momento con la certezza che mi attendeva una bella giornata. Stavo godendone, senza preoccupazioni, e abbandonandomi all’inazione, conservando sulle dita il ricordo del granito e del vento delle altezze.

Tronc Feuillu uscì dall’albergo. Aveva un piccolo sacco da montagna e capii che partiva per una delle sue misteriose escursioni. Mi passò accanto, si arrestò e abbandonò il suo silenzio abituale.
– Non è andato in montagna?
Lo guardai sorridendo.
– Oh! Sa, il bel tempo non costituisce un obbligo…
– Comunque sia, non fa bello così spesso.
– Non è sempre necessario toccare la roccia per goderne!

La risposta gli dovette piacere. Contrariamente a ogni previsione, mi invitò ad accompagnarlo.

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Tronc Feuillu mi condusse per sentieri che non conoscevo. In un primo momento pensai che volesse portarmi sul sentiero della Blaitière. Ma ben presto tagliò nel folto del bosco. Con una sicurezza sorprendente, seguiva delle tracce appena marcate nel bosco ceduo, attraversava delle scarpate, ritrovava nuove tracce. A volte incontravamo sentieri ben battuti, ma sembrava che Tronc Feuillu volesse evitarli sistematicamente. Fece in modo tale, che alla fine non sapevo più assolutamente dove fossimo. Attraverso gli alberi ci apparivano gli erti pendii che stavamo salendo. Le piante ci avvolgevano completamente, e mi sembrò che ci perdessimo a poco a poco in un labirinto tracciato da Tronc Feuillu. Mi lasciavo condurre, felice di scoprire questa montagna così poco familiare.

Mi ero posto dietro alla mia guida, e cercavo di seguire esattamente il suo passo. Procedeva regolarmente. Non potevo vedere il suo viso, ma anche lo immaginavo perso in un fantasticare che, ciò nondimeno, gli lasciava la facoltà di orientarsi in quel dedalo di viottoli, di bosco ceduo e di tracce che seguivamo. Infine sboccammo in una radura, su un ripiano della foresta. Tutto il sole del mattino vi si riversava. Il suolo era coperto di un’erba ancor carica di rugiada. Le goccioline brillavano nella luce. Disegnavano degli allineamenti regolari, e lasciavano pensare che un mastro giardiniere le avesse ordinate con un rastrello ideale.

Dall’erba emergevano dei massi disposti in piccoli gruppi. Uno dominava tutti gli altri. Era un blocco monolitico, enorme, alto almeno cinque metri, di un bel granito color ocra già caldo di sole. Era così compatto, così solido che difficilmente si poteva credere che un giorno fosse rotolato dalle rocce sovrastanti. Non avevo mai visto un blocco così bello. Oppure era stata la nostra ascesa che mi aveva preparato a vederlo così perfetto?

Il lato esposto al sole era asciutto. Vicinissimo ad esso l’aria tremolava per il calore che saliva dalla pietra. Non potei fare a meno di pensare a una salita ideale che, su questa parete assolata, mi avrebbe portato sulla cima del blocco. «Toccare un sano granito è piacevole e rassicurante». Mi venne il desiderio di andare a toccare la roccia. Ma Tronc Feuillu mi arrestò con un gesto e quasi bruscamente mi chiese di aspettare. Aveva deposto il sacco. Ne estrasse le pedule che calzò dopo essersi tolti gli scarponi. Senza sapere se là era lo scopo della nostra gita, compresi che il mio compagno aveva pensato come me di scalare il blocco. Pensava veramente di salirlo per il solo lato visibile? Mi sembrava del tutto inaccessibile.

Si preparò lentamente. Dopo aver cambiato, come un bleusard (frequentatori abituali della palestra di Fontainebleau, presso Parigi, NdT) l’abbigliamento, dopo aver asciugato le suole, le dita cosparse di resina, si perse in una interminabile meditazione. Vidi i suoi muscoli rilassarsi, uno per uno, distendersi tutto il suo corpo. La respirazione diventò sempre più regolare. Il suo sguardo percorreva il tappeto erboso che ci separava dalla roccia, s’arrestava sulla parete luminosa, ritornava sull’erba.

Affascinato da quell’immobilità, lo guardavo senza osare muovermi. Il bosco vicinissimo, i grandi pendii tutt’intorno, tutto era silenzioso e compresi che essi vivevano la stessa vita che in quell’istante animava Tronc Feuillu. Come se parlasse a se stesso, l’intesi mormorare: «Se potessi raggiungere la pietra senza spostare una sola goccia di rugiada, la pietra non esisterebbe più. Ed io sarei sulla sua cima».

Poi, dopo un lungo silenzio – e capii finalmente che parlava per me, che lui non ne aveva più bisogno da tempo ormai: «Per essere sulla vetta della roccia, bisogna esser vetta di roccia, e perciò pietra». Ricordai la parete nord della Rekwal, la variante giapponese e la prodezza di Tronc Feuillu. E mi chiesi se stava per darmi un saggio, qui, della stessa maestria.

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Abbandonò la sua immobilità. Era piombato in un’estasi senza però sembrar di essere in preda di forze estranee. Era piuttosto lo estrinsecarsi di tutte le sue forze che emergevano. Si diresse verso la roccia. I piedi non calpestavano i fili d’erba, ma li evitavano dolcemente. Le mani si posarono sulla roccia poi, senza scatti, come se si fosse trattato della più facile salita, raggiunse la cima. Trattenendo il respiro, temendo di rompere quello che mi sembrava un incantesimo – ma Tronc Feuillu mi aveva udito appena? – lo vidi raggiungere il ripiano superiore e drizzarsi con leggerezza. La più bella scalata che abbia mai visto! Un’eleganza nei gesti spinta sino ad annullare l’inerzia stessa dei gesti! Tronc Feuillu era ancor più abile di quanto non se ne fosse detto.

Nel momento in cui si drizzò sulla cima, voltò il viso verso il sole. Per un attimo vidi i suoi tratti accentuati dalla luce più viva. Ognuno di noi porta sul viso una maschera dai tratti duri, amari, segnati a volte dal cinismo o dalla disperazione. Ognuno la porta, con più o meno trasparenza. Quando scorsi il viso di Tronc Feuillu, credetti che fosse riuscito a dare alla sua maschera una trasparenza perfetta. Era andato ancor più in là: la sua maschera non esisteva più. Il sole illuminava un uomo che spaventava per la sua mancanza di personalità – non era che vuoto assoluto di pensiero – e contemporaneamente affascinava per l’immensa pace interiore che si era impadronita di lui.

Questo istante non durò. Tronc Feuillu si chinava verso la parete nascosta del blocco, spariva e poi mi raggiungeva ridendo. Il mio sbalordimento, effettivamente, doveva prestarsi al riso. Ma con il tono più serio del mondo mi chiese se volevo scalare a mia volta il blocco. Il mio silenzio gli bastò. Senza attender oltre, cambiò nuovamente d’abito poi, con un segno, mi fece capire che scendeva a valle. Più tardi, quasi continuando una conversazione che invero non avevamo mai iniziata, si mise a parlare. Senza girarsi verso di me, continuando a camminare: «Abitualmente nessuna di queste cose si può esprimere. Ma io so che lei ha bisogno di parole. E ciò che lei mi ha detto poco fa sulla piazza di Chamonix, mi lascia credere che forse lei potrà capire… Comunque sia, da voi le parole di cui lei ha bisogno esistono già. Mi ricordo d’aver letto in un libro “Se si vuole possedere veramente un’arte, le conoscenze tecniche non bastano. Occorre andare oltre la tecnica, in modo tale che l’arte diventi un’arte senza artificio che abbia le sue radici nell’Incosciente…“. Potrei usare dei paroloni, dirle che possiamo raggiungere la padronanza completa accumulando i risultati oppure usando al massimo i nostri muscoli e i nostri sensi, ma, al contrario, utilizzando il legame fondamentale che unisce la nostra Essenza all’essenza della nostra arte. Ma a che serve dire ciò che non può esser detto?».

Continuavamo a scendere verso la valle. Tronc Feuillu mi precedeva. Udivo le sue parole e sarei stato curioso di vedere ancora una volta il suo viso. Ma non si fermava mai e, a volte, dovevo quasi mettermi a correre per stargli dietro. Per un lungo tratto non parlò più. Non osavo interrogarlo. Più tardi riprese.

«Ciò che mi ha visto fare, per alcuni non è altro che l’inizio della scalata. Da noi si dice: “l’ultimo stadio dell’attività è l’inattività…“. Le narrerò la storia di uno scalatore di nome Chi-Ch’ang.

Viveva in una provincia cinese, ma pochi alpinisti del mio paese ignorano la sua storia. Chi-Ch’ang avrebbe voluto essere il miglior arrampicatore del mondo. La sua abilità era grande, ma lui avrebbe voluto che fosse perfetta. Venne a sapere che il più grande maestro era un certo Wei-Fei. Si diceva che fosse capace di innalzarsi su placche verticali e lisce a qualunque altezza. Alcuni l’avevano visto superare strapiombi di roccia compatta e senza appigli visibili. Chi-Ch’ang si recò nella lontana provincia dove vivera Wei-Fei e divenne suo allievo.

Il maestro lo tenne presso di sé alcuni giorni, poi gli disse che avrebbe potuto continuare l’insegnamento il giorno in cui Chi-Ch’ang avesse imparato a non muovere le palpebre. Chi-Ch’ang ritornò a casa e si sdraiò supino sotto al telaio di sua moglie. Voleva poter tenere gli occhi fissi sul pedale del telaio senza chiuderli quando il pedale passava davanti al suo viso. Un giorno dopo l’altro, si esercitava. Dopo due anni era in grado di non muovere le palpebre, anche quando il pedale gli strappava un ciglio. Ormai, le raffiche di vento cariche di neve o di polvere, il fulmine sulle creste, niente poteva smuoverlo. Persino durante il sonno teneva gli occhi aperti. Un giorno contemplava i campi del suo villaggio, e un ragno gli fece la rete tra le ciglia. Chi-Ch’ang capì che era pronto e partì per trovare il Maestro.

«Non è che una prima tappa», gli disse Wei-Fei. «Adesso devi imparare a guardare. Ritorna quando ciò che è minuscolo ti sembrerà evidente, quando ciò che è piccolo ti sembrerà enorme».

Chi-Ch’ang ritornò nella sua provincia. Sulla riva di un ruscello trovò un sassolino perfettamente liscio, ornato di un lichene così piccolo che lo si vedeva appena. Lo posò presso la finestra della sua camera, andò a sedersi dalla parte opposta della stanza e, un giorno dopo l’altro, si esercitò a guardare. Due settimane dopo poteva vedere il lichene distintamente. Ben presto questo incominciò a sembrargli più grande. Dopo tre mesi Chi-Ch’ang lo vedeva come se avesse le dimensioni di un fiore. Ne conosceva ogni minimo particolare. Ai familiari parlava con ammirazione della sorprendente complessità delle foglie del lichene. Passarono le stagioni. Chi-Ch’ang se ne accorse appena. Non abbandonava più la sua stanza che raramente. Ogni giorno sua moglie puliva il sassolino perché nessun granello di polvere vi si posasse e potesse disturbare la contemplazione. Alla fine del terzo anno, il lichene gli sembrava aver le dimensioni di un albero. Per la prima volta Chi-Ch’ang lo abbandonò con gli occhi e guardò la pietra. Essa aveva adesso le dimensioni di un blocco enorme. Si precipitò fuori della stanza: i cavalli gli sembrarono grandi come montagne, i maiali come colline, i polli sembravano torri di castelli. Chi-Ch’ang ritornò alla palestra di roccia dove una volta si allenava e ritrovò una placca che nessuno aveva mai salito. Le piccole asperità che tuttavia c’erano, quel giorno presero la dimensione, per Chi-Ch’ang, di grossi appigli. Superò facilmente la placca. Senza più attendere, ritornò da Wei-Fei. Questa volta il maestro, impressionato, ammise che l’allievo aveva raggiunto lo scopo.

Erano passati cinque anni da che Chi-Ch’ang aveva intrapreso l’iniziazione all’arrampicata. Sentiva che qualunque impresa era ormai alla sua portata. Decise di sottoporsi a una serie di prove. Cominciò a superare con facilità dei passaggi che erano la specialità di Wei-Fei. Poi li superò di nuovo portando un sacco pieno di pietre e così pesante da squilibrarlo persino in piano. Sulla testa, posò una tazza piena d’acqua: non ne uscì nemmeno una gocciolina. Una settimana più tardi scelse una parete strapiombante così sfaldata che minacciava di crollare da un momento all’altro. Si mise a salirla con un susseguirsi di gesti sicuri e rapidi e tali che ogni pietra spostata dal suo equilibrio a causa di un movimento si trovava subito rimessa a posto dal movimento successivo. Alla fine Chi-Ch’ang raggiunse il sommo della parete senza aver fatto cadere un sol sasso. Wei-Fei, che aveva assistito a questa impresa, non poté fare a meno di applaudire.

Dopo quel giorno, Chi-Ch’ang capì che non aveva più nulla da imparare dal suo maestro. Poteva ritornare al suo villaggio: nessuno l’avrebbe eguagliato. Tuttavia non era soddisfatto. C’era ancora un ostacolo: Wei-Fei. Con amarezza, Chi-Ch’ang si rese conto che non poteva proclamarsi il miglior arrampicatore del mondo. Era l’uguale del suo maestro, ma non gli era superiore. Tutt’e due continuavano ad arrampicare insieme. Un giorno, salivano legati un lungo diedro, Chi-Ch’ang si fermò su una terrazza ingombra di grossi blocchi. Più in basso, Wei-Fei arrampicava. Chi-Ch’ang non esitò e spinse un masso nel vuoto. Ma il vecchio maestro già da tempo era penetrato nell’animo dell’allievo. Questi, senza accorgersene, aveva mollato un po’ l’assicurazione. Wei-Fei comprese quanto stava accadendo e in un attimo si appese alla corda, evitò il masso con un gran pendolo all’esterno del diedro, poi ritornò alla posizione di partenza. Istintivamente, per non farsi strappar via dal peso di Wei-Fei, Chi-Ch’ang aveva bloccato la corda. Lanciò altri massi, ma Wei-Fei li evitò. Scelse allora una grande lama rocciosa che tagliò la corda. Wei-Fei si trovò senza assicurazione e alla mercé del suo avversario. «Questa volta ho vinto», mormorò Chi-Ch’ang. E spinse un ultimo blocco. Ma nel momento in cui stava per esser trascinato nel vuoto, Wei-Fei fece un salto su una delle lisce facce del diedro e vi si mantenne un attimo in aderenza. Contemporaneamente respinse il blocco con una mano. Il blocco, deviato dalla sua traiettoria, colpì la roccia e vi lasciò una minuscola intaccatura. Wei-Fei vi si affidò. Prima ancora che Chi-Ch’ang si fosse reso conto di ciò che succedeva, il maestro aveva raggiunto la base del diedro.

Comprendendo che non sarebbe mai riuscito nei suoi intenti, Chi-Ch’ang si sentì preso dai rimorsi. Da parte sua, Wei-Fei fu talmente soddisfatto di aver manifestato in modo così brillante la sua abilità, da non provare alcuna collera per colui che l’aveva voluto uccidere.

I due uomini raggiunsero slegati la vetta e si gettarono piangendo l’uno nelle braccia dell’altro. Tuttavia Wei-Fei si rese conto che ormai la sua vita era minacciata. Il solo mezzo per allontanare questo pericolo era di indirizzare lo spirito di Chi-Ch’ang verso altre mete.

«Amico mio» gli disse «ti ho trasmesso tutto il mio sapere. Però né tu né io possediamo l’ultimo sapere. Se vuoi saperne di più, devi attraversare il colle di Ta-Hsing e salire sulla vetta della montagna Ho. Là troverai il vecchio maestro Kan-Ying che non ha mai avuto né avrà mai uguali nella nostra arte. Confrontata alla sua, la nostra è un’abilità da bambini. Soltanto lui potrà insegnarti qualcosa».

Chi-Ch’ang partì immediatamente. Dopo un mese di viaggio difficile, raggiunse la vetta della montagna Ho. Si fermò, tolse gli scarponi e calzò le pedule. Poi si diresse verso la grotta dell’eremita. Kan-Ying era un uomo molto vecchio. I suoi occhi brillavano di una gran dolcezza. La schiena era curva e i capelli bianchi scendevano sino a terra. Un uomo così vecchio doveva certamente esser sordo. Chi-Ch’ang gli si avvicinò e gridò: «Sono venuto qui per esser sicuro di essere il miglior arrampicatore». E senza neppur attender risposta si slanciò su una placca di marmo lisciato dalle intemperie e che sovrastava l’ingresso della grotta. Quando scese si accorse che Kan-Ying sorrideva con indulgenza: «Quello che tu hai fatto è davvero semplicissimo: che cosa c’è di mirabile nel fatto di arrampicare sulla roccia? La via è fatta per esser seguita, una placca per esser salita. Vieni, ti insegnerò di meglio».

Seccato per non aver impressionato il vecchio, Chi-Ch’ang lo seguì fino a un colle che dava accesso a una vertiginosa parete di roccia e ghiaccio. Più in su, una fascia di seracchi nascondeva una parte del cielo. Al di sotto, degli strapiombi impedivano di vedere la base della parete. Kan-Ying avanzava senza esitare. Improvvisamente tirò Chi-Ch’ang verso di sé. Con un frastuono spaventoso un intero blocco di seracchi si abbatté su di loro e li avvolse con una nube di polvere di ghiaccio. Chi-Ch’ang si accorse che un leggero strapiombo li proteggeva e che senza l’intervento di Kan-Ying la valanga lo avrebbe sicuramente travolto. Per un attimo seguì la caduta dei blocchi di ghiaccio. Il vuoto sotto di lui prese una dimensione nuova. Ma intanto Kan-Ying lasciava tranquillamente il riparo dello strapiombo e continuava.

La cengia era scomparsa. Non restava che un piccolo bordo di roccia lungo il quale Chi-Ch’ang si muoveva lentamente. Pensava che aveva fatto bene a cambiarsi gli scarponi prima di arrivare alla grotta. Tuttavia, davanti a lui, Kan-Ying a piedi nudi nei vecchi sandali sembrava che camminasse su un sentiero. Chi-Ch’ang ne sarebbe stato umiliato, se non avesse avuto la niente altrove. Entrambi avevano lasciato il provvidenziale riparo dello strapiombo – ma era il caso che li aveva fatti trovare là in quel momento? – e non erano più protetti da nulla. Chi-Ch’ang sentiva che l’incertezza sì stava impadronendo di lui. Se soltanto un blocco di ghiaccio si stacca, è la fine, pensava. Improvvisamente Kan-Ying si arrestò avvolgendosi verso Chi-Ch’ang: «E adesso, fammi vedere la tua bravura. Guarda quello strapiombo sotto la fascia dei seracchi. Hai giusto il tempo di raggiungerlo prima della prossima valanga».

Chi-Ch’ang era troppo orgoglioso per non accettare la sfida. Lasciò gli appigli sui quali si era fermato e cominciò a innalzarsi verso i seracchi. Ma era appena avanzato di un metro, con grandi difficoltà, quando intese sopra di lui uno scricchiolio.

Ridiscese precipitosamente e senza nemmeno fermarsi dove era Kan-Ying, raggiunse il riparo dello strapiombo. Una gamba aveva preso a tremare senza che potesse fermarla. Il vecchio non si era mosso e lo guardava ridendo: «Il ghiacciaio non si muove quando non è il suo tempo. Ritorna qui e seguimi!».

Chi-Ch’ang rifece la traversata. Continuarono fino a raggiungere una cengia sul prolungamento della prima. Essa permetteva di aggirare uno sperone che precipitava nell’abisso. Kan-Ying raggiunse il filo dello sperone. Davanti a loro svettava una bella guglia di granito. Era soltanto a due lunghezze di corda dagli arrampicatori, però il precipizio la rendeva inaccessibile. Di sopra, il filo tagliente dello sperone strapiombava e tratteneva sul vuoto fragili ammassi di blocchi.
– Ora – fece l’eremita – permettimi di farti vedere quella che è veramente l’arte della scalata.
– Ma tu non hai che dei sandali! – disse Chi-Ch’ang con voce strozzata – non supererai mai quegli strapiombi.
– Chi ti parla di strapiombi? Per le gesta più belle occorre la cima più bella. Non pensi che questa guglia vale di più dello sperone sotto il quale siamo noi?

Chi-Ch’ang guardò ancora una volta l’abisso che li separava dalla guglia e senza capire si voltò verso Kan-Ying: – Non c’è né una cresta né una parete che conducano a questa guglia!
– Scarpe? Roccia? Finché si ha bisogno di scarpe e di roccia per salire, non si conosce nulla di quest’arte. Il vero arrampicatore non ha bisogno di artifici, nemmeno di roccia.

Il vecchio sembrò afferrare davanti a sé degli appigli immaginari, poi fu un susseguirsi di gesti meravigliosamente precisi. A Chi-Ch’ang sembrò di udire il battere appena marcato di scarpe inesistenti contro una roccia immateriale. Poi vide Kan-Ying rizzarsi sulla cima della guglia. Ebbe allora la certezza di esser stato il testimone della suprema manifestazione di un’arte nella quale aveva voluto appassionatamente brillare.

Passò nove anni sulla montagna insieme al vecchio eremita. A quali discipline si fosse sottoposto durante quegli anni, nessuno seppe mai. Quando ridiscese verso il suo villaggio e tornò a casa sua, tutti furono meravigliati nel vedere il cambiamento che aveva subito. Non aveva più l’aria risoluta e arrogante di una volta. Il suo viso era di legno, inespressivo come quello di un tonto. Appena seppe del ritorno, Wei-Fei andò a trovarlo. Comprese al primo sguardo: «Adesso, lo vedo, sei diventato un grande arrampicatore. Ed io, ormai, non sono più degno di legarmi alla tua corda».

Gli abitanti della provincia accolsero Chi-Ch’ang proclamandolo il miglior alpinista del paese. E attesero con impazienza le sue imprese, a conferma della sua maestria. Ma Chi-Ch’ang non fece nulla per soddisfare la loro attesa. Non aveva neppure riportato a casa le pedule che aveva con sé nove anni prima, quando affermava che sarebbero state gli attrezzi per la sua gloria.

E a chi lo sollecitava a una spiegazione, rispondeva con tono annoiato: «L’ultimo stadio della parola è il silenzio. L’ultimo stadio dell’arrampicare è il non arrampicare».

Quelli più sottili d’ingegno capivano ciò che voleva dire e l’ammiravano. Ma molti, ingannati dal suo viso inespressivo, lo prendevano per un sempliciotto e si allontanavano senza capire perché godesse di tanta fama.

Incominciarono a circolare su di lui un sacco di dicerie. Spinti dalla gelosia, alcuni superstiziosi, o altri pronti a sfruttare la superstizione altrui, raccontarono che sulla montagna Chi-Ch’ang aveva imparato tutte le magìe infernali e che adesso persino gli uccelli migratori evitavano di sorvolare il suo tetto. Al contrario altri, degli arrampicatori convinti della suprema saggezza di Chi-Ch’ang, dissero che nessuno spirito maligno aleggiava nella sua dimora. Era il dio degli arrampicatori, aggiungevano, che veniva a visitare l’anima del Maestro e a intrattenersi con lui sui meriti degli antichi alpinisti leggendari.

Bernard Amy
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Chi-Ch’ang non dava retta alcuna a ciò che si raccontava di lui. Invecchiava dolcemente. Il suo viso aveva perso ogni espressione. Nessuna forza esteriore poteva scuotere la sua perfetta impassibilità. Si era amalgamato così bene con le leggi dell’universo, così lontane dalle incertezze e dalle contraddizioni delle cose apparenti, che al tramonto della sua vita non trovava più nessuna differenza tra «io» e «lui», tra «questo» e «quello». La molteplicità delle impressioni sensitive era per lui livellata: il suo occhio avrebbe potuto essere benissimo un orecchio, il suo orecchio un naso, il suo naso una bocca. Quarant’anni dopo il suo ritorno dalla montagna di Ho, Chi-Ch’ang lasciò tranquillamente questo mondo, come un fil di fumo che si dissolve nel cielo. Nel corso di questi anni, neppur una volta aveva fatto un’allusione all’arte della scalata, non aveva nemmeno toccato una roccia.

Si racconta che poco prima di morire, andò a trovare un amico nella sua ricca dimora. Nel momento in cui varcava la soglia, indicando il portale fatto di blocchi di pietra squadrati, chiese al suo amico: «Dimmi, ti prego, di che materiale è fatto l’ingresso, che roba è?». E poi, vedendo gli scarponi del suo ospite nel corridoio: «Che strane scarpe! A che cosa servono?».

L’amico, stupefatto, capì che Chi-Ch’ang non stava scherzando. Si volse verso il Maestro e con voce tremante non poté dirgli che: «Devi essere davvero il più grande Maestro di tutti i tempi per aver dimenticato che cosa è la pietra e quali sono gli arnesi per la scalata!».

Si dice che nei giorni che seguirono i pittori della provincia gettassero via i pennelli e che gli artigiani provassero vergogna di esser visti con i loro arnesi…

 

«… Ecco la storia di Chi-Ch’ang, che voleva essere il miglior arrampicatore del mondo – concluse Tronc Feuillu – A lei le conclusioni. Ma prima di arrivare a Chamonix, mi lasci aggiungere questo: gli alpinisti delle vostre montagne hanno spesso tentato di definire la scalata. Hanno parlato di sport, di droga, di evasione, di fuga, di religione, di filosofia, di etica o di morale. Alcuni, quelli che hanno capito qualcosa di più, hanno rievocato un’arte di vita. La verità è un po’ in ciascuna di queste parole, un po’ al di fuori di esse… Ponetele su di una circonferenza: l’alpinista deve allora esserne al centro. Sta a ognuno di mettersi lì. O meglio, sta ad ognuno di mettervi il proprio alpinismo… Sì, ogni arrampicatore, lui solo, deve mirare il centro… Come dite voi, nella nostra lingua, “ciò è vero come è vero che io mi chiamo… “».

Si volta verso di me con un gran sorriso, come di chi sta per dirne una grossa:
«… come è vero che voi mi chiamate Tronc Feuillu!».

Non ho mai saputo il suo vero nome.