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Il Pilier dei Fiori

Il 14 e 15 luglio 1970, Gianni Calcagno, Leo Cerruti, Carmelo Di Pietro e Guido Machetto salirono in prima ascensione il pilastro sud-est del Picco Muzio, al Cervino.

Il Pilier dei Fiori
di Gianni Calcagno

Genova, sabato ore 13.30
“Ci vediamo lunedì pomeriggio alle tre a Cervinia. Io avverto Carmelo tu pensa a Leo “. Frettolosamente, come la teleselezione impone, la voce pacata del Guido interrompe il mio pasto alla prima forchettata di pastasciutta ridotta ormai a un ammasso semicolloso dal notevole ritardo al quale spesso il mio lavoro mi costringe.

Articolo su Picco Muzio, prima ascensioneGuido Machetto, guida, maestro di sci, rompitasche di professione, nonché ottimo alpinista; mezza dozzina di spedizioni all’attivo. Come l’ho conosciuto?
“Sai, non sono molto allenato… dopo otto ore di marcia devo fermarmi almeno 5 minuti a prendere fiato “. Già, ricordo: eravamo alla Grivola quest’inverno… con uno zaino enorme sulla schiena, arrancando su per il bosco che porta alle baite del Nomenon, trovava la forza di fare dello spirito per la discesa che avremmo “goduto” zig-zagando tra larici, abeti, sterpi e massi vari, a salita effettuata.

“Avverto io Carmelo”. Carmelo Di Pietro: perennemente in lotta con il suo rifugio Maria Luisa in Val Formazza, non ha niente del terrone anche se il nome tale vorrebbe relegarlo… Generosissimo, cordiale, in eterna discussione, a volte lite accesa, con l’inseparabile Guido.

Mi pare di sentire ì loro discorsi: “Carmelo: lunedì si va al Cervino, appuntamento alle 3 alle funivie!”. “Alle tre?!?! Non posso! Ma perché alle tre? Non potremmo partire più tardi?”, e poi giù tante scuse, impegni, lavoro straordinario… A sentire tutte le sue grane ci sarebbe da pensare ad almeno due settimane d’intenso lavoro. “Carmelo! Noi alle tre partiamo da Cervinia, se non ci sei andiamo soli”. Troncando ogni discussione, Guido è certo che non dovremmo aspettarlo più di un paio d’ore.

La seconda forchettata di pastasciutta non vuol saperne di andar giù: “Pensa tu ad avvertire Leo…”.
Leo Cerruti: dinamico proprietario di una piccola azienda di costruzioni elettromeccaniche. Fa i salti mortali per dividere il tempo tra lavoro, montagna e moglie fresca fresca.

Abbandono la pastasciutta diventata decisamente immangiabile per angosciare anche lui. Poi penso alla faccia inorridita del mio principale quando ascolterà la richiesta per quattro o cinque giorni di permesso: “Sai, è una cosa importante, una via nuova al Cervino”.

Leo Cerruti (in primo piano) con Andrea Cenerini, tentativo 1a invernale via delle Guide al Crozzon di Brenta, dicembre 1968
1968.12 Crozzon Cenerini e Cerruti

Una via nuova al Cervino! Quando, con tanto di fotografia alla mano, ti mettono sotto il naso sette od ottocento metri di pilastro inviolato che balza dritto dritto agli strapiombi di Furggen non puoi neanche dire che sia un problema secondario, un voler tracciare una via dove vie non ne esistono.

Cervinia, lunedì
“Prendi nota: alle quindici e ventisette primo temporale sul Cervino. Se Carmelo tarda ancora un po’, alle quindici e ventisette di domani non siamo neanche all’attacco!”.

Ore 17
Con le pronosticate due orette di ritardo arriva puntualmente Di Pietro. Inizia il rito: le tonnellate di materiale che di solito ci portiamo appresso sono vagliate, catalogate, divise in parte uguale e, a ognuno, tocca sempre il sacco più pesante.

Andiamo a bivaccare alla base…

Mi viene da pensare alla diversità enorme, eppure alla perfetta uguaglianza del rito del bivacco. Ormai li conto a decine: estivi, invernali, più o meno previsti, gelidi e pericolosi, insonni, calmi o pacifici, ma sempre meravigliosamente semplici. Un compagno vicino con cui parlare per sentirti protetto, difeso; cui stringerti per aumentare quel tenue calore che porta la vita; con cui dividere l’odio improvviso per le pene che il monte ti infligge; con cui gioire per l’immenso tesoro che la notte ti schiude.

Carmelo di Pietro e Gianni Calcagno, 1a ascensione parete nord-est della Grande Rochère (Alpi Pennine), 1 luglio 1973
Gruppo del Monte Bianco, Carmelo di Pietro e Gianni Calcagno durante la prima ascensione della parete nord della Grande Rochère (1 luglio 1973)
“Carmelo! Prepara la colazione!”.
“Carmelo! Chiudi i sacchi!”.
“Carmelo! La candela!…”. “Carmelo!…. Carmelo!…. Muoviti sguattero!…”.

“Ma lasciatemi in pace!”.

“Senti! Ha anche il coraggio di lamentarsi…. E pensare che l’abbiamo raccolto su da un marciapiede per portarlo alle soglie della gloria alpinistica e lui ha il coraggio di lamentarsi!!!”.

“Vi farò vedere io chi vi tirerà fuori dagli strapiombi là a metà parete! Ve lo farò vedere io!” – risponde Carmelo fingendosi notevolmente adirato – “Sentili come starnazzano a parole, poi, quando saremo lassù, con gesto affettuoso nei miei confronti, quelli si tireranno da una parte e, con la scusa che vado bene sul delicato, gli strapiombi, me li dovrò sciroppare io”. Notte oscura rugata nella sua intimità dalle sciabolate delle nostre frontali.

Attacchiamo: primi ripidi pendii con… Steinbeck, superiamo la terminale con infervorata discussione su Hemingway, traversiamo la rigola con… Kerouac e raggiungiamo le prime rocce con “L’amante dell’Orsa Maggiore”.

Strano posto per strane discussioni, per strane persone con idee strane.

Il chiaro… il sole… Abbandoniamo i nostri libri per addentrarci nell’azione che obbliga a un linguaggio scarno e tecnico.

Guido Machetto
Muzio-machetto01


La fessura fiorita

Ti si para davanti ostacolo inatteso e sperato. Chiazzata di splendidi fiori gialli e cuscinetti di muschio di un tenue verde a fessura-diedro si drizza nel cielo con le placche levigate. Cercansi le difficoltà? Eccotele! Volevi dar sapore alla salita? Eccoti tutto il sole di cui hai bisogno… e forse anche di più.

… Un cuneo, qualche chiodo, una staffa: scintillano nel sole, e non resta che il ricordo di quei fiorellini splendidamente gialli.

Il pilastro appoggiato
Suona in modo strano, sembra tutto vuoto e l’unico modo per superarlo è in “Dülfer”. Col rischio di trovarti in aria con tutto il monte tra le mani. Il cuore inizia a starnazzare a ritmo elevato, conscio del pericolo e allora via con velocità e delicatezza prima che la posizione diventi insostenibile.

Lo strapiombo
L’ultimo chiodo è ormai qualche metro sotto. Le mani avvinghiate a quello che la mente rifiuta di credere un masso appena appoggiato al bordo dello strapiombo, cominciano a essere stanche di sopportare quasi tutto il peso del corpo. I piedi, su appoggi minuscoli, iniziano la loro esotica danza. La bocca si impasta sotto il respiro affannoso. Un attimo di concentrazione: tutti i muscoli vibrano e rispondono al comando di una mente ancora controllata… Colpisti ciò che prima era l’incognita… Ti ergi vincitore incurante sulle ferite del monte.

Leo Cerruti sul Pilier dei Fiori, 14 luglio 1970
I primi a vedere le grandi possibilità arrampicatorie offerte dal pilastro sud-ovest del Picco Muzio furono Guido Machetto, Gianni Calcagno, Leo Cerruti e Carmelo Di Pietro (14 luglio 1970). Qui è in azione Cerruti. Archivio K3PhotoAgency/Beppe Re, Biella.La placca
Qui il gioco d’equilibrio raggiunge vertici elevatissimi. La minima mossa deve essere il risultato di un severo controllo. Tutto vagliato: perdere il pedone per mangiare l’alfiere. Tessere delicatamente la ragnatela di movimenti che permette il lento progredire: piccoli passi, calmi regolari… Gioco d’astuzia… Scacco alla regina!

La vetta
Forse non è una vera vetta: è senza croce, è senza cartacce, senza orma di piede umano… Però non ha nulla da invidiare alle vere cime, ha il suo bel pendio di neve che sorregge l’aerea cresta che prende forza e si perde nella bruma della notte imminente; è circondata dal vuoto che fascia le sue esili forme. È la fine del nostro arduo cammino. Domani, dopo aver lasciato questa esile punta, spiccheremo un agile balzo, su terreno non più vergine sino a che l’occhio non incontrerà che vuoto e potrà spaziare su un mondo fatto tutto di cime: il nostro mondo.

Bivacco
Folate di neve accompagnano il nostro lavoro… il temporale delle quindici e ventisette viaggia con notevole ritardo. Volano via due ore per ridurre quel tagliente nevoso a una piattaforma capace di ospitare i nostri corpi desiderosi di riposo.

Non siamo ancora entrati nei sacchi piuma che si scatena l’inferno: quelle che prima erano quattro nuvole vaganti per il cielo, si addensano su di noi. Partoriscono il loro gravido carico sulle ali del vento che ci scuote e sconquassa nel nostro piccolo bivacco,

In balia degli elementi, aspettiamo che si plachino per poter ingoiare qualcosa.

In meno di un’ora il paesaggio impazzisce, le stagioni invertono il corso: l’estate cede il posto all’inverno che esplode in tutta la sua potenza. Bianchi spettri di neve si inseguono per la cresta di Furggen nascondendosi tra anfratti e strapiombi, assecondando il gioco del vento, aumentando il suo diabolico morso.

Carmelo di Pietro, 1a ascensione via Machetto allo Scoglio di Mroz, 8 ottobre 1972
Scoglio di Mroz, via Machetto, 1a ascensione, Carmelo di Pietro

Quattro persone, quattro pensieri diversi
Guido: Allungato all’estrema destra ha smesso da tempo di pensare che si tratti solo di un temporale estivo. Con puntate sempre più frequenti alla tragedia del Pilone Centrale, nel sito intimo non ha ancora deciso se dar la preferenza all’idea di forzare verso l’alto – costi quel che costi – o a quella di percorrere a ritroso la via di salita. Venti-venticinque corde doppie in un ambiente spietatamente intasato dalla neve fresca, nella bufera scatenata. Calmo solo apparentemente… il suo cervello lavorerà tutta la notte a cercare inutilmente la soluzione migliore.

Carmelo: I ripetuti spostamenti tradiscono il suo nervosismo però non dimostra affatto la paura che piano piano conquista l’animo dell’alpinista, cosciente dell’estremo pericolo, impotente contro la spietata legge della natura. Pensa al suo rifugio, alla moglie, al corso per maestri di sci che farà il prossimo inverno… a stanotte… a domani…

Leo: Costretto dalla neve abbondante a restare immobile su un fianco, schiacciato come una sardina, ripensa al suo lavoro, a tutte la grane che la dovuto (e che dovrà) regolare per potere “godere” questa prima. Si consola pensando che, se tutto va bene, giovedì potrà partecipare alla festa di laurea della sua adorabile mogliettina. Ogni tanto cerca di infondermi e infondersi coraggio: – La ritirata dal Naso di Zmutt sarebbe stata certo peggio!
Certo! Ma quella è acqua passata, appartiene alla categoria dei ricordi impolverati. Pericoli e pene, quando sono scoloriti dal tempo non possono essere di paragone col prossimo futuro… col presente.

Gianni: Data la forma particolare del mio cervello riesco raramente a fare bene più di una cosa per volta. Attualmente la migliore è quella di riposare recuperare al massimo quelle energie di cui domani avremo tanto bisogno, sia per proseguire verso l’alto sia per discendere verso la valle lontana. Arrabbiato con questo Cervino che non sa darmi che bufere e orribili condizioni e pericoli e ritirate allucinanti, cerco di infischiarmi di tutto il suo impegno per renderci le cose impossibili e dormo buona parte della notte. Sogno la mia ragazza lontana, che forse proprio oggi, con la sua bella laurea in mano, sarà venuta a cercarmi in negozio per festeggiare.

La nave affonda, si salvi chi può!
Il giorno non è che il seguito della notte: la bufera non diminuisce. Neve ovunque: sulle creste, sulle pareti, sotto gli strapiombi… sopra di noi, sotto di noi… dentro di noi…

Gianni Calcagno
Muzio-CalcagnoNon si parla più di salire o traversare. Unica direzione valida è il basso dove speriamo che la sferza del vento sia meno violenta, più umana… dove forse non nevica… dov’è la vita. Abbandoniamo nel nostro piccolo spiazzo tutto il superfluo.

“La nave affonda! Si salvi chi può!”.

C’è qualcuno che ha ancora voglia di fare dello spirito… Gli passerà non appena dovrà scendere in doppia su quella corda ancorata all’unico masso appoggiato sul pendio nevoso.

“La tragedia è al terzo atto, primo quadro!”.
E questo terzo atto durerà 15 ore con quadri allucinanti. Corde doppie: fili di ferro sui quali si scivola senza potersi frenare. Abiti gelati, come gelato è tutto quello che hai dentro, anima compresa. Fessure che scovi solo grazie all’istinto di conservazione. Il vento aumenta la prepotenza: spazza tutta la parete con impeto rabbioso e ci scaglia addosso masse di aghi sempre più acuminati, sempre più penetranti. Le ore sfuggono al nostro controllo, ci sfugge anche la dimensione del tempo: un attimo di attesa sembra eterno, ma ora pare un battito d’ala.

Il sasso
Si stacca dall’alto senza un sibilo. Guidato da forze immani, segue la via che è stata tracciata per lui… senza confine, né spazio, né sentimenti. Una voce che giunge come un sussurro: “Sasso…”. La leggera spinta di una mano amica. Poi è come se una mandria inferocita stesse galoppando sulla mia schiena, come se una sarta mi avesse adoperato come puntaspilli o uno squadra di giovani scatenati usasse la mia parte posteriore come pista per qualche ballo indiavolato.

“Se non ti spingevo un po’ più in là te lo prendevi in pieno in testa”.

La discesa continua… non è giorno né notte… una dimensione del tempo in cui t’affanni per non cedere, in cui ti muovi perché è ciò chi ti fa soffrire meno, è ciò che ti porta verso la valle, verso la vita…

Alla base
Una ripida tundra gelida dove il vento infuria in tutto il suo orrore: ti insegue, ti ghermisce, sconquassa, malmena… Si placa e ti lascia barcollante, stordito spossato. Riprende con foga, maggiore, con sadica gioia… infierisce. Ma ormai che importa?
Soffia, urla, strepita, accanisciti pure vento! La tua battaglia ormai è perduta. La volontà ha sempre il sopravvento!

postato il 30 agosto 2014

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Il quasi inestricabile garbuglio di vie sul Picco Muzio

Il quasi inestricabile garbuglio di vie sul Picco Muzio

Il Picco Muzio 4191 m è una poco pronunciata spalla della cresta sud-est del Cervino. Dalla vetta si stacca verso sud-ovest una netta cresta che presto precipita con uno spigolo verticale. Tra questa sottile nervatura e la cresta sud-est del Cervino (cioè la cresta di Furggen) viene così ad essere delimitata una parete sud-est del Picco Muzio, completamente rocciosa e assai incassata di circa 800 m.

Luigi Carrel, Louis Maquignaz e Italo Muzio dopo la 1a ascensione del Picco Muzio, 3-4 settembre 1953
(da libro Carrel, p. 109). Il Picco Muzio è stato scalato per la prima volta solo il 3-4 settembre 1953, ad opera di Carrellino (Luigi Carrel), a sinistra nella foto, di don Luigi Maquignaz e Italo Muzio. Archivi Antonio Carrel, Valtournenche. (da libro Carrel, p. 109). Il Picco Muzio è stato scalato per la prima volta solo il 3-4 settembre 1953, ad opera di Carrellino (Luigi Carrel), a sinistra nella foto, di don Luigi Maquignaz e Italo Muzio. Archivi Antonio Carrel, Valtournenche.
Al di sotto dello spigolo verticale, più o meno a 4000 m, è la sommità di un torrione che a sua volta manda verso il basso due precise nervature, la dorsale sud-ovest (che può essere considerata la continuazione verso il basso della cresta sud-ovest del Picco Muzio) e il pilastro sud-est (che va a chiudere in basso l’incassata parete sud-est). Si crea così una parete triangolare di circa 700 metri di dislivello anch’essa del tutto verticale e rocciosa. Il torrione sarà in seguito denominato Pilier dei Fiori.

La prima ascensione del Picco Muzio fu di Luigi Carrel, con Italo Muzio e l’Abbé Louis Maquignaz, il 3 e 4 settembre 1953. La cordata risalì la parete sud del Cervino per poi abbandonare la via Benedetti e spostarsi a destra a risalire gli ultimi risalti (esposti a ovest e perfino a nord-ovest) a sinistra della cresta sud-ovest del Picco Muzio, con un tracciato senz’altro più vicino al corpo del Cervino che non allo spigolo verticale.

Dall’11 al 13 agosto 1965 i lecchesi Annibale Zucchi e Giuseppe Lafranconi riescono ad aver ragione della parete sud-est, con l’uso di qualche chiodo a pressione. Dapprima vincono il canale iniziale di 300 m, incassato e nevoso, poi la parete vera e propria di 500 m. Sarà la via dei Ragni, pericolosa nella parte iniziale, ma via via sempre più godibile su roccia buona. Sulla Guida dei Monti d’Italia Alpi Pennine volume II, a cura di Gino Buscaini, l’itinerario, nonostante la sua importanza, è raffigurato soltanto tramite un disegno: il tracciato è giusto ma poco indicativo date le vaste dimensioni della parete. Un tracciato più informativo lo possiamo trovare soltanto nel libro di Mario Fantin, Cervino 1865-1965. Qui si comprende abbastanza bene, anche se nella relazione non è chiaramente esplicato, che la via si mantiene sempre in parete, poi per una rampa a sinistra raggiunge lo spigolo verticale, lo segue per un tratto e poi se ne allontana ancora a destra fino a portarsi in zona vetta.

Annibale Zucchi durante la 1a ascensione della via dei Ragni, dall’11 al 13 agosto 1965
Annibale Zucchi e Giuseppe Lafranconi aprirono la via dei Ragni al Picco Muzio. La via, aperta dall'11 al 13 agosto 1965 dai due lecchesi, è uno splendido esempio di intuizione in grande anticipo sui tempi: trovare un itinerario estremo su roccia su una montagna simbolo come il Cervino. L'esempio fu poi seguito da Alessandro Gogna e Leo Cerruti sul Naso di Zmutt e da Hervé Barmasse e Patrick Poletto sullo Scudo del Cervino. Archivio Giuseppe Lafranconi, Livigno.

Il 14 luglio 1970 è la volta del pilastro sud-est del Picco Muzio, ad opera di Guido Machetto, Gianni Calcagno, Leo Cerruti e Carmelo Di Pietro. Dopo una bella salita su buona roccia, che si sta avviando dopo tanti anni a divenire una classica, bivaccano alla sommità del torrione, circa a 4000 m, proprio sotto a dove lo spigolo s’impenna, sotto allo spigolo verticale. Il brutto tempo li costringe ad interrompere, anzi li forza ad una discesa a dir poco drammatica. Il nuovo itinerario così aperto si chiamerà via dei Fiori.

Passano tredici anni, il problema della salita della cresta sud-ovest del Picco Muzio è ancora lì, ed è evidente. Il 28 settembre 1983 la guida Marco Barmasse con Vittorio De Tuoni raccoglie la sfida e sale l’intera dorsale. Nulla di più si viene a sapere dalle riviste.

Leo Cerruti durante la 1a ascensione del Pilier dei Fiori
I primi a vedere le grandi possibilità arrampicatorie offerte dal pilastro sud-ovest del Picco Muzio furono Guido Machetto, Gianni Calcagno, Leo Cerruti e Carmelo Di Pietro (14 luglio 1970). Qui è in azione Cerruti. Archivio K3PhotoAgency/Beppe Re, Biella.

Un’altra bella impresa le guide della Valtournenche la fanno proprio il giorno di Natale del 1987, salendo in prima invernale la via dei Fiori: sono Marco Barmasse, Walter Cazzanelli e Nicola Corradi.

Ed arriviamo al 2002, quando Patrick Gabarrou e Cesare Ravaschietto, evidentemente non paghi della grande impresa dell’anno precedente, tornano al Cervino per salire, il 15 e 16 agosto, Padre Pio prega per tutti, a sinistra della via dei Fiori.
Anche questo itinerario, date le difficoltà, ha una lunga gestazione: Gabarrou inizia il 12 luglio 2002 con Nicolas Lorar, continua con Maxime Lopez il 23, poi ancora con Lorar il 26 luglio. Ma è con la forte guida cuneese che l’impresa deve andare a buon fine.

La rivista High (febbraio 2003) si dimostra titubante sulla situazione di questo itinerario, soprattutto per ciò che riguarda lo sviluppo in relazione alla via dei Fiori. Inoltre non lascia capire fino a che punto la cordata sia arrivata, se in vetta al torrione a 4000 m (pilier dei Fiori), oppure in vetta al Picco Muzio, o ancora se abbia proseguito per la via Carrel/Chiara/Perino degli Strapiombi di Furggen.

Patrick Gabarrou nella 1a ascensione di Padre Pio prega per tutti
Cervino, Cervino, Picco Muzio, Padre Pio, Gabarrou-Ravaschietto, 1a ascensione

Ma la realtà è più semplice. Ravaschietto mi precisa che loro si sono fermati circa a 4000 m, in vetta al Pilier dei Fiori (non avevano neppure gli scarponi), poi mi scrive: “Avendo perso la relazione, ti do solo alcune notizie generali per quel che mi ricordo. Sostanzialmente la via si può dividere in due sezioni ben distinte e differenti, sia come impegno e chiodatura, sia come verticalità. La prima parte, aperta da Patrick con Nicolas Lorar consiste in 10 lunghezze di corda ben attrezzate a fix da 10 mm su bella roccia ma un po’ discontinua. Difficoltà dal 4° al 6b. Bivacco nella prima salita. La seconda parte di via, verticale e continua, inizia con un tiro impegnativo e difficile (6c+) con 6 o 7 fix in posto. Seguono altre dieci lunghezze che sfruttano fessure e diedri da proteggere con nut e friend. Difficoltà dal 5c al 6b/c. Roccia a tratti ottima e in altri abbastanza marcia. Ad un certo punto raggiunge la via dei Fiori (anche chiamata via Machetto) a 2/3 di parete e la segue con qualche piccola variante. Nel complesso credo si tratti di una bella via meritevole di una ripetizione. Sviluppo: 700 m. Difficoltà: ED, 6c+ (6c obbligatorio). Materiale: friend fino al 3.5/stopper. Soste a fix. Discesa a doppie”.

Nel marzo 2004 Massimo Farina ed Hervé Barmasse salgono l’itinerario in 1a ripetizione e 1a invernale.

Nel frattempo io avevo letto su una rivista (non ricordo quale) che il 15 e 16 giugno 1983 il fuoriclasse sloveno Francek Knez aveva messo le mani sul Cervino e fatto anche lui una via nuova. La notizia parlava di un nuovo itinerario sulla parete sud, dunque nulla lasciava presupporre un coinvolgimento del Picco Muzio. Anche se mi domandavo dove diavolo potesse aver trovato terreno davvero nuovo sulla parete sud.

Quale non fu la mia sorpresa, nel ricevere la foto con il tracciato autografo di Knez, di vedere che la famosa via nuova si svolgeva in realtà proprio sul Picco Muzio e proseguiva poi verso gli Strapiombi di Furggen… ma non per la vetta del Picco Muzio, bensì a sinistra sul Cervino vero e proprio…

Patrick Gabarrou e Cesare Ravaschietto dopo la 1a ascensione di Padre Pio prega per tutti
Patrick Gabarrou e Cesare (Cege) Ravaschietto di ritorno dalla via Padre Pio prega per tutti al Picco Muzio. Archivio Patrick Gabarrou-Ravaschietto, XXX.
Leggiamo assieme cosa scrive Knez, tradotto dallo sloveno dal gentilissimo Janez Skok:
«Nome della via Trije musketirji (i tre moschettieri), 15 e 16 giugno 1983, Francek Knez, Tone Galuh e Jaka Tucic. Grado 5 UIAA.
Partimmo con tempo buono dal lato svizzero. Avevamo scelto la linea che sale direttamente alla vetta… La roccia era per lo più cattiva ma sul difficile era buona. Superammo diedri e placche a volte coperte da un sottile velo di verglas. Il primo giorno facemmo buoni progressi e bivaccammo su una cengia di neve. Il giorno dopo continuammo verso l’evidente barriera di roccia strapiombante (molto probabilmente la stretta parete verticale e strapiombante a sinistra del Picco Muzio e a destra dell’itinerario classico della parete sud) che non prometteva molto bene. Fortunatamente la roccia era buona, piena di buchi e di appigli. Superai il tratto abbastanza velocemente. Mi seguì Jaka, mentre Tone salì a jumar. Continuammo a salire fino alla grande cengia sotto la Testa del Cervino (la Spalla di Furggen, ndr) che raggiungemmo nel tardo pomeriggio quando ormai nevicava fitto. Salii fino a trovare dei chiodi di qualche via già esistente… ma dovetti riscendere causa la neve. Così traversammo a destra sulla cengia (la cengia Mummery, NdR) in parete est per poi scendere sulla cresta dell’Hörnli con l’aiuto di qualche corda doppia in piena tempesta. In serata riuscimmo a raggiungere la Hörnlihiitte, dormimmo lì e poi il giorno dopo riscendemmo a Zermatt».

Janez Skok, che conosce bene il suo amico Knez, commenta in seguito: «La descrizione della salita a jumar di Jaka è confusa, ma due cose sono chiare: primo che una delle due corde si doveva essere fortemente danneggiata, secondo che la parete doveva essere davvero strapiombante. Knez normalmente sottovalutava tutto ciò che faceva, da come si esprime sembra però che lì fosse tutto poco semplice. Pare che abbia piantato due chiodi e su di uno ci si sia addirittura tirato su, cosa inconsueta per lui. Mi scrive che il grado è V, AO in scala UIAA, ma io ne dubito: per me è certamente VI».

Francek Knez
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Il disegno di Knez sembra essere a sinistra della via Padre Pio prega per tutti, anche se non si possono escludere tratti in comune, dato che certamente gli sloveni non hanno lasciato praticamente traccia. Knez era certamente in grado (e lo ha dimostrato più volte sulle sue Alpi Giulie e altrove) di salire da capocordata e del tutto sprotetto tiri fino al 6c. Sono dunque quattro le vie che confluiscono al Pilier dei Fiori sotto lo spigolo verticale, ma i loro tracciati sono tuttora incerti nelle loro relazioni l’uno con l’altro.
In una successiva chiacchierata con Marco Barmasse si è chiarito che, dalla vetta del Pilier dei Fiori, ben riconoscibile per via di un grande blocco incastrato, lui e De Tuoni hanno continuato sullo spigolo verticale tenendosene appena a sinistra (circa una decina di metri) e seguendo una linea di diedri. Giunti sotto ai grandi strapiombi che interrompono la linearità dello spigolo, Barmasse provò a passare a sinistra (con l’intenzione di raggiungere la via Carrel) ma poi preferì provare a destra dello spigolo, per una rampa a destra, scoprendo così di essere sulla via dei Ragni (da evidenti segni tipo cunei e un chiodo a pressione nel loro luogo di bivacco). Seguendo la loro via, ancora per un diedro verticale e un tiro obliquo sotto a grandi strapiombi per poi poter finalmente tornare a sinistra verso la vetta del Picco Muzio.

La parete sud del Cervino con nel settore destro il triangolo grigio del Picco Muzio. Da ds, giallo=Cresta di Furggen, azzurrino=via di Hervé Barmasse, verde=Via dei Ragni, giallo=Via dei Fiori, bordò=Padre Pio prega per tutti, rosso=I Tre Moschettieri, blu=via Barmasse-De Tuoni, giallo=via Carrel alla parete sud (con diramazione gialla a ds, via al Picco Muzio del 1953).
Muzio-Alla-bene-e-meglioFotoBarmasseCervino-corretta

L’itinerario sul Picco Muzio aperto da Hervé Barmasse in solitaria
Muzio-Barmasse-7690

Dal 6 al 9 aprile 2011 Hervé Barmasse ha raggiunto la vetta del Picco Muzio aprendo una nuova via lungo i 700 m del grande pilastro della parete sud-est, raddrizzando notevolmente la via dei Ragni e vincendo il pilastro nella sua linea più impressionante.