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La “peste” dell’Everest

La “peste” dell’Everest
di Agostino Da Polenza
(
pubblicato da montagna.tv.com l’11 maggio 2016, per gentile concessione)

Come le sette piaghe d’Egitto. La prima: la grande valanga che ha ucciso il più alto numero di lavoratori/alpinisti nepalesi due anni fa. La seconda: il terremoto dell’anno scorso e le vittime del campo base. La terza: il mal di montagna diffuso di quest’anno, pervicace, strisciante. Un male che ha già ucciso due alpinisti, ne ha cacciati dal campo base una ventina, ne ha costretti 140 a ricorrere alle cure dei medici che al base hanno una postazione di pronto intervento. Bhuwan Acharya, del presidio sanitario di Periche, un ospedalino che funziona da 30 anni voluto dall’Himalayan Rescue Association, ha detto che ha erogato in tre settimane almeno 320 trattamenti a pazienti , mentre più di 10 persone sono state quotidianamente visitate e trattate con ossigeno: “Sette stranieri e tre sherpa d’alta quota sono stati anche evacuati ” ha aggiunto.

Il campo base nepalese dell’Everest 5364 m
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Le calamità della grande montagna non accennano a diminuire, la sua rabbiosa indignazione, ancorché divina, è ancora ad elevato potere distruttivo.

Sono certo che in buona sostanza è questo che pensano i mitici e miti (sempre meno) compagni autoctoni degli alpinisti delle spedizioni commerciali accampati sui fianchi del Sagarmatha, la Dea Madre.

400 alpinisti presenti, secondo le autorizzazioni di salita concesse, oltre a 500 tra cuochi, ragazzotti di cucina, portatori d’alta quota e sherpa. Una tonnellata di cacca al giorno, prodotta al campo base e portata a spalla e seppellita su una morena secca più a valle, e, nelle giornate di bel tempo, almeno un’altra mezza tonnellata tra campo due, tre e quattro. Mi perdonino le anime belle delle montagne, ma, se di sostenibilità ambientale dobbiamo parlare, di questo bisogna occuparsi. E la Dea, che sarà pure Madre, credo si sia stufata di pulire il culo dei suoi ingordi figli, asiatici o occidentali che siano.

Perché se tutto questo mal di montagna, gli edemi polmonari e pure quelli cerebrali, è ascrivibile a una forma di psicosi determinata più dalla grande inesperienza di chi è in questo Luna Park d’alta quota, che dalla fisiologia, allora, magari, la questione non è grave da un punto di vista medico, ma lo è certamente da quello ambientale.

Mi spiego. Difficile fare valutazioni sull’esperienza alpinistica dei partecipanti alle spedizioni commerciali che si iscrivono per salire l’Everest e che ora (moda lanciata al Nanga Parbat lo scorso inverno) si pre-acclimatano sulle montagne circostanti come il Lobuche Peak.

Non è che i quasi 6200 metri di questo bel monte siano meno letali della stessa quota a campo due all’Everest se non si è acclimatati per nulla. Difficili anche che le considerazioni su coloro che assumono 5 o 6 pastiglie di Diamox (diuretico) al giorno per poi farsi delle flebo per reidratarsi. Lakpa Norbu Sherpa, che lavora con un team di medici al campo base dell’Everest, ha informato che di aver trattato clinicamente almeno 140 persone nelle ultime tre settimane.

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Pemba Sherpa, forse il maggior e più esperto organizzatore nepalese di spedizioni commerciali con la sua Agenzia Seven Summit (dopo le decine di clienti sull’Everest, pensate che porterà 44 clienti anche al K2 quest’estate), ha confermato che la maggior parte dei lavoratori/nepalesi quest’anno  ha problemi di salute, ma ha anche detto che ce ne sono pochi di esperienza che hanno accettato di tornare sulla montagna. La maggior parte sono ragazzotti che vengono da valli lontane, verso il Terai: esperienza 0.

Causa della “pandemia” reale o immaginaria, possono poi essere le condizioni igieniche che si determinano al campo base. Vero che ci sono le latrine obbligatorie, ma è altrettanto usuale pisciare dietro la tende: lo fanno i cuochi, gli sherpa e gli ospiti lautamente paganti, che la fanno di notte anche in bottiglie e contenitori vari che svuotano al mattino (dove?). Il lavaggio delle mani poi è consuetudine poco frequentata. In più di temperature miti non facilitano, come fa il gelo, il blocco delle gite batteriche.

Le epidemie di gastroenterite, o più semplicemente di “cagotto”, in passato si sommavano, nelle giornate di maltempo e di grande scambio di germi dentro le tende collettive, a quelle di potenti raffreddori e bronchiti, che si sommavano agli effetti dell’ipossia e al mal di testa conseguente.

Se prima tutto ciò era considerato una normale ricaduta dell’essere in quota, in un luogo disagiato e freddo, ora il terrore della vendetta della Dea Madre pare stia seminando il panico e pare che gli alpinisti ricorrano alle cure dei medici dell’Himalayan Rescue più che i malati a quelle dell’ASL.

Vedremo le statistiche a fine stagione.

Rimane il dubbio che dopo le prime due “piaghe” e dopo la rivolta del popolo lavoratore delle alte quote, il film Sherpa lo documenta anche con crudezza, si sia pensato che riprendere con l’andazzo precedente fosse normale, anzi giusto. Si è creduto che autorizzare qualche volo di elicottero da campo base a campo uno, per diminuire i rischi e fare un paio di visite politiche al campo base, fosse rassicurante e risolvesse i problemi.

Ma le spedizioni commerciali organizzate in Europa, Nuova Zelanda o Nepal (la maggior parte ormai) e i permessi collettivi gestisti al ribasso sono stati e sono la vera degenerazione dell’alpinismo, lo svilimento del valore culturale ed estetico delle montagne. Pochissimi se ne sono sottratti e le evitano, anche tra i grandi, i puri ed i politicamente e socialmente corretti. E questa storia di innaturale malessere lo dimostra ampiamente.

Affollamento sull’Hillary Step
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Le bombole d’ossigeno sono doping?

Le bombole d’ossigeno sono doping?
di Carlo Alberto Pinelli

 

Questo è argomento di carattere apparentemente solo alpinistico, sia a motivo delle ricadute ambientali che i comportamenti di cui si discute hanno avuto e continuano ad avere sull’integrità degli ambienti himalayani, sia perché sin dall’inizio Mountain Wilderness ha compreso e interiorizzato i legami che uniscono, in una complessa rete di rapporti espliciti o sotterranei, la tutela “ecologica” e paesaggistica dell’ambiente montano alla qualità delle esperienze esistenziali che in quei luoghi “alti e incontaminati” possono essere sperimentate.

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Proprio da tali relazioni deriva il peculiare carattere “umanistico” che contraddistingue Mountain Wilderness. Gli interrogativi sulla liceità dell’uso delle bombole d’ossigeno in alta quota si sono riaffacciati alla ribalta e pretendono ormai spiegazioni non reticenti, sull’onda di quanto sta accadendo lungo la via normale alla vetta dell’Everest, degradata a penoso trampolino per l’affermazione di ambizioni personali che ben poco hanno in comune con i valori e le competenze del vero alpinismo. Personalmente sono convinto da sempre che l’utilizzazione dell’ossigeno equivalga a una droga dopante, anche se solo in senso lato. Con buona pace di Hillary e Tenzing (di fronte ai quali comunque mi levo il cappello) reputo che i primi autentici salitori dell’Everest siano stati coloro che ne hanno saputo raggiungere la vetta lottando lealmente contro l’ipossia. Il dibattito che Mountain Wilderness intende rilanciare non dovrebbe tuttavia restringersi entro confini accademici, ma sfociare in qualche proposta concreta, in grado di costringere i club alpini, l’UIAA che li riassume, i governi delle nazioni himalayane a prendere le distanze da una pratica così ambigua e sleale. Utopia? Chi può dirlo senza averci provato? Forse oggi i tempi sono maturi per proporre un simile salto di qualità.

Swiss National TV: Expedition to Mount Everest
Swiss National TV: Expedition to Mount Everest

Il primo provvedimento che dovrebbe essere preso (e ne parla Renato Moro) in fondo non è troppo difficile: la compilazione di un elenco con due categorie di “vincitori”: quelli che sono saliti con le bombole e quelli che ci sono riusciti senza usarle. Basterebbe l’esistenza di un simile doppio binario e la sua capillare diffusione a far abbassare la cresta alle centinaia di vanitosi sprovveduti che si affannano a salire in fila indiana, come un esercito di processionarie, lungo il rosario di corde fisse piazzate dalla base della montagna alla vetta da legioni di sherpa. Su questo tema abbiamo raccolto i pareri di un primo gruppo di personaggi che direttamente o indirettamente ne hanno conosciuto a fondo le implicazioni: Renato Moro (ex-presidente della commissione spedizioni extraeuropee dell’UIAA), Maurizio Giordani (guida alpina, esperto di Himalaya e garante internazionale di Mountain Wilderness), Paulo Grobel (guida alpina francese e organizzatore di viaggi in Himalaya), Paolo Cerretelli (una della massime autorità mondiali nel campo della ricerca medica e fisiologica in alta quota) e Alberto Rampini (Presidente del Club Alpino Accademico Italiano).

Qui sotto i loro pareri. Ci auguriamo che altri seguiranno.

Bombole abbandonate al Colle Sud dell’Everest
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Renato Moro
In merito al problema dell’uso dell’ossigeno in alta quota riassumo quanto è stato fatto (o meglio, non fatto) dalla Commissione Spedizioni extra-europee dell’UIAA quando ne ero Presidente.
Avevo proposto di formare un ristretto gruppo di esperti che dopo aver analizzato il problema nei suoi aspetti giuridici, etici, sportivi elaborasse un documento da sottoporre al consiglio centrale dell’UIAA. Contemporaneamente avevo analizzato il lato medico- sportivo con alcune federazioni e i giudizi in merito erano chiari. L’ossigeno è doping.
Con mio disappunto la proposta venne bocciata con voto contrario anche della commissione medica dell’UIAA. In seguito proposi di istituire un elenco speciale di ascensioni agli Ottomila realizzate con certezza senza l’utilizzazione delle bombole in qualsiasi fase della scalata. Mi sembrava logico fare due classifiche delle ascensioni “con e senza”, dando alle seconde il giusto valore. Tale metodo avrebbe dovuto essere adottato anche nel conferimento di contributi o onorificenze. Non ho vinto neanche su questo fronte. Da ciò è derivata la mia decisione di dimettermi dalla Commissione, la quale in seguito è stata soppressa. Come si vede, una nuova iniziativa non riuscirebbe a cavare un ragno dal buco, perché troppo forti sono le pressioni sui decisori dell’UIAA delle agenzie che organizzano spedizioni commerciali; dietro alle quali ci sono gli stessi governi delle nazioni himalayane, le lobbies dei portatori d’alta quota e la pressione di tanti alpinisti che desiderano aggiungere ai loro palmares anche l’Everest o il K2, ma non sarebbero in grado di scalare quelle vette prestigiose senza l’aiuto dopante dell’ossigeno.
E’ un mondo che non mi appartiene più. Forse sono vecchio. Di certo sono disilluso.

Maurizio Giordani
Per etica e coerenza sono stato sempre contrario all’uso dell’ossigeno in quota e mai l’ho portato nelle mie spedizioni (piuttosto non salgo e torno indietro) ma credo, dato che il 90% di chi sale in alto lo usa… sia abbastanza problematico il suo bando…

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Paulo Grobel
Aprire un dibattito sull’utilizzo dell’ossigeno in Himalaya? Semplicemente, a mio avviso, non c’è motivo di rivangare un simile argomento. La cosa infatti è assodata: le bombole d’ossigeno sono una droga dopante. Cioè un indebito elemento esterno che aumenta le prestazioni in quota. Punto e basta.

Purtroppo la grande maggioranza degli alpinisti che affronta l’Everest continua a utilizzare l’ossigeno; e oggi questa pratica si sta diffondendo anche sui “piccoli” 8000.

Per quale ragione un “desiderio di Everest” dovrebbe giustificare l’uso di qualsiasi mezzo per raggiungere la meta? Allora, a questo punto, paradossalmente, perché non utilizzare l’elicottero per evitare i rischi della prima seraccata, sopra il campo base del versante nepalese?

Che cosa spinge gli alpinisti, desiderosi di confrontarsi con le più alte vette della terra, a rifiutare di vivere pienamente ciò che costituisce la specificità della grande altitudine e il suo principale interesse: l’ipossia e i suoi pericoli? Certamente è lecito porci delle domande sul significato reale e sulla reale nobiltà delle realizzazioni di questi veri o presunti alpinisti… Ma alla fine dei conti quelli sono fatti loro. Che facciano e dicano dunque quello che vogliono, da Pierre Mazeaud a Luc Jourjon. Del resto l’uso dell’ossigeno non è che la parte visibile dell’iceberg dell’eccesso dei mezzi utilizzati indebitamente. Penso che l’abuso sistematico delle corde fisse e la negazione della nozione della salita in cordata veicolino un messaggio ancora più deleterio. C’è un immenso rischio di vedere propagarsi e rendere sistematiche queste forme di ascensione devianti, dall’Island Peak all’Everest passando per l’Ama Dablam.

Dunque porsi il problema della liceità dell’ossigeno equivale a mettere in discussione la quasi totalità dei mezzi utilizzati dagli alpinisti per realizzare un’ascensione “ alla moda”. E stimola a riflettere sulla recente evoluzione (involuzione?) dell’alpinismo sulle più alte montagne della terra. Le previsioni non sono certo tranquillizzanti. Temo che l’avvenire non ci riservi sorprese positive, sull’Everest o altrove.

Anche lasciando da parte le questioni etiche e filosofiche sono convinto che l’utilizzo dell’ossigeno sia oggettivamente pericoloso.

Esso permette a chi se ne serve di ritrovarsi un bel momento in un luogo dove non potrebbe e non dovrebbe trovarsi. Se qualcosa nell’erogatore va storto o la bombola si svuota strada facendo, costui è perduto. Letteralmente perduto. In qualità di guida di alta montagna ritengo che sia una situazione molto complicata da gestire. Aiutare qualcuno ad andare più su di quanto sarebbe capace comporta l’accettazione di un rischio supplementare. La stessa guida potrebbe trovarsi in serie difficoltà nella gestione di un cliente sprovvisto di risorse psico-fisiche sufficienti (vedi gli incidenti al Manaslu con un cliente e al Makalu con un nepalese, le circostanze dei quali non sono state analizzate a dovere per trarne insegnamenti).

Inoltre mi piace molto la nozione di condivisione e di apprendistato che esiste nell’alpinismo. Raggiungere una certa sobrietà nell’uso dei mezzi tecnici in Himalaya necessita un apprendistato che ha alla radice la reale volontà di mettere in gioco tutte le proprie risorse naturali, spesso al prezzo della riuscita. Senza aggiungere che questo approccio “by fair means” presuppone una catena organizzativa, relazionale e decisionale impeccabile. Per concludere non assumerò mai ossigeno e non lo faranno neppure i miei compagni di cordata. E non andrò mai sull’Everest… malgrado un forte “desiderio di Everest”.

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Paolo Cerretelli
Non è doping, perché l’ossigeno non è una sostanza particolare, è nell’aria. Ma certamente se le regole della prestazione prescrivono la salita senza ossigeno, usarlo è sbagliato. Dico che non è una droga perché non potenzia la persona, la riporta solo alle sue condizioni normali. E’ lo stato di ipossia ad essere anormale. Il doping è un concetto che a mio parere qui non si applica. L’importante è che tutte situazioni vadano dichiarate per fare i giusti paragoni: se uno non lo fa è un truffatore.

Alberto Rampini
Contrariamente a quanto da molti sostenuto, ritengo che l’utilizzo dell’ossigeno nella pratica dell’alpinismo non possa definirsi “doping” per due ordini di motivi.

Primo, perché doping nel linguaggio comune fa riferimento a una attività sportiva agonistica o comunque strettamente prestazionale che è (o dovrebbe essere) del tutto estranea al mondo dell’alpinismo. E se non lo fosse, a mio avviso saremmo in presenza di un’attività sportiva che comunque con l’alpinismo ha ben poco a che vedere.

Secondo, perché il doping agisce rafforzando e amplificando artificialmente le facoltà mentali e/o fisiche dell’atleta, in modo tale da consentirgli di esprimere risultati altrimenti impossibili, mentre l’utilizzo dell’ossigeno, al di là di perseguire lo stesso risultato finale, non opera un innalzamento artificioso delle facoltà dell’individuo ma opera uno scardinamento di alcune delle fondamentali regole naturali che governano il pianeta, abbassando artificiosamente la quota delle montagne.

Considerando che il fattore quota è sempre uno degli elementi che contribuiscono a definire i parametri di difficoltà e impegno di una salita, e quindi dell’intima soddisfazione e appagamento che ne derivano, è evidente che riducendo questa componente viene a essere stravolto il senso complessivo e unico dell’esperienza che si va a vivere.

Non si può parlare quindi di doping. Ma di truffa, sì. Truffa nei confronti della storia dell’alpinismo, che si cerca di forzare nelle sue tappe evolutive naturali, e truffa anche nei confronti di se stessi, originando un insanabile dissidio tra l’essere e il voler essere.

E ci limitiamo a quanto sopra, dando per scontato che tutti onestamente dichiarino le caratteristiche e il perimetro sull’impresa effettuata, perché diversamente entreremmo nel campo del dolo.

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E’ pur vero, si potrà obiettare, che l’utilizzo dell’ossigeno affonda le sue radici già nei primordi dell’esperienza alpinistica alle quote superiori. Nelle prime spedizioni strutturate e significative all’Everest, quasi un secolo fa, la pratica era accettata, ma, si badi bene, come una presunta necessità, ritenendosi, per mancanza di sperimentazione, che alle quote massime la sopravvivenza dell’uomo non fosse altrimenti possibile.

Già allora, tuttavia, nonostante questa convinzione, i protagonisti più sensibili intuivano che l’uomo poteva e doveva fare di più per rapportarsi anche all’alpinismo di quota “by fair means”, così come si era fatto, tranne qualche eccezione, nella conquista delle vette alpine.

Noel Odell, riferendosi al tentativo Mallory, che seguì dall’ultimo campo, a proposito dell’uso dell’ossigeno scriveva: ”Credo che la sua importanza sia stata esagerata e un alpinista, purché sappia acclimatarsi… può benissimo farne a meno… anzi l’uso abbondante dell’ossigeno è fonte di pericolo, perché impedisce l’acclimatamento… ho la ferma convinzione che sia possibile scalare l’Everest e arrivare in vetta senza l’ausilio dell’ossigeno”. E siamo nel 1924.

Riconosciuta la storicità dell’utilizzo dell’ossigeno, potrebbe apparire contradditorio auspicarne finalmente l’abbandono totale e senza compromessi.

Ma così non è.

La storia dell’alpinismo, nelle sue varie epoche e nelle sue varie espressioni, ci insegna che gli elementi che più allontanano la pratica alpinistica da un rapporto diretto e naturale dell’uomo con la montagna sono destinati a essere riassorbiti, anche se purtroppo l’andamento ciclico di queste situazioni crea inevitabili tensioni e contraddizioni.

La crescente sensibilizzazione sul fenomeno genera perlomeno interrogativi di massa e di conseguenza un minor apprezzamento generalizzato per il fenomeno, il che porterà con ogni probabilità a un calo progressivo della domanda e quindi dell’offerta, soprattutto da parte degli organizzatori delle spedizioni commerciali.

A oggi comunque, al di là delle considerazioni già accennate in merito al rispetto per la naturale evoluzione della storia e per il significato etico del rapporto del singolo con la montagna, occorre anche prendere atto dell’aspetto legato all’inquinamento che la pratica produce, sia quanto a garbage sia quanto semplicemente a sovraccarico ambientale.

L’alpinismo “di massa”, al pari dell’arrampicata “di massa”, produce impatti significativi, spesso inopportuni e irreversibili, sull’ambiente naturale ed è evidente che in questo senso l’utilizzo dell’ossigeno incrementa una frequentazione abnorme, rispetto alle caratteristiche ambientali specifiche, e di conseguenza non di rado poco consapevole.

Ne derivano insistenza di sovraccarico in aree limitate e ben definite, con conseguente inquinamento ambientale in senso stretto.

Ma preoccupa anche il correlato inquinamento culturale, in grado di danneggiare l’immagine dell’alpinismo come vorremmo che fosse. E questo vale non solo per l’ossigeno ma anche per i portatori. E i due discorsi si intrecciano.

Per me sono problemi innanzitutto di carattere etico e storico, per altri magari di valore prestazionale.

Detto questo, a condizione che venga rispettato l’ambiente e gli altri, ognuno è libero di concepire e praticare un alpinismo diverso. Ma con onestà e consapevolezza del valore del proprio agire.

 

Aggiungiamo, in pillole, alcuni pareri:
Silvio Gnaro Mondinelli: i professionisti non lo usano.
Gerlinde Kaltenbrunner: con le bombole è doping.
Marco Prezelj: è come suonare in playback.
Hans Kammerlander: l’ossigeno oggi è doping.
Karl Unterkircher: e i matti saremmo noi?
Reinhold Messner: non è doping, ma facilita molto
Soro Dorotei: l’ossigeno è un trucco pericoloso.
Annalisa Cogo: è un problema etico.
Claudio Marconi (CNR): vietarlo, come l’emotrasfusione.
Giancelso Agazzi: prima di tutto la sicurezza.
Simone Moro: l’ho usato, ma lo condanno.
Mario Panzeri: usarlo è una vergogna.
Nives Meroi: è un’offesa alla montagna.
Mario Merelli: no ai portatori d’alta quota.
Sergio Martini: è una scelta personale.
Fausto De Stefani: siamo alla pazzia pura.
Alex Busca: è doping, fa andare più forte.
Mario Vielmo: no alla vetta a tutti i costi.
Elizabeth Hawley: è giusto distinguere.

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L’emozionante Everest di Baltasar Kormákur

L’emozionante Everest di Baltasar Kormákur

Ricordo bene quando andammo a girare il primo spot Altissima, purissima, levissima in Nepal, nella valle del Khumbu. Era quasi Natale del 1992, una delle scene da girare prevedeva, in una location a ben più di 5000 metri sopra Dingpoche, che Reinhold Messner si aggirasse da solo su alcuni pendii di ghiaccio e che a un certo punto si soffermasse ad osservare l’acqua purissima che alcune stalattiti di ghiaccio avrebbero dovuto rilasciare con il calore del sole.

Il luogo era stato raggiunto dalla numerosa troupe e dal regista di San Francisco in elicottero la sera del 19 dicembre: solo io e pochissimi altri eravamo saliti a piedi al mattino. Nella notte quasi tutti erano stati male, non acclimatati e in pieno disagio fisico nelle tende. Il mattino dopo il freddo era davvero siderale e quando si dovette girare, come da programma ma con un cielo livido, la scena delle stalattiti, l’acqua tiepida appena scaldata con un fornello e versata sulle stalattiti ghiacciava immediatamente. Non colava alcuna goccia. Il nervosismo di trenta persone, che per tutta la giornata era stato latente, esplose. Volevano scendere, andarsene al caldo dell’Hotel dei Giapponesi a Khumjung. Ma il regista, che soffriva come un cane anche lui, insisteva. Voleva la sua acqua colare. Risolse tutto un macchinista de Roma, che ebbe l’idea di versare sulle stalattiti due bottiglie di vodka!

Lì ebbi la misura di quanto il cinema possa e spesso debba essere finzione. Non mi era ancora bastato vedere come perfino nelle foto di still life si preferisse l’uso di frutta finta al posto di quella vera.

Il regista islandese Baltasar Kormákur a Namche Bazar
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Ho visto il film Everest di Baltasar Kormákur, e mi è piaciuto. Nessuno poteva essere più prevenuto di me. Mi aspettavo la solita “stallonata” alla Cliffhanger, ma anche la pretenziosità insoddisfatta di North Face o, ancor peggio temevo una similitudine con quell’altra boiata pazzesca (con tema K2), Vertical Limit. Non osavo sperare l’attrazione di Assassinio sull’Eiger e non ritenevo che Everest potesse uguagliare La morte sospesa (Touching the void) di Joe Simpson.

La reazione del pubblico al Festival di Venezia (film d’apertura, fuori concorso), nonché i commenti non proprio favorevoli di Reinhold Messner e Simone Moro, avevano fatto il resto.

Razionalmente mi stavo imponendo, mentre attendevo che le luci si spegnessero, di accettare che un film a lungometraggio non debba essere una fedele trascrizione visiva di fatti vissuti e raccontati; che la storia narrata da Jon Krakauer in Aria sottile potesse essere anche stravolta; che la mia esperienza di alpinista dovesse essere messa da parte, perdonando dunque piccole grandi inesattezze, gli svarioni, le incongruenze, le esagerazioni.

Mi ripetevo che, se si sta a quanto raccontato da Anatolij Bukreev, neppure Jon Krakauer aveva raccontato la vera verità riguardo ai fatti di quel 10 maggio 1996.

Assorto in questo training autogeno, ma contemporaneamente munito di blocchettino degli appunti e matita per poter annotare anche al buio ogni fesseria vista o sentita nei dialoghi, il film è iniziato.

Un primo respiro di sollievo l’ho tirato quando mi sono accorto che il film era sottotitolato: non avrei perciò dovuto sentire le ulteriori vaccate del doppiaggio!

E già dopo pochi minuti il mio atteggiamento era cambiato: il film procedeva sui binari di una recitazione corretta, non c’erano sbavature, non c’era la fastidiosa sensazione che il regista calcasse la mano per creare un clima di attesa e di suspence. Scarno, per ciò che riguarda le motivazioni dei clienti delle spedizioni commerciali. Pochi contenuti ma nessuna aggiunta. Poi le riprese: belle, talvolta bellissime, perfino le poche ricreate artificialmente negli studios.

Una scena di Everest
Everest

La critica
Michele Gottardi
aveva scritto, dopo la “prima” mondiale a Venezia: “L’Everest si staglia sul grande schermo della Mostra ed è gelo in sala. Ma non per il pathos che il regista Baltasar Kormákur trasmette allo spettatore impaurito dalla tormenta o dal freddo; o per le paure che gli esiti del film incutono. Everest resta sospeso sul ponte tibetano delle infinite soluzioni, non osando fare un film completamente spettacolare e hollywoodiano, né riuscendo fino in fondo a trasmettere quel senso di mistero e di pericolo che la montagna più ostica del mondo ancora mantiene, nonostante le orde barbariche che l’hanno aggredita in questi ultimi vent’anni.

Poi il film comincia a mutare registro, virando verso tragedia e precipizio. Il dubbio che sorgeva (anche sulla scorta di una polemichetta avanzata da Reinhold Messner, che dava per assente il senso stesso della vetta) era: ci sarà la montagna? A luci spente, la sensazione del grande alpinista viene in parte confermata. Senz’altro non è stato (solo) girato su una pista di sci come ha detto Messner (le montagne della Val Senales sono state l’Everest, mentre a Cinecittà in studio è stato ricostruito l’interno del campo base), ma certamente il cinema di montagna è altra cosa. Elevare il dramma a spettacolo aumenta l’attenzione dello spettatore ma qui troppe vicende familiari e colpi di scena ne fanno un’occasione mancata”.

L’Everest. Foto: David Breashears
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Reinhold Messner aveva detto al settimanale Oggi: “Parlando con i produttori ho capito che la vicenda viene ricostruita in modo parziale… la tragedia del ’96 non fu una semplice disgrazia. E’ accaduta perché due bravissime guide, Rob Hall e Scott Fisher, decisero erroneamente di diventare imprenditori del settore turistico. L’alpinismo è una cosa, lo sport e il turismo un’altra”. Hall e Fischer erano in competizione tra loro per chi riusciva a portare più gente in cima all’Everest. Dovevano porsi obiettivi più ragionevoli. Sull’Everest porti qualcuno, non decine di persone alla volta. Per far salire gente impreparata Rob Hall e Scott Fischer hanno fatto ricorso a tutte le loro risorse fino a esaurirle. Erano sfiniti. Sono morti loro e gli altri, senza un’idea di cosa fare, hanno fatto la stessa fine“.

Josh Brolin (nel ruolo di Beck Weathers)
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E Simone Moro: “Non giudico mai qualcosa che non ho visto e onestamente spero che sia un bel film e che faccia un buon intrattenimento cinematografico… So che Reinhold Messner ha criticato aspramente il film. Pare che Messner abbia assistito alle riprese e abbia detto: «Non può raccontare la realtà: è stato girato su una pista da sci… una cosa hollywoodiana, dove manca il protagonista principale, la montagna».

Peccato solo che la fonte di quel film sia il libro sbagliato o meglio la voce sbagliata… Ero grande amico di Anatolij Bukreev… Ho ascoltato dentro una tendina e alla luce di una candela la sua ultima narrazione di alcuni fatti accaduti in quella spedizione… Molte verità non sono mai state gridate e altre sono sotto gli occhi di tutti quelli che conoscono l’alpinismo e l’Everest. Mi spiace che Anatolij non abbia più voce oggi ed io non posso essere la sua anche se ho provato a raccontare di lui in Cometa sull’Annapurna. Il libro che lui ha scritto, Everest 1996 – cronaca di un salvataggio impossibile (CDA, Torino, 1998 tradotto dall’edizione originale The Climb, 1997, NdR) rimane letto da pochissimi e la sua storia personale quasi sconosciuta.
Sarebbe bastato il silenzioso sguardo proveniente dagli occhi azzurri di Anatolij per far capire chi era lui veramente… Già, solo in quello sguardo, molti spettatori usciti dalle sale cinematografiche avrebbero trovato risposte e sarebbero tornati a casa con le idee più chiare e più loro…
Io di quel film ho visto solo il trailer e non muoio dalla voglia di andare per forza a vederlo… ma lo considero come uno dei tanti film di intrattenimento e non un film verità e dunque lo giudico con serena pacatezza…”.

Sul set di Everest
Everest

Il punto di vista del regista
L’islandese Baltasar Kormákur parla del suo rapporto con la natura e di come l’aver camminato ogni giorno attraverso una tempesta di neve per andare a scuola abbia influenzato il suo punto di vista nel dirigere il film. All’osservazione che Messner lo abbia criticato ribatte: “E non aveva neanche visto il film! Dice che non è reale, ma qual è il punto? Alfonso Cuaron è forse andato nello spazio per girare Gravity? Il cinema è simulazione, tentiamo di ricreare la realtà senza uccidere nessuno o mettere gli attori e la troupe in pericolo. Io ho fatto del mio meglio per renderlo reale, più di quanto sia mai stato fatto nel cinema di finzione: abbiamo girato a -30° per sei settimane! Abbiamo scalato per davvero i monti, quindi dovevamo saper tenere la situazione sotto controllo e, nel caso, poter evacuare la gente. E lo abbiamo dovuto fare sul serio, un paio di volte, per il rischio di valanghe…

L’emozionante scena in cui Josh Brolin (nel ruolo di Beck Weathers) perde l’equilibrio sulla scala
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Abbiamo perso un set sotto una valanga. E mentre giravamo, in una valle vicina sono morte delle persone per una valanga. Eravamo estremamente consapevoli del rischio. Ma io non metto la gente in pericolo per ottenere quello che voglio. Come ha detto Jake Gyllenhaal, c’è differenza tra soffrire e farsi male. Io li ho fatti soffrire, più di quanto qualsiasi regista sia disposto a fare. Non per ragioni sadistiche, ma perché volevo il realismo: non volevo che interpretassero il freddo, volevo che lo provassero davvero. Questo vale anche per lo script: non volevo aggiungere un cattivo inesistente alla storia. E poi sono andato in Nuova Zelanda a incontrare i sopravvissuti, ho ascoltato le registrazioni delle conversazioni tra Rob Hall e sua moglie e tra Rob e il campo base. Ho appreso dettagli incredibili che nessun libro sull’argomento ha mai riportato…
Al cinema ci aspettiamo che i buoni sopravvivano e i cattivi muoiano. Ma la vita reale non è così: la vita è ingiusta. Volevo che il mio film fosse proprio questo…
Nel mio caso non c’è niente di inventato, nessun dramma fasullo, nessun personaggio femminile aggiunto a forza per far colpo sulle donne…
Anche in Val Senales, ho tentato di girare all’esterno il più possibile, pur sapendo che avrei dovuto ritoccare gli sfondi… Ci sono stati anche momenti drammatici, alcuni se ne volevano andare… Volevo che tutto fosse autentico: avevamo sempre con noi trenta sherpa, ci hanno seguito anche a Cinecittà, dove hanno costruito il set del campo base personalmente, perché hanno le loro tecniche precise
”.

Jake Gyllenhaal (Scott Fischer)
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E quello di alcuni attori
Per Jake Gyllenhaal, che interpreta il ruolo della guida Scott Fischer, in mezzo a tutto quell’avventuroso spettacolo, in cui si è anche congelato un orecchio, il momento più commovente è quella telefonata finale tra Jason Clarke e Keira Knightley (Rob Hall e sua moglie, nella realtà). Il grande lavoro fatto da loro è quello che più si avvicina al reale…
A voi sembrerà che abbiamo torturato noi stessi per questo film, ma per me è stato un atto creativo, non distruttivo.
Josh Brolin, mascella quadrata, grande senso dell’umorismo spaccone, interpreta Beck Weathers, il perfetto americano, anzi texano. E’ lui quello che chiede al sirdar Ang Dorjie, quando gli viene presentato, se sa parlare inglese: E quello gli risponde: «Meglio di te, americano»!

Il mio agente mi ha detto: «Sei sicuro di volerlo fare? La tua non è la parte principale». «Sì, ok, ma l’hai letta la sceneggiatura? ». Mi ha davvero commosso e se non ti smuove qualcosa vuol dire che hai un cuore di ghiaccio…
Per prepararmi al film, visto che mi piace l’idea di scalare, ho salito una via ferrata in Svizzera. L’ho fatta su consiglio di un mio amico scomparso da poco, Dean Potter, ma mentre me lo diceva mi sono dimenticato che parlavo con un tizio a suo agio su una parete liscia a 1500 metri d’altezza e senza corde. A metà del percorso ero già incazzato nero e mi dicevo «Quando torno a casa lo ammazzo». Ero appeso nel vuoto e non potevo tornare indietro, non c’erano segnali e pregavo che non ci fosse il gran finale, ma ovviamente c’era, altrimenti non sarebbe un’attrazione per alpinisti. Così giro l’angolo e vedo un ponticello appeso su uno strapiombo, che oscillava da tutte le parti. Il mio corpo si rifiutò fisicamente di proseguire: non volevo morire, avevo appena conosciuto una ragazza fantastica e mi piaceva la mia vita. Allora capii che dovevo semplicemente lasciarmi andare e iniziare a camminare. Non avevo mai provato a sfidare la paura a quel livello, ma quell’esperienza mi ha dato un minimo di comprensione di quello che avevano provato gli alpinisti sull’Everest…
Io ho fatto tutti i miei stunt. L’animazione in CGI (
computer-generated imagery) è lo strumento migliore per questo tipo di film: in Star Wars, ad esempio, la si usava per realizzare qualcosa di mai visto prima, qui per ricreare qualcosa che abbiamo solo immaginato e mai toccato con mano. Ma la scena in cui scivolo sulla scala ho dovuto farla davvero per circa 150 volte. Alla sessantesima volevo lasciare il film e tornare a casa, avevo un ematoma nerissimo dal ginocchio all’inguine. Dopo la Val Senales ci siamo spostati a Londra, in studio. Dovevamo indossare gli stessi indumenti che avevamo portato a -30°, solo che lì c’erano 26°, e al posto della neve c’era il sale. C’era un addetto che versava sale in un ventilatore, ti arrivava addosso e ti entrava negli occhi facendoti lacrimare. Una cosa terribile. Terribile. Preferirei scalare l’Everest che rifarlo”.

Jason Clarke (Rob Hall) e Jake Gyllenhaal (Scott Fischer)
Everest

Considerazioni finali
Per me il film ha superato la prova della credibilità alpinistica e non ha mai urtato la mia sensibilità, non dico di espertissimo himalayano ma almeno di persona che ne ha una idea. Qualche tempesta l’ho vissuta pure io, tanto tempo fa, e le scene del film sono veritiere, assolutamente realiste: perché non sono minimamente caricate. La morte evidentemente arrampica ancora accanto, come diceva Toni Hiebeler. Ma non è lei la morbosa protagonista del film. Neppure la montagna lo è, come dicono giustamente Messner e Moro. Lo è invece quella domanda di fondo, strisciante, sul perché di tutto questo. Il fascino di una domanda cui non si può risponder se non la si prova. Forse la ricerca affannosa e pervicace del proprio destino. Fino alle estreme conseguenze.

La “stupidità” delle spedizioni commerciali, il nascere e lo svolgersi dei meccanismi competitivi si possono toccare con mano, senza che sia dato un giudizio, senza un assunto morale. Si vede bene come oggi la scalata dell’Everest sia un penoso trascinarsi di corda fissa in corda fissa, si vede ancor meglio l’ottusa mentalità di molti clienti che hanno reazioni isteriche. Una valanga riesce a smuovere la scala gettata a ponte nell’abisso di un crepaccio enorme della Seraccata e Beck Weathers che la stava traversando cade, rimanendovi disperatamente aggrappato perché assicurato da due cordini con moschettoni. Rob Hall si precipita dal terrorizzato Beck e lo rimette in piedi. Questi non ha di meglio da dire che: “Non ti ho pagato 65.000 dollari per fare una coda alle scale, come in un supermercato!”.

La ben ascoltata consulenza di un esperto alpinista (cinque volte salitore dell’Everest) e moviemaker David Breashears è palpabile in ogni momento.

Jason Clarke (Rob Hall) guida la fila nella risalita al Colle Sud dell’Everest
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Fino al gran finale, i decessi in massa. Le conversazioni di Rob Hall e di sua moglie Jenal satellitare, intermediate da Helen Wilton. Il regista ha sparato alto e gli è andata bene. Poteva risultarne una scena penosa e invece l’attrice Keira Knightley propone uno strazio dolce, quasi fosse una liberazione. Anche la bravissima Emily Watson, nel ruolo di direttrice del campo base Helen, ha un che di materno unito a una grande forza.

Comunicato stampa ufficiale del film
Everest, un film Universal Pictures diretto da Baltasar Kormákur, è il film d’apertura, fuori Concorso, della 72. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (2-12 settembre 2015), diretta da Alberto Barbera e organizzata dalla Biennale presieduta da Paolo Baratta.
Everest sarà proiettato in prima mondiale il 2 settembre nella Sala Grande (Palazzo del Cinema) al Lido di Venezia.
Ispirato a fatti legati al tentativo di raggiungere la vetta della più alta montagna del mondo, Everest documenta il viaggio di due spedizioni che si imbattono in una violentissima tempesta di neve. Il coraggio degli scalatori viene messo a dura prova dalla forza della natura, che trasformerà la loro ossessione in una lotta per la sopravvivenza.
Everest è una produzione Working Title Films. E’ interpretato da Jason Clarke, Josh Brolin, John Hawkes, Robin Wright, Michael Kelly, Sam Worthington, Keira Knightley, Emily Watson e Jake Gyllenhaal.
E’ prodotto da Tim Bevan, Eric Fellner, Baltasar Kormákur, Nicky Kentish Barnes, Brian Oliver e Tyler Thompson.
Everest è presentato da Universal Pictures e Walden Media, in collaborazione con Cross Creek Pictures, ed è adattato per lo schermo da William Nicholson (Il gladiatore) e dal premio Oscar® Simon Beaufoy (The Millionaire).
Il film è stato girato in Nepal, alle pendici dell’Everest, sulle Alpi italiane (Val Senales, Alto Adige), negli studi di Cinecittà a Roma e nei Pinewood Studios nel Regno Unito.

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In scacco, l’Everest interrotto

In scacco, l’Everest interrotto
di Tashi Sherpa
tradotto da Alpinist n. 47, per gentile concessione di www.Alpinist.com

All’alba di una giornata di primavera sedici scalatori sono morti sulla Khumbu Icefall dell’Everest. In alto, un seracco gigante era collassato dalla Spalla Ovest, causando una valanga che ha travolto e trascinato tutto ciò che incontrava. Rallentati dai carichi pesanti, avanzando precari tra crepacci e torrioni di ghiaccio, gli uomini non avevano alcuna possibilità di scamparla. In pochi secondi, i corpi di tredici sherpa e di tre altri nepalesi giacevano sotto una colossale massa di detriti di ghiaccio, assieme all’armamentario. È stata la peggiore giornata della storia della montagna.

Il versante nepalese dell’Everest con la via di salita. Al centro della foto e in basso è l’Icefall
L'itinerario di salita all'Everest dal versante nepalese.

I sopravvissuti erano paralizzati dallo shock e dal dolore. Qualcuno era arrabbiato con le autorità delle quali già s’immaginavano le dichiarazioni irrispettose delle loro perdite. Alla fine, tutti gli sherpa fecero i bagagli e se ne andarono. Molti non avevano il coraggio di insistere in un anno così nero (Lo Nag).

L’approssimativo percorso del crollo di seracchi dalla Spalla Ovest dell’EverestTashi02-a06-00002

Maggio racchiude la breve possibilità di salire in cima. Subito dopo arrivano le pesanti piogge del monsone. Già le nubi arrivavano e si concentravano, infauste, creando i primi cicloni sul subcontinente himalayano. Giunge notizia di elicotteri che portano al Campo 2 due clienti “indipendenti”, uno dei quali è anche andato in vetta. A prescindere se quest’azione è da considerare irriverente e fuori dal codice alpinistico, rimane il fatto che il perseguimento individuale di gloria spesso scavalca brutalmente la ragione e il rispetto.

I riflessi del teatro crudele di questa stagione hanno scosso profondamente la percezione di ciò che una volta consideravamo un’attività onorevole. Tra rabbia e paura, i vulnerabili hanno trovato nuova voce. C’è unanime condanna del modo in cui le spedizioni commerciali hanno ignorato il valore di un coefficiente così importante in ogni tentativo: quello dato dai lavoratori delle montagne. I francesi hanno un termine, enfants perdus, per i soldati che vengono assegnati ai posti più pericolosi. Questo termine è perfetto per coloro che, coraggiosamente, sono morti questa primavera e sono ancora lassù sepolti nel ghiaccio.

La nostra coscienza collettiva indietreggia di fronte all’idea del ricavo economico o della vanagloria che hanno precedenza sulla vita umana. Ogni primavera all’Everest sherpa capaci e altri lavoratori fronteggiano la prima minaccia della montagna sull’Icefall, con carichi pesanti si trascinano in posti da brivido, piazzando scale e corde tra torri in bilico nei momenti più freddi della giornata, perciò i meno pericolosi, in un freddo siderale. Dov’è la moralità in questo matrimonio di profitto e prezzo, in uno spietato mercato che riserva così poco a coloro che rischiano di più? Come abbiamo potuto permettere per così tanto tempo questa situazione?

Sono più triste che furioso, ma sono convinto che non possiamo far finta di niente di fronte a queste lezioni. Continuare così il prossimo anno e gli anni successivi sarebbe un tormento per chi invece ha a cuore le vittime e la loro memoria. Sull’Everest e su tutte le altre montagne dell’Himalaya non sarà mai più così.

La valanga che si è abbattuta sull’Icefall il 18 aprile 2014
Tashi03-a06-00003Ora siamo a metà maggio, nella quarta delle sette settimane dello Shabden. Questo è un tempo assai impegnativo per i monasteri, dato che i monaci vanno di casa in casa a officiare il rito del passaggio. I suoni gutturali delle preghiere, il clarinetto requiem del Geling e ilo sordo battere dei tamburi del Nga orchestrano l’antico rituale di morte. Ciascuna famiglia in lutto deve essere presente alla cerimonia prpiziatoria per sette settimane. Lo chiamiamo Shipchu Shey gur, i quarantanove giorni di preghiera e di rinnovo.

I riflessi ambrati delle lampade a burro s’irraggiano sul ritratto del defunto. Nell’acre fumo del ginepro che brucia, i parenti cercano consolazione negli dei onnipresenti, ma spesso la trovano di più tra loro. Io non sono con loro adesso, ma so cosa succede in una casa in cui si è verificata una perdita insostituibile. Il quarantanovesimo giorno, dopo le offerte votive, a un’ora precisa, daranno l’addio definitivo al beneamato congiunto. Da quel momento il dolore, fino a ora così manifesto e udibile, sarà muto, privato. Qualcuno chiede se è stato dato da mangiare ai monaci, se è stato servito il tè agli ospiti, se c’è ancora abbastanza burro per le lampade. Vicini e parenti sono lì, un anziano dispensa qualche saggio consiglio. Tra i gemiti e i singhiozzi delle donne, si rollano i bead di thaynga nella continua invocazione om mane padme hum.

Ora il mondo è più cosciente di cosa siamo.
Un minimo di verità è finalmente apparsa. Ora non siamo più portatori o fantocci, né ci viene più attribuita la metafora del “sì, sahib-no, sahib”. Delle specie di Venerdì della montagna. I più sanno che siamo una comunità etnica di persone che una volta erano contadini, allevatori di yak o commercianti. Sei secoli fa, si dice, lasciammo il Tibet e ci stabilimmo nelle più remote montagne del Nepal nord-orientale. Grazie al nostro adattamento alla vita in quota capimmo la cultura dell’Everest e di quelli che vi cercavano gloria, nel bene e nel male, nel giubilo di una vetta o nella tragedia di un incidente.

Un sopravvissuto viene recuperato e soccorso in mezzo all’Icefall
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Il mio cognome è un diritto accidentale di nascita. Non ho mai scalato alcuna grande cima.

In più, ho sempre lottato contro i vecchi stereotipi sulla mia gente. Siamo quelle perdute tribù tibetane che valicarono i passi più pericolosi tanto tempo fa? O quei martiri che si prodigano e si sacrificano per i loro clienti? Per tanto tempo i racconti di chi era stato qui contribuirono ad alimentare un’immagine utopistica del nobile montanaro. Non posso negare che a volte mi fa piacere sentire quanto eravamo considerati eroi invitti e senza macchia.

Ma non ne posso più di subire domande ingenue come quella “Oddio, dove hai imparato un inglese così fluente?”. Molti di noi sono scalatori o guide di trekking. Ma gli altri hanno le teahouse, hanno soldi in banca, sono scrittori, piloti, maestri, dottori e imprenditori. Devo appoggiarmi al mio senso dell’umorismo quando qualche non-sherpa dubita che io possa intraprendere qualcosa anche senza l’aiuto di qualche guru occidentale. Dobbiamo essere sempre visti come gli eterni secondi, con ai piedi i ramponi e sulla schiena un carico?

Nella storia abbiamo dato spazio agli altri, ma questo non vuole dire che non abbiamo dignità. In Touching my father’s soul l’autore Jamling Tenzing Norgay (assieme al co-autore Broughton Coburn) tratteggia scene eloquenti della spedizione del 1953 cui suo padre partecipò. Quando il team arrivò a Kathmandu, un ufficiale invitò i partecipanti occidentali a stare all’ambasciata britannica, e gli sherpa furono mandati a dormire in un garage senza servizi igienici. Al mattino, il capo spedizione biasimò gli sherpa per aver urinato fuori. Non sembrava proprio al comando di dover riservare ai loro partner un trattamento, se non paritetico, almeno decente. È evidente che il giudizio generale sugli sherpa li vedeva più che altro come animali da soma.

L’abituale fila di scalatori che si avviano al Colle Sud per scalare l’Everest
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È stato scritto molto sulle liti infami tra europei e sherpa, la scorsa primavera del 2013 all’Everest. Come spesso succede nell’iperbole internet, le voci che hanno parlato più forte sono state quelle poi credute. E improvvisamente il piedistallo su cui i Mikaru (gli occidentali) avevano messo gli sherpa cominciò a vacillare. Prendere a pugni e a calci qualcuno è un atto che ripugna a tutti i buddisti, ma né la violenza né la non-violenza sono attributi che appartengono a una sola cultura religiosa o nazionale. Non sono sicuro che uno stimato cittadino occidentale l’avrebbe presa bene, fossi io entrato nel suo cortile e avessi accusato i suoi genitori di qualche depravazione sessuale. Solo parecchi mesi dopo, passata l’ira e lo scalpore, uno di noi fornì una versione sherpa dei fatti.

Non chiediamo di essere trattati come cavalieri senza macchia, perciò non è giusto, all’occasione, condannarci perché non ci comportiamo secondo stereotipi costruiti da voi.

Come bambino degli anni ’50, ho una visione piuttosto completa di quella che alcuni vedono come l’età d’oro dell’alpinismo himalayano. Osservai gli ultimi sprazzi di luce dell’impero britannico che davano luogo a una nuova sensibilità nelle comunità di scalatori sherpa dell’India post-coloniale. Nel 1954 fu fondato a Darjeeling l’Himalayan Mountaineering Institute. Il direttore operativo e la maggior parte degli istruttori era sherpa. Passai notti intere ad ascoltare storie che mai sarebbero state pubblicate. I nostri vecchi non avevano scritto alcun libro, ma i racconti che i miei zii facevano ai miei cugini e a me mi sono ancora oggi chiari come i colori seppia del loro album di foto.

È stato 61 anni fa che una personalità carismatica dal semplice nome di Tenzing Sherpa e un neozelandese di nome Edmund Hillary fecero la prima ascensione dell’Everest. Nella foto di vetta, l’eroe sherpa è simbolicamente stagliato nel cielo, con la sua maschera, trionfante sulla cima del Chomolungma, la più sacra delle montagne. Fu in quell’istante che si creò l’icona dello sherpa nel mondo.

Tenzing era indomabilmente avvenente, aveva tentato sette volte le barriere eccelse della montagna. Un leader naturale, esigeva rispetto da coloro che si affidavano ai suoi servizi e da coloro che ne seguivano il predicato. Egli fu sempre sincero, talvolta a dispetto dei suoi “padroni” britannici. Aveva una personalità ben più grande della sua vita e un sorriso così spontaneo da incantare testate e personalità di tutto il mondo. Ho letto e riletto la sua autobiografia e naturalmente mi vantavo in modo egoistico dell’amicizia tra le nostre famiglie. Nel karma post-bellico di un mondo disperato, Mr. Tenzing era il meraviglioso eroe dei fumetti. Era esclusivamente nostro, e lo contrapponevamo ai supereroi di carta o di celluloide.

La sempre più abituale ressa di alpinisti sull’Hillary’s Step, apoche decine di metri dalla vetta dell’Everest
FILE TO GO WITH Nepal-Everest-environment-climbing, FOCUS by Deepesh Shrestha (FILES) In this May 19, 2009 file photograph, unidentified mountaineers walk past the Hillary Step while pushing for the summit of Mount Everest as they climb the south face from Nepal. A group of top Nepalese climbers is planning a high-risk expedition to clean up Everest, saying decades of mountaineering have taken their toll on the world's highest peak.  "Everest is losing her beauty," seven times Everest summitteer Namgyal Sherpa, 30, told AFP. "The top of the mountain is now littered with oxygen bottles, old prayer flags, ropes, and old tents. At least two dead bodies have been lying there for years now." AFP PHOTO/COURTESY OF PEMBA DORJE SHERPA (Photo credit should read STR/AFP/Getty Images)

M’interessai e seppi tutto anche dei miei altri zii, le Tigri delle Nevi, figure che nei libri degli scalatori stranieri davano sempre prova di “forza, quieto carattere e impeccabile sincerità”, “intelligenza arguta”, “tremenda tenacia” e “grande tecnica di scalata”. Per qualche autore tutto ciò era forse abbastanza , esprimere la loro gratitudine citando e menzionando onorevolmente quei “tizi meravigliosi”, quando in realtà il legame che si era creato tra di loro dipendeva esclusivamente dalle situazioni estreme in cui si erano trovati. Per Ang Tharkay e i suoi coetanei, comunque, non era così importante cosa veniva scritto. La loro propria conoscenza del contributo che avevano dato li inorgogliva. Le figure meno visibili della narrativa himalayana si erano scoperti uguali ai protagonisti, anche se i nomi di questi uomini leggendari (Da Namgyal, Gyalzen Mikchen, Ngawang Gombu) sono sembrano oscuri come monete rare.

Hillary fu quello che io mi rifiutai di accettare per lungo tempo, questo spilungone che torreggiava su chiunque, anche su Tenzing. Sapevo poco dell’influenza che Hillary avrebbe avuto sulla valle del Khumbu. La scuoladal tetto di lamiera che lui riuscì a mettere insieme a Khumjung avrebbe aiutato centinaia di bambini sherpa ad avere un’educazione e ad allargare gli occhi per guardare il mondo. Ma quando lui si fermò davanti a casa nostra per un tè, lo evitai. Era troppo per uno scolaro di otto anni. Il meglio che potei fare in seguito per rimediare alla mia timidezza fu di scrivere un tributo a questo kiwi che era diventato uno dei più grandi sherpa.

Negli anni ’70 e ’80 gli scalatori occidentali proseguirono nello spirito esplorativo e tradizionale, cercando appassionatamente vie nuove sull’Everest, facendo scalate invernali e in stile alpino. Come leggende cresciute rapidamente, molti nepalesi erano interessati ai racconti di Chris Bonington e Pertemba Sherpa al riguardo della prima ascensione della parete sud-ovest o della salita solitaria di Reinhold Messner da nord. Se c’era una qualche spavalderia in quelle imprese, di certo era meritata, non erano tanti quelli che facevano cose del genere.

Gli anni ’80 furono anche l’inizio dell’era dei Super Sherpa, che continuò anche la decade dopo. In Nepal, le notizie della sera tenevano conti di chi era salito e quante volte. C’era un bel po’ di gente che gareggiava amichevolmente a suon di numeri sul Sagarmatha. Ang Rita, Sundare, Babu Chhiri e quell’ometto di Apa, ciascuno faceva sempre meglio dell’altro. Gli si faceva gran festa sul momento poi nelle racconti di qualcun altro gli si dava uno spazio marginale. Forse non eravamo capaci di metterci in mostra. Sebbene il senso dell’avventura rimanesse intatto c’era la sensazione generalizzata che, ad ogni conquista in più, la regale corona di neve della vetta perdesse sempre di più fascino.

La vetta più sognata del mondo
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E poi arrivò il diluvio. Qualcuno sembrava aver scoperto un filone nascosto di cacciatori di trofei con tanto danaro a disposizione. Fu lì che gli scalatori divennero consulenti di avventura e vendettero il sogno Everest. L’avvicendarsi delle spedizioni portò persone di mondo in cerca di gloria, ricconi in pensione, magnati del software e rampolli di nobile schiatta: era permesso a tutti di compiacere l’alpinista che era in loro sulla vetta più alta del mondo. Il Campo Base dell’Everest divenne raduno chiassoso di spedizioni d’alto profilo con clienti adeguati, morbosamente curiosi delle altezze. Non è richiesta esperienza precedente, solo un po’ di allenamento alla quota, porta la tua carta di credito e noi faremo il resto. Abbiamo i migliori scalatori del mondo che si prendono cura di te. Il richiamo della montagna si prestava all’incanto del commercio, e in un attimo quelli del business seppero cosa chiedere ai clienti e cosa spartire con i partner nepalesi.

Gli scalatori sherpa, quelli che avrebbero dovuto “prendersi cura”, stavano a guardare stupiti. E, secondo l’usanza buddista dell’accettazione di ciò che la vita dà, si organizzarono tra di loro, contenti di aver più lavoro per la stagione. Pochi si chiesero che cosa avrebbe comportato il “noleggio” di gente meno avvantaggiata in uno dei lavori più pericolosi del mondo.

Perché, mi chiedo, e non sono il solo, c’è voluta una tragedia così grande come questa per riesaminare il nostro comportamento? Dal 1922 al 2013, 252 nepalesi sono morti in spedizione. Non malediciamo nessuno per i movimenti delle montagne o per ciò che succede naturalmente su di esse: questo è il rischio inerente all’avventura. Ma non è necessario alcun complesso algoritmo per essere d’accordo sull’incongruenza amorale di un sistema di valori che riserva compensi così bassi ai lavoratori con i rischi più alti. Quelli che sono morti il mese scorso avevano un’assicurazione di 10.000 dollari (un milione di rupie). Oggi, i funerali di medio livello costano più della metà di quella somma. Un normale cliente alla fine paga più di 65.000 dollari per il privilegio dell’Everest, e il governo nepalese rastrella milioni di dollari con i permessi: ma pochi finora hanno provato a sostenere con misure consapevoli, efficienti e durevoli gli interessi dei lavoratori delle spedizioni e delle loro famiglie. La pratica di chiedere molto e pagare poco, l’approccio permissivo al business della scalata sono alla radice di questa situazione.

In un recente articolo del Wall Street Journal, il proprietario di un’agenzia straniera di scalate ha affermato che i salari degli sherpa li rendono multimilionari nel nostro paese. La maggior parte delle guide sherpa guadagna in media tra i 2.500 e i 6.000 dollari a stagione. Le guide occidentali ci ricavano il quadruplo, se non di più. Ma se uno sherpa guadagna una media di 5.000 dollari nel giro di dodici mesi, vuole dire che ne guadagna 420 al mese. L’affitto per un modesto appartamento a due letti nel suburbio di Kathmandu ne richiede 150. Mandare un figlio a una scuola decente costa 150 dollari al mese: per cibo, trasporti e servizi ne rimangono dunque solo 120, e c’è tutta la famiglia che ne ha bisogno! C’è un arcaico elemento di imperialismo nel pensare che ogni protesta sherpa equivalga all’uccisione della gallina d’oro, come se fosse insito il nostro dovere di essere sempre grati al nostro datore di lavoro per la generosità di darcelo e di mai chiedere qualcosa di più equo.

Il delegato governativo nepalese è al campo base dell’Everest per convincere gli sherpa a non interrompere la stagione. Non ci è riuscito.
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Tutti quelli cui tutto ciò importa cercano risposte e soluzioni valide, non balsami lenitivi. Nella buona volontà dell’immediato post-tragedia, la raccolta frettolosa di offerte alle famiglie colpite non ha fatto che scontrarsi con il nostro dolore pieno di sensi di colpa. Questa generosità nobile è commisurata con un senso profondo di giustizia e compassione. Sono contento che i bambini e i familiari delle vittime abbiamo questo concreto sostegno. Non lenisce la loro pena immensa, ma alleggerirà l’incertezza del loro futuro.

Già, e il futuro?

La sfida imminente è che noi riusciamo a tenere ben alti i decibel del rumore che facciamo sulle nostre questioni e che non ci facciamo mettere sotto dai vari interessi economici e politici. Non è nostro obiettivo avere la condanna di qualcuno. Ciò che vogliamo è fare un po’ di chiarezza nella confusione caotica, trovare soluzioni fuori della retorica e del casino. Attraverso la raccolta dei dati, la ricerca e l’analisi, dobbiamo fare un audit pubblico su ciò che l’industria della scalata è diventata.

Primo, dobbiamo avere una visione chiara di ciò che vogliano sia l’Everest oggi e domani. Il saccheggio del monte deve terminare subito. Questa montagna delle montagne è un prezioso simbolo di grandezza per tutti i nepalesi. Ma dare il permesso indiscriminato praticamente a chiunque abbia il desiderio di comprare un biglietto per la cima non fa che dissacrare l’altare. Ci sono troppa folla e rifiuti sui suoi versanti. Coloro che vogliono provarci per avere il permesso devono fornire adeguata prova di essere stati all’altezza su altre montagne. Al governo direi: alza il fee d’ingresso, assicura adeguata ed equa distribuzione dei guadagni e smettila di ascoltare quei profittatori che vogliono solo un’autostrada per i propri lauti guadagni.

In un’editoriale di Republica Pema Sherpa ha espresso uno dei più immediati bisogni: dare una propria voce ai lavoratori di spedizione, “una forte rappresentanza in Kathmandu per riuscire ad avere condizioni per un lavoro più sicuro, vita adeguata, assicurazione medica e opportunità d’istruzione tecnica… queste rappresentanze dovrebbero essere del tutto autonome dalle agenzie nazionali ed estere di turismo montano e trekking”. Lei ha ripetuto la domanda delle guide locali per fare sì che i contributi ai bambini che hanno perso i genitori vengano direttamente dagli incassi per i permessi. E ha anche precisato il diritto degli sherpa di dar voce alle loro opinioni su tutte le questioni che la comunità deve affrontare. Stando ai fatti e seminando solo verità troveremo certamente risposte.

La figlia di Ang Kaji Sherpa, una delle vittime del 18 aprile, sviene durante la cerimonia funebre celebrata a Syambhunath, Kathmandu
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In memoria dei nostri sedici martiri che morirono nell’aprile 2014 e per le migliaia di lavoratori di spedizione che si troveranno ad assumere rischi in Himalaya, non possiamo stare in silenzio.

L’estate sta andando, ma oggi soffia freddino dalla montagna. Il freddo che sentiamo non viene dai blocchi di ghiaccio dell’Icefall ma dalla desolazione delle famiglie che hanno perso per sempre mariti, padri, fratelli. Come buddista, prego che il prossimo regno gli porti più fortuna, e come sherpa chiedo alla Dea Madre del Chomolungma di essere comprensiva e di perdonare.

Om mane padme hum

postato il 21 settembre 2014

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Everest, tragedia e farsa

Everest, tragedia e farsa
di Carlo Alberto Pinelli

C’è voluta la morte di sedici Sherpa nel labirinto della seraccata detta “Lo schiaccianoci” che separa il campo base dell’Everest dal campo primo, perché alcune notizie su quanto da anni sta succedendo lungo i pendii della più alta vetta del mondo raggiungessero il grosso pubblico. Ma già nel 1997 Jon Krakauer  nel suo best seller: “Aria Sottile”(Into thin Air) aveva descritto in modo inequivocabile e agghiacciante la degradazione che l’abuso delle spedizioni commerciali stava provocando nell’alpinismo himalayano, con abbondante corredo di decessi e amputazioni. Chi avesse pensato che tali descrizioni avrebbero portato ad una saggia inversione di rotta, si sarebbe sbagliato di grosso. Perché è accaduto proprio il contrario, come dimostrano le desolanti foto già pubblicate nel giugno del 2013 dal National Geographic Magazine. La scalata dell’Everest si è trasformata ormai in un business cinico e spietato che coinvolge ogni stagione migliaia di visitatori e centinaia di spregiudicati operatori turistici, portando una gran quantità di valuta pregiata nelle disastrate casse dello stato nepalese. Cosa quest’ultima che rende estremamente improbabile un serio intervento governativo per limitare l’afflusso degli stranieri al dilà del campo base. Ormai la scalata all’Everest dal versante di Khumbu è praticamente gestita in ogni sua fase dai montanari di etnia Sherpa, i quali guadagnano in media da venti a quaranta volte più di un impiegato governativo.

Sulla seraccata (Ice Fall) del versante nepalese dell’Everest
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Sono gli Sherpa ad addomesticare con ponti di metallo  la pericolosa seraccata iniziale, pretendendo poi (giustamente) un pedaggio. Sono gli Sherpa che attrezzano tutto il successivo itinerario, fino in vetta, con chilometri di corde fisse lungo le quali arranca, armata di jumar, l’interminabile processione dei loro danarosi clienti. Sono gli Sherpa che scavano le piazzole per le tende dei campi alti, portano le bombole di ossigeno, i viveri, i sacchi letto, i fornelli. Sono gli Sherpa che cucinano la cena e la prima colazione per quei branchi di stolidi stranieri ossessionati dalla vanità di raggiungere la cima, pur non essendone all’altezza. Sono infine gli Sherpa che trasportano in basso, a pagamento obbligatorio, i bidoni delle latrine del campo base, stracolmi di deiezioni umane. L’Everest è diventato per loro la gallina dalle uova d’oro: un lavoro di manovalanza specializzata particolarmente redditizio anche se non esente da seri rischi. Dunque il dolore per la recente tragedia, pur essendo giustificato e sincero, non dovrebbe prescindere dalla conoscenza e dalla valutazione del contesto. E questo contesto ha più ombre che luci. Negli ultimi tempi gli Sherpa – consapevoli che solo grazie al loro aiuto la macchina del business commerciale può andare avanti – si sono trasformati in una potente lobby che detta le proprie condizioni, anche se in genere senza alzare la voce e tende a considerare la montagna dal versante della via normale una sorta di proprietà privata. Hanno torto gli Sherpa?

All’interno di quell’allucinante e sovraffollato contesto dobbiamo dire di no. E’ sul contesto che bisognerebbe intervenire per tentare di salvare almeno una scintilla del significato dell’alpinismo himalayano. Impresa disperata, perché qualunque soluzione si volesse adottare essa non potrebbe prescindere da una radicale diminuzione dei visitatori, con conseguente contrazione delle entrate per tutti: governo, sherpa, guide e agenzie che organizzano le spedizioni commerciali. Sono soprattutto queste ultime le vere responsabili del disastro. Perché hanno imposto un modello di pseudo-alpinismo consumistico e inautentico, che rinnega e tradisce le ragioni stesse sulle quali si fonda l’alpinismo vero. E’ inutile nasconderlo: la salita all’Everest si è trasformata in una patetica parodia di se stessa. E’ stato il veleno di quel modello, introdotto a suon di dollari dalle spedizioni commerciali, a plagiare la mentalità degli Sherpa e a corrompere le fragili radici della loro cultura tradizionale,  fino a trasformarli in complici a tutto tondo. Per questa sola ragione siamo disposti a perdonarli, anche quando evitano di prestare soccorso ad alpinisti in gravi difficoltà non appartenenti all’agenzia per la quale in quel momento stanno lavorando, o minacciano, coltelli alla mano, le poche cordate indipendenti che osano sfiorare una delle loro corde fisse. I casi descritti da Fausto De Stefani e da Simone Moro sono esemplari, sebbene non (ancora) generalizzabili.

Sull’Ice Fall dell’Everest. Foto: Manuel Lugli

Everest, Icefall

Ma c’è un limite a tutto, anche per gli Sherpa più “robotizzati”. Pochi giorni fa, la resistenza dei datori di lavoro alla concessione di una pausa nell’attrezzatura dell’itinerario di salita (quest’anno particolarmente insidioso) per permettere alla manovalanza di compiere le tradizionali cerimonie funebri e per riprendersi dallo shock, ha provocato una violenta reazione, culminata in uno sciopero ad oltranza. E’ bastato questo soprassalto di orgoglio identitario (unito per verità alla più prosaica richiesta di un maggiore riconoscimento assicurativo e alla ben comprensibile paura di lasciarci la pelle) per costringere decine e decine di pseudo-alpinisti  ad abbandonare l’impresa e a tornarsene a casa con la coda tra le gambe. Un fatto che la dice fin troppo lunga  sulla totale dipendenza dall’aiuto degli Sherpa di quelle schidionate di sprovveduti Tartarini di Tarascona.

Ora abbandoniamoci per un momento al piacere dell’utopia e proviamo ad elencare i provvedimenti minimi che sarebbe possibile prendere se il mondo che ruota intorno all’Everest non fosse quello che invece è.

Il primo provvedimento potrebbe consistere nell’imposizione del numero chiuso stagionale. Le presenze degli alpinisti andrebbero almeno dimezzate. La perdita di introiti per lo stato nepalese potrebbe essere compensata in parte da un aumento significativo delle royalties.

Il secondo provvedimento dovrebbe prevedere la proibizione dell’uso dell’ossigeno durante l’ascensione (non la notte), almeno sotto agli ottomila metri di quota e l’obbligo di riportare a valle le bombole vuote. Basterebbe tale norma per togliere di mezzo i tre quarti degli aspiranti “conquistadores”.

Il terzo provvedimento dovrebbe limitare l’attrezzatura della via di salita con corde fisse ai soli tratti veramente difficili. Inoltre ogni spedizione dovrebbe avere l’obbligo di recuperare tutto il materiale posto lungo l’itinerario, corde incluse.

Il quarto provvedimento vieterebbe la salita a chi non abbia già nel curriculum l’ascensione certificata di una vetta himalayana superiore ai settemila metri.

Il quinto provvedimento riguarderebbe i liaison officers che il governo impone a tutte le spedizioni. Questi personaggi, oggi del tutto inutili e spesso facilmente corrompibili, dovrebbero essere formati attraverso specifici corsi, simili a quelli che da anni Mountain Wilderness tiene in altre regioni montane dell’Asia (India, Pakistan, Afghanistan).

Va da se che nulla di tutto ciò accadrà, per lo meno  finché l’UIAA non si deciderà a studiare e mettere in pratica interventi efficaci e durissimi. Il primo passo potrebbe consistere nella messa a punto di un severo protocollo comportamentale, particolarmente restrittivo, relativo alle spedizioni commerciali, seguito dall’ espulsione senza appello da tutte le associazioni alpinistiche di chi non ne rispettasse scrupolosamente le regole. Utopia nell’utopia?

Carlo Alberto Pinelli
maggio 2014