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Climbing girls 23

Ignota – location ignota
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Eva XXX su Masken (6c+) a Glageberget, Bohuslän, Svezia
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Ignote – location ignota
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Camille Masseran a Remigny, Francia. Foto: Samuel Challéat
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Daila Ojeda su Face de Rat, 8a+, Ceüse (Francia). Foto: Petzl/Lafouche
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Ignota su Elephant Man Corridor V1, San Jacinto Mountains, California
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Ignota – location ignota
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Emily Harrington in Cina. Foto: Rocker Wang
ClimbingGirls-23-Emily Harrington climbing in China-Photo by Rocker Wang

Federica Mingolla su Digital Crack, Aiguille du Midi. Foto: Federico Ravassard
ClimbingGirls-23-FedericaMingolla-DigitalCrack-FotoFedericoRavassard

Federica Mingolla su Tom et je ris, 8b+, Verdon
ClimbingGirls-23-FedericaMingolla-TomEtJeRis-8b+Verdon

Hazel Findlay – location ignota
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Florence Pinet su Powder Finger, 8c,Great Arch, Getu Valley, Guizhou, Cina
ClimbingGirls-23-Florence Pinet-Powder Finger, 8c,Great Arch, Getu Valley-Guizhou-China

Hazel Findlay arrampica nell’Acadia national park, Maine, USA
ClimbingGirls-23-hazel climbing at acadia national park

Hedi Friedl su una via di 8b (catena alpina). Foto: Wolfgang Liebacher
ClimbingGirls-23-Hedi Friedl,8b in the Alps,FotoWolfgang Liebacher

Ignota – location ignota
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Ignota – location ignota
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Ines Papert e Mayan Smith-Gobat, prima scalata femminile di Riders on the Storm, Torri del Paine (Patagonia)
Ines Papert and Mayan Smith-Gobat descending after they have climbed the route riders on the storm in Torres del Paine

Isabelle de la Fontaine scala a Mickey’s Beach, California
ClimbingGirls-23-Isabelle De La Fontaine climbing at Mickey’s Beach, CA

Jacinda Hunter, dws in Arizona, USA
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Jain Kim su Mind control (8c+), Oliana, Spagna
ClimbingGirls-23-Jain Kim-Mind control (8c+)

Jamie Finlayson su Dreamcatcher (5.14d), Squamish, British Columbia, Canada
ClimbingGirls-23-Jamie Finlayson wokring Dreamcatcher (5.14d), Squamish

Pamela Shanti Pack al punto di Non Ritorno su The Event Horizon, Indian Creek, Utah. Foto: Andrew Burr
ClimbingGirls-23-PamelaShanti(puntoNonRitorno)TheEventHorizon-IndianCreek-Utah.FotoAndrewBurr

Pamela Shanti Pack su Dark Passenger, 5.12, Long Canyon, Utah. Foto: Andrew Burr
ClimbingGirls-23-PamelaShanti,DarkPassenger,5.12,LongCanyon,Utah.FotoAndrewBurr

Lenka Prášková a Prachovské skály, Repubblica Ceca
Prachovské skály - Lenka Prášková.

Sierra Blair-Coyle
ClimbingGirls-23-Sierra Blair-Coyle

Vanessa Peterson nella 2a ascensione di The Wave (25, 5.12b), Nomad Springs, WA, Australia
ClimbingGirls-23-VanessaPeterson-on the 2nd ascent ofTheWave (25, 5.12b), Nomad Springs,WA,Australia

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Alpinismo invernale 2

Alpinismo invernale 2 (2-2)

Soltanto nel 1881 e 1882 iniziò l’esplorazione invernale delle vette dolomitiche. Queste in presenza di neve mutano profondamente il loro aspetto, quindi incutevano ancora più soggezione dei colossi occidentali dove, al contrario, neve e ghiaccio sono presenti anche d’estate. A sottolineare che la spinta alla conquista veniva soprattutto da ovest basta dire che il Cervino fu salito nel 1882 da Vittorio Sella con i Carrel, mentre la Cima Grande di Lavaredo (1892), le Tofane (1893) e il Cimon della Pala (1895) vennero assai dopo. In ogni caso per la fine del secolo si poteva considerare concluso il primo periodo, quello della conquista delle vette. Era il momento di qualcosa di nuovo, di qualcosa che avrebbe trasformato completamente il concetto di salita invernale: lo scialpinismo.

Mentre i Sella compivano la traversata del Monte Bianco (con ciò affrontando per primi l’idea di salire una montagna d’inverno per un itinerario diverso dalla via normale), nel 1893 nasceva a Glarona il primo Ski Club, i cui aderenti si spinsero sulle cime con gli sci ai piedi: William Paulcke fu tra i primi in questa attività. Il maggiore esponente dello scialpinismo fu lo svizzero Marcel Kurz, l’attività esplorativa del quale fu eccezionale. Ma soprattutto il suo libro, L’alpinismo invernale, indicò la strada ad una moltitudine che conquistò praticamente tutte le cime minori delle Alpi e riconquistò quelle maggiori con una tecnica differente. Ciò che appariva chiaro era che l’alpinismo invernale non era più disciplina per pochi pazzi: utilizzando un mezzo veloce come lo sci anche i molti potevano apprezzare le caratteristiche buone dell’inverno, e cioè il fascino della solitudine, il tepore del sole sulla neve, evitando la fatica bestiale dello sprofondare nella neve. Il dopo Kurz fu segnato da un arresto della spinta esplorativa dello scialpinismo: la strada era aperta, ora si privilegiava la salita agli itinerari più remunerativi dal punto di vista del divertimento e soprattutto della bella discesa. Occorre attendere l’inizio dello sci estremo, e quindi Sylvain Saudan (12 giugno 1968, discesa con gli sci del Couloir Whymper all’Aiguille Verte), per registrare un’ulteriore spinta evolutiva.

Marcel Kurz
AlpinismoInvernale2-marcel_kurz

 

La «più difficile vetta delle Alpi», il Grépon delle Aiguilles de Chamonix fu salita nel 1922, mentre Giusto Gervasutti salì da solo il Cervino il giorno di Natale del 1936. Queste sono le più grandi imprese del periodo tra le due guerre, a parte l’eccezione della parete nord della Cima Grande di Lavaredo. In quel periodo, l’epoca d’oro del sesto grado, gli alpinisti erano tesi al superamento del sempre più difficile, fino al sesto grado superiore. Anche sulle Alpi Occidentali, i tentativi di salire i tre ultimi problemi delle Alpi (Nord dell’Eiger, Nord del Cervino e Nord delle Grandes Jorasses) avevano assorbito tutte le attenzioni.

Ma la cosa più incredibile (almeno in prima osservazione) fu che, nell’evoluzione dell’alpinismo invernale, si saltarono a piè pari tutte le grandi pareti di IV e V grado e si passò direttamente al superamento del sesto grado sulla Nord della Grande di Lavaredo: ma questo ha un senso logico, se si pensa che sulla pendenza classica da IV o V grado d’inverno la neve si ferma e muta radicalmente le difficoltà di superamento; sul sesto grado invece è più facile, data la più netta verticalità, trovare assenza di neve e di ghiaccio. E questo spiega anche come l’ultima salita di sesto grado ad essere salita d’inverno fu la parete nord-est del Pizzo Badile, una levigata placca di granito tutt’altro che verticale e quindi ammantata totalmente di neve e ghiaccio ripidissimo.

Fritz Kasparek (che nello stesso anno vincerà la parete nord dell’Eiger) e Sepp Brunhuber il 20 e 21 marzo 1938 salirono la via Comici-Dimai alla parete nord della Cima Grande di Lavaredo, un itinerario aperto solo cinque anni prima! Così, alla vigilia del secondo conflitto mondiale, si aprivano le porte alla conquista invernale di tutte le pareti. Infatti, negli anni ’50 gli alpinisti delle nuove generazioni diedero all’alpinismo invernale una nuova dimensione, elevandolo alla pari di quello estivo in dignità per il maggiore impegno tecnico richiesto. Accanto all’avventura integrale, salire le pareti d’inverno volle dire campo di ricerca per nuovi materiali ed attrezzature. Corde di nylon, indumenti imbottiti di piumino, cibi concentrati o liofilizzati significarono poter affrontare i rigori del freddo e un numero di bivacchi sempre maggiore con relativa tranquillità. La salita invernale divenne la tipica impresa in cui la programmazione doveva essere assai accurata, senza che nulla fosse lasciato al caso; divenne anche banco di prova per le conquiste extraeuropee alle montagne di ottomila metri.

Nel 1950 l’austriaco Hermann Buhl realizzò assieme a Kuno Rainer la prima invernale su una delle più difficili vie delle Dolomiti, la Soldà alla parete sud-ovest della Marmolada, con caratteristiche ben diverse dal muro verticale della Grande di Lavaredo: sulla Soldà regnavano i camini e i diedri, d’inverno intasati di neve e di ghiaccio traslucido.

La prima grande impresa sulle Alpi Occidentali è del 1957, anno in cui i fortissimi Jean Couzy e René Desmaison vincono la parete ovest del Petit Dru lungo la via Magnone. Nel 1961 è la volta della mitica parete nord dell’Eiger, grazie a Toni Kinshofer, Anderl Mannhardt, Walter Almberger e Toni Hiebeler. Nel 1963 in sei giorni Walter Bonatti e Cosimo Zappelli salgono la via Cassin alla parete nord delle Grandes Jorasses, in puro stile alpino, senza preparazione precedente, senza corde fisse e in condizioni ambientali durissime.

Il versante nord-ovest del gruppo del Civetta in versione invernale
AlpinismoInvernale2-Civetta22

Nell’inverno 1965 lo stesso Bonatti apre da solo e d’inverno un nuovo itinerario sulla parete nord del Cervino: un’impresa veramente epica. Nelle Dolomiti il grande problema era rappresentato dalla via Solleder alla parete nord-ovest del Monte Civetta: sempre nel 1963 lo risolvono brillantemente Ignazio Piussi, Giorgio Redaelli e Toni Hiebeler.

Nel 1966 e 1967/68 è infine la volta della Direttissima dell’Eiger e della parete nord-est del Pizzo Badile. Con ciò non è scritta la parola fine all’esplorazione invernale delle pareti alpine, ma molto ci si è avvicinati.

All’inizio degli anni ’80 si è verificata un’inversione della tendenza climatica. Si sono avuti inverni freddi ma assai poco nevosi. Oggi si hanno inverni che sono più regolari rispetto ad un tempo per ciò che riguarda la quantità totale di neve caduta ma che sono in media più caldi. Ciò, oltre ad influenzare l’andamento dei ghiacciai, ha cambiato anche le tendenze alpinistiche. Le invernali non sono più di moda. Molti salgono cascate di ghiaccio difficilissime, molti altri si avventurano d’inverno su pareti altrettanto difficili ma tendenzialmente esposte al sole. Pochi ripercorrono gli itinerari delle più classiche invernali di un tempo, considerandoli giustamente «acquisiti»: e ancora è troppo presto per pensare che i grandi itinerari invernali siano alla portata di tutti! Però, la precisione delle odierne previsioni del tempo su dati da satellite, l’affidabilità del vestiario, l’evoluzione del materiale e del cibo necessari sono oggi ad un punto tale che possiamo dirci ad un passo dalla maggiore popolarità dell’alpinismo invernale. Favorita anche dalle mutazioni climatiche del nuovo secolo, che per alcuni itinerari costringono a una salita primaverile, se non proprio invernale.

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I massi della Valle di san Nicolò

I massi della Valle di san Nicolò
(dal mio diario)

4 agosto 1962. Paolo Baldi ha imparato ad arrampicare con il corso di roccia proprio su questi massi. Immersi tra bosco e prati, sono abbastanza facilmente raggiungibili da Pozza di Fassa e Méida. Andiamo presto di mattina e subito scaliamo il Masso 3 per la fessura della parete sud, abbastanza facile.

Poi passiamo ad altri massi, alcune dei quali non numerati, e la cosa va bene anche lì. Infine andiamo al Masso 4 dove sono alcune vie molto belle.

C’è un tetto, chiamato il Naso, che esce in fuori di mezzo metro. Se si cade si fa un volo di circa due metri sull’erba.

Paolo non v’è ancora riuscito, nonostante che gli istruttori lo avessero assicurato dall’alto. Ora ritenta slegato, e ce la fa. Tento io e lo supero con una stile e un’eleganza pietosi. Poi facciamo altre cose, più o meno difficili. In seguito rifaccio il Naso, mentre lui fa una traversata di tutto il Masso 4. Alle 11.30 ce ne torniamo verso casa a Soraga, dove arriviamo stanchi morti alle 12.15.

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16 agosto 1963. Parto alle 9.19 da Soraga e alle 10.05 sono al Masso 4. Prima di tutto mi rivolgo al panciuto spigolo nord-ovest (il Naso) e lo supero agevolmente. Nella mattinata lo farò altre due volte. Poi faccio la parete nord per il diedro di destra. Quindi riesco anche a fare lo spigolo sud-ovest, deviando però un po’ a destra. L’inizio di questo è certamente V grado. Poi salgo la parete sud. In quella arrivano dei ragazzi con il padre.

Con loro vado al Masso 3 e salgo la fessura della parete sud (più o meno III+). Dopo essere sceso tento lo spigolo sud-est, ma è troppo difficile.

Ci trasferiamo al Masso 2, dove cerco di salire per la parete sud. Ci riesco per una via molto a destra (credo si di IV grado). Dopo torniamo al Masso 4, in tempo per vedere arrivare delle persone che conosco, armate di tutto punto: Paolo Cutolo, Gianni Storchi e un altro, nonché il famoso Pio Baldi, cugino di Paolo. Questi cominciano a piantare chiodi dappertutto. Fanno il Naso direttamente e in artificiale: io mi prendo la libertà di usufruire delle loro staffe. Poi loro tentano la diretta a ovest, ma io sono costretto ad andare via. Mi porta a casa il papà di quei ragazzi di prima, loro sono di Lavagna (GE).

Esercitazione in artificiale “fai da te” sul Naso del Masso 4
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Nel pomeriggio però ritorno ancora là, assieme a Paolo Baldi e ci dirigiamo subito al Masso 1, dove io salgo la parete est (III): Paolo, con i suoi scarponi nuovi, tenta ma non ci riesce. Per il sentierino di discesa sono subito da lui, che non è molto in forma. Facciamo anche una traversata sulla parte destra della parete, abbastanza difficile e non pericolosa visto è a mezzo metro da terra. Poi io cerco di fare una via, certamente più difficile, sulla sinistra della parete est, lungo una serie di cengette orizzontali. Sarà un IV- ma, senza corda, ho paura e rinuncio. Poi passiamo al Masso 2, dove ci perdiamo in tentativi senza concludere niente. Lo stesso al Masso 3. Ritorniamo quindi al Masso 4, il più piccolo ma il più bello di tutti. Paolo, sempre gnecco, fa le cose più semplici, io rifaccio più o meno quello che avevo fatto al mattino. Intanto ecco di nuovo quei ragazzi di Lavagna, con il padre e la madre e pure lo zio. Aiuto il più piccolo a salire il diedro di destra della parete nord, assicurandolo dall’alto con dei cordini legati assieme; poi faccio le altre due vie, facili, della parete nord, il Naso e anche un tetto sullo spigolo nord-est. Infine m’impegno sul giro del masso intero, tenendomi per tre quarti a metà parete e per il resto quasi in cima. Legando il cordino al Naso riesco a superarlo in artificiale dando spettacolo.

Masso 4, spigolo sud-ovest
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22 agosto 1963. Con la corriera delle 9.19 arrivo a Pozza. Da lì a piedi e poi, grazie al gentile passaggio di una Lambretta, arrivo al Masso 6, che è abbastanza distante dagli altri blocchi, l’1, il 2, il 3 e il 4 da me precedentemente visitati. Paolo mi ha parlato di uno spigolo che lui ha fatto con il corso di roccia l’anno scorso: mi ha detto che è molto bello e che sarebbe da rifare. Credo di riconoscere quello spigolo in quello a est. Naturalmente poi saprò che è l’ovest…

Intanto lo spigolo ovest lo faccio quasi tutto; poi lo ritento e questa volta arrivo in cima. Scendo per la via normale, che è un diedro vicinissimo allo spigolo ovest, sulla parete nord.

Quindi tento lo spigolo est, ma non arrivo neppure a metà e torno indietro, aiutandomi con dei cordini allacciati a uno spuntoncino. E’ troppo difficile. Questo mi fa sospettare che Paolo intendesse lo spigolo ovest. Al che me ne vado al Masso 1. Qui rifaccio la parete est, per la via normale di III. Poi mi rivolgo al Naso del Masso 4 e faccio delle esercitazioni in artificiale, con un solo chiodo e dei cordini.

26 agosto 1963. Con Paolo Baldi e Franco Fantini partiamo alle 14.24 e andiamo al Masso 6. Lì Paolo tenta lo spigolo ovest, ma senza riuscirci. Io invece lo faccio. Franco guarda e tenta anche lui di fare qualcosa. Poi io tento la parete nord, ma non ci riesco perché ho paura di impegolarmi e di non saper più scendere. Infine giriamo alla parete sud. Lì c’è una muraglia strapiombante, che Paolo ha visto fare al corso di roccia per dimostrazione. Il primo pezzo è una fessura strapiombante a tetto. Poi c’è una specie di terrazzino e poi la parete. Ebbene, con l’aiuto di un chiodo e di un cordino, raggiungo il terrazzino-piazzuola. Poi, con un salto, torno a terra.

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Ce ne andiamo al Masso 4. Qui c’è una compagnia di romani, tra i quali un certo Luca. Con lui cerco di fare in direttissima lo spigolo sud-ovest. Arriviamo quasi in cima con tre chiodi, ma alla fine devo rinunciare e lui anche: la difficoltà è troppa. Così poi, per recuperare i chiodi, Luca gira la corda a un albero in cima e io salgo con i nodi Prussik, sotto gli occhi estatici dei genitori di Paolo che intanto sono arrivati, della madre di Nicola Ricci e di altre signore anzianotte, mai viste e conosciute.

Levo due chiodi, i più alti. Il terzo lo leva Luca. Con la corda di Luca, Paolo e io insegniamo la manovra della corda doppia a Franco e Nicola, che se la cavano onorevolmente. Mentre Paolo fa le sue esercitazioni, io faccio fare a Franco il diedro di destra della parete nord, assicurandolo dall’alto. Poi faccio il classico Naso, per la prima volta senza aiutarmi con il ginocchio. Quindi mi trasferisco al Masso 1, dove c’è un sacco di gente che si allena. Lì, non assicurato, faccio sulla parete est quella via di cengette che il 16 non avevo avuto il coraggio di fare. Salgo anche la via normale della parete est senza una mano, con la sola destra.

8 luglio 1964. Vado un po’ ad allenarmi, ma non è lo scopo principale, che è invece quello di conoscere un po’ di gente per eventuali gite. Incontro Rino Rizzi, guida di Pera di Fassa, e parliamo di un po’ di tutto. Tra l’altro scopro anche l’ubicazione del Masso 5, fino ad oggi a me sconosciuto: però non è bello, dunque non credo che lo frequenterò molto.

Masso 6, spigolo ovest
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11 luglio 1964. Ho fatto conoscenza un po’ più approfondita con Paolo Cutolo di Roma. Lui, per mezzo di amici, mi ha fatto conoscere Antonio Bernard di Parma, che già conoscevo di vista. Si può dire che Antonio sia il re dei massi, Perché non c’è paretina che non abbia fatto. E non si creda sia solo un alpinista da roccette, anzi… Comunque facciamo subito amicizia e, visto che Paolo e io ce la caviamo piuttosto, ci porta sul diedro del Masso 2, parete nord. Lì ci sono un tre metri da fare in libera, ma pazzeschi. Li attacca e li fa bene, conoscendo gli appigli a memoria. Ci riesco anche io, dopo due o tre tentativi. Così siamo in cinque ad averla fatta: Aldo Gross, Toni Gross, Donato Zeni, Antonio Bernard e io… Poi mi dirigo al famoso (per me) spigoletto sud-ovest diretto del Masso 4, che l’anno scorso mi aveva fatto penare tanto. Quest’anno salgo benissimo, senza neppure pensarci. Con Antonio programmiamo di tornare qui nei prossimi giorni, lui è sicuro che posso fare tutto anche io, basta che mi muova articolando braccia e gambe in modo precedentemente studiato e con qualche trucchetto.

15 luglio 1964. Porto due ragazze Chiara Moltarello e Maria Rosaria (questa con il padre) a vedere come è fatta la roccia: vogliono infatti fare un corso di arrampicata. Chiara è molto appassionata, gli altri due sono solo curiosi.

Masso 6, spigolo est
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Questo però al mattino. Al pomeriggio ritorno a Pozza e m’incontro con Antonio Bernard, che lì ha una bellissima casa estiva. Lui ha tutta l’intenzione di dividere con me lo scettro di “re dei massi”. Infatti quel giorno riesco a fare in libera, sul masso non numerato vicino al numero 5, una via che nessuno aveva mai fatto! Adesso posso dar spettacolo davvero! I miei pezzi forti sono: Masso 2, parete nord; Masso 1, fessurina alla Dülfer centrale con prosecuzione diretta o con deviazione a destra su per una placca davvero liscia; Masso 4: parete ovest direttissima (che l’anno scorso neppure pensavo si potesse fare e che adesso so a memoria), parete ovest via di Sinistra (subito a destra del Naso), spigolo sud-ovest (salita e discesa, V+/VI-), spigolo sud-ovest diretto (questa via l’ho trovata io). Sono tutti passaggi al limite, che in parete non posso neppure sognare, ma che servono per fare le dita.

17 luglio 1964. C’incontriamo di mattina al Masso 4: Pietro Menozzi è il compagno di cordata di Antonio. Anche lui è di Parma e fa medicina. Naturalmente Antonio gli ha già detto del mio titolo di reuccio e a me “tocca” dare qualche saggio di merito. In compenso Pietro, avendo saputo delle mie gare di marcia, mi affibbierà il nomignolo di “Pamich”.

18 luglio 1964. Continuiamo i soliti esercizi, alla presenza di spettatori vari. Antonio mi confida la sua ammirazione per Paul Preuss e per il suo modo di andare in montagna. Tra l’altro lui si è già fatto la via Kiene alla Est del Catinaccio, solo e senza corda. Così decidiamo di fare qualche salita insieme ma slegati. Non so cosa ci sia preso a tutti e due. Per fortuna che poi non abbiamo mai messo in atto quel proposito. Io però ho fatto peggio, sono andato da solo, e per ben più che una volta, dando a credere a tutti, meno che ad Antonio e Pietro, di essere andato in compagnia.

24 luglio 1964. Con Pietro Menozzi e Sergio Caroli. Non ricordo neppure più cosa abbiamo fatto, senz’altro le solite acrobazie su due dita.

10 agosto 1964. Con Paolo Cutolo, Paolo Piazza e Franco Mangia. Niente da dire. La figlia del ministro Andreotti, Marilena, ha voluto cominciare ad arrampicare e noi l’abbiamo aiutata. Nel pomeriggio sono sempre là, con Alberto Poirè. C’è tantissima gente: lui non arrampica male, anche se è da ottobre che non tocca roccia.

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19 agosto 1964. Con Pio Baldi, Cesare Badaloni, Piero Badaloni, Imma Bossa, Franco Mangia, un tal Filippo e un altro ancora. Questa volta andato per fare imparare qualcosa ai due Badaloni e a Imma. Poi finisce che le solite acrobazie ci scappano sempre.

20 agosto 1964. Con Piero e Cesare Badaloni, Franco Mangia, Gianni Storchi, Francesco Bossa e un altro. Andiamo al Masso 6, dove non sono ancora stato quest’anno. Qui faccio con due chiodi (perché è bagnata) la parete nord. Mi seguono Piero e Franco, Piero assai male. Poi passiamo dall’altra parte e facciamo un po’ di artificiale.

26 agosto 1964. Questa giornata segna l’apoteosi (e anche la fine) delle mie esibizioni su questi massi. Eh sì, perché questa volta mentre sono al Masso 4 con Pietro Menozzi incontro tre soci della Sezione Ligure del CAI con i quali c’è una certa amicizia: Vittorio Pescia, Giorgio Noli e Gino Dellacasa. Non sto a raccontare per filo e per segno. Dirò solo che gli facevo vedere i vari passaggi e loro provavano, senza riuscire. E naturalmente giù le lodi più sperticate! Dopo il repertorio del Masso 4, passiamo a quello dell’1, ancora più sensazionale. Impossibile contare quante volte provano la famosa fessurina in Dülfer! Sono molto contento di questo, non perché ho piacere che vedano “quanto sono bravo”, ma perché Pescia, soprannominato Luci, è proprio il tipo che andrà a riferire in sede, a Genova, tuto quello che ha visto. In effetti lo farà. Questo servirà a far sì che tra gli amici del CAI di Genova io sia un po’ più considerato. Direte voi… questa è ambizione! E invece no, perché per me l’essere considerato in qualche cosa è ragione di vita: a scuola non sono un super-intelligent, in casa non posso dir nulla delle mie attività, con le ragazze valgo ben poco e cerco di evitare ogni cosa perché sono capace a niente. Almeno avere uno sfogo e non essere un fallito del tutto!

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I falliti

I falliti
di Gian Piero Motti
(pubblicato originariamente su Rivista mensile del CAI, settembre 1972)

 

«… i giorni del tempo passato accorreranno a noi tutti insieme quando li chiameremo e si lasceranno esaminare e trattenere a tuo arbitrio… È proprio di una mente sicura di sé e quieta l’andar di qua e di là per tutte le parti della sua vita, mentre gli animi delle persone indaffarate non possono né rivoltarsi né guardare indietro, quasi si trovassero sotto il giogo…».

La lettura di questo sereno pensiero di Seneca, in un momento per me particolarmente positivo e felice, mi ha condotto a trarre alcune considerazioni che a tutta prima sembreranno interessare solo il mio modo di vivere, ma che invece investono quello di molti che come me praticano assiduamente l’alpinismo.

Dieci anni, e non sono pochi, dieci anni durante i quali ho avuto modo di vivere sensazioni diverse per qualità e intensità, giornate e attimi incancellabili, altri più cupi e ombrosi che vorrei dimenticare. Dieci anni durante i quali ho potuto avvicinare un gran numero di alpinisti di diversa estrazione sociale e di differente sensibilità. Oggi da questi contatti umani esco un po’ deluso.

Gian Piero Motti, copertina de I Falliti, Vivalda

 

Ebbene sì, ho conosciuto molti alpinisti anche forti, grossi nomi internazionali, altri meno forti, altri ancora allievi delle scuole d’alpinismo: vi era chi alla montagna era giunto attraverso l’amore per la natura e proprio per questo pensava all’alpinismo come a un’avventura più intensa e completa, venuta a poco a poco in una logica successione di sensazioni e di entusiasmi. Vi era chi vedeva nell’alpinismo un’affermazione reale e concreta della propria personalità, affermazione cercata forse proprio in seguito a una frustrazione o a un fallimento nella vita di ogni giorno.

Sovente ho sentito dire frasi come queste: «Per me la montagna è tutto», «Ho dato tutto me stesso all’alpinismo», «Se non dovessi più arrampicare sarei un fallito».

Sul momento non ho fatto molto caso a simili affermazioni perché anch’io ho rischiato molto da vicino di divenire un fallito. In seguito a circostanze che avrò modo di chiarire in seguito, mi sono lasciato tentare dall’antico detto «Eritis sicut dii».

Sì, anch’io avrei dovuto dedicare tutto me stesso all’alpinismo tralasciando gli altri interessi. Dimenticare l’amore per il bello, per la musica e la poesia, l’amore per l’arte in senso lato, l’affermazione di se stessi nella vita di ogni giorno, le amicizie profonde estranee all’ambiente alpinistico, con cui condurre discussioni interminabili su tutto e su tutti.

L’importante è allenarsi, sempre e di continuo, non perdere una giornata, avere il culto del proprio fisico e della propria forma, soffrire se non si riesce a mantenere questo splendido stato di cose. E se sopraggiunge una malattia o anche solo un malessere leggero, allora è la crisi, la nevrosi. Perché ciò che conta è arrampicare sempre al limite delle possibilità, ciò che vale è la difficoltà pura, il tecnicismo, la ricerca esasperata del “sempre più difficile”.

Trascinato da questo delirio, non ti accorgi che i tuoi occhi non vedono più, che non percepisci più il mutare delle stagioni, che non senti più le cose come un tempo. Sei null’altro che un professionista; per te l’alpinismo è un lavoro. E così non ti accorgi che a uno a uno stai perdendo tutti gli amici, quelli che ti conoscono bene a fondo, che a volte hanno cercato di farti capire che stai sbagliando, e forse anche tu lo hai capito e lo sai bene, ma consciamente o inconsciamente ti rifiuti di accettare il peso di una realtà faticosa.

E così sono giunto a scrivere quelle Riflessioni che sono la testimonianza diretta di un uomo che sta naufragando sempre più, di un uomo che sta sospeso in bilico su un abisso immane, ma che prima di precipitare ha ancora la forza di ritirarsi un attimo e di pensare in quale stato si sia ridotto. Esaltato, nevrotico, indifferente quando non assente; ostinato e caparbio nell’inseguire una meta sbagliata eppure cosciente dell’errore.

Andavo ad arrampicare tutti i giorni o quasi, preoccupatissimo di ogni leggero calo di forma. Ma non mi accorsi nemmeno che stava divenendo primavera, non vidi neanche che qualcosa di diverso succedeva nella terra e nel cielo e chi ben mi conosce sa che ciò equivale a una grave malattia. Arrampicare, arrampicare sempre e null’altro che arrampicare, chiudermi sempre di più in me stesso, leggere quasi con frenesia tutto ciò che riguarda l’alpinismo e dimenticare, triste realtà, le letture che sempre hanno saputo dirmi qualcosa di vero e che con l’alpinismo non hanno nulla da spartire. Ma qualcosa comincia a non funzionare: ritornando a casa la sera mi sento svuotato e deluso, mi sento soprattutto inutile a me stesso e agli altri, mi sembra anzi, e ne ho la netta sensazione, che il mio intimo si stia ribellando a poco a poco a questo stato di cose, che il mio cervello non tolleri questo modo di vivere. Ed ecco che giunge la crisi, terribile e cupa.

Ogni volta che vado ad arrampicare è un tormento, non sono più io, non ho più equilibrio, le mani mi tremano, non ho più coordinazione nei movimenti, ma soprattutto non “vedo” più nulla. E questo, chi lo ha provato lo sa, è veramente terribile. Tutto ti passa davanti e tu te ne stai indifferente, passivo, non vedi e non senti, ma invece, e ciò ti distrugge, vorresti sentire e vedere come e più di prima perché il passato rivive cristallino e limpido e si oppone con forza al buio in cui sei precipitato.

E allora ti dici finito, ti senti esaurito, svuotato: hai chiuso.

Ma cosa hai chiuso? Ma non ti accorgi, non ti rendi conto che ti sei creato l’infelicità con le tue stesse mani, che hai tradito la tua essenza, che presuntuosamente ti sei isolato inseguendo fantasie morbose e cercando sensazioni sempre più esasperate? Hai sempre condannato chi si droga e non ti rendi conto che anche tu sei un drogato, perché la roccia è la tua droga.

Ti sei ridotto veramente male; eppure un giorno non eri così, eri molto diverso. Andavi ad arrampicare quando lo desideravi, quando dentro di te sentivi il sangue fremere e friggere, quando avevi desiderio di sole e di vento, di cielo e di libertà. Eri allegro e spensierato, avevi un sacco di amici e di amiche, e soffrivi da morire quando le sensazioni che provavi erano solo tutte per te e non vi era nessuno con cui spartirle. Così cercavi con la fotografia di rendere anche gli altri partecipi della tua gioia, oppure li trascinavi in lunghe e interminabili gite o li legavi a una corda e li portavi ad arrampicare sui sassi perché volevi che anche loro provassero le stesse gioie e le stesse sensazioni. E se tu eri il solo a provarle, ne soffrivi, anche fisicamente; ti sembrava di sentire qualcosa dentro che cresceva a dismisura e sembrava voler scoppiare.

Ma soprattutto eri sereno, sereno nei tuoi pensieri e nei tuoi gesti, sempre superbo e ambizioso come sei; ma ognuno ha difetti più o meno grandi.

Ora invece sei solo da morire, barricato nella tua torre d’avorio; con il tuo sterile solipsismo hai distrutto le cose più belle che avevi. Però non hai chiuso. L’estate sarà triste, la più triste della tua vita. Ma un mattino, a seguito di lunghe giornate appiattite e monotone, giornate in cui anche una densa foschia di calore avvolge le creste dei monti rendendole ovattate e lontane, estranee e distanti, un mattino ti sveglierai sotto un cielo scuro e gravido di nubi, e un vento freddo e tagliente andrà a dividere i tuoi capelli mentre cammini da solo per quella strada che ben conosci.

Ma fra le nubi, a un tratto scoprirai un angolo piccolo piccolo di azzurro, che il vento nella sua gran corsa avrà liberato a poco a poco, e da quella densa nuvolaglia filtrerà un raggio di sole che come una spada scenderà diritto a illuminare una cresta tormentata, che solo ieri non avresti neppure notato. E così oggi i contorni sono chiari e definiti, oggi le creste si stagliano scarne e scheletrite sotto il cielo d’inchiostro, oggi il verde è più verde, oggi il bosco ha una vita e un profumo, oggi vedi le cascate e la luce del torrente, oggi…

Alberto Re nel 2014
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… Da quattro ore Alberto Re e io siamo seduti su un minuscolo terrazzino, immersi ciascuno nei propri pensieri, silenziosi e forse un po’ gravi. Siamo sulla Nord delle Grandes Jorasses: è una salita che tutti e due abbiamo sognato e inseguito a lungo, e ora la montagna ci prova duramente. E pensare che siamo andati all’attacco ridendo e scherzando, pensare che al rifugio ho dormito tutta la notte, un sonno tranquillo e profondo: ho persino sognato.

Il primo giorno un sasso ha colpito Alberto; le pessime condizioni hanno rallentato molto la nostra andatura e abbiamo dovuto bivaccare sopra le placche nere. E poi la notte è stata un inferno, cinquanta centimetri di grandine, concerto di tuoni e fulmini.

Oggi nella Cheminée rouge ho vissuto i momenti più duri e difficili della mia vita; siamo stati fulminati, abbiamo dovuto uscire alla disperata da questo orrendo camino che ci vomitava addosso cascate scroscianti di grandine e sassi, assordati dal frastuono dei tuoni e della folgore.

Ora è pomeriggio e siamo qui su questo terrazzino a soli duecento metri dalla meta, e attendiamo in silenzio che la natura si plachi. Siamo preoccupati, abbiamo paura di morire? Non lo so. Io personalmente vedo ben da vicino il rischio che ho corso e che sto correndo, ma non ho paura, sono solo molto triste. È la fine di luglio, e immagino un bel pomeriggio di sole lassù in Val Grande, e davanti ai miei occhi le immagini si susseguono con chiarezza: cosa avrei fatto oggi? Forse avrei giocato a pallone, o forse avremmo fatto una passeggiata tutti insieme nei prati della Stura, e seduti sul solito pietrone avremmo iniziato interminabili discussioni sulla religione, sulla politica o sulla vita. O forse ancora sarei andato con la ragazza in un prato e dopo l’amore mi sarei soffermato a lungo a dividerle i capelli a uno a uno, o a stuzzicarle il viso con un filo d’erba, o a osservare la luce dei suoi occhi illuminati dal sole. O, ancora da solo, sdraiato in un grandissimo prato, avrei affondato lo sguardo nell’azzurro del cielo con l’intento di scoprirvi lontane fantasie o avrei inseguito i giochi delle nubi con il sole, cercando forme strane e fantastiche nel loro biancore pulito. O ancora avrei camminato lentamente, nell’erba, mentre il vento la piega disegnando le onde del mare e ne trae un profumo forte e pungente di fiori e di fieno.

E vedo a mezzogiorno tutti i miei cari seduti intorno al grande tavolo e ancora mi par di sentire le loro e le nostre vivaci discussioni, perché le idee sono molte e diverse.

Invece sono qui, dove non vi è nulla di umano; ma proprio per questo so che devo arrivare in vetta, perché quando ritorno mi aspetta la vita.

Per uno strano caso la commozione ci colse su quella vetta delle Grandes Jorasses, alle nove di sera di un giorno di luglio, sotto un cielo nero e cupo, illuminato da bagliori violetti verso le cime del Gran Paradiso. Certi momenti non si dimenticano; restano, segnano per sempre un’amicizia. E se ripenso alle sensazioni che provai quando ritornai, mi sembra di rivivere ancora uno dei periodi più pieni e felici della mia vita. Scoprivo ogni cosa come nuova e diversa, i colori, gli amici, mi sembrava di voler bene a tutti e a tutto. Per un mese non andai più ad arrampicare o almeno non feci più salite importanti. Ma in quel mese ebbi modo di effettuare meravigliose gite con gli amici; trascorsi intere giornate alla ricerca di paesaggi e di fiori per l’obiettivo della mia macchina fotografica; mi divertii a giocare come un ragazzino. E non pensai neppure al mio stato di forma, la cosa non mi interessava, perché ero ugualmente soddisfatto e felice anche se non compivo delle grandi salite. Tant’è vero che quando sentii ancora il desiderio di una grande e bella avventura, quando mi prese ancora la voglia di avere roccia sotto le dita, sempre con Alberto andai a fare la via Brandler-Hasse sulla Nord della Cima Grande di Lavaredo. E mi trovai benissimo.

Oggi se perdo una domenica intristisco, divento irascibile, nervoso; se ogni volta che arrampico non vado a fare una via estrema, non mi sento soddisfatto. Eppure, non mi sembra di essere più in forma di allora.

Non si può andare avanti così.

In primavera ho occasione di leggere un libro che reputo uno dei più intelligenti e interessanti della letteratura alpina. Si tratta di Les royaumes du monde di Jean Morin, un romanzo apparso in Francia negli anni Cinquanta. Vi si narra la storia di un uomo che quasi inconsapevolmente viene assorbito e trascinato dalla passione delirante per l’alpinismo: un uomo però dubbioso e sensibile, tormentato sempre dal sospetto di avere sbagliato, ma nello stesso tempo magneticamente attratto dall’azione anche esasperata. Gli è compagno un altro uomo che invece vede solo l’alpinismo e che cerca di convincere l’amico a dare definitivamente tutto il meglio di se stesso alla causa.

Così, il nostro a poco a poco si isola sempre di più, l’alpinismo diviene una triste droga, quasi un’espiazione da subire in silenzio. A uno a uno perde gli amici, la ragazza, e si ritrova di fronte al suo fallimento in un’età in cui il bilancio di se stessi è ancora più duro. Ormai l’uomo ha capito ed è cosciente del suo errore: la conferma, triste e dolorosa, gli viene dalla tragica morte dell’amico sulla parete nord dei Bans, attaccata in pessime condizioni di tempo. Solo, di notte, in un rifugio, Jean si trova di fronte al nulla a cui è approdato; comprende di aver rinunciato a molto, a troppo pour une lutte sans issue.

Gian Piero Motti (a sinistra) gioca con Mario Pelizzaro sui massi delle Courbassere (Valle di Lanzo), 2 marzo 1980

Courbassere (Valle di Lanzo), 2.3.1980, G.P.Motti e Mario Pelizzaro

La lettura del romanzo mi ha fatto oltremodo riflettere e ho cominciato a percepire che qualcosa andava incrinandosi. Ma non accettavo ancora la realtà; anzi, mi ribellavo prepotentemente. Poi, quasi per caso, mi capitò di leggere le stupende parole scritte da Dino Buzzati molti anni or sono per la morte di Ettore Zapparoli, forse la cosa più bella e più vera apparsa sulle pagine della nostra rivista.

No, io non dovevo finire così, mi sentivo ancora (Dio mio, 25 anni!) vivo, pieno di interessi, avevo ancora troppe cose da dire, da vedere, da conoscere. Buzzati fu duro, ma giusto. In fin dei conti Zapparoli era un fallito.

Ma ancora non bastava. Bisognava toccare il fondo. Vuoi per un certo crepuscolarismo di balorda qualità, che ogni tanto affiora nei miei giorni peggiori, vuoi per una certa voluptas dolendi che ogni tanto esercita il suo fascino, assunsi la parte dell’uomo deluso e finito e cominciò una recita piuttosto grottesca. Per giustificazione o per meglio mascherare il mio fallimento agli occhi degli altri, mi atteggiai a ribelle nei confronti della società; cercai di entrare nella parte dell’anarchico che disprezza i comuni mortali, che

odia la normalità, dell’uomo finito a vent’anni, dalle idee tenebrose e cupe, dai lunghi silenzi. E anche nel vestire cercai di adeguarmi al soggetto proposto: barba, capelli lunghi, abiti logori e sdruciti, atteggiamenti molto posati.

Con il risultato che il mio cervello non tollerò più oltre e mi assestò il colpo definitivo. Esaurimento nervoso di grossa portata, con perdita completa del sonno e un sacco di disturbi fastidiosissimi. Smisi naturalmente di andare in montagna, in tutti i sensi, anche su quella facile, e non feci che aggravare le cose.

… Oggi, oggi invece, seppur da un piccolo spiraglio, comincio a rivedere le cose. Ho capito l’errore; troppo a lungo ho vissuto in una piccola stanza dove ho chiuso ermeticamente le finestre e le porte, e lì, da solo, nel buio, mi sono illuso che il mondo fosse tutto racchiuso fra quattro pareti. Poi una finestra si è leggermente dischiusa e un filo di luce vi è penetrato.

Seguirà un autunno incerto, un ritorno alla montagna timoroso, ma con un animo diverso. Però non ancora tutto era chiarito; anche se cominciavo a star bene, qualcosa ancora nella mia testaccia non funzionava.

Guido Rossa con la figlia
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Incontrerò una sera d’inverno Guido Rossa, il quale fissandomi a lungo, con quei suoi occhi che ti scavano e ti bruciano l’anima, con quella sua voce calma e posata, mi dirà delle cose che avranno un valore definitivo. Mi dirà che l’errore più grande è quello di vedere nella vita solo l’alpinismo, che bisogna invece nutrire altri interessi, molto più nobili e positivi, utili non solo a noi stessi ma anche agli altri uomini. Non rinunciare alla montagna. E perché? No. Ma andare in montagna per divertirsi, per cercare l’avventura e per stare in allegria insieme agli amici.

Io lo so e l’ho sempre saputo; ma dovevo sentirmelo dire da un uomo che mi ha sempre affascinato per la sua intelligenza e per la sensibilità artistica che scopri nel suo sguardo. E poi ci saranno altre persone, tutti gli amici che stupidamente avevo perduto e che ritroverò a uno a uno e che mi aiuteranno moltissimo a ritornare quello di prima.

E siamo finalmente nella realtà di questa primavera 1972. Ho trovato un lavoro che mi soddisfa e mi lascia molta libertà, libertà non solo di andare in montagna, ma anche di dedicarmi alle mille cose che ogni giorno mi attirano. Quest’inverno sono andato pochissimo ad arrampicare, ma sono ugualmente felice e soddisfatto, anzi sicuramente l’anno prossimo dedicherò tutta la stagione invernale allo sci e cercherò finalmente di praticare con sicurezza questo magnifico sport. Quest’estate ho in mente sì di effettuare qualche bella salita; ma voglio anche dedicarmi ai viaggi che da tempo ho abbandonato e che, invece, sempre sono stati per me fonte di esperienze e sensazioni meravigliose. Un amico di ritorno dalla Grecia mi ha detto: «Vai di sera verso il tramonto, quando non vi è quasi più nessuno, di fronte al Partenone ad Atene. Fra quelle pietre calcinate, in quella sassaia arida e deserta, assordato dal frinire delle cicale, vedrai tremare nel calore del pomeriggio quelle enormi colonne e ti sembrerà veramente che il tempo non sia trascorso».

E veramente, come disse Seneca, posso rivedere serenamente i giorni del passato. E rivedo tanti volti, tanti nomi, per i quali oggi non posso provare che una profonda tristezza. Perché ho conosciuto molti ragazzi e molti uomini che avevano trovato nell’alpinismo il compenso al loro fallimento nella vita di ogni giorno. Uomini che si erano dati e che si danno caparbiamente alla montagna con l’illusione di trovare un’affermazione che li ripaghi di tutte le frustrazioni, le delusioni e le amarezze della vita.

Alcuni si illudono di essere qualcuno, credono di essere importanti, solo perché nell’alpinismo hanno raggiunto i vertici. Ma se tu trasporti gli stessi individui in un altro ambiente, se li inserisci in un differente contesto sociale, allora li vedi incapaci di sostenere un dialogo qualsiasi, spauriti e intimiditi, incapaci di intrecciare relazioni umane. Ed eccoli allora portare a giustificazione del loro fallimento l’incomprensione altrui, la banalità e il qualunquismo della gente, la superiorità di chi pratica l’alpinismo, la diversa sensibilità di chi ama la montagna. In realtà vi sono uomini sensibilissimi e amanti della natura anche al di fuori del territorio alpinistico, vi sono uomini che cercano e trovano altrove l’avventura e che sanno comprendere; ma, purtroppo, nell’alpinismo troppi sono i falliti e troppi i condizionati.

Non sempre, per fortuna, è così. Sovente ho incontrato ragazzi sereni ed equilibrati; ma molto più sovente l’uomo alpinista mi ha profondamente deluso per la sua ristretta visione delle cose, per la sua voluta ignoranza e per il disprezzo dei comuni mortali.

Chi invece la pensa diversamente, chi ha il complesso da prima donna e a tutti i costi si arrabatta per essere il primo, chi vive per la grande impresa e la difficoltà, forse farà per un po’ grandi cose, ma poi giungerà alla triste conclusione di chi, a trent’anni, svuotato ed esaurito, ha dovuto dire addio.

Ogni volta che incontro Francesco Cichin Ravelli, penso a quest’uomo più che ottantenne che ancora oggi percorre i sentieri della montagna e che quando giunge la primavera mi parla con gli occhi che brillano degli alberi verdi e dei fiori.

Francesco Ravelli
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Storia dell’arrampicata romana – 4

Storia dell’arrampicata romana – 4 (4-4)
di Luca Bevilacqua
(già pubblicato nel 2010 da climbing pills)

Capitolo 14
Primi di ottobre 1985. La scoperta della libertà.
Non è facile da descrivere. Ti arriva addosso come una tempesta, la libertà. Oppure come un vento leggero, quasi impercettibile. La scopri all’alba. Oppure in piena notte. Una bella notte scura di ottobre, col cielo limpido e tante stelle, mentre nel buio ascoltiamo i Level 42.
La macchina di Andrea risale le curve di una strada vicino Finale Ligure, dopo un ricco piatto di trenette al pesto in trattoria ce ne torniamo alla nostra locanda, ai nostri sacchi a pelo. Accanto ad Andrea, che guida costantemente con una sola mano sul volante, c’è Laleh. Dietro, messi un po’ stretti, io e i due Roberti. Prima di dormire ripensiamo alla giornata di oggi, parliamo ancora un po’ di vie e di passaggi, e già sogniamo, mentre gli occhi si stanno per chiudere, l’indomani.
Ma facciamo un piccolo passo indietro. Una settimana prima.
“Papà, volevo dirti che tra qualche giorno parto. Vado ad arrampicare in Francia con degli amici. In un posto in Provenza che si chiama Gole del Verdon. E’ un posto molto famoso, bellissimo…”.

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“No Luca, non sono d’accordo. Ma cos’è ora questa storia? Ma come ti è venuto in mente? Siamo a settembre, le vacanze sono finite. E mi sembra che quest’anno ne hai fatte abbastanza. Tra non molto partiranno i corsi all’università. Forse è il caso che cominci a entrare nell’ordine di idee… E poi è autunno, fa freddo. Ma dove vai!”
“Ma papà, proprio perché i corsi iniziano ai primi di novembre… ora non ho niente da fare. Il mio amico Andrea, che è più grande e già ci è stato, mi ha invitato ad andare con lui. Siamo in cinque. C’è anche Medioverme, cioè Roberto, quel ragazzo che è un forte alpinista, e si è iscritto come me a Geologia… E’ un’occasione unica. Si sa che le vacanze dopo la maturità sono le più lunghe in assoluto”.
“Hai diciotto anni, no? Quasi diciannove. Sei maggiorenne, fai come vuoi. Tua madre è d’accordo immagino. Fai come vuoi. Comunque sappi che non hai il mio assenso”.
Ah, sai che m’importa se non è d’accordo. Ma come potrebbe capire questa cosa, del resto? Non l’ha mai vista, lui, una foto del Verdon. Luna bong, Dingomaniaque, Pichenibule, Fenrir, Chrysalis: questi nomi per lui non significano niente. Ma per me sì. Conosco a memoria le foto del libro di Edlinger. Il Verdon è in questo momento, molto semplicemente, il mito. Sta sul gradino più alto nella scala dei miei desideri.
Tutti i miei sogni più astratti e inafferabili, tutte le mie ambizioni, la mia voglia di vivere, convergono simbolicamente nell’arrampicata. E tutta l’arrampicata tende a sintetizzarsi, a trasfigurarsi, in quest’unico punto, quest’unico nome, Verdon. Vedo più erotismo in una scarpetta di Edlinger che gratta su quel calcare magicamente grigio, che in qualsiasi minigonna delle mie coetanee.
Nell’ultimo anno di liceo si sono fatte avanti, con modi diversi, oltre a Valeria, un’arrembante Patrizia, una timida Laura. E io? Niente. Sogno forse un angelo, la donna ideale. Ma intanto guardo le immagini di quelle dita scorticate e fasciate di cerotti, quegli spit messi in fila sopra 300 metri di vuoto. Quell’ubriacatura di placche strapiombanti, di fessure, di gocce.
Io voglio il Verdon. E questa occasione non la perderò.
Partiamo da Roma con la 127 azzurrina di Andrea Dibba. Gomme quasi lisce: poco dopo Genova buchiamo e ne cambiamo una. Quella di scorta è ancora più liscia. Per spezzare il viaggio facciamo tappa a Finale. Andrea saluta alcuni amici. Facciamo una giornata di arrampicata a Monte Cucco, e ripartiamo la mattina dopo.
Arriviamo nel pomeriggio a La Palud. Il campeggio di sotto, quello più bello e “turistico”, è chiuso. E’ aperto soltanto quello sopra, più piccolo. Pieno di arrampicatori di ogni angolo di Europa. Tantissimi spagnoli, che hanno fatto una specie di campo a sé. Ma poi tedeschi, olandesi, inglesi.
Il campeggio è davvero piccolo, le tende stanno l’una accanto all’altra, e il clima è a dir poco umido. I bagni sono in condizioni tali da suscitare qualche vibrante protesta di Laleh nei confronti di Andrea. Io mi sento afferrato da una sorta di energia elettrica, di frenesia, un continuo batticuore, come quando da piccolo vai al Luna Park e stai per salire sulle montagne russe.
“Dai, sbrigatevi a piantà ‘sta tenda – sbotta Andrea – che dopo, visto che c’è luce, vi porto a vedere il Canyon. Domani andiamo a fare una bella cosa per cominciare: Pichenibule“.
L’arrivo alla sommità della Falaise de l’Escalès è davvero impressionante. Si segue una strada che in apparenza è uguale a tante altre strade di campagna. Colline di qua e di là, campi di lavanda, profumo di Provenza. Poi così, all’improvviso, un tornante. “Ecco – dice Andrea – scendiamo qui a dare un’occhiata. Qui siamo sopra Mescalito. Un po’ più avanti, all’altro tornante, ci sono le doppie di Luna Bong… Vedrete mo che roba!”.
Scendiamo dalla macchina e ci avviciniamo al muretto in pietra alternato a robuste doppie sbarre di ferro. Aria fresca sul viso, umidità, un leggero rumore di torrente. E poi lo sguardo che letteralmente vola giù nel vuoto, nel vortice di quei 300 metri di nulla che costeggia la roccia. La parete sembra scomparire sotto di noi. Si fa fatica a seguirla con gli occhi.
Mi sembra impossibile che uno venga in questo posto per arrampicare. L’idea di fare una doppia e calarmi lungo quel muro così ripido, sospeso sopra quel fiumicello esile e azzurrino, mi sembra totalmente insensata: una cosa innaturale, che cozza contro ogni razionale buon senso. Il mio istinto mi dice di tirarmi indietro da quel belvedere. Ho le vertigini, vorrei ripensarci, vorrei non essere qui.
Eppure. Il paradosso. Sono venuto qui per questo. Sono venuto qui per farlo. Per sprofondarmi nella vertigine. Sono qui con il mio imbraco e le mie scarpette, con questi amici, per giocare con quella roccia a strapiombo.
Domani ci caleremo giù, e risaliremo per Pichenibule. Andrea così ha decretato. Ci ha anche rassicurato: tutto 6a, con un paio di brevi tratti di 6c.
“Porca troia, che vuoto!”
Risaliamo svelti in macchina. Cento metri, un altro tornante. Tutti di nuovo fuori ad affacciarsi, a guardare giù verso il fiume, a sentire quel freddo che ti vibra nel corpo. Come in un rito esorcizzante. Siamo sovreccitati. E poi di nuovo in macchina, fino al belvedere più famoso, La Carelle, dove c’è la mitica Papy on sight, il 7c+ liberato da Jerry Moffatt…
Improvvisamente Andrea si volta verso di me. “Luca, dov’è la scatola con le cassette?!”
Le cassette musicali. Le cassette che Andrea s’è registrato una per una, con i suoi gruppi preferiti, con i Level 42 e Jackson Brown, il rock e il blues, ecc. Su ogni cassetta c’è il titolo dell’album, e all’interno tutti i titoli dei brani. Si vede che alle sue cassette Andrea ci tiene molto. Le tiene così, belle ordinate, in una grande scatola da scarpe che sta in macchina. Cioè. Dovrebbe stare in macchina. Ma ora dov’è?
“Cazzo Andrea… Avevo la scatola qui sulle mie ginocchia. Quando siamo arrivati al primo belvedere siamo saltati giù, e credo di aver appoggiato la scatola sul tetto della macchina. Poi siamo ripartiti così in fretta…”.
Altro che brividi. Adesso ho il sangue congelato, di paura e di vergogna. Andrea non dice nulla. Mi guarda dritto negli occhi con un’espressione di ghiaccio. Neanche gli altri osano dire nulla. Risaliamo in macchina e torniamo indietro al primo tornante. Il panico. Le cassette sparse per tutta la strada, aperte, mezze rotte, insomma un gran casino. Un paio non si trovano più…
Questa non so se Andrea me l’ha mai perdonata.
Torniamo al campeggio. La sera andiamo al bar, il bar della piazza di La Palud. Si mangia lì. C’è una botola sul pavimento, e dal seminterrato salgono fumi e pietanze calde: uova, carne, patatine fritte.
Il giorno dopo andiamo a fare queste benedette doppie su Pichenibule. La partenza non fa paura. Una placca appoggiata, che però diventa sempre più ripida. Uso il vecchio trucco di chi va in montagna e soffre di vertigini: non guardo il fondo del canyon, dove gli alberi sembrano ridicoli puntini verdi. Arrivo al massimo al terrazzino venti metri sotto. E poi guardo continuamente il discensore. Guardo gli altri: mi sembrano tutti un po’ più tranquilli di me.
Non ci caliamo fino in fondo, ma fino a un “jardin” intermedio. Dovremo fare così solo 5 tiri. Si comincia ad arrampicare, e va tutto bene. Andiamo in obliquo verso sinistra, sul bordo di grandi strapiombi gialli. Qui la ritirata (con le doppie) è impossibile. Bisogna per forza uscire. Il tiro di 6c di Pichenibule tocca al Ciato, che se la cava egregiamente. Da secondi anche io e Roberto saliamo bene (Andrea fa cordata con Laleh).

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Arriviamo sotto la pancia strapiombante del tiro di artificiale (o in alternativa di 7b+!, grado da cui siamo lontani anni luce…). Davvero impressionante. Non riesco quasi a guardarlo per quanto mi incute timore. Mi sorge un profondo rispetto interiore, ancor maggiore di prima, per gente come Edlinger o Berhault che di lì è passata in libera. Noi si era già deciso che saremmo usciti a destra per Ctuluh, fantastico tiro di 6c+ a buchetti, tecnico. Una placca verticale che tocca in sorte al Medio. Non la fa proprio on-sight (ricordo bene?), però va su, il che non è poco, vi assicuro. Un tiro che mette paura anche da secondi: qui siamo quasi in cima, e l’esposizione è davvero incredibile!
Il giorno dopo è la volta di Surveiller et punir, primi due tiri + uscita per Frimes et chatiments. Il che tradotto vuol dire: 6b+, 6c, 6c+ (o AO), 6a+, 5c. Facciamo cordata io e Medio. (Per la cronaca devo ricordare che a quel momento la difficoltà massima che ho salito in libera è 6b; a vista 6a+…).
Stavolta stabiliamo che il tiro di 6b+ lo fa Roberto, mentre il 6c toccherà a me! Sono abbastanza gasato. Su qualche 6c nostrano (La mistica giraffa, Rank Xerox) mi ero più o meno mosso bene. Sul primo tiro, con la corda davanti, salgo senza fare resting. Lascio Medio in sosta e parto così per una placca grigia strapiombante. Mi fa pensare un po’ a Sperlonga, una roba tipo Prondo prondo, però come tiro è molto più lungo, molto più continuo. Due, tre, quattro spit. “Medio blocca!!!”. Provo a riposarmi un po’, ma gli avambracci sono duri duri.
“Robbe’, non ce la faccio. C’è uno spit lontano e sono stanco. Forse è meglio che vai tu…”.
“Non stare a rompere! Dai, riposati e poi vai, che ce la fai benissimo!”.
Ok. Riprovo. Cazzo che viaggio arrivare a quello spit… Vabbé, ‘sto buco è buono, piede lì, questa tacca la tengo, e su, ancora, ancora, dai, uffa! Mi sto stancando. Aspetta. E ora che faccio, torno indietro? No, sono sfinito. Però sono un metro sopra lo spit, ho paura a dire “blocca”. Dai che ce la faccio ad arrivare. Ancora un poco, no, non ce la faccio. Le mani si stanno aprendo, si stanno aprendo.
E poi un urlo tremendo (di chi precipita e sta per morire) echeggia nelle Gorges du Verdon
“AAAAAAHHHHHHHH!”.
Vedo il cielo, e poi un istante dopo vedo il fiume. Sono a testa in giù, la corda mi è passata non so come sotto l’ascella, ustionandomi vicino al tricipite. Però sono vivo! E stranamente mi trovo appeso quasi giusto sopra la testa di Roberto.
“A Robbe’, mortacci tua… Adesso ti sei convinto che è meglio che vai tu?”.
Sorridiamo. “Sei proprio una pippa!” mi fa. Con la pazienza del vecchio alpinista, neanche ventenne però, col Diedro Philipp nel suo curriculum, Medio si fa passare i rinvii e parte. Qualche breve resting e va su, finché non supera il tratto strapiombante e scompare dal mio sguardo. Parto da secondo, ma sono davvero sfinito, così mi appendo. Da sopra mi arrivano delle urla disumane: “Porco***, puoi evitare di appenderti? Fatti un’autosicura e ti blocchi sugli spit!”.
Quando arrivo in sosta capisco tutto. A Sperlonga siamo abituati a dei tiri di massimo 7-8 spit. Ma qui ce n’erano almeno 11-12. Roberto ha finito i rinvii. L’ultimo moschettone lo ha utilizzato per assicurarsi alla sosta, e mi ha fatto sicura a spalla stando a cavalcioni su di un albero che sbuca in mezzo all’oceano di calcare.
Al Medio gli tocca ripartire, e sta già un po’ avanti quando sotto di me vedo arrivare bel bello, ma anche lui un po’ acciaiato, l’altro Roberto…

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Nei pochi giorni seguenti, abbiamo abbassato un po’ il tiro. Anzi no. Andrea ha voluto farsi un giro top-rope su Papy on sight. Commento: “La pinzata fa davvero schifo, però sono riuscito comunque a fare il lancio!”
Anche Medio si farà calare per andare a toccare quella mitica pinzata (dai e dai, diventerà una delle prese più unte del Verdon!). Io mi astengo invece, per una volta, da un gesto che mi sembrerebbe davvero presuntuoso: mettere le mani su un 7c+…
Mi godo il resto della vacanza. La full-immersion in quel popolo di barbari che sono gli arrampicatori del profondo Nord, specie dopo qualche giorno di tenda… Gli spagnoli che si fanno canne in continuazione… I due francesi a cui Andrea e Ciato danno una bella lezione di biliardino (ce n’è uno al bar), riuscendo a batterli nonostante quelli facciano girella e usino fare – eresia! – il passetto!
Insomma. Proprio una bella vacanza. E la convinzione, oramai sperimentata direttamente, che il Verdon è un luogo F-A-N-T-A-S-T-I-C-O.

Capitolo 15
Dialoghi metropolitani (Inverno 1985/86)
Villa Paganini è un parco abbastanza grande di Roma, vicino via Nomentana (e alla più famosa Villa Torlonia).
C’è una piazzetta dove la sera, dopo cena, ci vediamo con qualche amico. Ci facciamo qualche canna in attesa di decidere cosa fare più tardi. Oppure in attesa che passino le guardie…
Gli occhi vanno spesso verso la strada. Ma per fumare entriamo qualche passo più dentro, protetti dall’oscurità. Seduti sulle panchine.

Voci:
“Dai passa ‘sta canna. Ma che l’hai parcheggiata? Nun se move più…”.
“Oh! e ciaraggione, cià! E dalla, no?”.
“State calmini. (pausa) Sto a fuma’”.

“Oh, io ne giro un’altra…”.
“Dai aspetta, finiamo questa. (pausa) Rega’ io sto tramato.”
“Io ancora devo fuma’!”.
Silenzio.

Andrea Di Bari in azione
StoriaArrampicataRomana4-4

 

“Ma Paolo s’è visto?”.
“Dice che stasera c’è un concerto al Forte” (Forte Prenestino, centro sociale, ndr).
“Oh ma chi di voi sta’ a veni?”.
Silenzio.
“Rega’, io mi sa che v’accanno. Sono già le 11. Domani vado ad arrampicare”.
“Ah, ti pareva, ‘l’uomo-roccia’… Ma pure gli amici tuoi so’ così, tutti ‘uomini-roccia’ siete? Andate a dormi’ presto… Ve svejate presto… Avete i muscoli…”.
“Chissà se ci stanno pure le ‘donne-roccia’…”.
“Vabbé ma voi, che lo state a prende’ per culo, che ne sapete? A me mi pare fica ‘sta cosa della roccia. Anzi una volta mi ci porti, vero Luca? Oh, l’hai promesso… Non domani, però. Domani proprio non ce la faccio ad alzarmi”.
“Ma a che ora partite?”.
“Boh, di solito ci vediamo alle 9 all’Eur”.
“Alle 9 all’Eur? Questo vuole dire sveglia alle 8… Anzi. Fammi pensare. Sveglia pure alle sette e mezzo, no?”.
“E di domenica…”.
“Tessei matto”.
“Se partivate più tardi, tipo 10, 11, venivo pur’io. Almeno a vede’…”.
“No. Alle 11 devi stare giù a Sperlonga. Sennò alle 5 fa buio e non scali un cazzo”.
“Me sarebbe piaciuto vedevve”.
Silenzio.
“Ma famme capi’ una cosa. Tu sei legato alla corda, no? Da vero ‘uomo-roccia’. Però la corda su in cima chi ce l’ha portata?!”.
“Oh, ma tu non hai detto che stavi a fa’ ‘na canna?”.
Silenzio.
“Guarda un po’ quei fari? So le guardie?”.
“No, è ‘er maranga’”.
“Certo! ‘er maranga’… Co’ quella cazzo di Alfa. Ogni volta è ‘na smartita…”.
“Ciao ragazzi io vado…”.
“Vabbé ciao, ‘uomo-roccia’…”.

StoriaArrampicataRomana4-5

 

Bar sovrastante la fermata metro Eur Marconi. Domenica mattina, ore 9.10.
“Oh, ciao Massimo! come stai?”.
“Scusate ragazzi, ho fatto un po’ tardi…”.
“Ma andiamo con la tua?”.
“E’ regular. E’ diesel… Avete fatto colazione?”.
“Sì sì. Ma Ignazio veniva? L’hai sentito ieri?”.
“Sì, veniva. Gli ho detto alle nove all’Eur”.
“Oh, che palle, sono quasi le nove e un quarto…”.
“Vai, allora scatta la telefonata. Chi ha una piotta?”.
“A ‘sto giro lo accanniamo… Se sta ancora a casa, ce ne andiamo!”.
“Eh certo, vorrei vede’!”.
“Pronto signora… Mi scusi, è in casa Ignazio? Ah, è uscito… E, ehm, mi scusi, ma da quanto è uscito? Da dieci minuti? Ah, va bene, grazie tante”.

Caffé, sigarette, discorsi su qualche passaggio di Ciampino.
Una sagoma sbuca veloce dalle scalette della metro.
“Oh riga’…” (fiatone). “Vi giuro ho perso la metro. M’è passata davanti agli occhi. Ho provato pure a strillare, ma quello gnente! E poi prima so’ dovuto risalire a casa perché m’ero scordato i soldi, e poi so’ dovuto pure anda’ al bagno…”.
“Vabbé dai, abbiamo telefonato a tua madre. Ha detto che eri uscito da poco… Almeno hai preso i soldi?”.
Risate.
“Sì!”.
“Quanto hai?”.
“Cinquemila lire…”.
“In tutto? Ma solo di benzina saranno quattro-cinquemila lire a testa!”.
“Eh no, eh! C’è Massimo che ha il diesel. Quanto verrà per uno col diesel, duemila? tremila?”.
“Dai su, andiamo che sono le nove e mezza!”.
“Oh ma il Dibba ci stava?”.
“Sì sì, è partito. Alle nove so’ partiti. A quest’ora staranno quasi a Terracina…”.
“Dai vabbé, andiamo”.
“Oh, ma tu ce l’hai la corda?…”.
“A Igna’, ma ti vuoi compra’ sta corda?”.
“Quella vecchia l’ho dovuta buttare perché era un canapo. Su Luca, non sta’ a rompe. Dai che oggi vi ho portato il regalino…” (occhi furbi e ammiccanti)
La Ritmo bianca gira attorno al Palazzo dello sport e prende la direzione della via Pontina.

Capitolo 16
Prima che il Grande Spettacolo finisca, prima che le luci si spengano e tutto rientri nel silenzio, vorremmo saper rispondere a una semplice domanda.
Vale qualcosa quel poco, quel tanto, che ho fatto?
Papà ti piace il mio disegno? Mamma guarda come so saltar giù al volo dall’altalena! Signora maestra, è giusto il mio esercizio? Ho fatto errori nel dettato?
Che voto ho preso? Quanto sono stato bravo?
“Luca dimmi una cosa, una cosa soltanto: sono stata almeno qualche volta una buona mamma?”.

StoriaArrampicataRomana4-6

 

E poi qualche stupido si meraviglia che un altro stupido dia importanza al grado di una via. Che ci si impunti, che si imbamboli, che ci si ostini, anche a giorni o mesi di distanza per capire se tanto sudore, tanta volontà e tante energie così male indirizzate valgano un sei bi o un sei bi più. Un sette, o un otto, o un quattro meno meno.
Sono arrivato alla sufficienza?
Dove posso ritirare la mia pagella?
E così, dopo che sei stato un bambino come tanti. Dopo non aver vinto nessuna medaglia se non quelle “di partecipazione”. Dopo che a scuola ti sei confuso con altri cento che erano un po’ meglio e un po’ peggio di te. Dopo aver visto che al parco, giocando a pallone, non riesci quasi mai a fare gol e spesso ti mettono in porta. Dopo che hai deciso, alla corsa campestre della terza media, di procurarti almeno qualche minuto di gloria, e sei scattato al via come un forsennato, passando in testa al primo dei cinque giri previsti, ma crollando poco dopo in seconda, terza, decima posizione, fingendo platealmente che sia stata una brutta storta a fermarti, quand’era l’affanno infinito, e del tutto calcolato, di due gambe e un cuore senza particolari virtù.

Dopo che ti sei tenuto dentro, così a lungo, tutta l’ambizione e la passione non ricambiata del più banale terreno simbolico di un ragazzino, lo sport, perché mai sei riuscito a fare quel gradino in più: nel minibasket, dove passavi sempre la palla perché sapevi che nel canestro non sarebbe entrata; nel nuoto, dove nuotavi mediocremente nella media; nel baseball, dove giocavi riserva oppure (nei momenti supremi!) esterno; nella pallavolo, dove ti eri inventato che saresti stato “alzatore”.
Dopo tutto questo.
Ti svegli una mattina a diciannove anni, e pensi che la partita forse non è ancora persa. Pensi: in questa cosa riesco.
Finalmente una cosa, un’unica cosa, in cui riesco.
Forse è perché ‘sto sport lo facciamo in dieci o in venti in tutta Roma. Forse perché tra questi venti, io sono tra i quattro o cinque che l’hanno presa più sul serio.
Forse perché, mi accorgo confrontandomi agli altri, ho le mani piccole: e le mie dita corte riescono ad arcuare e tenere le tacchette, si infilano nei buchetti…
La bilancia dice che peso 60 chili per un metro e settancinque. “Eh! Si vede che hai le ossa leggere!”.
Allora comincio a fare qualche calcolo, per vedere se riesco in extremis, all’ultima fermata della mia infanzia, a guadagnarmi una pagella che sia – per una volta – la prova inconfutabile di un qualche oscuro talento.
Vediamo un po’. Kajagoogoo. Il primo 7a del centro Italia. Ci sono tre salite. Tre almeno quelle dei romani (quelli del nord, Gallo, ecc., non contano: mi sto apparecchiando in testa un piccolo campionato regionale). Primo Stefano, secondo Andrea, terzo Sandro. E poi?
C’è lotta aperta per il quarto posto. Ignazio è quello che sembra esserci più vicino. Siamo fuori dalla zona “medaglie”, è vero. Ma ti rendi conto cosa vorrebbe dire arrivare dopo quei tre? Riuscire a liberare un 7a? (Scala UIAA = VIII grado). Una cosa da sentirsi davvero importanti. Un sogno.
Una domenica, a Sperlonga, guardo con attenzione Andrea mentre sale. Nei tre metri che precedono il passaggio chiave, lo vedo sfruttare dei verticali sulla sinistra. Studio tutto meticolosamente, e registro nella memoria visiva. Guardo dove mette i piedi nel momento in cui deve bloccare sul famigerato monodito (la goccia!). Poi, quando ci incontriamo, gli chiedo ulteriori dettagli.
La settimana dopo ci provo: finalmente quel che mi sembrava impossibile comincia ad apparirmi più umano.
Faccio vari resting, però mi vengono tutti i movimenti, compreso l’ultimo, il più difficile. Ogni alzata di piede, ogni moschettonaggio, ha un suo come e quando. La parete è tempestata di puntini bianchi di magnesia per individuare in fretta i piccolissimi appoggi per i piedi.
Siamo nel novembre 1985.

Sperlonga, 1985
StoriaArrampicataRomana4-7
Ignazio – dicevo – è in vantaggio, e infatti sarà il quarto romano a liberare Kajagoogoo.
Io intanto, su suggerimento di Stefano, sono andato a provare anche Blues per Allah: un tiro a metà del paretone, che supera un breve strapiombo. Valutazione proposta da Stefano: 7a+. Come sempre, due le ripetizioni fino a quel momento: Andrea e Jolly.
Stefano mi ha consigliato davvero bene. Il passaggio mi viene: è un boulder. La settimana dopo (8 dicembre 1985) riesco a farlo in libera. Torno giù dal Mozzarellaro, e lì ha luogo la prima “svalutazione ufficiale ad personam” della storia dell’arrampicata sportiva romana: Andrea mi chiede: “Quanto sarà?”. Non ho il tempo di muovere le labbra e lui prosegue: “7a, vero?”. Certo Andrea, come dirti di no. E’ la prima via che faccio di quel grado. Dimmi pure che è 7a. Io sono felice, e sono il quarto in assoluto ad esserci passato.
Trascorrono altri sei giorni e riesco a liberare Kajagoogoo, in un’indimenticabile giornata in cui scalo col Medioverme.
Finalmente la mia pagella risplende. Due setteà!!!
Finalmente una cosa in cui riesco.
No, mi rendo conto, non è più la partita dell’infanzia che mi sto giocando. Quella ormai è chiusa, è andata così.
E’ soltanto un modo per continuare a giocare: giocare nella mia testa ad esser bravo, a riuscire in qualcosa. E giocare con i miei amici, ogni domenica, a chi riesce a passare per primo (o per secondo, o per terzo…) su un passaggio. Giocare a sfotterci l’un l’altro. A farci sicura. A dirci i passaggi. A discutere sui gradi. A fare i “chioppi”. A spaccarci la pelle su appigli taglienti.
Un gioco e nulla più. Innocente, simbolico, spietato e condiviso insieme.
E in quei momenti, sulle rocce di Sperlonga, le luci del Grande Spettacolo brillano come non mai.

Capitolo 17
Un giorno, sotto alla fascia superiore di Sperlonga, mentre sto per partire sul Garage di Giorgio, Ignazio mi guarda e mi fa: “Oh, senti un po’, Bibolacqua…”. E dopo qualche secondo, essendosi già scordato cosa mi doveva dire, “Sì, ecco come ti chiamerò. Bibo, che in latino vuol dire bere. Del resto ti chiami Bevilacqua, giusto?”.
Così è nato Bibo. Che a Roma si pronuncia Bibbo.
Bibbo, Gamberoni, e lo stesso Stefanino, e qualche altro giovane più o meno glorioso. Tutti lì ad uncinare le dolorose gocce di Sperlonga, tutti i santi week-end, e a volte anche in mezzo alla settimana. Ma le ragazze?
Non ci sono quasi ragazze. L’unica carina è Laleh. Le altre si affacciano e spariscono. Nessuna entra a far parte del giro.
Così, nell’autunno 1985, a cavallo tra il Verdon e Blues per Allah, ci facciamo allettare da una proposta che viene dalla Scuola “Paolo Consiglio”. Entrare tutti nella Scuola, per portare forze fresche! Stefano, Jolly, Massimo, Pierluigi, io (e forse qualcun altro?).
Scuola uguale corsi. Corsi uguale pubblico variegato. Pubblico variegato uguale – lo dice la statistica – qualche ragazza!
“Eh sì! Scusa se è poco, bella! Sono appena un Allievo-Istruttore, è vero. Ma guarda che canotta, guarda i miei pantacollant e il sacchetto della magnesite. Salgo sui 6b pure bendato. So fare i lanci e non ho paura del volo. Chi nel CAI potrebbe offrirti di più? E poi, non ti sembra meravigliosamente bello arrampicare? Con me potrai farlo a volontà. Anche tutta la vita. Ti porterò in Verdon e a Yosemite, a Ciampino e pure al Morra. Stai con me bella. Ci divertiremo”.
Così partono le fantasie della sera prima.
E poi la lotta, la prima domenica del corso, per accaparrarsi le fanciulle più avvenenti.
Cristo Santo, ho quasi vent’anni, e ancora non sono stato con una ragazza!
Ma soltanto Stefano riuscirà, alla fine del corso, a scalare e poi mettersi insieme con la sua allieva preferita. Una biondina di nome Paola: intelligente e simpatica, oltre che carina… A me invece piaceva, fin dall’inizio, Isabella, diciassette anni. Ovviamente non le mandavo nessun segnale. Dissimulazione assoluta.

StoriaArrampicataRomana4-8
Ostentata monomania per le placche grigie e lisce.
E sempre pronto a cogliere uno sguardo volto altrove da parte di lei come la prova tangibile, senza appello, del fatto che non le piacevo. Anzi, forse si era accorta del mio interesse (cavolo, mi sono fatto scoprire!), e questo la annoiava e irritava.
Non riuscii a far altro che introdurla, per qualche tempo, in quel pessimo ambiente da caserma che era il giro degli sperlonghiani. Andrea, il sommo Andrea, capì tutto: i miei sentimenti e la relativa delusione. Non fece mancare lo sfottò, chiosando perfidamente l’esuberanza, appena celata da una fruit bianca, del seno di Isabella.
Alla fine le dedicò il nome di una via tra le più dure del momento: Isabella nel paese del peccato, 7b+.
La Scuola, come espediente per rimorchiare, non aveva funzionato. (Ricordo invece che un giorno, a Leano, arrampicai con un ragazzino che sembrava molto portato: Sebastiano Labozzetta. Al corso era iscritta anche sua sorella Silvia…).
Con Massimo decidemmo che era il caso di sfruttare la Scuola per fare ciò che una Scuola deve fare. Così progettammo, e realizzammo qualche tempo dopo, con l’appoggio incondizionato di Marco Geri e Gianni Battimelli, uno dei primi corsi di arrampicata sportiva in Italia.
Però il problema della mancanza cronica di ragazze persisteva.
Rimane storico un episodio, un sabato pomeriggio da Guido (il Mozzarellaro). Saranno state le sei o le sette. Eravamo alla ventesima partita di biliardino. Avevamo ridiscusso per la centesima volta di qualche passaggio di qualche via, e del relativo grado di difficoltà. Girava timidamente qualche canna (“Tanto Guido da mò che ha capito!”). Il juke-box mandava una canzone dei Tears for fears.
Vicino ai bagni c’era una putrella d’acciaio dove si svolgevano gare di trazioni e vari test di forza pura.
Le solite battute grevi, il solito clima da vitelloni. Aspettando le sette e mezza per andare in pizzeria a Gaeta.
A un certo punto entrano dal Mozzarellaro due ragazze. Anzi no, sono tre. Attento, oh! Sono quattro, cinque, sei…
Corri a chiamare il Tantaillo che sta al cesso!
Una decina di ragazze. Tutte con la tuta da ginnastica dello stesso colore. Una squadra di pallavolo.
Avranno sedici-diciotto anni. Ormai sono entrate, hanno ordinato e si sono sedute, quando si accorgono della nostra buffa, insolita presenza. Noi siamo una dozzina, forse quindici. Brutti (?), spettinati, mani spellate e ancora sporche di bianco. Vestiti forse non proprio di “stracci”, ma poco ci manca. Si saranno chieste: ma questi chi sono?
Inevitabile scatenarsi di risatine. Sguardi incrociati fra i tavoli. Giochi rapidissimi ed effimeri di seduzione.
La leggenda vuole che sulla tovaglia di carta, prima di andar via, avessero pure lasciato un messaggio d’amore. Per Jolly. O per Maurizio Tacchi. Chi potrà mai saperlo?

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Alpinismo invernale 1

Alpinismo invernale 1 (1-2)

D’inverno ci sono il freddo e le giornate corte. È essenziale essere veloci nell’azione, anche perché la permanenza in parete non è conforte­vole neppure quando il tempo è bello. D’inverno bisogna essere decisi, determinati e non perdere un minuto. Il risparmio di tempo non si fa solo durante la salita, ma anche prima di aver raggiunto la base della parete. Già a casa bisogna pianificare in modo da poter disporre del necessario ed avere i pesi ridotti al minimo. Occorre studiare la via di salita sulle guide, co­noscere eventuali altri itinerari sulla stessa parete. In salita, nelle marce di approccio o in discesa, un volo o una scivolata d’inverno possono essere drammatici. Si è sempre lon­tani da luoghi abitati: si deve accettare una maggior quantità di rischi e di fatiche.

Thomas Stuart Kennedy
AlpinismoInvernale1-TSKennedy

Il «misto» è quel terreno ove si trovano roccia e ghiaccio assieme, in diverse proporzioni. Il terreno misto è quello delle grandi pareti delle Alpi Occidentali e d’inverno lo si trova ovunque.

Sul misto si deve essere in grado di usare le tecniche di roccia, neve e ghiaccio e spesso di ibridarle fra loro. Ad esempio si dovrà su­perare passaggi su roccia pura calzando i ramponi. Il terreno misto è un calderone di difficoltà e situazioni diverse. Per questo, a detta di molti, è il tipo di salita più appassionante e bello. Per contro, spesso l’arrampicata su misto si svolge in condizioni di sicu­rezza molto marginali. La neve e il ghiaccio coprono le rocce di cui affiorano magari solo tratti lisci e compatti e lo spessore della materia glaciale può essere troppo sottile per accettare chiodi da ghiaccio. Ci sono lunghi tratti con poche possibilità di protezione, magari con difficoltà rilevanti. Per questo motivo, oltre a un buon allenamento, è necessaria concentrazione con un autocontrollo a prova di bomba.

Il Faulhorn
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A volte proprio le rocce affioranti offrono appigli per superare tratti di ghiac­cio sottilissimo e viceversa delle colate di ghiaccio permettono di passare su placche altri­menti insuperabili.

Non si sa chi sia stato il primo ad affrontare le Alpi d’inverno. Per motivi commerciali, bellici o migratori, certamente le genti che risiedevano ai piedi della montagna nei tempi remoti sfidavano i rigori dell’inverno: Tito Livio e Polibio scrissero che al loro tempo l’interesse era limitato ad alcuni valichi e alpeggi. E non certo alle cime: il culmine, allora, era la sella, dove l’uomo poteva ancora sopravvivere. «Fra quelle aspre cime solo l’inverno orrido ha la sua perpetua dimora», scriveva Silvio Italico nelle sue Puniche. Tacito racconta che, per ordine di Vitellio, nei primi giorni d’aprile del 69 d.C. Cecina «dirige le truppe legionarie e i pesanti carriaggi sulla via del Pennino, attraverso le Alpi ancora invernali».

E, nell’Annuario Marcellino, si può leggere la descrizione del passaggio del Monginevro: «D’inverno, col terreno coperto da una crosta gelata che è tanto levigata quanto labile, il passo muta in scivolata e sdrucciolata ed i precipizi, solo nascosti da un sottile ma perfido strato di ghiaccio, non di rado si schiudono ed inghiottono i viandanti. Per tal ragione, coloro i quali conoscono i luoghi, segnano i passaggi meno pericolosi con stanghe di legno sporgenti (dalla neve), affinché la loro serie conduca senza pericolo il viaggiatore; ma se queste sono invisibili perché coperte dalla neve dopo essere state abbattute dai rivi montani che precipitano, si può soltanto far la strada con l’aiuto di un contadino, e con grande difficoltà». Questi spostamenti erano però dovuti a necessità, non a stimoli sportivi o avventurosi.

Antonio Castagneri
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Perciò il primo uomo che abbia salito solo per il suo diletto una montagna d’inverno è Dante Alighieri, che nel 1311 salì ai 1500 metri del Prato del Saglio con una passeggiata solitaria. Nel 1832 il professor Hugi, svizzero, salì l’erbosa vetta del Faulhorn, ma pare che il suo intento fosse scientifico: così ufficialmente la storia considera il vero inizio dell’alpinismo invernale il gennaio 1847, quando tal Simony raggiunse per ben quattro volte la difficile vetta del Dachstein, nelle Prealpi di Salisburgo. Sei anni più tardi, il sacerdote austriaco Franz Francisci salì il Klein Glockner. Sono questi episodi isolati, condotti da uomini che nulla sapevano dell’esempio altrui. Questo alpinismo invernale ai primordi dimostra che la necessità dell’uomo di percorrere nuovi spazi era indipendente dall’esperienza estiva: della stagione fredda attirava l’assoluta solitudine e in definitiva l’esperienza mistica.

L’inglese Thomas Stuart Kennedy nel 1862, tre anni prima che Whymper lo vincesse, osò tentare il Cervino in piena stagione invernale, sperando che il freddo e il ghiaccio trattenessero i sassi e le pericolose frane. Ma il suo tentativo non andò molto lontano.

Horace Walker
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Il primo italiano ad avventurarsi nei freddi silenzi dell’inverno alpino fu Antonio Laurent, geometra valdostano, che il 10 gennaio 1864 salì la Testa Grigia, proprio di fronte al Monte Rosa. A lungo però questa ascensione rimase pressoché sconosciuta, tanto che per molti anni l’inizio dell’alpinismo invernale italiano fu datato con la salita di Luigi Vaccarone ed Alessandro Emilio Martelli con la guida Antonio Castagneri all’Uja di Mondrone (Alpi Graie) nel 1874.

Nell’Oberland Bernese, gli inglesi Adolphus Warburton Moore e Horace Walker salirono nel 1867 la sella ghiacciata del Finsteraarhornjoch, ed è curioso riferire che durante il loro viaggio di ritorno in Gran Bretagna un albergatore di Berna li salutò come avanguardia di una moltitudine di turisti invernali! E difatti cominciò la vera e propria corsa a salire tutte le vette delle Alpi.

Adolphus Warburton Moore
AlpinismoInvernale1-AdolphusMoore-000704PS-2

 

Gli alpinisti che più si distinsero in quell’esplorazione furono inglesi, svizzeri e tedeschi: ma anche tra gli italiani, oltre ai già ricordati Martelli e Vaccarone, spiccò la figura di Vittorio Sella, cui si deve attribuire la prima salita invernale del Cervino (1882) ma anche (tra il 1883 e il 1888) le salite alla Punta Dufour del Monte Rosa, al Gran Paradiso, ai Lyskamm, alla Marmolada e a molte altre cime. Ancora inglese è la conquista del re delle Alpi, il Monte Bianco: miss Mary Isabella Straton lo salì con le sue guide di Chamonix nel 1876, esattamente 90 anni dopo la prima salita di Balmat e Paccard.

 

 

 

 

 

La famiglia Walker. Melchior Anderegg (in piedi, quarto da sinistra), Horace Walker (seduto, terzo da sinistra), Lucy Walker (in piedi, terza da sinistra) e Adolphus Warburton Moore (seduto, secondo da destra)
AlpinismoInvernale1-The_Walker_Family

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Alcuni temi di scuola -1

Alcuni temi di scuola – 1 (1-4)

Quando sono ai giardini pubblici (4a elementare)
Esco di casa con mia mamma e vado ai giardini. Quando sono là trovo naturalmente un mio amico, o due o tre e così via. Discutiamo perché uno non vuole giocare al modo che vuole un altro e così ne nasce una mezza lite.
Poi riusciamo a metterci d’accordo. Se giochiamo a rialzo dura poco perché c’è sempre un imbroglione che dice: “ti ho toccato e tu non eri in rialzo.
L’altro si difende e dalle parole arrivano i fatti e quei due si pestano.
Se giochiamo a nasconderci mi diverto moltissimo perché è il gioco che mi piace di più.
Qualche volta viene un bambino, Massimo. Se c’è lui a me viene voglia di andarmene a casa, perché è il più teppista di quei giardini. Quando viene, lui inventa dei giochi da stradaioli: tirar pietre e polvere, e vuole sempre fare la lotta.
Quando arrivo a casa tutto sporco la mamma mi lava e anche si arrabbia. Vede i miei vestiti mezzi rovinati e mi dice: “Vandalo! A te le braghe durano un giorno e la maglietta manco mezzo”.
Io ai giardini pubblici mi diverto moltissimo perché è l’unico posto dove trovo i miei amici e gioco. Per la mamma è invece uno dei tanti posti dove si fa sangue marcio.

Scuola elementare Brignole Sale, Genova, anno 1952-1953. Io sono il primo da destra della seconda fila di seduti.
A. Gogna, 1aC, scuola elementare Brignole Sale, Genova

Scuola elementare Brignole Sale, Genova, anno 1953-1954. Io sono il 2° da destra di quelli seduti
A. Gogna, 2aC, scuola elementare Brignole Sale, Genova

Interrogazione (5a elementare)
Due settimane fa il maestro Acquarone c’interrogò sulla grammatica. Ci chiamò in ordine alfabetico e il primo fu Carrozzini.
Il maestro gli fece leggere una proposizione: e qui comincia il dialogo tra insegnante e scolaro, dialogo comico che ci ha fatto sbellicare dalle risa.
Dunque, come ho detto prima, il maestro fece leggere al proposizione a Carrozzini e questi lesse: “Io sarei andato all’ora solita a mangiare, ma tardai”.
Il maestro chiese. “Anzitutto facciamo un po’ d0analisi grammaticale. Cosa è io”?
Carrozzini: “Pronome… pronome… pronome…”.
Maestro: “pronome personale, maschi…”.
C: “Maschile e…”.
M: “Sing…”.
C: “Singolare”.
M: “Ora dimmi: cosa è sarei andato”?
C: “Voce del verbo mangiare”.
M: “andare, non mangiare”.
C: “Allora… voce del verbo essere andato”.
M: “Ma no, no!”.
C: “Voce del verbo essere mangiato”.
M: “Ma qui non ci sono cannibali!”.
C: “Ah, ecco” Voce del verbo essere!”.
M: “Ma no… no… no… se vai all’esame ti cacciano fuori a pedate! Oh, poveri noi!”.
C: “Ci sono! Voce del verbo andare”.
M: “Ooh, finalmente! Giusto. E poi?”.
C: “E poi cosa?”.
M: “Che cosa ti credi? Di aver finito di analizzare questo verbo?”.
C: “Ma…”.
M: “E su… modo cond…”.
C: “Ah, già! Bisogna fare tutta quella pappardella?”.
M: “Sicuro!”.
C: “E chi me la fa fare?”.
M: “Bastaaaaa!”.
Non occorre dire che noi altri ridevamo come matti. Ma, come dice il proverbio, un bel gioco dura poco e tutto finì quando il maestro si dichiarò vinto e le cose tornarono come prima. Il meno allegro, si sa, era lo stesso Carrozzini che, prendendo un bel quattro di grammatica, tornò al suo banco sconfortato e avvilito. Come ci rimettono i bambini che non studiano affatto!

Scuola elementare Brignole Sale, Genova, anno 1954-1955. Io sono il primo da sinistra della prima fila in piedi.
A. Gogna, 3aC, scuola elementare Brignole Sale, Genova

Temporale montano (5a elementare)
A Bieno, paese della Valsugana, dove vado in montagna, si scatenano sovente temporali, di pochissima durata, ma potenti.
Al mattino la giornata è bellissima: di solito un sole che spacca le pietre. A mezzogiorno qualche nuvoletta fa capolino dai monti che sovrastano la valle. In breve da quelle poche nuvolette si formano nuvoloni grossissimi. Tutto è ottenebrato. Dal basso della valle viene su una nebbia densissima. Qualche tuono si fa sentire. In un minuto un temporale violentissimo si scatena. I fulmini a volte schiantano alberi: sembra il finimondo. L’acqua inonda le strade. Goccioloni grandissimi bagnano qualunque cosa, muri strade, prati, orti. I contadini fuggitivi raramente trovano scampo. Lo scroscio della pioggia, i tuoni, il sibilare del vento, il guizzare della saetta, il serpeggiare dell’albero formano uno spettacolo bellissimo. Ma dura solo una decina di minuti. Trascorsi questi, la nebbia e le nuvole si dissipano. Il vento smette di ululare. La vita riprende il suo ritmo consueto. Il cielo, che poco prima era tempestoso, ora è placido, azzurro e calmo. Il sole asciuga tutto. La bufera è passata.

Scuola elementare Brignole Sale, Genova, anno 1955-1956. Si distinguono, oltre al maestro Acquarone, Gino Paladini (2o da ds, 2a fila), Alberto Martinelli (1° da sin, 1a fila) Guffanti (3°, 1a fila), Maurizio Galbusera (5°, 1a fila), Mario Tasso (2° da ds, 1a fila), Marco Di Vasta (1° da ds, 1a fila), Gian Filippo Dughera (2° da ds, seduto) e io (3° da ds, seduto)A. Gogna, 4aC, scuola elementare Brignole Sale, Genova

 

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Tra turchi e curdi

Tra turchi e curdi
di Bibiana Ferrari
(il testo in corsivo è mio)

27 luglio 1990. Partenza ore 23, pernottamento in area di parcheggio autostradale a Verona.

28 luglio. Confine a Gorizia ore 9. Circa 25 km prima di Belgrado, ristorantino fuori dell’autostrada, a 5 km (assieme a un’officina di autoriparazioni). Proseguiamo fino a 80 km verso Nis.

29 luglio. Passaggio in Bulgaria, ore 7.30. Thrilling della mancanza del libretto di circolazione, mentre Bibi dorme. Acquisti bulgari dopo Plodniv, con i leva cambiati obbligatoriamente: prugne, miele, melone (cattivo) e pomodori.

Bibi è punta da una vespa sul braccio che tiene fuori dal finestrino. Ore 16, confine turco. Altro thrilling per libretto che, subito dopo, viene ritrovato. Per converso scompaiono 50.000 lire turche (circa 25.000 lire italiane).

A Istanbul c’è una coda bestiale per il traffico domenicale di rientro. Arrivo trionfale al Mocamp Ataköy Camping alle ore 21. C’è una cena di matrimonio, con cantante e balli. Bello.

30 luglio. Ale si sveglia “with traversing coglions”: “Non siamo organizzati!”. Autobus, ricerca barca per Bosforo, conclusasi con clamoroso torto di Ale al riguardo della localizzazione delle barche turistiche. Si ripiega sul bazar coperto. Sgradevole sensazione per discussione su eventuale giornata a Istanbul al ritorno dedicata agli acquisti. Ricerca del ristorante del Topkapi (Konyali Restaurant): non trovato. Siamo finiti al Four Seasons, posto chic per turisti coglions, riempiti come tacchini inglesi, pagato come nababbi. Bus, camping.

Eflatun pinar (Fonte di Platone)
TraTurchiCurdi-1280px-Eflatunpinar

31 luglio. Partenza da Istanbul ore 13, traffico incasinato ma non tanto. Izmit, Adapazari, Bilecik, Eskişehir, Emirdağ, Çay. Deviazione di 4 km per pipì di Bibi. Bettola lokanta ottima, trattamento familiare (18.000 lire T.). Notte in area di sosta vicino ai pioppi.

1 agosto. Partenza più mattiniera del solito e scelta di un bel luogo di sosta, con fonte e vino bianco raffreddato. Discesa a Eflatun pinar (Fonte di Platone), poi Beyşehir (sul lago omonimo, bello). Traversata di più valli, molto belle e boschive, sotto i Tauri occidentali. Discesa al mare per strada faraonica intervallata dalla vecchia stradina. Svolta a est per Alanya, insabbiamento sulla costa, bagno. Sosta al Mocamp a 32 km da Alanya, in località Okurcalar. Allo Yali restaurant mangiato pesce e Sis kebap, più vino bianco e rosso.

2 agosto. Bagnetti ripetuti alla spiaggia del camping. Ale (eroico) fa un tuffo pericolosissimo, troppo alto. Il sole picchia, così alle 14 lasciamo Okurcalar alla volta di Alanya.

Aaarghh! Palazzi di cemento e grandi alberghi ci dirottano subito verso altri lidi. Quelle costruzioni sono uno choc. Qualche km dopo altro bagnetto, merenda con meze, anguria (karpuz), tè turco (çay) e birra. Ristorati, raggiungiamo Gazipaşa dopo aver visitato le rovine di Iotape (tenute malissimo). Il camping di Gazipaşa ha un bel ristorante accanto. Ceniamo, serviti e riveriti da un intraprendente turco poliglotta. Grande incontro di backgammon tra i girasole (per Ale è la prima volta…). La notte sarà… turca, vicino a una famigliola che fa casino fino a oltre mezzanotte.

Antiocheia ad Cragum

Antiocheia ad Cragum, Turchia

 

3 agosto. Trasferimento mattutino sotto a falesia rossa con caverna per metterci il furgone. Accennato qualche passo d’arrampicata ma, visti i risultati, meglio prendere il sole. Provate per la prima volta le pinne. La cosa migliore è sdraiarsi sulla battigia. C’è solo una jeep con due austriaci, due turchi e altre quattro o cinque persone in lontananza. Quando la calura è al massimo ce ne andiamo. Poco dopo siamo a visitare Antiocheia ad Cragum, con tre simpatici bambini che ci fanno da guida. Impressione di abbandono, grande almeno quanto i fasti passati: colonne di granito sparse ovunque, una strada che ha fatto scompiglio di antiche cose. Ina violenza che proviamo solo noi, oggi.

La strada continua con bellissimi su e giù a mezzacosta, tra pini marittimi imponenti oppure bananeti. Acquisto banane. prosecuzione fino a bellissimo luogo 20 km prima di Anamur, bel promontorio, belle spiagge. 45 minuti di pace totale con aperitivo di grignolino. Continuiamo per Anamur e deviamo poi per Ane Mourion, la città vecchia. Grandi vestigia, grande abbandono e annesso tentativo di sfruttamento turistico. Ristoranti e campeggio proprio sotto alle rovine, delle quali a nessuno frega nulla, solo perché c’è il mare. pochi km più in là, appena oltre la fortezza ben conservata di Mamure Kalesi, c’è il campeggio delle tartarughe di mare. Bibi è in canotta verde ed è la più bella di tutte le ragazze.

Uchisar (Cappadocia)

Uchisar (Cappadocia), Turchia , Cappadocia

4 agosto. Notte infernale, le zanzare incominciano appena smettono cicale e grilli. Finiscono le zanzare quando ricominciano grilli e cicale. Alle prime luci, in più, attaccano le mosche. Decidiamo così di lasciare il camping alle 7.30 per cercare un luogo meno “fastidioso” per fare colazione. Inoltre siamo sprovvisti dell’ormai consueto yogurt mattutino. Inizia la nostra anabasi di paese in paese alla ricerca dell’agognata leccornia bianca. Dopo due ore di ricerca (la costa è bella ma non è raggiungibile per via della strada che passa molto in alto) rimediamo finalmente lo yogurt presso un Tesishi Petrol Ofisi (stazione di servizio). Imbandiamo un’allegra tavola accanto a una graziosa caletta con dei turchi che prendono la tintarella. Dopo aver trascorso la mattinata a mollo proseguiamo alla ricerca di nuovi lidi: e che lidi! A Karatepe ci si presenta uno scorcio sul paradiso terrestre, inaspettato visto il tenore delle baie precedenti (dove c’è sabbia raggiungibile ci sono alberghi e appartamenti): un’infilata di tre spiaggione bianche e deserte, lunghe fino a tre km.

Uchisar(Cappadocia)

Uchisar(Cappadocia), Turchia , Cappadocia

Bagno, uva, spostamento a Liman Kalesi. Altro bagno. Spesa a Silifke e telefonata ai genitori. Il progetto di cenare chez nous è abbandonato perché l’incantevole posto dove sostiamo si riempie di turchi rumorosi e grezzi. Al ristorante Ale rimanda indietro il vino e io mi arrabbio. Altra notte d’inferno.

5 agosto. Ale fa (a sua insaputa) l’ultimo bagno: seguiranno momenti di orrore, perché le coste tra Silifke e Mersin sono uno scempio di cemento, nella più totale trascuratezza. Poi, in corrispondenza di Mersin, cominciano anche le industrie. Sulla via per Tarsus, mentre facciamo gasolio, tanto dicono e tanto fanno che ci lavano (in quattro) il furgone. Risaliamo verso Pozanti (dopo inutile ricerca di cambio money). La strada è quella per Ankara, trafficata. Lunch sotto un ponte, come i barboni, mentre un turco pesca con la rete. Verso il Caykavak Pass si respira già un’altra aria, poi Niğde in lontananza. facciamo visita al monastero di Eski Gümüs. Molto suggestivo, con bellissimi affreschi, anche le colonne dipinte. Una visita serena che ci ha fatto per un momento sognare epoche antiche.

Bibi è assai colpita dall’atmosfera del villaggio di Gümüsler, ma è anche colpita da un attacco di insetti cattivissimi. Riprendiamo il viaggio verso la Cappadocia. Dopo Nevşehir ci colpisce il primo impatto con Uchisar, alla luce del tramonto. bel camping a Göreme, con cena casalinga.

6 agosto. Cappadocia eccoci qua! Effettuati lavaggi vari (stoviglie, corpi, indumenti), riempito lo stomaco, partiamo da bravi turisti alla scoperta di luoghi sì famosi. Incontro con i Salvi, nostri amici. Göreme è piena di turisti puzzolenti (nelle varie cappelle c’è un fetore rancido che rende insostenibile la visita. Scalata alla rocca di Uchisar, transito da Ürgüp per raggiungere Avanos e visitarla, comprensivo di un “tunnel della morte” traversato senza pila. Frenesia di partire per Çamardi. No comment. Lokantasi fetida, notte di gelo.

Bibi in mezzo alla famiglia di Cavit Alì e Hassan, Çukurbağ
Cukurbag, Turchia

7 agosto. Siamo a Çukurbağ 1530 m. Le tensioni serotine si ripropongono al risveglio ma, come per incanto, nel bel mezzo dei nostri musi lunghi, compare Hassan, giovane guida turca, che ci propone meravigliosi servigi per raggiungere la vetta del Demir Kazik 3756 m, la cima più alta dell’Ala Dağlar.

E’ quanto, forse, stavamo aspettando. Conosciamo tutta la sua famiglia, Cavit Alì, mogli, nipoti e mamma dai capelli rossi (spettacolo da non perdere). Contrattiamo il prezzo per i tre giorni di gita: 300.000 LT. Tale cifra è da noi formulata come controproposta alle 480.000 LT richieste, perché dopo aver fatto la spesa a Çamardi e aver chiacchierato con altra guida turca abbiamo ritenuto che fosse un prezzo giusto.

Campo sotto Dipizgöl, Aladag

Campo sotto Dipizgöl, Aladag, Turchia

L’accordo è raggiunto: si firma con un buon tè seduti davanti a casa tra i fiori di malva. Il pomeriggio trascorre tra preparativi e scorpacciate di albicocche e ciliegie che posso LIBERAMENTE cogliere dal giardino.

La cena ci viene offerta a casa sua: ottima, ma non abbondante. Integrata poi in furgone con pane, formaggio e cachi.

8 agosto. Colazione turca, poi partenza ore 9, con comitato di saluto al gran completo. Pian piano raggiungiamo Arpalik, un bell’altopiano che ci consente di evitare le gole. Lì, a 2300 m, incontriamo alcune donne nomadi che ci offrono assaggi di yogurt. Una di loro è malata e vorrebbe delle medicine. Un ragazzetto turco si accoda alla nostra carovana di asini e chiacchiera con Hassan. Superiamo un colletto a 2565 m e da lì in breve siamo a Tekepinar 2540 m, dove una bella sorgente ci invita a fare sosta per il pranzo. Attorno alla pozza cresce una profumata mentuccia che raccolgo, mentre un’aquila ci volteggia sopra. A Dipiz Göl 2860 m altro campo nomade, dove “ordiniamo” yogurt e formaggio per la cena. I pastori si divertono con i binocoli di Ale.

Kuçuk Göl
Kukuc Gol, Aladag, Turchia

Facciamo campo a Kuçuk Göl 2960 m, accanto a una tenda di tedeschi. Tentiamo con disgusto di mangiare una minestra liofilizzata. La notte è molto fredda e Hassan si irrigidisce.

9 agosto. Partenza ore 7.30. Ho mal di pancia. Giunti a un colle a 3190 m (quello tra il Demir Kazik e il Kuçuk Demir Kazik), con Ale attacchiamo la cresta nord, un’arrampicata assai panoramica, faticosa ma non atletica. Troviamo qualche vecchio chiodo e su quelli messi da Ale faccio pratica di schiodatura. Grossa delusione quando credo di essere quasi in punta e invece ci tocca calarci per 55 m da un pinnacolo farabutto. Siamo in vetta a 3756 m alle 15.30. La discesa è per la via normale: inizialmente impegnativa poi, raggiunto un colle a 3400 m, divertente perché si scende per lunghissimi ghiaioni. Alle 19.30 arriviamo a Kayacik 2780 m, dove incontriamo quattro tedeschi dell’Est, al cospetto di alcune belle stelle cadenti. Hassan ci aveva preparato il campo.

In vetta al Demir Kazir
In vetta al DEmirkazir (Aladag), Turchia

10 agosto. Via dal campo per le 10, poi giunti a un ristoro (Trekking Traveller 2030 m) ci concediamo un’aranciata. Scendendo ancora ci ritroviamo a pianificare i giorni futuri.

Ultimi km in moto, dopo il “centro” di Çukurbağ. A casa di Cavit Alì tutto regolare nelle operazioni di paga e di sganciamento, assai facili. La moglie di Alì (il fratello maggiore di Hassan) si lascia sfuggire una lacrima quando partiamo.

Per una strada secondaria (Içmeli, Doğanli, Edikli e Orhanli) arriviamo a Derinkuyu: anche se probabilmente abbiamo perso tempo perché in realtà era quasi un “fuoristrada”, specialmente la discesa su Derinkuyu. Qui visitiamo la città sotterranea (otto piani) assieme a tre o quattro dozzine di turisti vocianti.

Al tramonto ritorniamo a Göreme, nel camping precedente. Doccia e cena in un ristorante di fronte. Bibi, famelica, paga tutto nella notte con urgenti scariche al bagno.

11 agosto. Lasciamo Göreme verso le 12 alla volta di Malatya, via Develi (piana di sabbia), Tufanbeyli, Göksun, Elbistan e Yeşilyurt. Cerco di comprare un giornale straniero, ma senza successo. Ci consoliamo con 1,3 kg di miele che successivamente si rovescerà dietro il sedile di Ale. Le strade segnate in giallo sulla carta sono in cattive condizioni, capitano spesso lunghi tratti di sterrato non annunciati dalla carta e più volte vaghiamo per i paesi (20, 30 case) senza capire qual è il proseguimento della nostra strada.

Siamo a Malatya alle 20. Con l’aiuto della fedele guida turistica raggiungiamo un hotel dal quale posso telefonare a casa. La mamma di mia cognata mi mette in agitazione con l’Iraq che ha invaso il Kuwait. Ceniamo in un lussuoso locale al sesto piano di un edificio in centro città. Notte al Petrol-opisi di fianco a una strada fantasma. Ma la cagarella è passata.

12 agosto. Deliziosa (ma letale per Ale) colazione a un tea garden stile notturno.

Il lago di Van ci attende. Quattro ore più tardi incomincerà il malessere di Ale, mentre attraversiamo Elāziğ, Muş, Tatvan. Siamo ormai sulla riva meridionale del Lago di Van (Van Gölü). Sosta camping a Gevas. Cena chez nous con miliardi di moscerini.

Timar (Lago di Van)
Timar (Lago di Van), Turchia

13 agosto. Giornata monotona, con turismo a Van e sosta in un tea garden merdoso. Visita ai bazar, acquisto di verdure per la cena. Poi camping umido Anatholia. Ale sta ancora male ed è antipatico. Io piango, telefono e bevo birra.

14 agosto. Ultimi lavaggi prima di partire per l’Ovest. Giretto a van dove compro gli orecchini che avevo visto il giorno prima. La gola mi fa comprare una pizza turca buonissima. E’ il lahmacun (che in arabo significa impasto con carne), un sottile strato di pasta ricoperto di carne macinata piccante, pomodoro, e altri ingredienti. Viene solitamente cotto in un forno a legna e servito con insalata e limone. Qui si trattava di una variante al formaggio. Poi bagno sulle rive del lago a circa 50 km da Van, dove siamo circondati da ragazzini curiosi. Uno di loro è a cavallo e Ale ci salirà sopra per fare una foto. Lasciato l’enorme distesa del lago, a Tutak il furgone fa le bizze e alcuni locali ci aiutano a ripartire. Una bella strada ci porta fino ad Ağri seguendo il mitico fiume Eufrate. Baracchini vendono dei grossi pesci. Giungiamo a Erzurum alle 21, ceniamo in un lussuoso ristorante, poi notte alla solita catena di camping.

15 agosto. Visita di Erzurum, percepiamo venti di guerra. Proseguiamo ugualmente verso ovest, Aşkale, Tercan, Pülümür, Tunceli, qualche pezzo di strada davvero pessimo. A Tunceli siamo controllati dalla polizia. Sono preoccupata per la guerra e discuto con Ale che però se ne frega.

Parete e spigolo est del Kukkul Kadigi (Munzur)

Parete est del Kukkul Kadigi (Munzur), Turchia

Percorriamo la pista per Ovacik che attraversa una regione con vedute bellissime. Dei militari idioti ci fermano poco dopo, ma riusciamo a passare. la nostra meta sono le montagne del gruppo del Munzur, un parco nazionale (Munzur Vadisi Milli Parkı). Ovacik è un luogo assurdo (10.000 abitanti) a stragrande maggioranza curda (lo scopriremo più avanti). Tentativo di telefonata a casa e incontro con Cemal. La polizia locale ci trattiene a lungo, vogliono sapere che ci facciamo lì. Una specie di Fuga di Mezzanotte edulcorata, mentre in modo sempre più evidente Cemal mi fa una corte sfacciata. Ci offrono dei pasticcini mentre ci ritirano i passaporti: semplice, se vogliamo salire in montagna al Munzur, ci devono trattenere i passaporti. Accettiamo.

A. Gogna nella 1a ascensione dello spigolo est del Kulkul Kadigi (Munzur)
A. Gogna in 1a ascensione spigolo est del Kulkul Kadigi (Munzur), Turchia

16 agosto. Preparativi, altro tentativo di telefonata (più che altro per saperne di più sull’Irak e la possibile guerra), poi trasferimento al paesino un centinaio di metri più alto. Mentre contrattiamo il prezzo dell’asino e riforniamo d’acqua il furgone Volkswagen, mig turchi sfrecciano sulle nostre teste. Ora finalmente anche Ale è perplesso. Facciamo una trattativa per arrivare a 75 dollari, se non non partiamo. Così a decidere sarà Allah…

Arriviamo a 75 dollari, si parte. Ci addentriamo subito nella valle Kirkmerdiven. Pediluvio.La valle poi diventa a U e con questa mutazione diventa anche torrida. Presto, dopo due belle cascate sulla destra, si arriva ai due salti rocciosi che danno il nome. L’asino recalcitra, ma non abbiamo sufficiente esperienza per capire se è un pacco d’asino. Dopo il risalto ripido dovrebbe esserci una fonte, che infatti troviamo con grande piacere. Caldo bestiale, ma bel ristoro. Traversiamo verso est e saliamo a un imprevisto campo di pastori che ci accolgono con bella ospitalità. C’era anche una donna che faceva la nurse ad Antalya. Tè, formaggio, pane. Belli pieni riprendiamo la salita a un colle 2640 m che superiamo con la luce ormai grigiastra. Ci si apre la valle stupenda a settentrione. Scendiamo a una conca e da lì risaliamo al campo dei pastori dove si sa esserci lo “zio” di Cemal. Capiamo subito d’essere al posto giusto con le persone giuste. Ci offrono subito tè, formaggio, seggioline da pastore e lanterna. Cuciniamo le nostre misere cose che mangiamo assieme alle loro, dando forse l’impressione d’essere dei maiali. Bibi ha subìto un primo “attacco” alla fonte, poi un secondo durante la cena. Basta che mi allontani un attimo ed è “dichiarazione” appassionata.

17 agosto. Colazione curda con panna, formaggio e burro + barrette Enervit. Pieni di buon cibo attraversiamo la valle per raggiungere il ghiaione sotto alla parete che vogliamo salire. Cemal, stile camoscio, ci lascia dopo poco per saltellare qua e là sulle rocce circostanti con i binocoli di Ale.

In vetta al Kulkul Kadigi (Munzur)
In vetta al Kulkul Kadigi (Munzur), Turchia

Siamo al laghetto alla base della parete est del Kulkul Gadigi 3080 m, circa 270 metri di roccia verticale. Nessuno l’ha mai salita. Un tiepido sole ci scalda mentre Ale attacca. Tutto procede bene, su passi anche impegnativi. Solo in alto, il sole scompare e ho una breve crisi di nervi per il freddo e la stanchezza. Alle 16.30 siamo in cima. La discesa non è delle più facili. Il “fedele” Cemal, infreddolito, ci aspetta agli zaini. Alle 19, stanchi ma felici, rientriamo alle tende, dove lo “zio” ha preparato zuppa di patate.

Segue cena curda a base di latticini e congratulazioni per lo spettacolo che abbiamo offerto. mentre le chiacchiere con Cemal si riducono alla problematica per il suo passaporto. Non che non ci rattristino le vicende di un curdo in terra di Turchia, ma l’uomo è un po’ insistente, anche al di là delle avances a Bibi. Peccato, perché la chiacchierata con lo “zio” avrebbe potuto essere ancora più intensa. Un uomo che era stato in Germania, che ne ha passate di tutti i colori, e che ritiene quella terra più ospitale della turca…

Assieme ci scoliamo mezza bottiglia di raki (la mattina dopo vedremo la stessa bottiglia ormai vuota). Il sonno mette termine alle ciance. Il cane non abbaia più come la sera prima: vuole dire che forse l’orso si è allontanato.

18 agosto. Mattinata di foto di gruppo. Lo “zio” è sempre più gentile e simpatico. Colazione alla pastora, alla grande. All’ultimo momento decidiamo di non ripassare dal sentiero dell’andata. Due bimbe ci accompagnano un pezzo e chiedono a Bibi perché non ci fermiamo ancora due giorni.

Superato un passo verso sud-est a 2750 m, discesa breve e risalita ad altro colle a 2750 m, subito dopo il quale si scende a un bell’acquitrino. Dopo si apre una conca aperta, sulla quale Cemal ci dice che pascolano 16.000 pecore (ma non ci credo). Ci sono tantissime tende. Inaspettata risalita di altri 250 metri fino a un passo a 2810 m. In discesa, nel caldo ormai infernale, verso il villaggio di partenza.

Foto ricordo con i pastori curdi del campo del Munzur. Cemal è alla mia sinistra, lo “zio” è alla destra di Bibi
Con i curdi al campo del Munzur, Turchia

Ormai Cemal sente la preda sfuggirgli e ci propone la visita alle sorgenti del Munzur: ma noi, dopo aver pagato l’asino, partiamo come da programma. Recuperati i passaporti, per festeggiare beviamo assieme a lui una birra con melone e anguria. A questo punto lo paghiamo, non vedendo l’ora di liberarci di lui perché la sua insistenza in tutti i sensi è in aumento, se possibile.

Una tartaruga ci attraversa la strada mentre da Ovacik ci dirigiamo verso Hozat e poi verso Pertek. La temperatura dell’acqua del furgone sale inspiegabilmente, ma per fortuna resta un episodio isolato.

Buon pesce in attesa del traghetto che ci porta a traversare lo stretto lago di Keban Baraji, quindi in breve a Elāziğ. Pochi km dopo, sosta a un distributore, dove Bibi riesce finalmente a sentire i suoi per telefono.

19 agosto. Malatya – Kayseri – Kirşehir – Kirikkale – Ankara. A parte il giallo della lancetta della temperatura dell’acqua (evitabile aggiungendone un po’ la mattina), nulla di rilevante in questo tappone di quasi 800 km. Colazione a un Tessisleri, quello dove pregano subito a est di Malatya. 20 km prima di Ankara, bel campeggio con bel ristorante. Siamo abbastanza stanchi.

20 agosto. Partenza per Ankara, poi, prima di Bolu, a Gerede, sosta per cercare le sediole di legno viste e usate nel soggiorno dallo “zio”. Al loro posto troviamo alcuni oggetti in rame, che Bibi compra. E’ allucinante il cambio alla banca: dopo un estenuante controllo, i Traveller Cheques di Bibi non sono accettati. La sensazione che Gerede abbia visto poco turismo è concreta. sarà anche una bella cittadina, ma non se ne fanno nulla dei Traveller Cheques e non hanno sedili curdi di legno. Anche la ricerca a Bolu è infruttuosa. Due gendarmi cercano a tutti i costi di comminarci una qualche multa. Arriviamo al campeggio di Ataköy (Istanbul) alle 20. Cena al ristorante.

Campo a sud-est del Colle 2750 m, Munzur

Campo a sud est del Colle 2750 m, Munzur, Turchia

21 agosto. Ansia di compere. Taxi fino ad Hagia Sophia, dove ci uniamo a un altro milione di turisti per visitarla. Negozietto per camicie, espadrillas nuove (e dolorose) per Ale. Giornale. Da lì salita verso il bazar e sosta in un buffo bar-cimitero dove, probabilmente, mi avvelenano. Finalmente il bazar è nostro. Ale “incontra” un samovar che più tardi acquisterà per 822 dollari da uno strano rigattiere che si mangia le parole. Io mi butto su un tappeto grazie allo charme di un signore sulla sessantina che ci accoglie nel suo negozio. Sfoggia foto di celebrità italiane sue ospiti (Giulio Andreotti). Sfiniti ma appagati ci concediamo un’ottima cenetta al Divan.

22 agosto. Il mio fisico oggi ha un crollo. Mi sveglio con l’ormai consueto corri-corri, ma intuisco che sarà peggio del solito. Riordinato il furgone, andiamo in piscina. Alle 16.30, dopo aver atteso invano una talpa che scavava sotto il furgone, lasciamo l’Ataköy per andare a comprare un braccialetto che avevo visto ieri al bazar. Il tempo peggiora e la mia salute anche. Ho la febbre. Aeroporto per comprare il giornale, poi via verso la frontiera bulgara che oltrepassiamo verso le 0.30 in mezzo a centinaia di turchi che stanno facendo ritorno in Germania. Troviamo una carta di circolazione jugoslava per terra. Notte in un campo di tabacco.

23 agosto. Ale si sveglia ben prima di me e guadagna un bel po’ di strada verso Sophia. Colazione sotto a un ponte. Tentativo di shopping nella capitale, più che altro per spendere i leva che ci hanno rifilato all’ingresso. Non si può comprare nulla, neppure l’acqua minerale, neppure il gasolio, se non con code chilometriche di persone che si creano e si disfano in pochi minuti, quando non c’è più nulla da vendere. Una realtà sconcertante: begli edifici, gente in ordine, pulita, negozi vuoti. Impressione di una disperata e desolante mancanza del minimo indispensabile. Anche per il pane code spaventose di gente incazzata: non facevamo a tempo a inserirci che pane non ce n’era più… L’ortolano oggi vende solo peperoni. In compenso ci sono sardine in scatola e uno strano merluzzo secco. Con le pive nel sacco e con i nostri leva per nulla intaccati (non li si può ricambiare in uscita…) lasciamo Sophia. Poco prima del confine con la Jugoslavia, Ale nota un uomo che a lato della strada vende bottiglie di vino. Ci precipitiamo a comprare una decina di bottiglie, quel tanto che basta a spendere tutti i leva e lasciando anche un po’ di mancia.

Bibi a Istanbul

Istanbul, Turchia

Il viaggio per la Jugoslavia è tormentato da fiumi di vetture turche dai tetti straripanti di merce. Ale decide di fermarsi in un posto qualunque prima di cena a Belgrado. Poi sosta di qualche ora in un campo.

24 agosto. Mi sveglio e Ale sta guidando. E’ da cinque ore che è al volante, dice che così ha evitato una buona parte di turchi. Siamo dopo Zagabria e sono le 7.30. Decidiamo di evitare l’autostrada in Slovenia per Lubiana (abbiamo sentito di grande tensione tra Slovenia e Serbia) e scegliamo un altro itinerario che ci porta in Istria. Da Fiume prendiamo un altro percorso secondario che ci porta a Umag, sul Mare Adriatico. Bagno, ricerca del camping e… aragosta. Un’altra vorace mangiata di pesce, forse un po’ cara. Ma abbiamo fatto male i conti, all’uscita del ristorante non abbiamo neppure i soldi per un gelato.

25 agosto. Ancora a Umag, mare e dolce far niente. Abbiamo attinto dalle ultime riserve nel nostro nascondiglio di soldi in furgone: con l’ultimo ristorante serale siamo ora completamente puliti. Meno male che abbiamo il serbatoio pieno di gasolio.

26 agosto. Alla frontiera ci viene in mente di consegnare ai doganieri la carta di circolazione trovata in Bulgaria. I militari guardano chi è il proprietario, che risulta essere uno di Niš, cioè serbo. Al che, con un sorriso, prendono il documento e lo gettano nella spazzatura. Nel primo pomeriggio siamo a casa, a Milano.

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Climbing girls 22

Alizee Dufraisse tenta La Rambla 9a+/5.15a, febbraio-marzo 2014

 

Angelika Rainer sulla via “total dry” Kamasutra D13+ a Bus del Quai, Iseo, novembre 2014


Angie Scarth-Johnson (nove anni nel maggio 2014) chiude
Zona 30 (8b ) a Margalef, Spagna. E’ stato il suo secondo 8b: il primo, novembre 2013, è stato Swingline, Red River Gorge, USA

 

Daila Ojeda si trasferisce dalla Spagna in Francia, ottobre 2015

 

Daila Ojeda tra Canarie e Sud della Spagna, 2013

 

Daila Ojeda su Zoo, 5,12a, Mt.Seonun Rock Soksal

 

Daila Oljeda su Rollito Sharma, 8b+, 2011

 

Federica Mingolla in pochi giorni sale la famosa e bellissima Tom et je ris, 8b+, nelle Gorge du Verdon, 2015

 

Nell’estate 2015 Federica Mingolla aveva un progetto preciso in mente: il gendarme di granito rosso di Digital Crack, sulla cresta dei Cosmiques all’Aiguille du Midi, il più alto 8a d’Europa. Per arrivarci, però, ha scelto una strada più lunga ma anche più bella: partire da Punta Helbronner alla scoperta dell’arrampicata sui Satelliti del Monte Bianco, prima di puntare gli sci verso la Cresta dei Cosmiques.

 

Federica Mingolla, l’arrampicata si fa rock star con i Tiromancino. La climber torinese è protagonista nel video della canzone Piccoli miracoli dei Tiromancino. Monte Guadagnolo, 2016

 

Daila Ojeda, Alizée Dufraisse e Olivia Hsu nel 2014 hanno viaggiato per l’Europa, tra arrampicata e yoga

 

Stella Marchisio libera Pandora, 7c bloc a Mombracco, Valle Po, Cuneo. La linea è stata individuata dal 3 volte campione del mondo di specialità boulder Christian Core. Video dello stesso Christian Core.

 

Sasha DiGiulian su Pure imagination, 5.14d/9a, Chocolate Factory, Red River Gorge, Kentucky, USA, 2011

 

Sasha DiGiulian su Pure imagination, 5.14d/9a, Chocolate Factory, Red River Gorge, Kentucky, USA, 2011

ClimbingGirls-22-SashaDiGiulian-PureImagination-Chocolate Factory in the Red River Gorge, Kentucky

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Consuntivo alpinistico 1963

Consuntivo alpinistico 1963
(dal mio diario)

31 dicembre 1963. Il mio scopo di tutto l’anno è stato quello di essere un alpinista. Questa parola di per sé non vuole dire niente, se ne è fatto abuso in tanti modi. Ecco le mie vedute in proposito:

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Praticamente presento l’alpinista come un personaggio utopistico, ma a me non importa. Questo è l’ideale, e l’ideale non sempre si può raggiungere.

E ora ripassiamo un po’ le attività.

Attività spirituale. Io amo la Montagna. Essa è lo scopo del mio vivere, lo sento dentro di me. L’alpinismo spirituale per me è una meta già raggiunta.

Attività contemplativa. Spesso ho pensato che la Terra per me non sarebbe nulla se di colpo scomparisse la Montagna. Quest’anno ho potuto ammirare la sua forza e la sua imponenza soprattutto in Svizzera e di fronte alla parete settentrionale del Marguareis. Ho visto la Sua grazia sui vari e facili roccioni su cui mi sono allenato, la Sua debolezza, quando con cuore amareggiato ho visto la Sua distruzione con opere artificiali, come al Sass Pordoi, ho conosciuto la Sua tremenda ostilità in alcune ascensioni alpinistiche. Ma in qualunque aspetto essa si sia presentata per me è sempre stata bella.

Attività pratica. Non mi posso dire del tutto soddisfatto, specialmente per ciò che riguarda l’estate. Ho fatto il turista (Svizzera, provincia di Cuneo), il campeggiatore (Svizzera), il camminatore (Appennino Ligure, tutte le altre piccole gite solitarie in Liguria come in Trentino), il rocciatore (Campaniletto di Sestri, Pietragrande, Pietralunga, Roda del Diavolo, Torre Finestra, Torri del Sella, Catinaccio, Cresta settentrionale di Pietralunga e le aride esercitazioni nelle altre palestre), lo speleologo (Grotta N. 12 Li), il ghiacciatore (Canalone dei Genovesi al Marguareis, Ghiacciai del Loetschenpass). Negli ultimi giorni dell’anno ho anche mosso i primi passi come discesista e spero di imparare presto a sciare.

Attività esplorativo-scientifica. Questo settore è stato da me trascurato, non di proposito ma neppure per cause non dipendenti dalla mia volontà. Ho potuto solo condurre alcune osservazioni atmosferiche in provincia di Genova e in Val di Fassa, però quasi senza conclusioni pratiche.
La mia passione per le carte geografiche invece non ha subito arresti, avendo continuato a comprare carte e guide alpinistiche. Ho approfondito senz’altro la mia conoscenza morfologica di alcune delle valli del Cuneese, di alcuni gruppi delle Alpi Bernesi, delle Dolomiti Orientali, del Monte Rosa e dell’Appennino Ligure-Genovese.

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In conclusione:
attività spirituale, ottima:
attività contemplativa, ottima;
attività pratico-tecnica, non soddisfacente;
attività esplorativo-scientifica, scarsa.

Ho avuto poi una flessione nel settore “records”, Quello di altezza non è stato migliorato, il numero dei rifugi visti nel 1963 è stato 44 rispetto al 64 del 1962. Il numero di monti è stato di 55, rispetto al 72 del 1962. Il numero dei passi è stato 23, rispetto al 25 del 1962.