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Avventura è

Sono accovacciato in cima ai 3222 metri del Blanc Giuir (Gran Paradiso) e cerco di ripararmi a malapena dal vento che da circa tre ore mi inti­rizzisce. Poco lontano da me, anche lui chiuso in freddolosa me­ditazione, Popi ha reclinato il capo sullo zaino e a occhi chiusi attende che il sipario di nebbia e a tratti di nevischio si dis­solva per poter scorgere la grandiosa barriera di montagne a poca distanza da noi.

Siamo saliti fin quassù con gli sci, l’ultimo tratto a piedi, per fotografare una delle vedute più emozionanti, ma ora temiamo di aver perso il nostro tempo, di dover tornare. Quando si lavora occorre rispettare dei tempi e dei costi: sem­bra che il Blanc Giuir ci costerà caro, per questo non molliamo la presa e aspet­tiamo anche oltre il ragionevole.

Salendo al Blanc Giuir in una giornata diversa dalla nostra
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Ben presto una sensazione fastidiosa si fa largo, ci sembra che quest’attesa non ci faccia imparare niente, lontani da una sere­nità irraggiungibile. È proprio il momento più brutto di tutte le avventure, la fatica. Fatica di pensare, di salire, di aspettare, di ricominciare da capo.

Avventura è fatica, fantasia, incognita e un pizzico di competi­zione.

Il vocabolario recita che avventura è “avvenimento di solito strano, unico o singolare” e, per estensione, “impresa che attrae anche se rischiosa”. Molte altre definizioni le son state date, a tal punto da autorizzarci a ritenere che il concetto di avventura sia mutevole non solo nello spazio ma anche nel tempo.

Inoltre “avventura”, come tutto ciò che è soggettivo o vissuto dall’individuo, assume toni e sfumature diverse per ciascuno di noi. Però si può concordare che, sempre e per chiunque, avventura si possa tradurre in esperienza.

C’è chi sostiene che avventura è uscire dalle tracce, trovare nuovi sentieri: quindi avere intuizioni, lavorare molto di fanta­sia per vedere dietro l’angolo, ol­tre le azioni e gli oggetti consueti, senza però dimenticarsene. Dobbiamo sa­per sognare ad occhi aperti senza perdere di vista la realtà.

Nella ricerca del nuovo spesso invece si rincorrono i record ad ogni costo, in affannosa selezione o minuziosa ragioneria dell’intentato. La contabilità, l’amministrazione e i computer tendono a sminuire l’aspetto umano. È l’esage­razione, quasi la mitizzazione di un aspetto particolare dell’avventura. Se si per­dono di vista gli aspetti generali, minimizzando il soggettivo e l’umano e con­centrandosi esclusivamente sugli aspetti tecnici, si abdica a favore di un’attività sterile.

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L’atteggiamento verso l’avventura dei “giovani esploratori” sof­fre di velato mili­tarismo: le squadre di adolescenti e bambini inventano giochi bellissimi, intes­suti di quello spirito d’avven­tura che, così genuino e necessario a quell’età, costringerebbe l’adulto a rinunciare a molta della sua fantasia individuale, con esiti che potrebbero sfiorare il ridicolo.

Uscire dalle tracce è sicuramente eccitante ma non bisogna dimenticare la modestia: spesso si crede di fare qualcosa di nuovo che, con un po’ di do­cumentazione, si sarebbe rivelato subito già conosciuto, già praticato.

Infine, nella ricerca ossessiva della novità, si finisce per es­sere molto più inte­ressati a ciò che gli altri possono dire della nostra avventura, e quindi in defini­tiva alla loro considerazione maggiore o minore, che non all’apertura delle no­stre porte inte­riori a tutto ciò che di positivo può insinuarsi in noi per con­sentirci un’esperienza vera.

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L’avventura è senza dubbio al di sopra della storia e della cro­naca: ci può es­sere, e grande, anche se nessuno la registra, la tramanda o la esalta. Ci può essere anche piccola, chiusa nel no­stro intimo.

C’è chi identifica l’avventura con il pericolo che è insito nell’incognita; siamo sommersi da produzioni letterarie, da fu­metti, da film e da trasmissioni televi­sive che esibiscono il pe­ricolo come spettacolo. Si pretende, a volte con suc­cesso, di vendere allo spettatore in poltrona un’avventura che lo ecciti. Ma emozioni di questo tipo possono essere solo superficiali e i­nutili perché non lasciano alcuna traccia in profondità. In defi­nitiva nello spettatore cedono presto il posto a indifferenza e noia; il protagonista subirà invece frustrazione e squili­brio.

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La morbosa e generale attenzione al pericolo come ingrediente principale è un preoccupante sintomo di povertà dell’avventura stessa. Quando la comuni­cazione tra uomo e natura si riduce, i contenuti di un’impresa seguono la stes­sa sorte: pericolo e com­petizione assumono un’importanza esagerata.

La competizione vera e propria infatti è la baldanzosa maschera di un’avven­tura a volte inesistente: le gare si possono fare sol­tanto in un’ambiente ormai addomesticato, dove la natura non può dirci nulla perché neppure le prestiamo attenzione. Una gara au­tomobilistica tanto è ricca di competizione e pericolo, tanto è povera di avventura. È ora di far chiarezza sulla differenza tra avven­tura e rischio, troppi scribacchini e troppi uomini di comu­nicazione hanno rica­mato a loro piacimento.

Limitarsi a vedere l’azione sotto la luce della competizione ci porta ad un con­sumo ripetitivo: è senza senso volersi spingere sempre più lontano in relazione agli altri, perché ci sarà sempre qualcuno che andrà più lontano di noi e con lui anche una parte di noi stessi si allontanerà dal nostro essere.

Sforziamoci di imparare a vivere l’avventura per noi stessi, sen­za raffrontarci ad altri. Il nostro vissuto è un’esperienza unica e ci appartiene, ma è altrettanto vero che le nostre esperienze ci arricchiscono solo se le viviamo nella giusta disposizione d’animo: non possiamo gettare via delle occasioni così belle.

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A seconda delle nostre possibilità, ma soprattutto a seconda della nostra disponibilità, una semplice passeggiata nei boschi può diventare la grande Esperienza della nostra vita.

Uno squarcio, seguito da un altro, ci si apre davanti, ormai son­necchianti e scossi da brividi. Ma dovremo tornare ugualmente, questa è la decisione di un Gran Paradiso che in tutto il giorno non abbiamo visto, di una Becca di Gay imbronciata e di un livido Becco Meridionale della Tribolazione che si è conces­so per pochi frenetici secondi.

Se noi eravamo saliti nel candore di vaste distese di neve prima­verile, Marco e Franco sono tornati molto più avanti in stagione, quando le nevi ormai disciolte hanno rivelato giganteschi rovinii di blocchi e sassi: al di sopra, le pareti rossa­stre della grande muraglia del versante meridionale del Gran Paradiso sono lì al sole, proprio davanti. Forse anche loro, immobili da tempi geolo­gici, si chie­dono cosa siamo venuti a cercare: ma creste così brillanti e nitide, slanci di rocce così trionfali, colori di montagna così serale ed estiva, possono darsi la nostra stessa risposta?

“Oggi tutti parlano di avventura. Avventura è una parola presente ormai in ogni discorso. Effettivamente le si attribuiscono troppi significati, spesso perdendo di vista quello vero (Walter Bonatti)

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A un amico, Paolo Armando

A un amico, Paolo Armando
di Gian Piero Motti
(pubblicato su Rivista mensile del CAI, settembre 1971)

 

Io non ho mai visto la parete nord del Mont Gruetta: la immagino una parete tetra, forse un po’ opprimente, indubbiamente bella. Simile forse alla Nord delle Grandes Jorasses: ecco sì, mi hanno detto che ricorda molto la parete nord delle Grandes Jorasses.

So che molti hanno tentato di salire questa parete, nomi famosi, uomini di grande valore. Ma tutti hanno fallito: forse la cattiva qualità della roccia, forse le cadute di pietre, chissà, un bel giorno vedrò anch’io quella parete.

Ora so soltanto che quella parete ha ucciso Paolo Armando. Lo ha ucciso, perché penso che Paolo non sarebbe mai volato in arrampicata, difficilmente avrebbe commesso un errore: era bravo, molto bravo, sicuro e soprattutto molto intelligente.

Una parete lo ha ucciso, come ha ucciso Gervasutti, Comici, Couzy e tanti altri, bravi, fortissimi, che mai sarebbero volati.

Perché sai che un giorno questo gioco così bello potrebbe anche finire.

Premiazione a Paolo Armando, Terrazza Martini, Genova, 18 gennaio 1968

Premiazione a P. Armando. 18.01.1968, Terrazza Martini, Genova.

 

 

Me ne parlò un giorno, mi disse che sicuramente era un grosso problema; ci soffrì parecchio quando seppe che Gogna e Cerruti avevano attaccato la parete, la scorsa estate: quella è gente che non scherza, il “suo” problema sicuramente era in pericolo. Ma non fu così.

È strano come dopo la salita invernale della Nord-est del Badile, Paolo avesse raggiunto una forma di alpinismo più matura, più pacata, più serena. Sempre ad altissimo livello, ma senza quell’accanimento, senza quella sorta di rabbia che caratterizza un buon numero di alpinisti, tesi disperatamente a far collezione di salite.

Aveva fatto molte salite, il più delle volte in compagnia di Silvana Bellini, brillante compagna di cordata, all’altezza di ogni situazione. Arrampicava per divertirsi, per godere la montagna. «I motivi che mi spingono verso l’alpinismo sono l’amicizia, l’avventura e la contemplazione»: con questa frase soleva concludere una conferenza che aveva preparato negli ultimi mesi della sua vita.

E chi si aspettava da Paolo una conferenza ricca di polemiche, di sarcasmi, chi attendeva una serie di diapositive allucinanti scattate su per gli strapiombi e placche immani, si era sbagliato. Vedemmo sì gli strapiombi, i passaggi estremi, ma soprattutto vedemmo l’anima vera di Armando, scoprimmo finalmente tutta la sua sensibilità: i paesaggi invernali, i fiori, i volti degli amici, gli alberi, il limpido sorriso di Silvana e quel suo viso un po’ incomprensibile, quel suo aspetto da intellettuale un po’ in bolletta.

Strana, brutta estate è stata quella. Estrema variabilità del tempo: bello in genere al mattino, temporali violenti e intensi verso sera. Ogni giorno così. Si aspettano uno, due, tre giorni, poi si pensa che sicuramente il tempo migliorerà: sperare è umano. Una notte bellissima, una meravigliosa stellata, ecco finalmente il tempo è bello.

Veloci salgono la parete, la parte più difficile, più rischiosa, è vinta. Ma improvvisamente mutano le condizioni del tempo, sono su un grande pendio di neve e devono bivaccare, lui e Andrea Cenerini, ancora una volta insieme, come in tante altre salite.

Nella notte il maltempo si scatena, ormai per domani non vi è nulla da fare, bisogna scendere, ritornare con tante corde doppie, bagnati, fradici. Ma non è la prima volta che succede, certo ora al disgusto si unisce anche la delusione.

Paolo è sceso e aspetta Andrea su un piccolo terrazzo. Scende Andrea. Cosa sia successo non lo sapremo mai, sicuramente cede l’ancoraggio della doppia: è un attimo. Andrea precipita, forse Paolo tenta di trattenerlo e viene travolto, forse era autoassicurato alla doppia, forse lo stesso Andrea lo ha travolto… forse… Li hanno trovati alla terminale, quattrocento metri più in basso. Una tragedia rivissuta in un attimo.

Lunga e bella è la valle che scende dal Badile fino alle case di Bagni di Màsino: non l’avevo mai vista e ora mi entusiasma, alterna paesaggi severi e grandiosi ad angoli di intima e delicata bellezza. Forse saranno le luci del crepuscolo, anche il tempo è bellissimo, ma tutto mi sembra più bello: oggi è stata una giornata felice, abbiamo salito la Nord-est del Badile, Vincenzo Pasquali e io, rincorrendoci a ogni lunghezza di corda; eravamo in forma, siamo giunti in vetta quasi senza accorgercene. Bellissima è stata l’arrampicata, mai estrema, sempre molto elegante: sovente il nostro pensiero è tornato ai giorni dell’invernale, abbiamo capito quale doveva essere il loro procedere, le difficoltà enormi incontrate, abbiamo avuto una prova del valore degli amici.

Bagni di Màsino, una sera come tante, poca gente, pace, silenzio. Un albergo con molte persone eleganti che ci guardano un po’ di traverso: siamo sporchi, stanchi, forse puzziamo di sudore.

Un foglio di giornale, una fotografia, una notizia su tre colonne. Questo basta a dire che un uomo ha concluso la sua vita, questo è bastato a farci capire che l’architetto Paolo Armando era morto sul ghiacciaio del Triolet, dopo un volo di quattrocento metri.

Innumerevoli volte ci trovammo in montagna insieme e insieme compimmo anche alcune salite. Come sempre succede, la macchina dei ricordi si mette in movimento solo quando una persona non c’è più ed è difficile fermarla: i ricordi vengono isolati, ingigantiti, poche frasi divengono un aneddoto, un romanzo, di una vita si fa un mito. Ma io non voglio questo, non voglio deformare la personalità di Paolo, dicendo di lui tutto il bene possibile ed esaltando tutte le sue doti. Io voglio ricordare Paolo così come era, come siamo noi, con dei difetti e delle qualità.

… Ti ricordi quella sera d’inverno davanti alla “piola” di Pinerolo? C’eravamo proprio tutti quella sera, avevamo trascorso una bella giornata insieme alla Sbarua, ad arrampicare. Cantavamo, ci sfottevamo a vicenda, eravamo un po’ su di giri, forse anche per qualche bicchiere di troppo. Poi tu prendesti il maglione a mo’ di muleta e cominciasti a fare il matador con le macchine che scendevano dalla statale del Sestrière…

… E quella sera alla sede del CAI in via Barbaroux? Eravamo i soliti, le solite discussioni sul chiodo, sulla staffa, sul grado in più o in meno; il solito Carlaccio che balzava da un lato all’altro della sala, afferrando chiunque con mosse da lottatore e scaricando una valanga di insulti e di improperi. Poi all’improvviso entraste tu e Silvana, sembravate piuttosto felici e, certo, lo eravate: vi eravate sposati da una settimana.

I vostri abiti erano un po’ anticonformisti: un paio di logori e sdrusciti pantaloni di tela, dei sandali aperti, una camicia che ben si accordava ai pantaloni… Non c’era da stupirsi, d’altronde ti ho sempre visto con la stessa giacca per tanti anni, detestavi gli atteggiamenti cosiddetti “borghesi” e anche le tue idee politiche erano tese al marxismo, con una punta di anarchismo.

Regnava l’allegria quella sera. Poi tutti assieme scendemmo in piazza Castello, come sempre, e, fra una battuta e l’altra, cominciammo ad arrampicarci su per i pilastri dei portici, fra gli sguardi attoniti dei passanti. Su, Gian Carlo Grassi, tu, io, Mike Kosterlitz, al primo, al secondo piano, finché temendo un intervento delle forze dell’ordine, preferimmo… fare la bandiera sulle paline dei segnali stradali…

… Ti ricordi quella volta che stavi tentando di aprire una via nuova sulle placche gialle alla Sbarua? Da più di un’ora stavi cercando di chiodare un’enorme lama staccata strapiombante, ma da un po’ eri fermo e non riuscivi a salire. Ammettilo, via, stavi “trovando un po’ lungo”. E noi tutti radunati a guardare il “papa” prossimo al momento della sconfitta.

La parete nord del Mont Gruetta. A destra, la parete nord dell’Aiguille de Leschaux
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E allora, certo ti ricorderai, Silvio ti gridò: «In Dülfer, Paolo, attaccati in Dülfer!». La tua risposta non la posso trascrivere…

… Un giorno decidesti di andare a ripetere la via di Appiano allo Sperone Rivero in Sbarua e ti fidasti della relazione tecnica riportata sulla mia guida. Non sapevi però che l’ultima lunghezza di corda ti avrebbe riservato delle sorprese: quando la guida fu pubblicata la via non era ancora stata terminata, ma spiaceva lasciare una lacuna. Allora Appiano mi promise di concludere al più presto la via e giudicò così, “ad estimo”, il tratto mancante: A1 e IV.

Si sa che non tutte le promesse vengono mantenute… arrivasti all’ultimo chiodo a pressione e poi, diamine!, la relazione diceva A1 e IV! Mi disse poi Fredino Marengo che fu una delle poche volte che ti vide bandare senza remissione, solo tu sai come riuscisti a uscire da quella fessura orizzontale.

Ma la tua vendetta fu terribile, a lungo ci tormentasti con polemiche e insinuazioni maligne…

Memorabile fu la polemica della “Fissure Brown”. Scusa, ma ne devo proprio parlare. Un giorno tu e Gianluigi Lanfranchi, il Puméla, andaste per ripetere la via Brown sulla parete ovest dell’Aiguille de la Blaitière: avevi già superato la celebre “Fissure Brown”, pare utilizzando i numerosi cunei infissi, e poi, non si sa bene perché, ritornasti indietro. Destino volle che alcuni giorni dopo tre amici torinesi andassero per ripetere la stessa via alla Blaitière: gente forte, allenata, eppure, prova e riprova, nessuno di loro riuscì a superare la fessura. In tutta la spaccatura non si vedeva un solo cuneo, eppure avevano detto che c’erano! I tre tornarono piuttosto avviliti al campeggio e tu, qui, desti inizio al tuo show, insinuando con arti assai sottili che i tre non erano passati perché, è chiaro… non erano in grado di passare!

Dio mio, come si trascinò e come degenerò la cosa! Un po’ di colpa va anche attribuita a tutto l’ambiente torinese che sobillava assai le due fazioni, riuscendo così a divertirsi alle spalle degli interessati. Furono persino scritte poesie, furono composte canzoncine, sempre sul tema della “Fissure Brown”! Qualcuno insinuò persino che i cunei li avevi tolti tu, scendendo, e forse non si poteva dargli torto, data la tua fama di inesorabile schiodatore in palestra e in montagna…

Potrei continuare a lungo, ma non farei che rivivere fatti e sensazioni che forse solo per me hanno un significato. Devo però parlare di Paolo Armando come alpinista, poiché la sua attività merita un discorso a parte.

Ho sempre ammirato in lui il perfetto arrampicatore in salita artificiale: ultimamente, però, Paolo mi disse che si era stancato dell’artificiale, che questo tipo di progressione portava a un controsenso, a un annullamento dei veri valori etici dell’alpinismo, a un ammorbidimento del coraggio e della grinta dell’alpinista. Condividevo in pieno le sue idee: solo nell’arrampicata libera resta l’avventura, quindi cerchiamo di spingere ai massimi livelli il modo più normale di arrampicare.

Fedele ai suoi criteri, Paolo cercò di perfezionarsi al massimo nell’arrampicata libera: progrediva con estrema sicurezza, chiodava pochissimo e mai dava l’impressione di essere impegnato. D’altronde i tempi eccezionali in cui ha salito alcune fra le vie più difficili delle Alpi (non per niente lo si identificava con il “Gruppo Sorpassa e Travolgi”), dimostrano le sue capacità veramente fuori del comune.

L’elenco delle salite compiute da Armando è impressionante: si può dire che annoveri tutte le vie più belle e difficili delle Dolomiti, un gran numero di salite di estrema difficoltà nel gruppo del Bianco, prime ascensioni, prime invernali. Basterà citare la Nord-est del Badile in prima salita invernale, la Nord del Cervino, la parete ovest dell’Aiguille Noire, la Nord delle Grandes Jorasses, il diedro Philipp alla Civetta… Un’attività alpinistica completa e imponente, che lo aveva fatto membro prima del Gruppo Alta Montagna di Torino e poi socio del Club Alpino Accademico Italiano. Scherzosamente, come sempre, diceva di essere membro del Gruppo Basse Colline e… dell’Epidemico Italiano…

Gian Piero Motti sullo Strapiombo Rosso di Traversella. Foto: Vincenzo Pasquali
Gian Piero Motti, sullo Strapiombo Rosso di Traversella, foto: V. Pasquali

 

I suoi compagni di cordata?

Alessandro Gogna, con cui aveva formato una delle cordate più forti d’Europa, Ettore Pagani, Fredino Marengo, Silvio Sandri, Ilio Pivano, Silvana Bellini e Andrea Cenerini.

La parete nord delle Grandes Jorasses lo aveva profondamente deluso: si attendeva da essa un’avventura intensa, completa, un impegno totale. Perché per tutti la Nord delle Jorasses ha un fascino particolare, a tutti ha qualcosa da dire.

Invece vide sulla parete cordate e cordate di gente assolutamente impreparata, non all’altezza delle difficoltà della salita. Così lo sperone ne risultava violentato, superchiodato, imbrigliato da corde e cordini. No, non era quella la Walker che aveva sognato.

Hai lasciato un vuoto, lo stesso vuoto che scopro il giovedì sera aprendo la porta del CAI, lo stesso vuoto che ho letto sul volto di Ilio, di Fredino, di tutti. Perché, anche se ogni tanto ci “beccavi”, anche se ogni tanto ti divertivi a creare la polemica, ebbene, eri una spinta, uno stimolo, una presenza.

Dicono che noi alpinisti siamo strani di carattere, che sovente cambiamo di umore con la facilità con cui il vento muta di direzione durante la giornata.

È proprio così.

Tutti si divertono, regna l’allegria e la spensieratezza e tu, all’improvviso non ridi più, non appartieni più a quell’ambiente.

«Che cos’hai?» ti chiedono. «Nulla» rispondi, d’altronde non si potrebbe spiegare.

Ma certo, è la consapevolezza della bellezza e dell’inutilità di questo gioco, certo è il chiedersi se veramente ne valga la pena, dove porterà questo gioco, che sempre di più ti prende la mano.

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Climbing Chaps 08

Giordania, Wadi Rum, Barrah canyon: Muhammad Hammad (la più forte guida giordana) prepara il lunch (24 aprile 2013)

Giordania (Jourdan), Wadi Rum, Barrah canyon, Muhammad Hammad prepara il lunch

Tommy Caldwell sulla Dawn Wall, El Capitan

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Tommy Caldwell sulla L15 della Dawn Wall, El Capitan. Photo: Brett Lowell
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Tim Emmett su Wolverine a Helmcken-falls
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Luca Lauretano su Rampage (8a), Varazze. Foto: Alex Torresan
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Klemen Bećan. Foto: Anja Bećan
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Giuseppe Popi Miotti e Stefano Michelazzi alla Parete di Sanìco, 20 marzo 2016
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David Lama sulla parete terminale del Cerro Torre, via Maestri 1970
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Chris Sharma nei primi tentativi su La Dura Dura, 9b+, Oliana (Spagna)Chris Sharma working a project at oleana he believes will be 5.15d or harder.

Carlo Giuliberti su Hard sun (8b+), Kompanj, Croazia
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Tommy Caldwell sulla L16 della Down Wall (El Capitan), di notte, per avere un po’ di fresco
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Tommy Caldwell (a sn) e Kevin Jorgeson fanno pratica sulla Dawn Wall (2010). Foto: Jimmy Chin
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Angelo Contessi a Bohuslän (7b), Svezia. Foto: Kuuti Hekkila
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Storia dell’arrampicata romana – 3

Storia dell’arrampicata romana – 3 (3-4)
di Luca Bevilacqua
(già pubblicato nel 2010 da climbing pills)

Nel filo del mio racconto, vale la pena riportare anche testimonianze altrui.

Intermezzo 2
La testimonianza di Emiliano Emilio Giuffrida
Una delle immagini più indelebili delle mie prime arrampicate è stata la prima volta a Sperlonga; era l’inverno ’84/’85, con l’ultima uscita del corso di roccia.
Di Sperlonga, rimasta a lungo segreta, si vociferavano le vie estreme e la roccia dura da scalare con appigli piccolissimi.

Andrea Di Bari su Reggae per Maometto, Sperlonga
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Non a caso ci si andava verso la fine del corso di roccia, dopo essere stati al Morra, Leano, Gaeta, e quando la maggior parte degli allievi era ormai più scafatella.
Comunque la vera novità per questa falesia era la prima comparsa degli spit, impensabili in altri posti per l’odio, o quanto meno la perplessità, che avrebbero suscitato negli ambienti alpinistici.
E sì perché allora, anche in falesia, vigevano regole alpinistiche che vedevano relegato al solo uso dei chiodi o dei nut il compito di protezione e il termine falesia stesso ancora non era entrato nel mondo dell’arrampicata che usava ancora la dizione: palestra di roccia.

Pensare all’uso dei chiodi a pressione per tentare la salita in libera era precluso; al più si poteva pensare di salire in artificiale ma la roccia andava rispettata.
Di attrezzare la via dall’alto neanche a parlarne. Ma forse, semplicemente, nessuno ancora ci aveva pensato.
A Sperlonga linee luccicanti di spit si distinguevano sopra le placche compattissime di roccia grigia che, mai prima di allora, avrebbero potuto essere salite.
E a Sperlonga qualcuno le saliva.
Sì, perché Sperlonga era il regno di quelli forti, di Stefano, Andrea, dei fratelli Delisi, di Furio Pennisi, dei Vermi, insomma era il posto dove andavano quelli che facevano il settimo grado; il mitico settimo grado di Reinhold Messner, quel grado che per tanto tempo la comunità alpinistica europea aveva fatto fatica ad accettare.

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Insomma era il massimo.
Potete ben immaginare la mia emozione al cospetto di cotanta grandezza che di lì a poco avrei iniziato a conoscere e a frequentare con assiduità.
Giunti alla base della parete il corso si fermò sotto uno degli avancorpi, lì c’erano le vie più abbordabili; vie che comunque sfioravano tutte il sesto grado.
Fino allora avevo arrampicato solo da secondo di cordata, ma non mi ero mai appeso.
Mi chiedevo se ce l’avrei fatta anche questa volta.
Addirittura a Leano ero stato capace di fare in continuità senza appendermi la via Arruginante, una vecchia via in artificiale che credo oggi sia valutata 6a, e il giudizio del mio istruttore fu: ragazzo molto atletico!

I primi metri della prima via furono abbastanza semplici, credo si trattasse di Camelot o Ginevra, ora non so bene, poi un passaggetto m’impegnò al massimo e ricordo, distintamente, la prima comparsa dell’acido lattico negli avambracci, presenza con la quale in seguito avrei imparato a familiarizzare.
In ogni modo riuscii a non appendermi neanche quella volta. In realtà la motivazione di tanta persistente tenacia nel non cadere era che arrampicavo accanto a una biondina di cui non ricordo il nome, e mai avrei dovuto svaccare in quella situazione.
Il secondo tiro fu Re Artù e qui la cosa si fece seria.
Mi ricordo la partenza durissima in cui, di lì a poco, ci avrei messo tutta la forza di dita che avevo e che iniziava scemare rapidamente, malgrado gli allenamenti infra-settimanali sugli stipiti di casa.
A parte tutto andò bene pure quella volta e non mi appesi.

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La via successiva, ci dissero, si chiamava Messico e nuvole, una via alla fascia superiore di quinto grado con un tetto finale, e per arrivarci era necessario passare sotto il “Paretone”, la parete del “Chiromante”.
Fino allora tutte le vie che avevo visto arrivavano al massimo al sesto grado ed io non avevo mai visto una via di settimo grado.
Sapevo che su quella parete ce n’erano alcune ed ero folgorato dall’idea che di lì a poco anche io avrei finalmente visto com’era fatta una via di settimo grado.
L’evento non si fece attendere.
Appena giunti presso un albero dove lasciammo gli zaini, nel punto più basso della parete del Chiromante, guardai in alto verso quella distesa di roccia grigia e rimasi intontito.
Subito sopra di me, presso un tettino di roccia, c’erano appesi due tizi: il primo stava a gambe larghe e faceva sicura subito sotto il tetto; l’altro, incurante della calura, era appeso subito sopra. Tutt’e due avevano la fascia nei capelli stile californiano.
Chiesi subito a un istruttore qual era il nome della via, ma soprattutto era il grado che volevo sapere.
La risposta fu: Serena alienazione, 6b.
Cioè settimo grado, faccio io? Sì, settimo grado.

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Una lunga pausa di riflessione che mi parve durare un’infinità mi portò poco a poco a valutare che i due tizi là sopra, allora erano proprio forti.
Non solo: il fatto di stare appesi con l’imbrago agli spit, insomma di riposarcisi sopra, li rendeva ai miei occhi ancora più forti.
E sì quelli erano proprio due tizi forti.
Dovevo assolutamente entrare a far parte della cerchia di quelli forti.
Non so perché ma ormai mi sentivo irrimediabilmente avvinto da questa nuova dimensione e dovevo fare di tutto per entrare a farne parte.
Qualche tempo dopo l’occasione mi venne offerta su un piatto d’argento una volta che Stefano, cioè quello più forte di tutti, e che già aveva salito l’ottavo grado, mi chiese se volevo arrampicare con lui.
Stefano l’avevo conosciuto una volta che a Ciampino si mise a piovere, e mi portò, assieme al mitico Giraffone, sul ponte della Casilina a far traversi.
Mi ricordo che mi parlò di una via durissima che stava provando: Baby Snake, e il grado era 7c.
La mia adesione alla prospettiva di arrampicare insieme fu immediata, e con fare opportunistico scaricai all’istante il tizio con il quale avrei dovuto arrampicare.
Credo che non me l’abbia mai perdonata, ma l’occasione era irrinunciabile.
Mi ricordo che facemmo, con infiniti resting da parte mia, Il mago di Oz, poi Flippaut e Kajagogo e Vermi in fuga. Insomma mi ricordo una giornata di acciaiate speciali in cui, per la prima volta, salivo su quei gradi.
Da allora i due tizi iniziarono a rivolgermi la parola.
Uno si chiamava Luca ed era soprannominato Bibo, l’altro si chiamava Maurizio ed era soprannominato Er Tozzo.
Bibo e Er Tozzo andavano a scuola insieme, arrampicavano sempre insieme, e anche se avevano iniziato a rivolgermi la parola una cosa per loro non era chiara: non riuscivano ancora a spiegarsi come avessi fatto io, fresco fresco di corso di roccia, ad aver già arrampicato una volta col mitico Finocchi.
Ma ci si dovettero abituare presto perché la cosa avvenne con una certa frequenza.
Col tempo, superate le iniziali diffidenze, diventammo buoni amici e i nostri incontri, che avvenivano puntualmente ogni domenica alle 8.00 al bar di Eur Fermi, per andare a Sperlonga, ci portarono, ancora oggi, ad arrampicare un’infinità di volte insieme.
Ma il vero salto di qualità, la nuova disposizione mentale che si affacciava nelle nostre vite, saldata alle nostre inquietudini di adolescenti un po’ ribelli, era quella che di lì a poco ci avrebbe visti proiettati ogni estate, prima mentalmente, poi sul serio, sulle falesie di mezza Europa, ancora mezzo imberbi e, soprattutto, senza un soldo in tasca…

Capitolo 12
Emilio scrive che quando da sotto ci ha visto la prima volta, a me e al Tozzo, su Serena alienazione (era esattamente il 10 febbraio 1985), ha pensato che fossimo due arrampicatori molto forti.
Eh già.
Come mi sono ritrovato, senza accorgermene, fra quelli “forti”?

L’attacco del secondo tiro di Ritorno di Paperoga, 6a+
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La cosa oggi fa sorridere. Era la prima volta che affrontavo, da primo e senza conoscerla, una via di 6b… E ci feci ben 4 resting (tutto è meticolosamente registrato sul mio quadernino).
Pensa, se oggi vai in una falesia qualsiasi, vedi uno che fa 4 resting su un 6b: non ti verrebbe mai di pensare che si tratta di un arrampicatore di alto livello.
Per la verità neanche io mi ritenevo tale. Però a un certo punto, in quei mesi, mi sono guardato intorno, e mi sono chiesto: ma quanta gente vedo che viene a Sperlonga e affronta un 6b da primo? La risposta era: quei 10-15 (i nomi che più o meno ho fatto fin qui), quelli che erano poi il mio modello, il mio riferimento irraggiungibile, e basta. Una cerchia alquanto ristretta.
Sono molto legato affettivamente, per averne fatto parte, alla Scuola “Paolo Consiglio” del CAI di Roma. Per questo posso dire con grande serenità e obiettività, senza alcuna malevolenza, che fra gli istruttori in attività non avevo visto nessuno andare a fare da capocordata Serena alienazione o Peek-à-bou, o Idefix. Il livello dei migliori era sul VI grado (5c, scala sperlonghiana di allora!), e la media era sul V/V+. Dunque, pensavo (con la presunzione dei miei diciotto anni): “caspita, io arrampico già meglio di quelli che insegnano ad arrampicare… ”
Ma non era tanto questo a farmi credere di esser diventato “forte”.
Dicevo di Serena alienazione. Ripartiamo da qui. Due settimane, dopo torno a Sperlonga con Maurizio e affrontiamo la salita integrale del Ritorno di Paperoga (Paperoga era un soprannome affibbiato per qualche tempo ad Andrea). Avevo fatto a dicembre, da secondo con Ignazio, metà del primo tiro: fin sotto allo strapiombetto (fermandoci cioè prima del passo chiave). Proseguo e faccio a vista il seguito. Poi recupero il Tozzo e salgo, sempre a vista, il secondo tiro (magnifico!).
Paperoga era data 6b- (oggi 6a+). Stefano ci ha visti da poco lontano (stava, credo, su Blues per Allah).
La sera, dal Mozzarellaro:
Stefano: “Eravate voi sul Ritorno di Paperoga?”
Smilzo: “Sì, una bellissima via, veramente”.
Stefano: “Bene. E come è andata?” (che vorrebbe dire: “come l’hai fatta?”)
Smilzo: “Sono contento: sono riuscito a fare a vista tutta la via!”
Stefano: “Caspita, bravo!”
Poche battute, ma di quelle che ti ricordi. Stefano, in quel momento il più forte di tutti, che mi dice “bravo”…

Andrea Di Bari su Baby Snake, 7a, Sperlonga. Foto: Luca Solari
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Cresce la convinzione, e se possibile, la motivazione. Un mese più tardi, e siamo al 24 marzo, torno su Serena alienazione e la salgo in libera. Wow! Sono entrato nel giro! Non a caso quello stesso giorno arrampico per la prima volta con Andrea: mi porta a fare La mistica giraffa (dedicata al “Giraffone” Angelo). Il grado del secondo tiro è 6c. Mi appendo (sono da secondo), ma capisco la sequenza, e – come si direbbe oggi – i movimenti mi vengono.
Ormai anche con Stefano siamo amici: un giorno in cui il cielo è nero e le pareti son tutte bagnate, mi porta, con Antonio Stazio, ad arrampicare in un settore strapiombante che sta chiodando per i giorni di pioggia: ha deciso di chiamarlo, ironicamente, L’ojo del sol… Provo una via con dei movimenti durissimi, e quasi non mi muovo: Dark, 7a+.
Quello è grosso modo, in questa fase, il grado-top dalle nostre parti. Le vie di riferimento sono, in tutto, non più di quattro o cinque: Kajagogo 7a, Blues per Allah 7a+, Baby snake 7a+, Polvere di Stelle 7b, Reggae per Maometto (probabile 7a+/7b, che però Stefano non riesce a liberare…).
Ad aprile metto le mani su Kajagogo: tira Ignazio e io vado dietro. La trovo durissima. Arrivo dopo vari resting al passaggio chiave: la famosa (o famigerata) goccetta per un dito. Il dito è l’indice, che va messo di punta nella goccia, e poi ci appoggi sopra (alla punta dell’indice) il pollice e il medio. Alzi i piedi su due cose infime, e blocchi. Questa è la teoria, che Ignazio mi ha spiegato ben bene. Ma la pratica è impossibile. Il passaggio non mi viene.
Nel frattempo ho fatto amicizia con un amico di Ignazio: Massimo. Ci guardiamo di sbieco, fra curiosità e sospetto. Ecco, penso: ecco uno che sta precisamente al mio livello… Uhm… Un potenziale rivale. Però è proprio con lui che nascerà un’amicizia fortissima.
Nei mesi seguenti devo pensare un po’ agli esami di maturità. E poi c’è una ragazza nella mia classe, Valeria, con due tette strepitose (riferimento culturale del tempo: Carmen Russo). Valeria, capisco dopo vari mesi di chiacchiere, è interessata a me. Anche se ho preso la patente, continuo a usare soprattutto la vespa. Quando ci porto Valeria sento la punta dei suoi seni contro la mia schiena.
Che roba da brividi.
Roba complicata. Da dove cominciare? Con un bacio? E poi se lei mi chiede di continuare? Non ho alcuna esperienza e mi vergogno all’idea di risultare imbranato…

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E poi dovrei mettermici insieme. Però non mi convince: non mi piace abbastanza. Ci sono le tette, sì… Ma dopo? Non conosco i movimenti. L’on-sight mi sembra preclusa a priori (termine che apprendo dallo studio di Kant).
Così Valeria si rivolge a qualcun altro. Io resto vergine e imbranato. Durante l’anno ho studiato un cazzo, e mi becco il mio bel 40/60 alla maturità. Sogno di fare il 7a. Però mi piace anche la montagna.
Non sono mai stato al Gran Sasso. Per questo mi faccio trascinare da Medioverme e Gaston (Roberto e Giuseppe Barberi) in un posto assurdo, con un’esposizione da stringere il culo. Questa è l’apertura di Ombromanto, al Pizzo d’Intermesoli: un’esperienza che rimarrà, per me, unica. Nel vero senso della parola.

Ed ecco un’altra chicca: il racconto autobiografico degli esordi di Medioverme (personaggio già più volte nominato). Da Roma a Sperlonga, alle Dolomiti, a Finale. Dall’alpinismo “cacio e pepe” all’alpinismo “con i controcazzi” e all’arrampicata sportiva.

 

 

 

Intermezzo 3
(di Roberto Medioverme Barberi)

La preistoria
Maggio 1978, Monte Morra, è la mia prima uscita ufficiale in una “Palestra di Roccia”, durante il mio ultimo anno di scuole elementari.

Bouldering d’epoca al masso dei Caminetti
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Bisogna però sottolineare che eravamo già da tempo dediti alla pratica del bouldering – solo non sapevamo che si chiamasse così – praticata ovunque, ma specialmente in Dolomiti l’estate, e anche alla pratica del freeclimbing, dove ci impegnavamo a percorrere rotpunkt (in libera, senza cadere o appendersi, locuzione tedesca inventata da Kurt Albert e poi divenuta d’uso comune…) delle vie multipitch, ovvero “facevamo le ferrate senza attaccarci alla corda di metallo”, e usando il cordino (8 mm legato in vita) solo come assicurazione.
Tornando al Morra, devo dire che sì, ero bimbo, ma andammo con gente di grande esperienza e responsabilità, dei ragazzi veramente forti, e grandi, che frequentavano già gli ultimi anni del liceo.
A quei tempi nelle palestre di roccia non esistevano gli spit, e i chiodi a pressione erano buoni per l’artificiale. L’abbigliamento “tecnico”, ovvero più sofisticato dei pantaloni “al ginocchio” anche detti “alla zuava”, era costituito da preziosissime tute da ginnastica, di quelle azzurre o blu, con due righette bianche laterali, tute rigorosamente mooolto usate a scuola. Le scarpe in voga erano le Superga, ma ovviamente arrivarono in tempi successivi. Imbragatura, neanche a parlarne, sicura rigorosamente “a spalla”.
Gli attori di quella Prima Giornata erano i seguenti: noi, ovvero noi tre fratelli, mio padre e mia madre; la famiglia di Luca (due fratelli, madre e padre) e Maurizio (Tacchi).
La giornata si svolse grossomodo come segue (mamme escluse): dopo un bel riscaldamento sulla variante della Rampa (II) e sulla Lapide (II) ci siamo avventurati sulla Bambi (III) e sulla Boscaiolo (III); non un granché, ma comunque tutto slegati, su vie alte fino a 25 m. Dopo andammo alla fascia inferiore, passando quindi sotto le vie di grido del Morra in quel periodo, la Gatto (V), la Marco (IV+), le due fessure (V-), la Silvio Alta (VI e A1), la Silvio Bassa (VI-), la Zapparoli (III, 1 passo IV-, 70 m, la più lunga del Morra), la Dado (V+, 60 m la più bella del Morra) e raggiungemmo la Lopriore (45 m IV+) che era la nostra meta. Armati di una corda da 40 metri, e un cordino da 8 m del diametro di 9 mm, ci apprestammo, in otto persone, a salire la via.
Ovviamente il risultato fu una progressione un tantino macchinosa e, apparentemente, non proprio fedele ai manuali, né di oggi, né di allora.
Di fatto avvenne che, mentre alcuni componenti erano impegnati nel superamento del tiro centrale della via, ovvero del tratto chiave, passò di lì un famoso personaggio (di allora), tale Pierangelo, istruttore alla Scuola del CAI, che osò mostrare la sua disapprovazione al metodo ai nostri capicordata e ai nostri genitori, ma il suo più grande errore fu, nel fare ciò, di vantarsi del suo curriculum. La reazione fu prontissima, manifestata in forma di insulti ed epiteti vari.
Passato che fu questo increscioso episodio, un po’ annoiati dalla lentezza della progressione, non sapendo cosa fare al terrazzo di sosta, con mio fratello cominciammo un po’ di saliscendi, slegati ovviamente, sull’ultimo tiro, che alla fine ci portarono all’uscita della via.
Scampati a questa prima giornata, dopo un po’ di volte che ci accompagnò mio padre, cominciammo ad andare ad arrampicare al Morra con i nuovi amici. Ai tempi possedere un’auto non era una cosa scontata, e molti di noi non avevano 18 anni. Vito fu, allora, una grande risorsa e un grande amico, Pierluigi un grande esempio di bravura e disponibilità (sì sì, Vito e Pierluigi sono proprio Vito Plumari (il Vecchiaccio) e Pierluigi Bini).

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La preistoria II – i personaggi
Il bello del Morra era che ci si conosceva tutti. Negli ultimi anni ’70, chi scalava prima o poi lo incontravi al Morra, qualunque grado facesse. E essere forti voleva dire fare il V e VI grado.
Luca lo conoscevamo da una vita, Maurizio divenne nostro amico, e lì conoscemmo anche Marco (Forcatura). Loro erano i più giovani, a loro modo ribelli, già in disaccordo con la scuola del CAI, per questo venimmo “educati” (ma accettavamo di buon grado) a far sberleffi agli istruttori della scuola. Gli istruttori, tuttavia, non è che fossero particolarmente offesi da tre o quattro ragazzini.
Nel giro di poco tempo conoscemmo Paolo (Abbate), incontrato sul Fessurone, e incontrammo anche altri tre ragazzi che venivano ad arrampicare con una Simca 1000 bianca con sopra un adesivo del Don Guanella.
Non so più chi e neanche perché, ma qualcuno disse “ma il Don Guanella non è quello dove ce stanno matti?” e così quei tre ragazzi divennero automaticamente I Matti. Erano Andrea Di Bari, Roberto Ciato e Bruno Vitale, che conoscemmo meglio solo qualche anno dopo: loro abitavano dall’altra parte di Roma e noi, autobus muniti, già viaggiavamo per arrivare alla Formula 1 a San Lorenzo (non so se vi rendete conto cosa voglia dire attraversare Roma in autobus la sera, con i mezzi che staccano a mezzanotte).
Fu in quei tempi che conoscemmo Pierluigi e molti dei suoi amici, Vito il Vecchiaccio, Angelo Monti, Giampaolo Picone (detto “un uomo chiamato cavallo” per la passione per la corsa, oppure “agonia” per la magrezza accentuata dopo alcuni incidenti in montagna), Andrea Gulli e tanti altri.
La nostra passione era andare in montagna, e il nostro sogno di allora era la Nord-ovest del Civetta. Il pane che alimentava i nostri sogni erano i libri custoditi nella biblioteca del CAI di Roma.

 

Civetta, parete NW
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Così si arrampicava di conseguenza, seguendo le orme dei nuovi forti, ovvero di Pierluigi Bini che sembra avesse arrampicato con gente tipo Manolo e Mariacher, che però non sapevamo neanche chi fossero, solo che salivano e scendevano per le Dolomiti “a piacere”. Seguendo loro, cominciammo a macinare chilometri di vie slegati.
Ma qualcosa anche sulla libera si muoveva, e già il Morra aveva le sue vie culto in questo stile, vecchie vie di artificiale da salire in libera: la Silvio Alta, il Nicchione, la 3G, il Pulpito… ma non eravamo così assidui a scalare in questo stile.
Non parliamo poi dell’allenamento, delle conoscenze in merito e delle strutture disponibili per allenarsi. Senza macchina il ponte della Casilina era off-limits. Già passare dai piegamenti a terra alle trazioni fu una scoperta, così come scoprire che rimanendo sospesi su una tacca, si acciaiavano gli avambracci… eh sì, scoprimmo che le braccia e gli avambracci in particolare erano il nodo della questione, e che le dita erano fondamentali, come le gomme dell’automobile. Ma i primi libri sull’allenamento in arrampicata sono di molti anni dopo.
L’appuntamento del venerdì sera al CAI era assodato, si andava e si incontrava qualcuno, sempre. Lì, nel gruppo dell’ESCAI (in verità escursionisti da strapazzo, che guardavamo con una certa superiorità) conoscemmo Stefano Finocchi, con il quale diventammo subito amici, Luca Bucciarelli, Luca Mazoleni, Alessandra Bonifazi e tanti altri. E la sera si telefonava, spesso a Vito, e ci si dava appuntamento per il Morra. Niente mail, niente telefonino.
Con il tempo arrivarono la corda, le Superga, l’imbracatura, chiodi e martello e una nuova invenzione, i primi dadi. Le prime scarpette che misi ai piedi erano un paio di EB n° 35 di Susanna (la sorella grande di Stefano Finocchi) con le quali scalai nell’estate del 1981; le mie prime Asolo arrivarono l’anno ancora seguente.
Dalla Preistoria all’età del “ferro” – ovvero come qualcuno si rese conto che esisteva l’arrampicata sportiva
I primi anni ’80 furono, per molti di noi, gli anni dei primi viaggi in Dolomiti da arrampicatori.

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In verità dovrei ricordare, personalmente, la prima uscita al Circeo, nel ’79, a primavera. Le vie in auge allora erano il Pilastro Zoppo e la Via del Tetto. A settembre arrivò la prima uscita arrampicatoria al Gran Sasso, per certi versi simile alla prima del Morra: Aquilotti ‘75 e, poi, via Bonacossa alla 1a spalla con variante Shranzer-Bolatti (slegati), Cima Corno Piccolo e discesa slegati dalla cresta Chiaraviglio.
Il primo viaggio in Dolomiti arrivò, per me e mio fratello, nel 1981 (compivo 15 anni), con partenza rigorosamente in autobus strapieno del pomeriggio (A.T.A.C.) da casa alla stazione Termini; appuntamento con, udite udite, Stefano Finocchi, quindi treno (Italicus, il nome vi ricorderà qualcosa) Roma-Belluno (con una persona che appena partiti da Roma ci fa “scusate”, abbassa tutte le tapparelle dello scompartimento e tira fuori la pistola, per togliere caricatore e riporla, un attimo di smaltita); poi pullman Belluno-Masarè (checcazzo ci arrivi a fare ad Alleghe che poi devi tornare indietro), carico degli zaini sulla teleferica (credo fosse l’ultimo anno o il penultimo della gestione di Livio) e, così per sgranchirsi le gambe, iperdirettissima Masarè-Rif. Tissi.
Quell’anno scoprimmo tante cose, in primo luogo che senza una corretta alimentazione non vai da nessuna parte. Colpo di sole (mio), herpes a go-go, che per il povero Stefano degenerò in stomatite. Ma riuscimmo pur sempre a fare qualche via, anche se sulla Carlesso alla Valgrande la libera non la pensavamo proprio.
Il 1982 in Dolomiti lo salto, mi rimandarono al liceo e non andai a scalare l’estate. Il 1983, fu l’anno del Philipp, ma fu anche l’anno dell’incidente a Stefano Finocchi e Luca Bucciarelli, sempre sul Philipp, con notte in parete e 300 m di cavo il giorno dopo, e della pietrata sul piede che Andrea di Bari si tirò sullo zoccolo della Andrich a Punta Civetta.

 

 

Il settore di parete in cui sale la via Philipp-Flamm, aperta nel 1957 e considerata per anni una delle più impegnative delle Alpi e rimasta tutt’oggi una salita di prestigio
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Raccontare nel dettaglio porterebbe a divagare, basti dire che io e mio fratello, liberi da impegni, partimmo presto e prendemmo gli ultimi 12 giorni di un anticiclone piazzato lì, fermo da quasi un mese; così, quando arrivarono gli altri, noi avevamo fatto tutto quello che ci interessava. Gli altri arrivarono dopo 10 giorni, in tempo per una debita (e lecita) rosicata soprattutto quando presero i bentornati (dai contadini e allevatori) temporali estivi.
Tutto ciò per dire della nostra deriva verso la montagna, principalmente, e la distanza dall’arrampicata libera come si intende oggi.
Ma in falesia qualcosa si stava spostando, già in quegli anni, anche se in modo incerto, verso la ricerca della difficoltà. Cominciavamo a spostarci verso sud, nell’Agro Pontino, verso Leano, che aveva vie più continue e difficili – se percorse in libera – del Morra, e anche verso posti come i “Massi delle Fate” e “il Carciofo”. Al Carciofo c’era un passaggio riportato, in foto, sulla guida Helzapoppin, dove era ritratto Massimo Frezzotti, e nella didascalia c’era scritto VII grado. Andammo, ma era troppo facile, lo facemmo subito, scartando quindi l’ipotesi che fosse veramente VII.
Invece c’era un passaggio che non riuscivamo a fare ai Massi delle Fate, poi un giorno passò Franco Perlotto e lo fece con una mano in tasca. Ecco, Perlotto era forte, lui si teneva. Ma qualcosa evidentemente non andava, perché, visto lui, il passaggio lo facemmo anche noi subito dopo.
A Pasqua 1982 venne organizzato un raduno di arrampicatori nel Lazio, e scese nuovamente Perlotto, allora in Italia una delle figure più “in” del momento, lui aveva visto Yosemite e aveva riportato qualche goccia del verbo del freeclimbing. In quei giorni salì, in libera, la via di Ferrante a Leano (a Torre Elena), quella a destra del Povero Elia, dichiarando difficoltà sicure di VII grado. Ovviamente ci catapultammo subito, dopo pochi giorni, a farla. Lì scoprimmo definitivamente la grande differenza che passa tra andare da primi (Maurizio Tacchi nell’occasione sul tiro duro) e da secondi (io e mio fratello) Riuscimmo a fare i movimenti, noi da secondi e molto meno a vista (concetto ignoto al tempo) meglio di Maurizio, da primo e su chiodi normali o a pressione e a vista, che su un passo usò una staffa per arrivare al chiodo dopo. Ma la libera, quella vera, non tardò, e c’era margine (e grazie, ci allenavamo già, mica pettinavamo le bambole).
Un’altra visita da ricordare, un giorno a Leano, fu quella di Luca Ferraris, amico e coetaneo di Giovanni Bassanini, in assoluto credo il primo lanciatore che abbia mai visto: lui saliva dinamico ovunque. E si narrava di sue salite a Foresto con difficoltà non nominabili, di cui evidentemente non ci rendevamo conto. Lui saliva ovunque, sulle vie che pensavamo difficili, camminando.
Credo che l’estate 1983 causò una deriva mentale ad Andrea Di Bari e Stefano Finocchi, che, incidenti a parte, si erano un po’ rotti di aspettare giorni per trovare le condizioni per arrampicare in Dolomiti, definite da alcuni “un pisciatoio”.

Finale Ligure, Rocca di Corno
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Credo fu dopo quell’estate che Andrea fece il suo primo viaggio a Finale Ligure, e lì venne scoperta, da Andrea e poi dai romani, l’arrampicata libera-sportiva, quella vera, con le regole quelle giuste, della libera e dell’a-vista. Solo eravamo in gran parte una comunità reazionaria, contro l’indiscriminato uso dello spit. Dopo l’estate andammo quindi, finalmente, a provare quello che vedevamo ogni volta che salivamo a Leano, la cosa più yosemitica alla nostra portata, una specie di Separate Reality dei poveri, il tetto di Stati di Allucinazione. Una fessura strapiombante che terminava con un tetto orizzontale di 3 metri. Oltre 20 m di tiro, 1 spit sotto al tetto. Difficoltà dichiarata da Andrea, 6c+, altre dichiarazioni, a Finale ci sono vie molto più dure … riflessione, cazzo come molto più dure, ma come Stati di Allucinazione non è 7a? Andrea sentenziò di no, aveva provato Bananna stranna che era molto, ma molto, ma molto più dura.
Credo in quell’inverno Sperlonga divenne nota a tutti, grazie ai fratelli Bruno e Cristiano Delisi e ad altri che non ricordo. Il comandamento fu “non spittare ovunque, altrimenti il gioco si esaurisce”. D’altronde l’esempio guida era il Verdon, e i primi nomi delle vie lo testimoniano.
Cazzo, salire dal basso a Sperlonga senza spit era un bel trip, su quelle placche compatte.
Della prima giornata a Sperlonga ricordo Jo’ Condor alle Mura di Amarcord, salita con mio fratello, superando un passaggio che aveva respinto diverse cordate, e l’incontinenza di Stefano, che fece la cacca da 40 metri, centrando nel mucchio proprio il suo zaino.
Arrivarono pure i primi spit, prima timidi (forse su Horizon e Il cammino dei Comanches di Paolo Caruso?) poi, per forza, in serie, su Flippaut e sulle altre vie.
Dopo l’inverno, a Pasqua dell’84, il primo viaggio a Finale, con Paolo Rocca, Cafiero, la Passat SW di Paolo, il clarinetto di Paolo e le musiche di Pino Daniele.
Insomma, la via era aperta, l’esplosione c’era stata. L’arrampicata libera, come la conosciamo oggi, con gli spit, con i voli e con la sicurezza in primis era arrivata anche da noi.

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Capitolo 12bis
(già pubblicato su http://digilander.libero.it/dsrin/vorrei.htm)

Serena alienazione
«Se so’ fregati er moschettone
de Serena alienazione…»
Attaccava così, con questa semplice rima, una corta e allegra filastrocca divenuta presto celebre fra i non molti climber che frequentavano Sperlonga nell’inverno 1984-85. Il seguito non lo trascriviamo, perché dopo la denuncia del misfatto (il furto del moschettone di calata del più classico 6b di quei tempi), la filastrocca proseguiva designando per nome e cognome l’ipotetico colpevole, con toni decisamente denigratori, e con basse allusioni alle sue presunte inclinazioni sessuali. Il fatto è che l’autore dei versi in questione, vergati di propria mano sul Libro delle vie a quel tempo depositato presso Guido (il «Mozzarellaro»), essendo divenuto – con rapida e brillanta carriera – professore universitario, potrebbe oggi non a torto querelarci per offesa alla sua pubblica immagine: argomentando, giustamente, che trattavasi di innocue facezie giovanili, di piccanti spigolature retoriche volte solo a far sorridere gli amici arrampicatori. Un modo, insomma, per distrarsi, o per indurre rilassamento negli avambracci calcificati dalla fatica, prima dell’immancabile accanita al biliardino.

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E d’altra parte non sarebbe contento, a sua volta, neanche colui che fu accusato di quel furto. Sebbene non sia diventato, nel frattempo, professore all’università, anch’egli gode oggi di una vasta e unanime stima quale figura di primissimo piano nell’alpinismo romano. Impensabile perciò riferire qui il suo nome.

Ho detto alpinismo?

In effetti, fu proprio quella sua inflessibile inclinazione per le grandi pareti, quel suo sdegnoso rivolgersi alle falesie laziali solo nell’ottica del training, della pura preparazione di bicipiti e falangi onde meglio affrontare i colossi dolomitici e il bianco calcare del Gran Sasso, a far cadere su di lui i sospetti dell’imberbe – allora – poeta satirico. Infatti gli alpinisti di quei tempi, e in particolare alcuni giovanissimi e talentuosi rocciatori romani che esordirono alla fine degli anni ’70, aderivano in modo compatto a due presunti capisaldi etici (perché, come ognuno sa, l’alpinismo è anzitutto un’«etica»). Primo: i chiodi propriamente fondamentali su una via di roccia, anche se lunga settecento metri, sono assai pochi. Saranno due o forse tre. Gli altri vanno sempre tolti, soprattutto se non li abbiamo piantati noi. O in altre parole: guarda, ho trovato un chiodo! Qui davvero non serve, non puoi volare in questo punto… Togliamolo, prendiamocelo. E poi, se proprio sei così pippa da avere paura, er chiodo te lo porti e te lo pianti di nuovo. E comunque, qui, se sei bravo, vedi che puoi pure mettere un dado. Secondo caposaldo: il moschettone costa (se lo compri al negozio) ancora più di un chiodo. Se dunque risparmiamo sui chiodi, perché non dovremmo farlo sui moschettoni? Trovare un moschettone in parete, nuovo, ma anche vecchio e ossidato… Dopo un attimo, quel moschettone pende dalla nostra imbracatura. E poi, se proprio ti devi ricalare, fai la doppia e lasci tutt’al più una vecchia fettuccia o un cordino…

La sequenza logica è abbastanza immediata. Oggi chi ruba un moschettone dalla sosta di una via, lo fa, per lo più, come dispetto (verso chi ha chiodato la via, per esempio…). In quell’epoca oramai lontana (gli anni ’80, gli anni dei miei diciotto anni…), ciò accadeva per presunzione: il moschettone qui non serve, pensa l’alpinista, e anzi serve di sicuro più a me che vado in montagna. Qui siamo a cento metri dalla strada: qual è il senso di una parete tutta perfettamente attrezzata? Di una parete senza più incognite, senza avventura?

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Meravigliosa avventura del nostro giovane poeta satirico! Parte a freddo su «Serena» (dopo la quinta o sesta salita, scompare, come per una regola grammaticale di certe lingue classiche, la seconda parte del nome della via). Il Poeta, così oramai lo chiameremo, affronta dunque «Serena» come riscaldamento. E ciò sebbene la difficoltà della via sia terribilmente vicina al suo grado limite, identificabile in quel periodo con un 6c o 6c+ (alcuni suoi amici nutrono in effetti, ancora oggi, qualche dubbio sulla sua presunta libera di Odino, 6c; e anzi qualcuno ricorda, proprio lì, un volo mostruoso, da far passare la voglia di arrampicare; leggenda o realtà, difficile dirlo). Insomma, il Poeta supera con eleganza i primi dieci metri di via. Nel tratto dove oggi si incontrano due o tre spit, non c’era all’epoca alcuna protezione. «E te credo, sarà terzo grado…». Arriva così al famoso fettuccione che contorna una solida clessidra alla base dello strapiombo. Il Poeta sa che passare un rinvio nel fettuccione sarebbe, agli occhi degli altri arrampicatori presenti, un segno di imperdonabile codardia. Si dà il caso che «Serena» si trovi proprio sulla verticale del luogo in cui da sempre (cioè da un anno prima al tempo di questa storia) a Sperlonga si lasciano gli zaini. Ci si prepara ad arrampicare, si infilano improbabili tute e pantaloncini, perché la moda del pantacollant è ancora di là da venire. E si guarda sopra, in alto. Ecco il Poeta tendersi per moschettonare il primo spit. Il corpo si slancia all’infuori, su dodici metri di vuoto. Impossibile non pensare a cosa accadrebbe se perdesse la presa o l’equilibrio… Ma il Poeta ha già messo la corda, prima in bocca tra i denti, varie volte, e poi finalmente nel moschettone. Arcua le dita di una mano sulla prima tacca orizzontale, poi la seconda. Di sotto un vago, inconfessato sospiro di sollievo. Sappiamo che ora non cadrà, conosce la via troppo bene.

Eppure, se potessimo guardare dentro la sua testa, scopriremmo forse con sorpresa che egli non possiede le nostre stesse certezze. Per un attimo, brevissimo, esita. Il dubbio di aver preso troppa poca magnesite, la sensazione che quell’appiglietto per la sinistra sia oggi un po’ più svasato del solito… E i più piccoli, i più bassi, in effetti, qui si rannicchiano meglio. Poi mi vengono a dire che io salto il passaggio più ignorante (cioè rude, faticoso). Ecco per fortuna la presa buona. Sensazione davvero positiva, eppure rovinata da un quesito tragico, e che pare alludere misteriosamente all’eternità, su dove mettere la punta del piede destro.

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Il chiodo (la seconda protezione) ovviamente si salta. Sempre per orgoglio, per non essere esposto – più tardi, magari la sera da Guido – alla più infamante delle insinuazioni: quella di essere un pavido, di non avere la pompa (cioè il cuore) per certe cose. Per queste ragioni il Poeta prosegue con gesto ostentatamente sicuro, e sale, sale, con gli avambracci che pian piano si induriscono. L’ultimo chiodo pure si salta. E stavolta davvero con un po’ di apprensione per quegli interminabili sei o sette metri, specie per quell’ultimissimo passaggio per ribaltarsi sul terrazzino. Davvero una calla (cioè una cavolata) di passaggio, ma con queste braccia ormai dure, le dita che non le sento… Il riscaldamento è bello e fatto.

Un’occhiata alla sosta. E poi espressioni qui, di nuovo, irriferibili, stavolta non poetiche, ma di odio e disprezzo verso Dio (addirittura) e la Vergine Maria. Il moschettone di calata non c’è, se lo sono fregato. «’Sti stronzi, porca puttana»: questo sì, lo possiamo – un po’ a malincuore – riferire.

Perché tanta rabbia? Ma semplicemente perché il Poeta non ha con sé moschettoni, e nemmeno un cordino o una fettuccia. Aveva soltanto quei tre rinvii, che ha utilizzato per salire la via.

Perché soltanto quei tre? Le ragioni sono al tempo stesso semplici e complesse. Proviamo a sintetizzarle.

L’orgoglio e l’audacia vanno in qualche modo incoraggiati. Attaccare la via con la quantità minima indispensabile di rinvii, vuol dire per il Poeta costringere se stesso, nel momento dei vari possibili moschettonaggi (momento storicamente segnato, un po’ per tutti, da improvvise crisi mistiche: con visioni dei familiari, della fidanzata, degli amici più cari), a non cedere alla tentazione. Vuol dire che se moschettono adesso, non potrò farlo dopo, quando davvero un rinvio può salvarmi la vita. Soltanto tre opportunità di auto-protezione: opportunità da non dissipare, da non sprecare.

L’arrampicata libera è uno sport bello ed elegante. Bisogna dunque essere agili e soprattutto leggeri. Portarsi un rinvio in meno, vuol dire essere più leggeri. Vuol dire anche stancarsi di meno.

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Il Poeta – chi lo ha conosciuto lo sa bene – ama lanciare nuove tendenze. O quanto meno farsene portavoce in prima persona. Sa ad esempio che in Inghilterra si pratica una forma di arrampicata molto più audace (rischiosa) rispetto alla nostra. In alcuni posti è proibito piantare gli spit! Si arrampica per metri senza mettere un cazzo! Certo, quella è, e resta, l’Inghilterra. E gli inglesi sono pazzi. Ma il Poeta, nel suo piccolo, quando mi incontrerà, la sera da Guido, o la domenica successiva lungo il sentiero, potrà ora dirmi: «Oh, lo sai no? Adesso Serena si fa con tre rinvii… Altrimenti… Altrimenti sei un vecchio, sì sei proprio un vecchio».

Dopo aver meditato sulle ragioni di quella scelta (portarsi solo tre rinvii), e dopo averle trovate pure un po’ cretine, incontestabili ma cretine, resta ancora al Poeta il problema di come calarsi dalla sosta. La sua intelligenza creativa lo soccorre. Il sacchetto della magnesite che pende dietro la schiena è tenuto da un piccolo moschettone. C’è inciso sopra 300 Kg. Ed ecco l’intelligenza analitica: 70 kg, il mio peso, è molto, molto meno di 300.

Ma l’intelligenza non è la pompa. E la corda doppia (che potremmo definire un coatto gesto alpinistico, in tutti i sensi) per ritornare all’attacco di «Serena», è per il Poeta una lunghissima e gelida scossa di adrenalina. Quella sera da Guido, scrivendo sul Libro, nella satira feroce troverà la sua vendetta.

Capitolo 13
Qualcosa è cambiato.
Non c’è dubbio. Qualcosa è cambiato.
Lo vedi dalle gambe. Prima c’era un misto variabile (linguisticamente esotico) di shorts, jeans, salopettes, nonché tute, braghe alla zuava, pantaloncini da tennis, perfino pantaloni del pigiama.
Da un certo momento in poi, un’unica divisa: la calzamaglia elasticizzata-colorata. O se preferite, “pantacollant”.
Se fosse venuto un pirla qualunque con una calzamaglia di raso rosso, bella luccicante, al posto dei pantaloni della tuta, dopo le risate, non sarebbe cambiato nulla. Ma il primo ad arrampicare a Sperlonga (1985) con i pantacollant fu Andrea Gallo.
Niente di meno.

Andrea Gallo libera Funeral Party (Foresto, Striature Nere – Piemonte), assicurato da Marco Bernardi
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Venne giù per dare un’occhiata dal vivo su quanto si diceva riguardo le nuove pareti di Sperlonga. Così avrebbe fatto un piccolo resoconto sulla sua rubrica “Cronache della libera” su Alp. C’era con lui Giovannino Massari, un nome a noi fino ad allora sconosciuto.

Giovannino Massari, detto Giova, il “Manolo del Nord-ovest”
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Smilzo quel giorno chissà dove diavolo era. Porca miseria cosa mi sono perso! Però mi feci raccontare tutto.
Andrea (Gallo) aveva cominciato con Serena alienazione. Qualcuno pensò ingenuamente che avrebbe dovuto metterci almeno un po’ di impegno, di grinta… Ma lui sale in totale relax e, dopo i primi 3 rinvii, non mette più nulla e si fa così 15 metri.
Tutto l’interesse si sposta allora sulla via più famosa, Kajagogo, che in quel momento conta solo tre salite in libera: Stefano, Andrea e Jolly. Impensabile che un itinerario del genere, un 7a di microappigli, possa essere fatto “a vista”. Ancora oggi c’è qualcuno che, sull’onda del mito, sostiene che Stefano fosse andato a spargere falsi segni di magnesite su quella placca liscia per trarre in inganno gli amici piemontesi.
Macché. Niente di più falso. Stefano s’era limitato a commentare, pensando al suo recente passato, alle settimane di tentativi per liberarla: “Chissà quanto la dovranno provare…”. E così dicendo s’era incamminato verso la fascia superiore, dove era ormai vicino a liberare Polvere di stelle.
Parte per primo Giovannino. Elegante, sicuro, perfetto. Da queste parti non s’è mai visto uno arrampicare così. Kajagogo ha la sua prima “on sight”. Andrea ha fatto sicura all’amico, dunque non è più propriamente a vista. Però a quel tempo queste distinzioni non sono ancora molto evidenti. Comunque sale anche lui al primo colpo.
Ed un colpo è quello che gli prende a Stefano, che si era affacciato dalla cima della parete, sopra all’uscita di Flippaut, nel vedere quella scena… Altro che tentativi e tentativi!
Stefano raccoglie le sue cose, si alza e comincia a correre verso l’attacco di Polvere di stelle. La prima ascensione di quella che sarebbe la nuova via più dura rischia di essergli soffiata.
Non so se quello stesso giorno, o l’indomani, sia Stefano che Andrea Gallo salirono Polvere. Senza usare il lato sinistro del diedro. E si stabilì che quello era 7b. Grado top di Sperlonga.
Quel che è certo è che i pantacollant, di cui fino ad allora avremmo detto “nun se ponno guarda’”, divennero un oggetto cult. La marca di riconoscimento del vero climber sperlonghiano. Ciò che più d’ogni altra cosa lo allontanava drasticamente, definitivamente, dal buon vecchio sano maschio alpinismo.

Isabelle Patissier, arrampicatrice francese degli anni ’80, ci mostra fino a che punto si era spinta la mania del pantacollant…
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In effetti, i pantacollant erano un po’ effemminati, per non dire froceschi.
Alle ragazze stavano (e stanno) bene. Ai ragazzi un po’ meno. In particolare per il contrasto fra quelle gambette segaligne, con qualche pelazzo che spuntava a riveder le stelle, e il cosiddetto – assai poco femmineo – pacco sul davanti, accentuato dai nuovi imbraghi bassi, spesso portati anch’essi attillati a fior di pelle (ho scritto pelle!)
Però i commenti erano invece tutti positivi: “Comodi!”, “belli!”, “competitivi!”, “si vedono meglio i piedi!”, “ci arrampico meglio!”, “me ne sono comprato un paio a righine colorate!”, “io a pallini!”, ecc.
Ovviamente anche il modo di far sicura era cambiato.
Prima dovevi metterti a cercare qualcosa all’attacco della via per far sicura al primo (ebbene sì, giovani d’oggi che non sapete niente del passato!). Si cercava una clessidra, una radice, si metteva un chiodo, insomma qualcosa. Serviva ovviamente una fettuccia. E poi si usava il mezzo barcaiolo.
Roba vecchia, superata. La sicura, dall’inverno 1984-85 in poi, si fa in vita, e si usa l’otto. Sì, esattamente l’8, il discensore. Nel metodo tradizionale, o in quello che Ignazio chiamava il metodo “all’inglese” (con riferimento alla proverbiale temerarietà degli arrampicatori inglesi), per cui alla corda non veniva fatto fare tutto il giro, ma si passava direttamente nel moschettone che teneva l’otto e poi di nuovo fuori (qui ci vorrebbe un disegnino).
L’obiettivo della sicura “all’inglese” era, secondo Ignazio, il fatto di poter dare corda più in fretta e di rendere la sicura stessa più dinamica.
Tuttavia, vista l’abitudine di Ignazio di parlare spesso, mentre faceva sicura, con qualche amico che passava di là, magari fumandosi una bella sigaretta, presto quel metodo fu ribattezzato “sicura termodinamica der Tantaillo“. Per cui tutti amavano Ignazio, ma nessuno voleva farsi fare sicura da lui…
Di solito quando racconto queste cose, Ignazio mi ricorda che in effetti nessuno si fece mai male con la sua sicura “all’inglese”. Mentre al contrario, vari anni dopo, fui io, in quel di Grotti, a farlo arrivare a terra da un sesto o settimo spit. Atterraggio “dinamico”, ammortizzato, senza conseguenza alcuna, a parte la paura.
(continua)

La copertina della guida Flippaut (1986) con Patrick Berhault su Reggae per Maometto, Sperlonga
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Un color bruno

Un color bruno
di Giovanni Badino

Il brano che segue è tratto dal libro di Giovanni Badino Un color bruno, Edizioni Segnavia, 2006. E’ l’ultimo dei quattordici capitoli che lo costituiscono, intitolato Terrae incognitae.

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«Come dici? Solo in Italia? Beh, in Italia sono note grotte per uno sviluppo di circa 2400 km. Nel mondo non ti so dire, bah, scommetterei un po’ di più in Francia, Spagna, molto di più negli Stati Uniti e Messico, molto di meno in tutti gli altri posti. Diciamo ventimila chilometri? Comunque meno di trentamila, via! No, non è vero che non si possa stimare quante ne esistono, no no. Avevo fatto un lavoro che ne permetteva la stima, ma era proprio il primo passo.

Ti spiego. Inizi calcolando la densità di superficie e di volume del carsismo maturo. Ad esempio: Corchia 50 km di gallerie in 3 chilometri quadrati e due cubici di montagna, la densità è quindi un 15 km di gallerie ogni chilometro quadro, e 25 a chilometro cubo.

Che dici? Conti da astrofisica? E certo, del resto è proprio così, è per quello che ho studiato, e sono conti che funzionano. Poi conti Piaggia Bella, 40 di sviluppo su 10 chilometri quadrati e 5 cubici di montagna, e ottieni 4 e 8. Continui così a calcolare questi rapporti per le grotte che sono state esplorate a lungo da esploratori tridimensionali, non da escursionisti ciechi, e scopri che continui a trovare numeri che battono attorno a 10 km di sviluppo per chilometro quadrato di superficie. Potrebbero essere venti, trenta, ma è per lì. I numeri di densità volumica invece variano molto di più, ma soprattutto perché dai dati pubblicati è difficile capire quanta roccia sia in realtà coinvolta dalla grotta e quindi gli errori diventano davvero grandi. No, sulla superficie pare di no. Come? Ah, su questo hai ragione, bisognerebbe distinguere reticoli estesi su tre dimensioni, come il Corchia o il complesso del Grignone, da quelli su due, come Mammoth. Ma anche Piaggia Bella è un po’ bidimensionale, perché giace in gran parte su un livello impermeabile.

No, non è impossibile tenerne conto, credo che calcolando la dimensione frattale della grotta questo emerga chiaramente e permetta conti più fini, anche se rimane il fatto che gli speleologi hanno sempre e tutti lavorato malissimo, e quindi i dati sono incompleti. Anch’io, sì, ma solo perché ero un po’ distratto. Sì, avevo iniziato a fare i conti della frattalità delle grotte, ma per ora sto solo disostruendone l’entrata. Mi manca il tempo, ad esempio, negli ultimi giorni avrei potuto lavorare su questo e invece ho scritto d’altro. Di che ho scritto? Di un colore. Anzi, di un Colore.

Bruno. Ma sì, l’hai già letto quasi per intero, ti manca pochissimo per finire.

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Uffa, dicevo che la densità è abbastanza costante, e quindi puoi dare rozze stime di quante gallerie ci siano in un calcare carsificato nel profondo. No, non bisogna essere maghi per capire che lo è, basta guardare il regime delle sorgive, se è molto irregolare sei quasi certo che lo sia. Poi puoi guardare se le acque hanno un certo chimismo, misurare i ritardi delle piene, le temperature… Ma queste sono raffinatezze, per i nostri conti da astrofisici. Che dici? Quanto calcare al mondo? Quello basterà guardare sui libri, ma vediamo se riusciamo a stimare. So che in Cina ce n’è un milione di chilometri quadrati, un decimo del territorio. Terre della Luce ce n’è suppergiù 150 milioni, facciamo che di queste ce ne siano 10 o 20 milioni di calcare. Chiedi quanto ce n’è di carsificato in profondità? Facciamo un decimo? Penso di più, le grotte si sviluppano senza bisogno di offrirci ingressi, pensa alla Holloch, 200 km di grotta senza un ingresso vero. Ma prendiamo per buono un decimo. Con la densità che abbiamo visto si stimerebbe l’esistenza da 20 a 50 milioni di chilometri di gallerie. Come? No, non stupirti, diciamo che è proprio fra mille e diecimila volte di più di quanto è stato sinora esplorato.

Sì, hai ragione, la speleologia esplorativa non è ancora nata. Ad aggravare la cosa, ti aggiungo che molto del lavoro fatto è andato perduto, perché esploratori poco accurati non ne hanno tenuto cronache adeguate, non hanno elencato le ricerche senza esito, che quindi saranno rifatte, non hanno elencato gli enigmi che hanno incontrato, che quindi verranno incontrati di nuovo.

E infine ti dico che ancora non sappiamo rispondere alla maggior parte delle domande che ci si può porre sulle grotte: condizioni di formazione, disequilibri termici, temperature, correnti d’aria, condizioni di deposizione e così via.

Ma sai, la conquista vera è riuscire a porre la domanda, a vedere il Color Bianco. La risposta verrà».

Dopo il Bianco della divulgazione, torniamo allo smisurato territorio Bianco del mondo delle grotte. Abbiamo visto che è tanto più grande di noi, basta dunque andare un po’ più in là per trovare cose nuove? Sicuramente sì, ma c’è da fare un’ultima annotazione.

Se confrontiamo le cronache di esplorazione fino agli anni ’60 con quelle di ora, vediamo che la speleologia esplorativa è andata concentrandosi sugli aspetti topografici, perdendo di vista il resto; il territorio fisico è andato ampliandosi, quello culturale restringendosi e semplificandosi.

La speleologia, da Athanasius Kircher in avanti, nata come frammento della geografia del pianeta Terra, è andata via via limitando le sue prospettive. L’esplosione della speleologia moderna nei primi tre decenni del dopoguerra conservava ancora tratti geografico-descrittivi, da viaggiatori, ma oramai in genere considerava le grotte avulse dalle montagne in cui erano state trovate e si concentrava su aspetti sportivi. Poi è andata mutando sino a finire per limitarsi alla stesura delle loro caratteristiche metriche, come in genere accade ora [Badino, 2006], d’interesse culturale irrilevante.

Giovanni Badino
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Solo in tempi più recenti hanno cominciato ad apparire pubblicazioni che tendono a descrivere un intero territorio attraverso la lente dello speleologo, in genere come risultato finale di campagne di ricerca in zone poco note e remote, che forse annunciano una nuova fase della speleologia dopo l’esaurimento della precedente.

La geografia di un territorio vista da sottoterra, l’interazione fra Terre della Notte e della Luce. Questa nuova tendenza è un segnale di speranza, e questo mio scritto vuole inserirsi in questa linea di sviluppo, ma perché andare tanto lontano? A saper guardare bene si vedono zone bianche nascoste anche nelle grotte arcinote, quelle con le chiodature attrezzate in permanenza, con le strettoie aperte a dimensione barella, le grotte dove dall’odore urina-calce-cibo-muffa si riconoscono le zone di sosta degli speleologi.

In queste grotte spesso ci sono ben poche zone bianche topografiche, ma molte d’altro tipo: molti misteri stanno dietro la loro formazione, il clima, le forme, le informazioni che il tempo vi ha depositato e tanto altro.

Ecco che quindi possiamo vedere con uno sguardo diverso anche quegli speleologi che si dedicano sempre e solo ad un territorio non perché per loro vale di più, ma perché solo così possono approfondirne la conoscenza in ogni aspetto, pagina dopo pagina. Ma questi esploratori capaci di approfondire in modo multidisciplinare la conoscenza di un territorio sono rari, davvero rari. È un peccato, se diventassero più numerosi sarebbe un altro segnale di speranza.

Perché il nero del quotidiano intorno a noi è solo un velo d’impalpabile carboncino su un gran biancore di mistero. La fiamma, qualsiasi fiamma, ha consumato solo la prima pagina di un quaderno infinito, immacolato.

Quasi tutto è bianco, appena al di là del sommariamente esplorato.

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Giovanni Badino, nato a Savona nel 1953, fisico, professore associato presso il Dipartimento di fisica Generale dell’Università di Torino. Dal 1970 svolge attività speleologica esplorativa ai massimi livelli, inizialmente concentrata sui grandi abissi in Italia e, negli ultimi due decenni, estesa a tutto il mondo, con particolare attenzione alla ricerca di grotte di tipo inusuale, come quelle in quarzite e, soprattutto, nei ghiacciai. Ha scritto libri su temi tecnici (Tecniche di grotta, Manuale tecnico del soccorso in montagna, Grotte e forre), esplorativi (Abissi italiani, Il fondo di Piaggia Bella), scientifici (Fisica del clima sotterraneo), divulgativi (Grotte e speleologia, Oltre l’orlo) oltre a innumerevoli contributi a riviste e all’interno di testi a molti autori.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Alpinismo e mistificazione

Alpinismo e mistificazione
(scritto nel 1998)

Nelle lunghe camminate in fondo alle valli più smisurate (e qui nel Massif des Écrins l’unità di misura è almeno il chilometro di dislivello), nel caldo atroce del pomeriggio estivo quando lo zaino affonda gli spallacci su spalle sprotette perché nude e il sudore imperla la fronte china sul sentiero, i pensieri più balzani possono affollarti la mente senza che tu te ne accorga neppure. Lasciata la macchina, in silenzio ci si avvia nel vallone all’inizio assai monotono. Si cerca di non pensare alla fatica che tra poco si farà sentire e di solito ci si riesce. A volte basta un indizio, un particolare, un ricordo anche un po’ annebbiato per scatenare un’inchiesta interiore che chiama a raccolta tutto ciò che si è letto o ascoltato in proposito ad un certo problema. Il pensiero è così veloce che si fa fatica a ricordare e a tenere in ordine le informazioni che si sono riversate in quest’analisi mentale. E quella volta mi venne in mente un articolo che avevo letto in francese e che mi aveva assai colpito tanti anni prima.

In un geniale articolo di quasi vent’anni fa Sylvain Jouty provocava volontariamente il mondo alpinistico sostenendo che probabilmente l’uso della menzogna era l’unico modo per rigenerare quella luce di fantasia e di creatività che le imprese alpinistiche di quel tempo secondo lui avevano perduto. Una mistificazione della realtà, dunque, che poteva essere voluta e premeditata oppure semplicemente indotta, quasi in buona fede, da una serie di continui autoconvincimenti psicologici.

Mi è tornata alla memoria quella curiosa provocazione leggendo il numero di dicembre 1996 della rivista francese Montagnes Magazine. Già in copertina spicca il titolo scandalistico 46 ans après, Annapurna, l’autre vérité: mentre nelle Actualités, la redazione si chiede se Carsolio a-t-il menti?

La parete nord dello Jannucon la contestata impresa solitaria di Tomo Česen
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Dunque, ci risiamo, mi sono detto. Ancora qualcuno sfiorato dall’ombra del dubbio va ad allungare la già estesa fila di nomi. Severino Casara per il Campanile di Val Montanaia, Cesare Maestri per il Cerro Torre, Tomo Česen per la Sud del Lhotse e le altre sue imprese solitarie sono stati messi sotto accusa più volte e per iscritto (e qui cito solo alcuni tra i casi più famosi); tanti altri, come Reinhold Messner per il Sass dla Crusc, o Dante Porta per la Nord-est del Badile d’inverno o il francese Roland Trivellini per il Linceul, non hanno avuto per loro fortuna una pubblica gogna a mezzo stampa ma sono stati soltanto “chiacchierati”, qualcuno anche del tutto squalificato ma senza clamore. Cadere in una disgrazia di questo genere non dipende dalla credibilità personale: un personaggio pubblico come Messner, piaccia o non piaccia, non ha mai concesso neppure un’unghia del mignolo alle dicerie e alle invidie, e ha sempre fornito prove oggettive dei suoi risultati. A maggior ragione dovrebbe essere poco credibile un’illazione su una sua menzogna in occasione della famosa apertura della via sul Sass dla Crusc. Eppure questo è successo. Dunque cadere in disgrazia dipende da qualcos’altro, e la possibile effettiva inesistenza della vantata impresa è solo una delle varie cause.

Carlos Carsolio
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Al di là dell’accusa bisbigliata e vigliacca, c’è la presa di posizione di una rivista che non si spinge ad affermare ma si limita a “riportare” fedelmente il sussurro senza interpellare il diretto interessato. È questo il caso del messicano Carlos Carsolio, accusato da un tal Goran Kropp di non aver salito tutti e 14 gli Ottomila (quarto uomo al mondo), in quanto sul K2 si è fermato 60 metri sotto alla vetta. Kropp riferisce che anche lo scozzese David Sherman “può confermare” e conclude domandandosi se Carsolio ha mentito per la pressione degli sponsor… Io credo che servizi di questo tipo siano veramente odiosi e sciocchi, una rivista non dovrebbe macchiarsi di tale infamia: l’onore di un uomo ne esce comunque compromesso, e non v’è al momento alcuna prova della veridicità delle insinuazioni di Kropp.

Ben diverso, sulla stessa rivista, è il servizio di Christophe Raylat sull’Annapurna: più raffinatamente circostanziato, subdolo come l’acqua che s’insinua ovunque e non risparmia nulla. A parte l’ossessivo chiamare più volte “Kunz” quello che è Marcel Kurz (il che, per uno che scrive di storia della musica, è come chiamare “Vendi” Giuseppe Verdi), per il resto Raylat è ben documentato sulla conquista del primo Ottomila, l’Annapurna appunto, del 1950. In breve si può dire che la spedizione, diretta da Maurice Herzog e composta dai migliori alpinisti francesi del tempo come Gaston Rébuffat, Lionel Terray, Jean Couzy e Louis Lachenal, era il tipico esempio di grande spedizione nazionale, dove tutta una nazione metteva in gioco il proprio prestigio. Non doveva fallire. La vetta fu raggiunta da Lachenal e dallo stesso Herzog, a prezzo di gravi congelamenti ai piedi ed alle mani e di un’odissea di ritorno veramente epica. In patria furono accolti come eroi nazionali, ma presto, anche per il motivo che i membri si erano impegnati a non pubblicare memorie personali, l’unico eroe da tutti riconosciuto rimase il capo spedizione Herzog. L’articolo di Montagnes Magazine investiga su Lucien Devies (1910-1980), il direttore della FFM (Féderation Française de la Montagne) che designò con pugno di ferro il capo e selezionò i componenti: lo paragona perfino a Charles de Gaulle e lo accusa, in maniera invero assai convincente, di vera e propria censura delle testimonianze di Lachenal durante la stesura del documento ufficiale della spedizione, Annapurna premier 8.000, firmato da Maurice Herzog.

Maurice Herzog (1919-2012)
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Questo libro è un vero e proprio romanzo reale che pretende l’uniformità di vedute di tutti i membri, nessuno escluso, protesi ai grandi ideali di conquista e di fraternità. Ma secondo Rébuffat tutto ciò era solo ipocrisia, dice Raylat basandosi sulla biografia che Yves Ballu ha recentemente portato alle stampe. Secondo altre note di Lachenal, Herzog passa per un pazzo invasato che voleva la vetta a tutti i costi, in spregio a qualunque sentimento di fratellanza. In seguito, l’articolo esamina i pro e contro delle prove sull’effettivo raggiungimento della vera vetta e la sensazione che in definitiva se ne ricava è la messa in dubbio anche di quello che finora era stata per tutti verità. Quindi, non contento, esamina i motivi per cui, alla fine, ci fu un solo eroe, Herzog. L’analisi qui è assai fine, perché ci viene detto che questi era in definitiva l’unico che rispondeva, come personaggio, a quello che il pubblico allora voleva. Ed alla fine non manca un’intervista a Maurice Herzog, cui sono fatte domande relative ad ogni dubbio precedentemente esposto: e le risposte sembrano essere quelle serene di un gran signore al di sopra delle parti ma anche quelle ambigue di chi, da 46 anni, difende la stessa versione.

In conclusione, un approccio accettabilmente critico alla verità ufficiale: solo un po’ sbilanciato in una direzione allo scopo di giustificare il titolo “l’autre vérité”.

 

 

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Il Birillo del Monte Gropporosso – 2

Il Birillo del Monte Gropporosso – 2 (1-2)
(dal mio diario)

26 dicembre 1963. Non credo che questa via sia mai stata fatta d’inverno, dopo essermi informato al CAI Sez. Ligure. Mi resta ancora da chiedere presso il CAI di Chiavari e poi ne sarò sicuro. Probabilmente dunque è una prima invernale!

Il Birillo e il Monte Gropporosso
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Come compagno ho Antonio Picardi, che però non ha intenzione di seguirmi in roccia, ma resterà in basso ad assicurarmi. Mi sono comprato finalmente una corda nuova, di nylon, lunga 40 metri, marca Cassin. Cosicché ho ben due corde, per un totale di 80 m che, spero, basteranno. poi ho dieci chiodi, cinque moschettoni, cordini, martello. La partenza è per le 6.30 in Piazza della Vittoria, con la corriera. Ci vediamo là, io vestito da roccia, lui da sci. Ho uno zaino enorme, lui solo una borsetta e la cinepresa. La corriera parte puntuale, ho timore di soffrire le curve, come mi era successo l’altra volta (l’anno scorso) con i sigg. Martinelli. Dunque mi sdraio su due sedili e dormicchio fino a Chiavari e oltre.

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La giornata è splendida, non una nuvola in cielo. Ora, nella valle di Borzonasca, comincia a vedersi la prima neve. Subito dopo il Passo della Forcella entriamo in una fitta coltre di nebbia. E’ quella mattutina, c’è molto spesso da queste parti. A Rezzoaglio ancora nebbia. Scompare solo un po’ dopo, ci si apre la valle innevata. fantastico! Si comincia anche a vedere il Monte Gropporosso. Lo splendore della neve fa risaltare ancora di più l’azzurro del cielo. La corriera intanto continua a correre sulla strada gelata e alle 10.35 arriviamo a Santo Stefano d’Àveto. C’è moltissima neve, tanto che quasi non si può camminare allorché usciamo dal paese e prendiamo la strada per il Monte Gropporosso. Sfondiamo parecchio. Dopo un’ora e un quarto di questa specie di supplizio (la neve in media è profonda 70 cm) arriviamo alla base del Birillo. Qui mangiamo, seduti su un roccione. Poi vado a cercare di scoprire dove è l’attacco, ma non lo trovo se non approssimativamente. La guida dice che la cresta sud-sud-est (it. 19a) del Birillo è stata salita da Ottavio Bastrenta, A. Comeglio e F. Muzio il 15 novembre 1953, la stima di 200 metri di dislivello, con difficoltà di III e IV grado, roccia mediocre.

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Con tutta la neve che c’è, non si capisce bene dove passi la via, così decido di salire su per una colata di neve, in esplorazione. Antonio mi segue e facciamo entrambi molta fatica ad avanzare in quel metro di neve fresca. Lo faccio fermare a un punto di sosta, proseguo da solo, poco convinto d’essere sulla via giusta. Nulla di quanto descritto sulla guida corrisponde a quello che sto salendo. A un certo punto la corda che mi trascino comincia a darmi fastidio, tra l’altro non serve a nulla perché né ho piantato chiodi né ho passato spuntoni o alberelli. Così tiro su tutta la corda, slego quella di canapa, l’arrotolo e la butto giù ad Antonio. Non arriva in volo fino a lui, si ferma prima in un canaletto di neve, così lui è costretto a salire per andare a prenderla. Ha una fifa matta, non ha tutti i torti. E impreca come un dannato. Io intanto, con la corda di nylon, continuo e, con mediocri difficoltà, arrivo quasi all’inizio della cresta. Finalmente riconosco il passaggio chiave, perché sono ai piedi del “diedro con pochi appigli”. Sono sicuro che lo sia perché l’avevo già visto dal basso. Cerco di superarlo in libera, senza chiodi: niente. Cerco di piantare un chiodo, ma non c’è neppure una fessura adatta. Desisto. Giro a sinistra e salgo per gradoni non tanto difficili. Riesco così sulla stessa piazzola dove l’anno scorso con Alberto Martinelli ero giunto per altra via, molto più facile. Decido di scendere, cioè di non salire in cima. Sulla cresta sono già passato l’anno scorso e mi faccio da solo questo sconto… Incomincio la discesa, cerco di fare corda doppia da un masso ma la corda non arriva a nulla di buono. Così scendo ancora in arrampicata, poi per un piccolo canalone, aiutandomi con la corda messa doppia in un cordino su uno spuntone. Giunto in fondo, recupero la corda e proseguo verso il basso, affondando nella neve. Dopo dieci minuti di questa “passeggiata” arrivo da Antonio, con il quale scendiamo  fino a Santo Stefano. Nel viaggio nulla di speciale, se non che a Chiavari dobbiamo scendere. La corriera si ferma qui e noi dobbiamo proseguire con il treno. Entro in casa a Genova alle 20.55.

Il Birillo e il Monte Gropporosso
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Gite in Alpi Liguri

Gite in Alpi Liguri
(dal mio diario, autunno 1963)

15 settembre 1963. In vacanza a Borgomaro (IM) non abito più in pieno centro nella storica casa della nonna. Da quest’anno siamo in una villetta a circa un km dal paese, oltre il cimitero.

L’appuntamento è alle 5, a una costruzione accanto alla provinciale per Oneglia, in località Barchéi. Buio pesto e nuvolo. Alle 5 non si vede ancora nessuno, e attacca a piovere. Allora mi dirigo verso Borgomaro e finalmente, quando ormai dopo San Giuseppe sono vicino al paese, ecco le due moto. Giampietro Guglieri ha una lambretta, mentre Adolfo Ravano un motorino. Ovviamente salgo sul mezzo più potente, la lambretta, mentre Adolfo ci segue. Ora non piove. Sempre al buio, un bel po’ di strada fino al Colle di San Bartolomeo (l’odierno tunnel che lo evita era di là da venire, NdR). Dal colle guardiamo verso il Mongioie, ma cupe nuvole nel grigiore dell’alba c’impediscono qualunque vista.

Il Bocchin dell’Aseo salendo alla vetta del Mongioie
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Prudentemente proseguiamo in discesa verso Pieve di Teco, poi saliamo al Col di Nava, quindi in lieve discesa a Ponte di Nava. Qui ci fermiamo un po’, visto che a guidare gli scooter su queste strade si fa fatica.

Arriviamo al paesetto di Viozene alle 6.37. Ultimi aggiustamenti agli zaini, poi via verso Pian Rosso, quindi sostiamo (anche per uno spuntino) a due roccette isolate, giusto quello che cercavo per far esercitare un po’ su roccia i due amici più grandi di me.

Ma appena rimessici in cammino, attacca a piovere! Così indossiamo le vesti impermeabili. Io sono munito di giacca di pelle, giubbotto di lana di pecora, maglione e impermeabile. Perciò riesco a non bagnarmi, mentre gli altri sono più esposti di me.

Continuiamo a salire imperterriti nella nebbia, oltrepassiamo una lapide e raggiungiamo il Bocchin dell’Aseo 2292 m alle 9.45. Non si vede assolutamente niente. Ora dobbiamo ancora salire per 338 m. Per gioco, di mano in mano che saliamo, ogni tanto dirò quanti metri mancano ancora, nella speranza di azzeccarci e stupire i compagni non abituati a questi calcoli. Non senza mia sorpresa, quando dico “dieci metri” poco dopo siamo in un luogo che è senz’altro la vetta del Mongioie 2630 m!

Naturalmente si continua a non vedere nulla, ma la consolazione è che non piove. Mangiamo qualcosa accanto al mucchio di sassi della cima, fumiamo, poi ce ne andiamo, in tempo per beccare una bella bufera che ci accompagna al Bocchin dell’Aseo, dove arriviamo alle 11.15. Ora piove molto forte. Nel momento che smette, invece di correre verso il basso, ci fermiamo a un’altra roccia per una seconda esercitazione: solo dopo filiamo come dannati verso Pian Rosso. Quando ci arriviamo, io sono asciutto, a parte i piedi che ho fradici nelle mie amate scarpe a carro armato. Loro sono bagnati come pulcini, con i piedi asciutti però.

GiteAlpiLiguri-02_gias_delle_saline_verso_cima

 

Sotto una tettoia accendiamo un falò e facciamo scaldare e asciugare tutto, più che altro per non affrontare in quelle condizioni il rigido viaggio in moto di ritorno. Intanto fuori piove a dirotto. Alle 13.55 ce ne andiamo, approfittando di una pausa del diluvio: ma dopo neppure cento metri di discesa viene giù tanta di quell’acqua da farci entrare come naufraghi nella Trattoria del Tiglio di Viozene. Fradici e grondanti stiamo un po’ lì ma poi, dato il disagio notevole e visto che intanto non smette di piovere, usciamo, saliamo in sella e, sotto l’acqua a velocità molto ridotta, scendiamo a Ponte di Nava. Qui il diluvio diventa pioggerella fino a Pieve di Teco. E’ dimostrato che si può fare una gita sotto la pioggia.

21 settembre 1963. Augusto Guglieri, Vincenzo Gandolfo (mio cugino), Zefferino Abbo: con questi compagni vado la sera (sempre in moto) a Diano Marina alla ricerca di compagnia femminile. Ma è stata magra. Comunque Diano Marina notturna è assai eccitante…

29 settembre 1963. Questa notte ho dormito a Borgomaro, in una stanzetta non affittata della casa che non abbiamo più a disposizione. Alle 5.30 sono in piazza. Con Giampietro aspettiamo un po’ Adolfo, ma visto che quello non viene alle 5.35 partiamo. Oggi il tempo è bello, il viaggio ci pesa molto meno. Alle 7.15 siamo a Viozene. Getto un occhio alla villetta di Paolo Ghersi e vedo che è chiusa sprangata; proseguiamo per Carnino, dove arriviamo a fatica (della lambretta). Posteggiato il potente mezzo, alle 7.45 partiamo per il Passo delle Saline. Dopo una bella serie di prati, il sentiero s’interna nella valle, si riapre in una conca assai vasta. Poi ancora per erba al Passo delle Saline 2174 m, dove arriviamo alle 9. Cioè abbiamo impiegato 75 minuti per risalire un dislivello di 782 m: una media abbastanza buona considerando che abbiamo fatto delle piccole soste per essere sicuri di non sbagliare itinerario.

Dopo un breve riposo, ripartiamo alle 9.15 su per il costone della Cima delle Saline, nostra meta di oggi.

Lo spettacolo è meraviglioso: c’è il mare di nuvole fino a quota 2000 m circa, al di sopra il cielo è terso. Il Monviso è lì a due passi, a quattro passi il Gran Paradiso… Poi il Cervino, il Monte Rosa, il Grand Combin.

Anche se un po’ da lontano, è la prima volta che vedo dal vero i colossi delle Alpi Occidentali!

Ancora pochi passi e siamo in cima, altre gemme si aggiungono alla collana alpina: l’Argentera, il Marguareis, le Alpi Liguri tutte. Sono visioni stupende che non si dimenticano.

Siamo proprio in vetta alla Cima delle Saline 2612 m, ore 10.02. E’ tutto così bello che scendiamo solo alle 10.30, a malincuore. Più sotto fare esercizio su una roccia, poi pian piano alla nostra lambretta, fino a Borgomaro.

Panorama dalla Cima di Piano Cavallo: da sinistra a destra, Marguareis, Cima Pian Ballaur, Cima delle Saline, Rocce di Manco, Cima delle Colme/Monte Mongioie
Panorama dalla Cima di Piano Cavallo: da sinistra a destra, Marguareis, Cima Pian Ballaur, Cima delle Saline, Rocce di Manco, Cima delle Colme/Monte Mongioie.

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L’Alpinismo è uno sport?

Le competizioni, ma anche le corse non competitive, distolgono dal sentire la natura e l’ambiente che ci circondano. La serie di sguardi al cronometro ne è la dimostrazione più evidente.
D’accordo, c’è differenza tra una partitella di calcio parrocchiale e una qualificazione nazionale.
La maggior parte pensa che le corse tra amici, o altre manifestazioni simili, siano più giustificate e accettabili di altri agonismi dichiarati, o mascherati, striscianti, perché, almeno per una parte di partecipanti, favoriscono il piacere dell’agire insieme. Personalmente è dal tempo dell’adolescenza alpinistica che rifuggo qualunque competizione e in più ritengo che le gare siano dannose all’ambiente, perché la montagna è costretta sullo sfondo.

SellaRonda Ski Marathon
AlpinismoSport-Sellaronda-Skimarathon

 

Mi guardo attorno e vedo che tanti vedono la montagna come teatro di ambizione. Una volta gli ambiziosi si ritagliavano uno spazio con la ricerca, l’esplorazione, la conquista personale; oggi, coloro che sono privi di fantasia non trovano più “novità” e quindi non gli rimane che esaurire il loro protagonismo nella competizione.

Tutti siamo o siamo stati un po’ competitivi, ancor più i giovani con qualcosa dentro. Credo però che sia importante non porre mai la montagna sullo sfondo, lasciandola invece al nostro fianco come compagna ideale.

Credo anche che occorra lasciar fare, condannando gli eccessi organizzativi di qualche manifestazione e limitandoci a dare il nostro esempio. Chi sa di essere nel giusto non vuole neppure passare per fanatico.

A vent’anni, nel 1966, scrivevo questa fantasia, senza immaginare quanto dovesse approssimarsi alla realtà:

L’Alpinismo è uno sport?
Qualunque sport, dal calcio alla pallanuoto, dal ciclismo alle bocce, ha le sue regole, istituite perché con esse si è vo­luto circoscrivere una particolare attività sportiva e distinguerla dalle altre.

Un passaggio del Misurina Ski Raid 2012
AlpinismoSport-Misurina-Ski-Raid-2012

Se queste regole non sono rispettate, gli effetti possono es­sere due: o la prova è nulla oppure rientra in un’altra categoria di sport. Non si può dire ciò dell’alpinismo, che non ha mai avuto regole fisse, ma è bensì in continua evoluzione.

Negli sport invece le regole sono semplici: tempo o stile sono i soli criteri di misura. Chi impiega meno, o chi è più aderente a uno stile ideale e perfetto, vince. Anche in alpinismo esiste lo stile, come pure il tempo. Esiste anche la smania com­petitiva, contro la montagna e contro gli altri, ma ciò non è sufficiente per affermare che l’alpinismo sia uno sport.

Dimostriamolo, senza fatica, per assurdo.

Il Lunarally di Pontedilegno
AlpinismoSport-lunarally-Pontedilegno1024x681

 

Ognuno di noi, per quanto a volte si possa essere digiuni in materia, può confrontare le proprie idee sulla montagna e sul­l’alpinismo con le situazioni, sia pure un po’ caricate, ma co­munque ugualmente assurde, che si verrebbero a creare se l’a­zione dell’andare in montagna fosse caratterizzata solo dallo sti­le e dal tempo.

Questi dunque potrebbero giustificare da soli l’esistenza di un ipotetico «sport alpinistico». Fermo restando che lo sport alpi­nistico equivarrebbe a un qualsiasi altro sport, senza alcun i­deale aggiunto, ma nudo nella sua essenza atletica e ben deli­mitato nelle sue regole codificate, si potrebbero benissimo or­ganizzare le gare a cronometro. Non si avrebbe nessuna diffi­coltà, né tecnica né umana, specie con l’aiuto di un’organizza­zione sapientemente diretta nella classica direzione del ricavo economico.

I concorrenti dovrebbero partire con uguale materiale, pre­senti i giudici di percorso, di partenza e di arrivo. Potrebbe ve­rificarsi qualche spiacevole caso di squalifica per irregolarità; ci sarebbe anche il tempo massimo, oltre il quale gli atleti sareb­bero senz’altro eliminati dalle successive prove.

I giudici provvederebbero ad assegnare i premi ai vincitori, dopo un attento esame dei punti ottenuti e del tempo migliore. Da considerare nella dovuta importanza anche la sicurezza e la prudenza usata dai concorrenti. Alla base della parete ci sa­rebbero le squadre di soccorso, pronte con le barelle per even­tuali infortuni, come pure in vetta; e su tutto il percorso fiori­rebbero le installazioni di teleferiche modernissime per il pronto invio del ferito a valle racchiuso in speciali sacchi Grammin­ger. Ci sarebbero pure, abbarbicate alle cenge, ove possibile, speciali stazioni di ristoro.

Lo sport alpinistico sarebbe ammesso alle Olimpiadi e per i fanatici delle invernali ci sarebbero pure i Giochi alpinistici invernali. L’iniziativa olimpica non mancherebbe di favorire lo sviluppo dello sport alpinistico: la partecipazione infatti sareb­be assai vasta, visto che «alle Olimpiadi non importa vince­re; l’importante è partecipare». Va da sé che lo sport alpini­stico sarebbe ammesso al CONI e il CNSA (Commissione Na­zionale Scuole d’Alpinismo) assorbito.

I tempi sarebbero misurati al centesimo di secondo, i con­correnti dovrebbero partire con il numero sulla schiena e non avrebbero con loro chiodi, essendo già in posto quelli necessa­ri. La partenza e l’arrivo sarebbero misurati da una speciale cellula foto-elettrica, mentre i giornalisti in vetta, protetti da un apposito bivacco-stampa collocato dalla benemerita Fon­dazione Berti, batterebbero nervosamente i tasti della mac­china da scrivere per stendere il pezzo prima dell’ultima corsa della funivia.

Bardonecchia 1985: Jerry Moffat e Wolfgang Güllich

Bardonecchia 1985: Jerry Moffat e Wolfgang Guellich

Sulla vetta, o sulle staffe in mezzo alla parete, sarebbero di­slocati in gare particolarmente importanti gli operatori televisi­vi e i radiocronisti. Sui monti circostanti si provvederebbe alla sistemazione (tribuna o gradinata) del pubblico pagante, men­tre il servizio d’ordine non permetterebbe lo spettacolo ai por­toghesi e la polizia conterrebbe l’eccessivo entusiasmo dei tifo­si. Mentre sui piazzali adiacenti ai rifugi, ormai tutti serviti da un’ottima rete stradale, si adopererebbero i posteggiatori abu­sivi e non; elicotteri speciali sorvolerebbero la zona e le sue adiacenze per avvertire atleti e pubblico di eventuali perturbazioni atmosferiche.

Ai concorrenti sarebbe vietata ogni azione che potesse dan­neggiare i successivi: proibito schiodare, proibito spaccare gli appigli a martellate, otturare le fessure, bagnare la roccia con liquidi di qualsiasi genere, provocare frane; vietati gli urti, gli ostruzionismi, i catenacci. Prudenza nei sorpassi, anche se per­messi sia a sinistra che a destra. Vietato provocare e insulta­re gli arbitri.

A gara terminata si provvederebbe come di consueto al con­trollo antidoping. A giudizio della giuria se i tempi registrati possano o meno essere omologati nell’albo d’oro di ogni via.

Le guide a riposo potrebbero così impegnare il loro tempo facendo gli allenatori o massaggiatori, e gli anziani campioni, o gli incorruttibili accademici, coronerebbero la loro brillante car­riera da giudici o arbitri.

Nelle gare per solitari sarebbe severamente proibita ogni forma, anche elementare, di autoassicurazione; le atlete non do­vrebbero assolutamente indossare, in nessun caso, abiti succin­ti o comunque offensivi alla morale e alla “tipica” auste­rità dell’ambiente alpino.

Al di fuori delle competizioni si potrebbe anche assistere al puro esercizio di stile, all’essenziale estetica dell’arrampica­ta: atleti che amino concepire il passaggio come una serie di movimenti accordati da un fluire logico e leggero degli arti, che trascorrano i loro pomeriggi a salire e risalire su un masso, fare e rifare lo stesso passaggio, fino alla plastica perfezione del movimento, forza e grazia non disgiunti, in sobrio equilibrio.

Alla fine dell’esibizione, ultimo tocco, non mancherebbe il coro frenetico di battimani e strida da parte degli ammiratori.
(1966)

Bardonecchia 1985: Stefan Glowacz e Marco PedriniBardonecchia 1985, S. Glowacz, e M. Pedrini

 

 

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Natale in Tirolo

Natale in Tirolo

I primi presepi in Tirolo risalgono al XVII secolo e furono allestiti nelle chiese di Innsbruck e della vicina Hall. Nel periodo dell’Illuminismo i presepi furono banditi dalle chiese, e per questo motivo, realizzati in seguito nelle case di città e in quelle dei contadini. Il più antico presepio privato di quell’epoca è del contadino Maxenbauern di Thaur, il «paese dei presepi» vicino a Hall noto grazie agli intagliatori Giner. Fino al XIX secolo il presepio fu specchio della vita tirolese, anche se talvolta in presenza di alcuni motivi orientali con ambientazione in Palestina. Dopo le guerre mondiali molti presepi rischiarono di sparire. L’allora direttore del Museo d’Arte Popolare di Innsbruck fiutando questo pericolo adibì un’ala alla raccolta dei presepi più preziosi. Oggi il museo mostra un centinaio di presepi di ogni misura e stile. Il Krippeleschaun (guardare il presepio) è una bella tradizione sopravvissuta in molte fattorie dei paesi intorno a Hall dove vengono allestiti presepi di pazienza e maestria, da esibire con orgoglio a vicini ed ospiti. L’invito a visitarli è rivolto anche ai turisti, ma è necessario informarsi per avere le coordinate e l’appuntamento per certi luoghi sperduti. Naturalmente anche nelle chiese di tutte le località tirolesi vengono preparati i presepi e molti villaggi ne organizzano l’esposizione. Famoso è il grande presepio meccanico di Landeck, come quello di ghiaccio a misura d’uomo a Gurgl, nell’Ötztal, realizzato dalla famosa scuola d’intaglio di legno di Elbigenalp in Tirolo. Igls, vicino a Innsbruck, organizza un presepio vivente chiamato Bergweihnacht (Natale di montagna).

Maschere di Krampus
Innsbruck, Krampusmaske, maschera

 

Alla vigilia di San Nicola, il 5 dicembre, in Tirolo si usa fare piccoli doni ai bambini, soprattutto dolci nascosti nelle calze. In varie località «Sankt Nikolaus», vestito da vescovo, fa il suo ingresso nel centro storico seguito dalla banda e portando un enorme sacco pieno di regali da distribuire ai bambini. Il santo è accompagnato dai Krampus, diavoletti con catene e bacchette che fanno «paura» ai bimbi discoli (in altri casi, invece, sono diavoli che spaventano le belle ragazze). È nota la sfilata di San Nicola nel centro di Innsbruck dove Nikolaus e Krampus sono accompagnati da uno «stuolo di angeli».

Nell’Osttirol (Tirolo Orientale), la regione che meglio ha saputo conservare tutti i suoi antichi comportamenti collettivi, è ancora viva nella sua forma originaria una tradizione legata ai Krampus. In particolare a Matrei, nella zona degli Hohe Tauern del sud sono conosciuti i cosiddetti Klaubauftage, i giorni dei Klaubauf o Kleibeife che derivano con molta probabilità da credenze popolari negli spiriti vaganti nel periodo tra Natale e l’Epifania. Sorprendentemente tali tradizioni sono simili alle usanze carnevalesche: i diavoletti portano artistiche maschere in legno o metallo, pelli di pecora, collari e grosse cinte di cuoio dai quali pendono campanelli e campanellacci fino ad un peso di 30 kg.

Durante il periodo natalizio, nei centri storici di molte località vengono organizzati mercatini che offrono dolci e oggetti tradizionali. Particolarmente conosciuto il mercatino di Innsbruck. Sulla piazza centrale davanti al Tettuccio d’Oro viene allestito un enorme albero di Natale con ai piedi un presepe intagliato in legno. Dalla piazzetta fino al fiume Inn si può passeggiare tra tradizionali bancarelle assaporando profumi e sapori d’altri tempi. Il mercatino resta aperto per tutto l’Avvento e oltre, e si ripetono le varie manifestazioni letterarie e musicali. Ogni giorno ad un’ora precisa si esibiscono i suonatori della torre con le trombe. Un secondo mercatino è allestito sulla Landhausplatz. Per il periodo natalizio vengono offerte anche visite guidate speciali al museo delle campane, ai presepi nel museo dell’Arte Popolare e presso i contadini, per conoscere le usanze tradizionali.

Innsbruck, piazza del Tettuccio d’Oro (Goldenes Dachl) e albero natalizio
Ort: Innsbruck und seine Feriendörfer

Anche a Lienz (Osttirol), dove la Liebburg si trasforma in un gigantesco calendario d’avvento, viene allestito per tutto il periodo un bellissimo mercato di Natale sulla piazza antistante. La magia natalizia avvolge anche la fortezza di Kufstein per tutto il mese di dicembre con mercatini che hanno luogo ogni fine settimana. La navigazione sul fiume Inn con il battello Sankt Nikolaus è attiva anche durante i weekend dell’Avvento. Going nelle Alpi di Kitzbühel continua la tradizione dei mercati di artigianato artistico, dedicandone uno al Natale e molte sono le località anche piccole che organizzano mostre e mercatini.

L’Anklöpfln (bussare) è una tradizione che ricorda il peregrinare di Maria e Giuseppe alla ricerca di un rifugio. Gruppi di «pastori» girano di fattoria in fattoria, bussano, cantano e vengono accolti con grappa e dolci tradizionali: una tradizione ancora molto viva nella Zillertal e nella bassa valle dell’Inn. Il noto albergo Stanglwirt è un punto di riferimento in tutto il Tirolo per il suo impegno nella conservazione delle tradizioni autentiche.

Bergweihnacht, Notte dell’Avvento
Innsbruck, Bergweihnacht, Notte dell'Avvento

 

L’usanza dell’albero di Natale in Tirolo non è molto antica: il primo fu allestito nel 1890 nella scuola di Ischgl nella valle di Paznaun, poi la nuova idea conquistò velocemente tutta la regione. La particolarità degli alberi natalizi tirolesi è costituita dagli addobbi fatti principalmente a mano (stelle di paglia, pigne dorate e ornate di nastrini, angioletti, dolci, ecc). I profumi che si sprigionano dall’albero sono intensi: c’è l’odore del pino perché si usano solo pini o abeti veri e di cera d’api perché non ci sono «lampadine» ma autentiche candele di cera. I pini sono senza radici (col benestare degli ambientalisti, perché provengono dallo sfoltimento autorizzato del bosco oppure da allevamenti esteri: i controlli sono rigidissimi). L’albero viene preparato soltanto alla vigilia di Natale, il 24 dicembre. La sera, quando fa buio e tutte le candele sono accese, arriva il Christkind (Bambin Gesù) che porta regali a tutti. È risaputo che l’Austria è famosa per i suoi dolci, quindi anche il Tirolo. E le tradizioni natalizie contemplano soprattutto la preparazione di biscotti dai mille gusti. Nascono così delizie come i cornetti di vaniglia, i baci di cocco, le stelle al rum o alla cannella, i cuoricini di mandorle, il dolce della vita, ecc. che evocano nostalgici momenti dell’Avvento. Altri dolci, inizialmente nati come dolci natalizi, sono oggi dolci particolari quali per esempio la Prügeltorte di Brandenberg o il Blattlstock, una specialità del Tirolo Orientale. Ma il dolce natalizio più comune in tutto il Tirolo è lo Zelten, una specie di panforte poco dolce, fatto di frutta secca (fichi, pere, uva, mandorle, nocciole), arancini, cannella, chiodi di garofano e pasta di pane. Gli ingredienti variano però a seconda delle usanze locali nelle diverse vallate. In Tirolo non si conosce la Befana, ma il 6 di gennaio in ogni località girano i «Re Magi»: gruppi di ragazzi che portano con loro una grande stella e cantano ad ogni porta per raccogliere soldi destinati alle missioni.