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Climbing girls 21

 

Ignota a Bergen (7a), Norvegia
ClimbingGirls-21-7a - Bergen, Norway

Ana Fern
ClimbingGirls-21-Ana Fern

Angela Riba Bosch su Lourdes (8b), Agulla Fina, Montserrat, Spagna. Foto: Carlos Perez Diaz
ClimbingGirls-21-Angela Riba Bosch in a route called Lourdes 8b in the crag Agulla Fina in Montserrat (Spain). PhotoCarlos Perez Diaz

Ashima Shiraishi
ClimbingGirls-21-Ashima Shiraishi

Ashima Siraishi lavora Lucifer (5.14c), Red River Gorge. Foto: DPM
ClimbingGirls-21-AshimaSiraishi-lavoraLucifer-5.14c-FotoDPM

Barbara Bacher su Schwarzer Schwan (8c), Oetztal, Tirolo, Austria
ClimbingGirls-21-Barbara Bacher-Schwarzer Schwan, 8c

Barbara Zangerl su Peace (5.13c), Tuolumne Meadows
ClimbingGirls-21-BarbaraZangerl-Peace-5.13c-TuolumneMeadows

Brittany Griffith su Only After Dark (6c, 5.11c), Cinema Paradiso, San Vito, Sicilia. Foto: Andrew Burr
ClimbingGirls-21-Brittany Griffith on Only After Dark (6c, 5.11c), Cinema Paradiso, San Vito, Sicily. FotoAndrew Burr

Caroline Ciavaldini su Intra Mon, Sadernes, Spagna
ClimbingGirls-21-Caroline Ciavaldini in Intra Mon at Sadernes in Spain

Catherine Destivelle, Grand Capucin 3870 m
ClimbingGirls-21-Catherine Destivelle Grand Capucin 3870 m

Chelsea Nichole Rude su Cryptic Egyptian (5.13c), Rifle, Colorado. Foto: Aaron Colussi
ClimbingGirls-21-Chelsea Nichole Rude on Cryptic Egyptian 5.13c - Rifle, CO-FotoAaronColussi

Ignota
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Ignota
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Ignota
ClimbingGirls-21-female-rock-climber-closeup

Colette McInerney su Caustic Cock (5.11b), Cannibal Boulder Red Rock, Las Vegas. Foto: John Evans
ClimbingGirls-21-Colette McInerney on Caustic
Daila Ojeda
ClimbingGirls-21-Daila Ojeda

Daila Ojeda
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Jessa Younker. Foto: Ana Hernandez
ClimbingGirls-21-Jessa Younker.FotoAnaHernandez

Josune Bereziartu
ClimbingGirls-21-JosuneBereziartu- DIVINA1175

Josune Bereziartu
ClimbingGirls-21-JosuneBereziartu DIVINA1177

Martina Cufar su Rêve de larve (8b), Suet, Haute-Savoie, Francia
ClimbingGirls-21-MartinaCufar-Rêve de larve un 8b ce printemps dans la falaise du Suet en Haute-Savoie

Martina Cufar
ClimbingGirls-21-MartinaCufar-Yoga

Ignota. Foto: David Munilla
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Ignota. Foto: Squamishphoto
ClimbingGirls-21-Squamishphoto

Ignota. Foto: Thomas Ulrich
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Ignota, location ignota
ClimbingGirls-21-tumblr_mwsfk0ugX01r996xpo1_500

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Go aid a pitch 04

Go aid a pitch 04 (4-4)
di Gabriele Canu

Caminando al Reissend Nollen (Wendenstock)
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Caminando al Reissend Nollen (Wendenstock)
… ed eccoci qui, su una via magnifica, considerata come una delle vie più belle della svizzera… Caminando! … che poi, non capiamo come possa avere questa reputazione… di 17 tiri, di stupendi ce ne saranno solo 11 o 12, di belli solo 5 o 6… boh, non so, sti svizzeri so’ strani, eh! Comunque, le disquisizioni sulla bellezza della via al team Gap importano ben poco: non siamo certo qui per divertirci!!! Infatti lore mette le cose in chiaro già subito al primo tiro: dritto da sosta a sosta, e quando ga lo raggiunge di corsa, il tono è perentorio “… dove minchia hai lasciato lo zainetto?!? … giù a prenderlo!”. E così, ga alla fine del primo tiro si è già fatto 100 metri. Bello caldo, riparte per il secondo tiro: e senza avere neanche le scuse delle dita congelate, già trova eterno senza neanche aver avuto tempo di dire “bah”. Si comincia con la riga di pattoni, ma lore, in ottimo stato mentale, li scansa tutti e riesce ad arrivare in sosta al 6c+ senza dover fare amicizia con le fettucce dei rinvii. Il due tiri successivi toccano a ga, per un ovvio criterio di suddivisione delle rogne in questa lunga giornata! Il primo liquidato in nonchalance (… ah, sì… ), il secondo risolto a furia di lanci, controlanci, acrobazie varie, il tutto due metri sopra al chiodo sotto, e 7 cm sotto quello successivo. Fortuna che la relazione in nostro possesso diceva “runout fino in sosta di 7 metri sul VI+”. Ga, d’altra parte, mica ha il senso della misura: dopo aver trovato chilometrico ed aver detto di tutto al “relatore”, osserva il tipo in sosta, un simpatico spagnolo (pardon… catalano, non spagnolo!!), e quello gli indica – con il sorriso sotto i baffi e impaziente di vedere i numeri da circo sui successivi 5 metri per arrivare da lui in sosta – uno spit, due metri sotto e un po’ a sinistra… ahhhh, ecco, sul VI+ ero d’accordo, ma mi sembrava fossero un pelino più di 7 metri…!!! Sul 6b+ successivo, chiodato allegro tanto da non far perdere la concentrazione, lore regala sprazzi di bel gioco; giusta premessa agli scapaccioni che toccano a ga sul tiro chiave, che – vista l’ariosa chiodatura che lascia spazio alle riflessioni sui grandi perché della vita – per l’occasione si trasforma in un ring. Dopo aver rischiato più volte il ko tecnico e aver ricorso più volte alle cure dei sanitari, l’ultima smanacciata è quella buona… e le ossa per oggi le riportiamo tutte a casa, yeah! (…) Il successivo 6a rende l’idea di cosa si intenda per “arrampicata libera” e cerca di intralciarla il meno possibile, mentre sull’altro tiro duro la scusa degli attriti non è niente male per giustificare dei potenti resting. Due o tre tiri dove si respira, e poi si ricomincia a pompare, il diedrone che si vede da basso non è poi così appoggiato… ma in fondo ormai siamo a cinque tiri dalla fine, e quando ga è a tu per tu con l’ultimo strapiombino – belin, ma anche a un metro dalla cima dovevano metterci un passo duro?! – per pura e semplice questione morale (ma soprattutto per non concedere quelle piccole soddisfazioni al socio… si accaparra la sosta senza fermarsi a riflettere! Ed eccoci qui, con gli strani ma simpatici spagnoli, ad abbracciarci e a stringerci la mano, e a correre giù insieme in mezzo alla nebbia per simpatiche e un ciccinin aeree (…) doppie che in men che non si dica (…) ci riportano alla base… sta calando la luce, ma ormai siamo sul sentiero! … ma come… ?! ancora caminando, stiamo?!? PS: via meravigliosa, posto incantevole, roccia galattica, … vado avanti?!
Data: 11 agosto 2012

Nel corso del tempo al Becco di Valsoera
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Nel corso del tempo al Becco di Valsoera
“dai ga, tranquillo, decidi tu… andiamo a fare un giro dove ti pare, dimmi solo l’ora e dove!” – mannaggia, povero Davide, ancora non sa in che grana si sta cacciando con questa affermazione… Metà settembre, il meteo del weekend pare garantire meteo super e di nuovo un po’ più caldo, beh… l’ultima occasione per un giro al meraviglioso valsoera! E così, l’inedita coppia ga-davide, decide di “conoscersi” su questa famosa via del buon manlio motto, che tutti dicono così bella… e per essere che ci si conosce da due ore, l’inizio non è male: ga, il “local” (!?!) della valle, non perde occasione – fosse che fosse UNA volta che la azzecca! – per sbagliare strada. Ma porc… !! Vabbè. Una notte con il saccoapelo buttato sul prato sotto una stellata magnifica, è il benvenuto della valle per davide alla sua “prima volta” in zona… che in questa stagione diventa davvero magica, pochissima gente in giro, fresco al mattino… e una giornata stellare davanti a noi! Neanche il tempo di scaldarsi le dita, e via senza pensieri per un bel 7a+ su tacchette, che a settembre, a ovest, a 2800 metri diventa qualcosa che ha ben poco a che vedere con l’arrampicata… vabbè, primi metri primi scapaccioni… ma ci mancava solo il contrario! Al secondo tiro è il turno del Lungo – così noto non so perché, di sicuro non per l’altezza come si potrebbe immaginare, è solo 1,90! – che si sbarazza senza neanche accorgersene di un onesto 6b+. E’ il turno di ga, ”dritti per il muro rosso a tacche distanti“, diceva la guida dimenticandosi che anche gli spit non sono esattamente quel che si definisce ”a portata di mano“. Così, tra continui e inutili tentativi di scaldare le dita ibernate, e equilibrismi vari per non soccombere alla forza di gravità che incessantemente richiamava verso il basso anche in momenti poco opportuni, il losco individuo giunge in sosta strappando la libera in extremis, e ovviamente, appena in sosta, il sole arriva sulla parete. Malimortacci!!! Almeno il lungo si gode il successivo tiro… interessante pur nella sua brevità, e ga ancora si ritrova in mezzo a un tiraccio, di cui si libera con alcuni movimenti a metà tra l’arrampicata e il calcio saponato. Nel tiro successivo, il lungo sperimenta l’inscalabilità (totale!) di un paio di spit del tiro successivo (?!? Fantascienza… anni e anni di scalata, e non capirci una beneamata… ), ma si passeggia (…) il resto del tiro. Anche ga prova a passeggiare sui primi metri del tiro successivo, da molti evitato sulla destra… ma ga, si sa, non sa mai dire di no a due scapaccioni garantiti e a tasso zero! Di qui la scalata si fa più facile, in compenso l’ora comincia a farsi tarda… ci involiamo (…) sulla sommità del torrione, e neanche il tempo di dirlo – sono le sette! – e giù di corsa dopo esserci goduti qualche minuto la maestosità del posto e la giornata meravigliosa che ci ha accompagnato! Le doppie vanno via in fretta senza complicazioni, un po’ meno il rientro al rifugio al buio, ma insomma… è andata, grande giornata… e niente male, come prima via insieme…!

(palloso ma doveroso appunto tecnico) premetto: a) adoro le vie di motto b) normalmente le sue vie per me sono capolavori c) è stata comunque una bellissima giornata e mi sono divertito. Premesso ciò devo però dire che, rispetto allo ”standard motto“, qui ho trovato una chiodatura stranamente ”generosa“ (spit anche a fianco a fessure proteggibili), ma più di questo… due anni fa ho ripetuto Sturm und Drang, oggi questa via e… confermo la mia opinione in merito a quanto già avevo visto. Mi pare una via parecchio forzata, in molti punti si passa a pochi metri, in alcuni proprio a fianco… non so, nessuno dice niente in merito in giro, tutti a tessere grandi lodi… però a me personalmente, pur trovandola una bella via – leggi bella arrampicata, bella roccia, bella linea – mi ha lasciato un po’ perplesso per questi aspetti… e mi pare strano che nessuno ne dica niente… lo avesse fatto Grill lo avrebbero mangiato vivo… (fine appunto tecnico!).
Data: 15 settembre 2012

Diretta Ribaldone alla Torre Castello
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Diretta Ribaldone alla Torre Castello
“Allora… ok che ci conosciamo da poco, ok che già non mi sopporti più, ok tutto quanto. Però la settimana prossima compio 30 anni. Ora… a me farebbe pure piacere passare il compleanno con te, però… beh… sta un po’ a sentire, facciamo così: già che è il mio compleanno, lasci decidere me dove andare!” – “… ” – “Ok, allora so dove voglio andare!”.
Certo che ga, terrorizzato da una possibile frase “… voglio andare all’outlet di serravalle!” non sapeva proprio che dire. E francamente, l’alternativa “… voglio salire sulla Torre Castello, e passando dalla Ovest…” lo lasciava impietrito e incapace di intendere e di volere. Così, buttato di peso dentro alla macchina e trascinato ancora incredulo l’improbabile essere vivente nei pressi del parcheggio – alla buon’ora delle 11 e mezza, come veri finaleros doc! – ele comincia a scrutare il cielo. “Interessante… ma oggi non davano meteo ultrastabilemancounanuvoletta?!” – “… massì, lo davano un po’ tutti!” – “… ma tutte ste nuvolaglie, allora?!” – “… e vabbè, due nuvolette di passaggio!!!”. Infatti. Tiro numero 3, piovischia. Tiro numero 6, il casco comincia a emettere strani suoni… “Ele, ma la smetti di far sto casino?! Proprio ora ti devi mettere a scrivere a macchina?! … non puoi fare sicura a modo?!” – “Ehm… scusami hai ragione. Pensa che a prima vista avrei detto che stava grandinando, ma visto che i meteo che guardi tu sono infallibili è impossibile… dai, smetto di scrivere e ti faccio sicura a modo!”. Sarà come sarà, l’ultimo tiro sembrava quasi bagnato… mah, impossibile, chissà!
Arrivati in cima ga tira fuori dallo zaino una mini-sacher e la candelina… – oh, ma è un compleanno o no?!? – ed ele, giunta pure lei, dopo una ventina di minuti si accorge della mini torta… e spenta la candelina… ora si può festeggiare!
… buon compleanno, Ele!

Io l’ho vista così… (Ele)

Data: 18 giugno 2013

Via Deye-Peters alla Torre Madre dei Camosci
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Via Deye-Peters alla Torre Madre dei Camosci
Alpi Giulie, atto primo (e unico dell’anno). Dopo aver clamorosamente, al mattino presto, sbagliato non solo attacco della via ma più precisamente la parete – complimenti!!! – nei pressi delle sorgenti del Piave, altro viaggio della speranza per i nostri due intrepidi (…) eroi (…) che, raggiunto un quantitativo di chilometri ragguardevole, decidono di fermare la macchina e far due passi a piedi, direzione: rifugio pellarini. Destinazione: ignota, ma con in (una) mano la guida dei monti d’italia delle giulie occidentali (affarone: 35 euro per un libricino aggiornato al 1974… e nell’altra i polmoni di ele, in evidente quanto avanzato stato di decomposizione dopo l’avvicinamento al rifugio. Nel quale, onestamente, non veniamo trattati esattamente come dei signori – ma forse nemmeno lo siamo, e nemmeno lo pretendevamo -; e con ciò senza neanche averla iniziata, polemica terminata… ma di sicuro, per quanto mi riguarda, va in quell’elenco di rifugi che ognuno di noi ha, dove magari, se si può evitare di tornare… E peccato, tra l’altro, perché il posto è veramente fantastico, l’ambiente è magico, queste tre paretone lì davanti, imponenti e maestose, sono davvero da copertina!
Un po’ meno da copertina, è l’avvicinamento a questo bellissimo spigolo; nessuna traccia, e dritti per ghiaini ed erbetta. Piacevole, direte voi. Spiacevole, dirà ga mezzora dopo quando tornerà giù e poi di nuovo su all’attacco, con speranze misere di ritrovare la dispersa macchina fotografica: le possibilità di ripassare sullo stesso percorso seguito all’andata su un terreno simile, sono talmente misere da sembrare le possibilità che un pregiudicato finisca in carcere o ai servizi sociali entro una dozzina d’anni dalla sua condanna definitiva in terzo grado. Sempre che quei dieci milioni di sassi che ci sono lungo l’avvicinamento, non siano anche loro paragonabili ai dieci milioni di elettori del pregiudicato in questione; in tal caso, a detta di alcuni pare che sia ampiamente giustificabile un eventuale ritrovamento della mia macchina digitale!
Insomma che, in ritardo di un’oretta e con ele ibernata ad attendere il mio infruttuoso ritorno, siamo pronti a partire. Dopo aver rischiato di venire inghiottiti dal nevaio, e il momento di prendersi le bollite per allenarsi all’inverno: una a testa, palla al centro. Raggiungiamo in breve i due tipi partiti davanti a noi, e ga comincia a spazientirsi, non tanto per il fatto che i tipi facciano OGNI sosta che trovano (10,20,30,40metri di corda fuori che siano!), quando perché la signora è altamente scortese e non apprezza la compagnia di ga in sosta. Capisce poi solo più tardi, quando il tipo dice “you are a speed climber! If you want, probably it’s better if you go ahead, so you can find the way quickly and we follow you!”. Pensiero carino… ma… all’impazienza della tipa, e al suo continuo muoversi in sosta, e farfugliare cose, ga finora non aveva collegato nulla. Salvo quando, poco dopo, la signora gentilmente si sfila l’imbrago, e al grido di “I’ve got to go to the toilet!!!!!” si infila correndo nel camino, ed espleta, diciamo così, le sue ‘funzioni vitali’. Ga avrebbe ben altro modo di definirle, ma il risultato finale è uno stordimento tale da rendere ga totalmente inerme. La faccia di ele ormai a pochi metri dalla sosta, nel frattempo, è da manuale… Ripreso dallo choc, ga comincia a macinare metri al motto di “siamo in ritardo!”, e in breve (…), i nostri due sopraggiungono – vivi! – alla Cengia degli Dei. Cosa non esattamente scontata, senza contare che poi, giungeranno vivi – ele compresa, e ciò è notizia curiosa! – anche dalla discesa per la banalissima gola nord-est…
Data: 22 agosto 2013

 

R4 all’avventura al Pic de Sagneres
Prima del racconto inseriamo le presentazioni dei due compagni di Gabriele:

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Micky (Michele Fanni)
Validissimo rappresentante della stirpe Fanni – e chi conosce Paolo Fanni, sa bene a cosa ci riferiamo. Calmo e silenzioso, se lontano dalla sua chitarra elettrica (che strimpella in maniera dignitosa con un manipolo di soggetti borderline, da lui stesso più comodamente definiti “gruppo”), ovunque si trovi: sulle placche più levigate come sugli strapiombi più accentuati. Tanto silenzioso che a volte facendogli sicurezza ci si dimentica di averlo attaccato al reverso. E, come il fratello, nello stesso tempo lui tende a dimenticarsi che, destino vuole, in questo continente il sole ha la brutta abitudine di tramontare, verso sera. Il suo atteggiamento ieratico può a volte esser scambiato per menefreghismo, ma non fatevi ingannare! Una volta su una via, pochi metri sopra ad un amico (di quelli con le camme!) abbarbicato ad un´unica presa ormai da minuti con avambracci gonfi e faccia implorante, Michele si volta e fa “Dai eh!” e riprende per la sua via… Alla sua scarsa dimestichezza con nut e friend sopperisce con una dose impareggiabile di sangue freddo. Memorabile il suo commento dopo essere uscito da il camino di 20 metri di VI improteggibile sulla Sinfonia dei Mulini a vento all’Aguglia di Goloritzé: “Ma Lo! A cosa servono tutte queste cianfrusaglie che mi hai appeso sull´imbrago? Mi danno solo fastidio!” . Probabilmente soltanto la pigrizia gli impedirà di diventare un grande alpinista. Una delle sue massime preferite, “Ma perché devo riassettare il letto se già stasera ci torno a dormire?”, viene captata da ga nell’ultima uscita GAP su roccia del 2010, e per questo viene scaraventato giù dal letto a orari improbi, e trascinato su una via di roccia dalla fama non certo di una via “facile”, patendo le pene dell’inferno. Non più tardi di un anno dopo, terrorizzato all’idea di trovare nuovamente così lungo, arriva all’appuntamento, ormai tradizionale, con l’ultima scalata su roccia dell’anno dopo un’intensa preparazione atletica, e sfodera prestazioni lasciando ga allibito. Definito dalla critica più severa “Soffice, pungente, sobrio. Criptico.”

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Fulvio Scotto
Una delle leggende (viventi!) dell’alpinismo piemontese. Parlare del suo immenso curriculum con ricky, sarebbe come tentare di parlare di politica con flavia vento. Uno spreco. Un’enciclopedia universale dell’alpinismo. Quando gli chiedi informazioni su una via, lui l’ha già fatta, e sempre (ma come sarà mai possibile?) “25 anni fa”. Nel mezzo non se ne sa nulla. Di sicuro tantissimo alpinismo esplorativo nelle valli del cuneese, duemilaseicentotredici nuove vie sul Monte Matto, oramai la sua seconda casa. Tra le grandi classiche che hanno fatto la storia, gli manca la walker alle jorasses (toh, manca anche a me… ), sempre rimandata perché “… c’è così tante belle cose da fare, che tutto non si riesce!”. Se lo incontrate, alla vostra domanda “quanto ci vorrà ad arrivare all’attacco?”, usate la seguente tabella di conversione: “un’oretta” -> “1h30′ (senza zaino) su faticosissimo pendio di sfasciumi” – “due ore” -> “2h fino al bivio da cui parte il sentiero vero e proprio” – “due ore buone” -> “3 ore e trenta – 4 ore”, e via dicendo. Unico oggetto assolutamente indispensabile in sua presenza: la frontale. Le speranze di ritornare con il chiaro è inutile portarsele nello zaino. E’ l’unica persona che io abbia mai avuto modo di conoscere in grado di salire appendendosi al fiffi ogni spit sul 6a a boragni, e ripetere pilone centrale, pilier d’angle, pilastro rosso (giusto per far tre nomi…), aprire una via nuova in solitaria sulla nord del corno e la diretta allo scarason, fare la prima solitaria al bric camoscere, la prima invernale di Ge.La.Mo. al Corno Stella…

R4 all’avventura al Pic de Sagneres
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… come cambia, a volte, la percezione del tempo e dello spazio. Secondo tiro di questa improbabile linea nuova, ga comincia ad essere sopra l’ultima protezione (vabbè, un microfriend malmesso, d’altronde, rientra in quella categoria comunque!) un paio di metri, tre, quattro, cinque… ci prova in tutti i modi a piazzare qualcosa, ci son piccolissime fessure ovunque, si riuscirà a mettere la prima protezione decente di sto tiro… macché, cieche. Tutte, cieche! Il chiodino, la lametta, entra bene 1 cm, e poi “sdlen, sdlen, sdlen”… niente! E poi ci si lamenta della roccia marcia… avercene! … che poi sulla roccia compattissima, come qui, non ci son nemmeno spaccature, fessure, blocchi da tenere… c’è solo un placcone liscio, bellissimo, certo… con gli spit. Senza, ancora più bello. Però, per raccontarlo, manca ancora un misero metro! … incredibile quanto ci possa volere a prendere il coraggio e fare un misero metro quando la protezione è ‘laggiù’ e per giunta pessima, e quanto invece ci vorrebbe se qui ci fosse uno spit. Ma non c’è, e non ci deve essere… o almeno, questo è il nostro ‘gioco’, queste sono le mie, le nostre, regole. L’avventura è anche questo, in fondo. Non siamo mica qui perché ce l’ha ordinato il medico, d’altra parte. E neanche per consegnare ai (quanto mai ipotetici) ripetitori una via che oggi si ama definire “plaisir”! Questa è la nostra linea, e questo è il nostro compromesso… si passa con ciò che la natura offre, se non si passa… si torna a casa e magari un giorno qualcuno più forte, più motivato, più coraggioso sarà in grado di passarci… oggi ci siamo noi, e ci proveremo fino alla fine! Comunque alla fine l’istinto di sopravvivenza ha la meglio, e la pellaccia, anche oggi, forse la portiamo a casa… Infatti, un metro più in su e a sinistra, ga vede una fessura… si sposta, riesce ad abbrancarla, e pur con un liscione al posto dei comuni appoggi per i piedi, c’è una certezza: dovranno passare sul suo cadavere, per togliergli dalle dita quell’unica presa buona!!! … nonché l’unico posto, dopo venti metri, per mettere una protezione degna di questo nome. E infatti, ga non si lascia certo sfuggire l’occasione e si trasforma nel kebabbaro della situazione, e comincia a farcire la fessura con tutto quel che ha sull’imbrago: sei friends, nove nuts, cinque chiodi, tre tricam, due cunei. Ecco, ora si può continuare… Svuotato di un po’ di peso inutile, e aiutato dalle difficoltà un pochino più consone, riesce a fare anche i successivi quindici metri e a mettere una seria ipoteca sul risultato finale. “Da qui dovrebbe essere tutto più semplice!”, diceva infatti. E i due tiri successivi, con due tratti di VII-, non fungevano altro che da certificazione che l’ottimismo di ga era – come sempre – malriposto. Ma poi per la legge dei grandi numeri la parete comincia ad essere un po’ meno ostile, e con altri due tiri un po’ più gestibili, la cresta è raggiunta! Per tutto il tempo, tiro dopo tiro, ci siamo chiesti: “ma riusciremo a passare?!”… e solo qui, sulla cresta, ci rendiamo conto che alla fine, abbiamo sconfitto il nostro piccolo drago! Avventura bellissima, e stile come piace a noi… indimenticabile!
Data: 4 settembre 2013

Via dei Cencenighesi alla Terza Pala di San Lucano
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Via dei Cencenighesi alla Terza Pala di San Lucano
“dottore, non sto bene, mi sento di aver voglia di scappare un po’, di fuggire lontano, di prendere aria… cos’ho secondo lei?”. Lo controllò ovunque, pressione, battiti, saturazione, test dei riflessi, tutto… finché la sentenza fu “direi che non ci sono dubbi, il quadro clinico è completo e non lascia adito a ripensamenti, signor ga: astinenza da Pale!”. Ma in fondo ga lo sapeva bene, e così, alla proposta di ector di andare a ricordarsi cosa voleva dire cacciarsi nelle grane, fu ga a proporre: “… ma questa forse ancora irripetuta via del de biasio, se ne sa qualcosa?!”. Non se ne sapeva niente, ovviamente, perché andarsi a cacciare su di là non è certo per gente con la testa sulle spalle. E infatti, verso settembre quando la malinconia incomincia un po’ a prendere il sopravvento e si sente l’autunno che ti entra piano piano nelle ossa, i due decidono di andare a vedere questa stranissima linea che a furia di infiniti ed esposti traversi vince la grandiosa e all’apparenza inespugnabile fortezza della terza pala… vista “diqquà”, dove non batte il sole, dove il per nulla ospitale boral spedisce alitate di vento gelido e umido. Dove il traverso erboso per andare a prendere il boral ti lascia il segno. Dove nel giro di 10 minuti incominci a capire cos’è il IV de biasio, scuola massarotto. E ne hai la certezza quando ricominci, poco sopra, a traversare, a traversare, a traversare infinitamente trovando l’unica linea di debolezza… con grande coraggio e astuzia, e poi il difficile camino, e poi ancora, ancora, ancora… e una bella cengia da bivacco, di quelle con ogni comfort, di quelle da signori, di quelle che pensi che se non fossero così lontane, qui ci verresti a dormire più spesso. Un meraviglioso palcoscenico sulla valle, e la tranquillità che da qui, almeno, le grandi difficoltà sono finite. In salita. Rimane poi un giorno intero per l’ultima parte di via, la risalita in cima alla Terza, e poi l’espostissima Cresta di Milarepa, meravigliosa e aerea traversata che porta in un paio d’ore allo spiz… e da lì, ancora l’infinita e lunghissima discesa, con due bivacchi alle spalle e sulle spalle due zainoni, due giorni intensi e senza un attimo di respiro, solito viaggio eterno, avvicinamento faticosissimo e mai stupido, scalata delicata, tecnica e psicologica in un ambiente che, diciamocela tutta, non fa di tutto per metterti a tuo agio. Qui dentro, sulla nord della terza, sembra veramente di essere in un altro mondo, tutto verticale, tutto strapiombante, il boral, i prati verticali, la roccia così così, i traversi, l’esposizione, la discesa infinita e ben lungi dall’essere un comodo sentiero, l’essere e il sentirsi – e un po’ anche vivere – veramente in un mondo a parte. E’ probabilmente il posto delle Pale dove abbiamo vissuto forse con più ‘paura’, schiacciati dall’ambiente e dall’ingaggio. Ma non era paura, era quel misto tra paura e felicità… felicità di essere proprio qui, ‘selvaggi’ e senza mai fermarci nel farci la solita e impossibile domanda… “ma perché?!”. La cosa bella di questa domanda è la risposta, che non vi diamo… è tutta in un abbraccio, alle dieci di sera del terzo giorno, quando il telecomando della macchina fa il suo dovere dopo tre giorni a riposare in fondo al sacco. C’è poco da aggiungere… le pale lasciano sempre un sapore tutto particolare, che solo chi ha provato può capire… insieme forse a chi non ha provato, ma ama davvero l’avventura e il vivere a fondo le giornate. Come ci ha detto il buon De Biasio quando gli abbiamo voluto raccontare che abbiamo provato a seguire le sue tracce, “Bravissimi, ragazzi! … ma proprio lì dovevate andarvi a cacciare…?”… Eh già, dopo aver vissuto quest’avventura come dargli torto… ma la terza ci mancava… ora manca solo la seconda, prima di dedicarsi “all’altro lato”! … arrivederci cencenighe… al prossimo attacco di astinenza da pale!
Data: 23 settembre 2013

Diedro del Terrore alla Parete dei Militi
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Diedro del Terrore alla Parete dei Militi
Ehi liviell… domani hai voglia di fare un giro in montagna insieme?!” – “… dai ga, grazie… e perché no?! … hai qualche idea?!” (ndr: domanda stupida) “mah, sì, in effetti un’idea ce l’avrei… una roba tranquilla, avvicinamento brevissimo, 6b massimo… ” – “figo! Cos’è?!” – “… il diedro del terrore!” – “… ”
E fu sera, e fu mattina. Dopo il massacrante avvicinamento di sette minuti scarsi, l’orrida parete è presto raggiunta. Ele prova subito a trasformare il “diedro del terrore” in “diedro del panico”; i risultati ve li lascio immaginare. Certo è che partire con un tiro di V+ in traverso non è il massimo, ma sui quattro rumeghi successivi di III+ ele non manca di far notare a ga che la sua via ideale è una via di una dozzina di tiri simili… che a voler vedere, è un po’ come dire che la parte bella del pesce è quella dalla cengia in su…
Da qui in poi la parete si verticalizza, e dopo un primo curioso boulder in cui la tacca buona per il piede risulta unta (…?!?) e uscita su terra buona per piantarci il basilico, ga comincia la rissa con un’osticissima fessura ad incastro: inutile dire chi avrà la meglio. Viene poi il tiro chiave, su cui si è letto e scritto di tutto: a ognuno la propria visione della vita e della scalata, però rifletterei sulla frase di elena “… ma questa non è roccia marcia!!!”… che è tutto dire… Le protezioni sul tiro comunque sono più “di quantità” che “di qualità”, ga decide di non testarle così come decide saggiamente di non perdersi come avevano fatto gli amici filippo e saverio, e allora via facile sul bel traversone che porta fuori dal diedro, e che con un ultimo simpatico tratto siamo al bosco e alla terraferma… e contenti di aver salito questo bel vione storico, che prima o poi… andava fatto!
Data: 7 giugno 2014

Demetrio Stratos alla Vetta Occidentale del Corno Grande (Gran Sasso)
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Demetrio Stratos alla Vetta Occidentale del Corno Grande (Gran Sasso)
“… eccola, ele! Dev’essere la distesa di campo imperatore! Che figo sto posto!” – “Stupendo! Ma è enorme!”. E tutto ciò per scoprire che quello che vedevamo era solamente l’inizio, di quella distesa… e il cartello “campo imperatore 20 km” non faceva che confermare l’immensità di questo posto unico. Girovagando con gli occhi un po’ stralunati, finiamo per non renderci conto che alla fin fine, dopo due ore di macchina… non siamo che, in linea d’aria, a un paio di km da dove siamo partiti… Eppure il mondo qui sembra diverso, non c’è una funivia che sale in mezzo ai monti, e dall’Osservatorio in su si respira un’atmosfera diversa. E’ mattina presto, saliamo in mezzo alla nebbia e alle nuvole basse senza ancora vedere dove andremo, e non par vero – vista la distanza così minima in linea d’aria! – di essere sulla stessa montagna dei giorni scorsi. Ce ne rendiamo facilmente conto solo perché anche qui non piove, mentre dal nord giungono catastrofici messaggi da mittenti sconosciuti, “dolomiti allagate!”. E noi siamo qui, in mezzo alla nebbia ora, ma da una settimana qui e senza aver ancora preso una goccia d’acqua…
Appena giunti alla spalla sotto la parete, le nuvole si diradano, la nebbia è quasi interamente sotto di noi, e questo è un posto meraviglioso perché non c’è nessuno, siamo soli e qui, forse, c’è il vero fascino del gran sasso. Tra l’altro, chissà perché ga (come peraltro diversi altri sciamannati) definisce “affascinanti” tutti i posti dove la roccia lascia a desiderare. Come se fosse affascinante vedere la parete che crolla a pezzi. Boh! In mezzo a tutte queste romantiche riflessioni e visioni della vita, ga ed ele si dimenticano che siamo qui per scalare. Glielo ricorda bruscamente il nostro fratello (yo’, yo’, brò!) Matteo, giovane falesista del nord cacciato sulle rogne dal suo fido socio Jack, che in sosta osserva divertito finché non tocca a lui infilarsi nella famosa fessura che caratterizza la via. Quando è il turno di ga, ovviamente il sole va via, lasciando la nebbia a inumidire le ossa e a rinfrescare gli animi; meno male, così ga evita di venire alle mani con l’ostica fessura, e in carenza di materiale opportuno, si regala un simpatico runout, come se non ne avesse già abbastanza di corse affannose per giungere intero in sosta senza dover ricorrere alla dentiera per il resto della sua vita. Ele segue cantando. Si, cantando: ed è tutto dire!! Al terzo tiro sembrano esserci frigoriferi classe A in offerta e Bro’ decide di portarne uno a casa, il meno ingombrante per ovvie ragioni, ma nel goffo tentativo di metterlo nello zainetto lo fa cadere rovinosamente a terra, e di lì al ghiaione basale il tragitto è breve; e poco dopo ga, sul quintomeno, rischia di piantarci una randa tale da riuscire probabilmente ad arrivare e recuperare almeno il cestello, e cominciare il primo lavaggio con i suoi boxer. Ancora un tiro al supermercato in mezzo alle grandi offerte sugli elettrodomestici e protezioni rarefatte come l’ossigeno in quota, e poi via via più facile sino alla cima del corno grande… che vista da quassù! … nebbia. Ovunque ci si giri… nebbia! Per puro sbaglio riusciamo a vedere dei ragazzi in cima senza scontrarci, e poi è il momento di quattro chiacchiere e della lunga discesa. Oggi beh, non possiamo certo dire di aver visto la roccia delle Spalle e non abbiamo sicuramente goduto delle comodità dei Prati di Tivo; ma forse, abbiamo visto una piccola ma sicuramente affascinante parte della vera anima del Gran Sasso!
Data: 17 agosto 2014

 

Nel luglio 2016 Gabriele si è fatto male alle isole Faroe. Questo è quello che ha scritto in via di guarigione:
“Qualcuno in questi giorni mi ha detto che son stato sfortunato… ma forse era solo per cercare di consolarmi del fatto di ritrovarmi così accartocciato e con una dozzina di arti sparsi per il corpo alla ricerca di un’identità.

Per qualche momento, forse, ammetto di averlo pensato anche io. Mentre mi caricavano sull’elicottero, devo averlo pensato. Devo averlo pensato anche quando poco dopo in ospedale hanno cominciato a imbottirmi di morfina come il tacchino di cibo le settimane prima del Giorno del Ringraziamento.

Si, forse l’ho pensato per davvero di aver avuto sfiga. Ci ho creduto. Mi è sembrata un’ottima scusa a poco prezzo.

Secondo questa teoria oggi, ancora con i miei bei problemi a dieci giorni dall’incidente, non dovrei poter essere qui a scrivere…invece, con una mano sola al momento, ma sto scrivendo. Riesco a formulare frasi di senso compiuto… o meglio, riesco a formulare frasi come prima di dieci giorni fa…sul senso compiuto meglio non esprimere giudizi. Riesco a sorridere e a fare smorfie di dolore, riesco a lamentarmi, riesco a ricordarmi che ho ancora dei sogni, riesco a rispondere più o meno a tono alle menate di belino dei miei amici, riesco anche se ancora con un pò di fatica a stare in piedi e a camminare, riesco a rivedere un pò del bel materiale video realizzato in quel poco tempo, in quel posto che mi è rimasto nel cuore… in fondo ero lì anche per quello. Quasi riesco già a vestirmi da solo, con l’aiuto di una corda legata all’armadio pur con qualche sforzo riesco anche ad alzarmi da solo dal letto, insomma: questa è sfortuna?

Visto quello che è successo e a come poteva andare, io la chiamo invece FORTUNA. E infatti, sono fortunato ad essere qua!

Le cose succedono, la vita va avanti. Passerà ancora un pò di tempo prima di poter tornare “come nuovo”, ma… succederà. Non è straordinario? Poteva succedere qui, è successo là… cosa cambia? I soldi spesi per l’assistenza sanitaria? Il fatto di dover interagire in inglese piuttosto che in italiano? Che la terapia intensiva là si chiami intensive care come qualche deodorante che vendono al supermercato? Non cambia niente: sono VIVO!

Grazie – ma veramente! – a tutti quelli che in questi giorni si sono fatti vivi, che mi hanno chiamato, che mi hanno scritto, che son passati a tenermi compagnia, e a quelli che han promesso che passeranno a darmi un abbraccio perchè hanno veramente piacere di farlo: grazie di cuore, non me lo aspettavo!

In primo piano, Gabriele alle Faroe
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Storia dell’arrampicata romana – 2

Storia dell’arrampicata romana – 2 (2-4)
di Luca Bevilacqua
(già pubblicato nel 2010 da climbing pills)

Capitolo 6
Chi ha arrampicato anche solo una volta a Sperlonga, sa che le falesie non ci azzeccano molto con il paese di Sperlonga…

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La località si chiama “Piana di Sant’Agostino”.
C’ero stato da piccolo, una settimana di agosto, con mio padre e mio fratello. E con la giovane compagna di mio padre. I miei si erano separati forse da un paio d’anni.
Mi ricordo benissimo quell’estate per due motivi. Anzitutto sbirciai lei nuda mentre si faceva la doccia sul lato esterno della casa. Secondo, imparai a catturare le mosche con la mano. Esperienze fondamentali per un bambino di otto o nove anni…
Avevamo affittato una casetta di quelle tipiche di là, abusive, proprio all’inizio della strada che si fa adesso per andare all'”Occhio del sole” o al “Pueblo”.
So che non c’entrano niente queste cose con la “storia dell’arrampicata sportiva romana”, ma tant’è… Mi sono venute in mente ripensando alla questione delle case.
Sì, le case sono un argomento fondamentale per quella storia.

Patrick Berhault, in quegli stessi anni, sul Toit d’Augere, Col des Aravis
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Sperlonga è abbastanza lontana da Roma, diciamo un paio di ore. Fin dalle prime volte pensai: “Certo, sarebbe bello affittare una stanza qui, e piazzarcisi una settimana. Arrampicare tutti i giorni!”.
Poco tempo dopo seppi che l’idea, ovviamente, era già venuta a qualcun altro. I primi ad affittare una casetta nella zona subito dietro al Mozzarellaro erano stati Bruno Vitale, Andrea Di Bari, Stefano Finocchi, Fabio e Cristiano Delisi, Enrico Jovane e Roberto Ciato.
Mi ricordo distintamente che una domenica mattina, verso la primavera del 1985, arriviamo a Sperlonga e troviamo Stefano, ancora assonnato, che fa colazione da Guido. Ci dice: passiamo da casa, che devo prendere il materiale per scalare…
La prima casa fu davvero storica, mitica. Dire che era fatiscente è dire poco. Ricordo delle stanzette minuscole, lettini con reti sprofondanti, e brande, con sopra i sacchi a pelo. La porta del cesso era una porta di ascensore. Il sottotetto era in polistirolo. Disordine, un po’ di sporcizia.
Però intanto era una casa.
Stefano e gli altri restavano lì qualche giorno di seguito, talvolta anche in mezzo alla settimana, e poi tornavano a Roma. Così avevano tutto il tempo di spittare e provare le vie nuove.
Per almeno due o tre anni, a Sperlonga (come – immagino – in altri posti) si è chiodato interamente a mano, senza trapano, con spit da 8 mm. Stefano, bisogna dire, ha fatto in questo senso tantissimo. La Parete del Chiromante e la fascia superiore sono per larga parte una sua invenzione. In molti hanno collaborato, ma Stefano è stato sicuramente, all’inizio, quello che ha piantato più spit.
A partire dall’autunno 1984 è venuto alla ribalta il gran lavoro di Bruno Vitale e dei suoi amici: Furio Pennisi in primis e, più tardi, Piero Priorini e qualche altro che ora dimentico. Se Stefano chiodava dove vedeva liscio e strapiombante, Bruno sceglieva invece delle zone della parete che si prestavano a difficoltà più abbordabili. Sono nati così il settore di Re Artù e poi, due anni dopo, gli avancorpi del Monte Moneta. Tuttavia, proprio riguardo Re Artù (una delle vie “facili” più famose di Sperlonga), furono Stefano e Bruno insieme gli artefici, salendo la via dal basso…
Andrea Di Bari fu invece il primo a capire quali potenzialità, e quali bellezze di arrampicata, si celassero nei tetti (non troppo numerosi) di Sperlonga, ma anche di Leano (che fu per qualche tempo rivalorizzata) e poi del Moneta. Andrea fu, tra l’altro, il primo, almeno che io ricordi, a usare da noi il trapano.
Dopo la “preistoria” di Stati di allucinazione (6c+) a Leano, vennero gli Stati di acciaiazione (7b) sempre a Leano, e poi Suspiria (7b+) e Inferno (7c) a Sperlonga, e la libera del primo tiro della Pietro Ferraris (7b+) al Moneta… Furono, per la mia generazione, forse le più belle vie di riferimento. Andrea era stato contagiato, in questo suo amore per tetti e strapiombi, nientemeno che da Patrick Berhault. Che non a caso era venuto giù a Sperlonga proprio nel 1985. E di Sperlonga disse: la roccia assomiglia incredibilmente a Montecarlo!
Ovviamente in quell’occasione Andrea e Patrick arrampicarono insieme. Ma questo lo racconterò in un’altra puntata…

Capitolo 7
A ottobre (siamo sempre nel 1984) ci fu l’incidente di Fabio.
Stavamo a Leano, attrezzando una via nuova su Punta Giovanna, zona Ingegneri. Io ero legato dall’alto (secondo la tecnica “moderna”…) e stavo piantando a mano uno spit, a circa 8 metri da terra. Fabio stava sotto ad aspettare. Però non era precisamente sul sentiero, perché l’attacco della via era posto in cima a una specie di zoccolo, o se volete a dei gradoni di pietra.
Mentre io smartello con il percussore, Fabio fa qualche traverso per passare il tempo e osserva la parete sopra di noi. Improvvisamente una scaglia che teneva con la mano vien via, e lui rotola giù per 6-7 metri. Alla fine c’è un salto nel vuoto di altri 3 metri, e Fabio sbatte la testa.
Perde i sensi, dopo qualche secondo rinviene. E’ ferito.

Le torri di Leano, vicino Terracina
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Io sono bloccato (da un nodo fatto a terra da Fabio) e sto con la corda in tensione in mezzo alla parete. Non posso manovrare, non posso calarmi. Comincio a chiamare aiuto. A Leano siamo soli, eccetto le due persone con cui siamo venuti, e che in questo momento sono lontanissime e non mi sentono.
Penso che devo uscire dall’imbraco e scendere in arrampicata. L’imbraco e la corda sono in tensione, ci sto dentro con il mio peso, e la manovra sembra, a rigor di logica, impossibile. Però faticosamente ci riesco. Mi sfilo fuori. Riscendo arrampicando quegli 8 metri, pensando che non devo assolutamente cadere, e mi precipito da Fabio, che sta seduto e si lamenta. Ha una grande macchia di sangue poco sopra la tempia.
Penso: qui dobbiamo scendere, devo portarlo giù alla strada. Lui resta cosciente tutto il tempo, ma non ce la fa a stare in piedi.
Penso: in queste situazioni di pericolo, tra la vita e la morte, ti viene una forza micidiale: ora me lo carico sulle spalle e lo porto giù per il ghiaione. Sì, ce la faccio, ce la devo fare!
Ma invece no, non ce la faccio. Mi sento debole, ho paura. Riesco a malapena a sorreggerlo, prendendo il suo braccio e tenendolo per la spalla.
Lui fa il possibile. Cominciamo a scendere. Sono venti, trenta minuti di inferno. Cadiamo, scendiamo col culo sui sassi come fosse uno scivolo, ci rialziamo, ci ributtiamo giù. Maledetto ghiaione.
Mi sono odiato per quella mancanza di forza fisica, ma per fortuna Fabio ce l’ha fatta a restare sveglio e farsi trascinare giù da me.
Sulla strada, la prima macchina che passa ci vede con i vestiti stracciati e sporchi di sangue, il tizio va nel panico, lo imploro di portarci a Terracina, ma lui se ne va.
La seconda macchina ci carica. Arriviamo all’ospedale di Terracina. Fabio è preso in cura dai medici. Lo porteranno poi al S. Giovanni. Il trauma cranico è grave, ma tutto andrà bene. Gli rimarrà una placca in testa, in ricordo di quella merda di giornata.
A Terracina, dall’ospedale, telefono finalmente a mio padre: bisogna avvertire i genitori di Fabio. Comincio la telefonata dicendo: “Papà, questa è la telefonata che non avrei mai voluto farti. Abbiamo avuto un incidente…”

Capitolo 8
Come si dice: dopo la caduta bisogna subito rimontare a cavallo.
La domenica successiva andammo con Lorenzo a recuperare il materiale lasciato lì, e poi, qualche tempo dopo (aprile 1985), la via fu terminata. Credo che non abbia avuto nessuna ripetizione. Anche il nome è rimasto sospeso: Kamasutra. L’urlo del pipistrello. Due nomi brutti… Entrambi terribilmente brutti. Ma nella vita ci possono stare gli errori. Altroché.
Nelle settimane che seguirono, Fabio dovette affrontare una lunga convalescenza. Io non avevo smesso di friggere nella mia smania di scalare, di migliorare.
Una sana invidia stava silenziosamente crescendo in me per quelli là, gli “sperlonghiani”.

Il Moneta la mattina. Foto: livellozero
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Avevano tutti ampiamente passato i diciott’anni. E dunque avevano la patente e la macchina (per andare ad arrampicare). Avevano la fidanzata, o comunque potevano vantare qualche esperienza sessuale. Io, né l’una né l’altra. Anzi, più passavano i mesi e più sentivo come un’oscura vergogna – a diciassette anni e poi ormai (a novembre) diciotto – non aver ancora infilato le mani sotto la maglietta di una ragazza, non aver giocato con nessuna a rotolarsi sulla moquette levandosi i vestiti, quando i genitori sono fuori di casa…

Ma quel che maggiormente invidiavo ai più grandi era proprio quel potersene stare lì, a Sperlonga, in mezzo alla settimana, dormendo in quel topaio di casa, mentre io ero costretto ad andare a scuola: invidiavo – in sostanza – quella libertà, quell’indipendenza dai genitori che rappresenta l’universale orizzonte di utopia di ogni sano adolescente…
Certo, invidiavo anche le loro capacità arrampicatorie. Ma in questo caso era più ammirazione che invidia. E ragionevolmente pensavo che, arrampicando io soltanto un giorno a settimana, non avrei mai potuto colmare quel divario.
Dopo l’incidente di Fabio, e il suo progressivo allontanamento dall’arrampicata, trovai un nuovo compagno di cordata…
Quinta ginnasio del “Giulio Cesare”, dunque tre anni meno di me. Insomma un pischello… Si chiama Maurizio. Subito soprannominato Maurizietto, e più tardi, a causa di alcune sparate, “er Tozzo” (“Oh, hai visto quello? Mi ha guardato male! Adesso vado lì e gli meno!!!”).
Il Tozzo, bisogna precisare, non era l’unico “tozzo” in circolazione. Era il periodo in cui a Roma era pieno di “tozzi”: era una generazione, una moda (che prevedeva – ad esempio – un piumino Monclair, i Levi’s 501 un po’ larghi, e non so più quali scarpe…).
I “tozzi” erano praticamente dei “coatti” un po’ acchittati e stereotipati.
Ma torniamo a noi. Nel frattempo avevo stretto amicizia con un mio coetaneo, Ignazio Tantaillo Tantillo: anche lui fa il liceo classico, al “Mamiani”, ha fatto il Corso di roccia un anno prima, nel periodo in cui io avevo cominciato con Lorenzo e Fabio.
Ma soprattutto: Ignazio conosce Jolly
Chi è Jolly?
Ah vabbé… Oggi è facile dire chi è Jolly. Ma bisogna vedere chi era nell’inverno ’84-’85…
Alessandro Jolly Lamberti era un po’ più grande di noi. Aveva fatto il corso CAI qualche anno prima. E s’era beccato quel buffo soprannome da Luca Grazzini, suo istruttore, il quale diceva che quel ragazzino magro poteva salire da secondo su qualsiasi via lo avessero portato durante il corso. Per cui era come un “jolly”…
Io ero da poco diventato amico di Ignazio, che era amico di Jolly, che era amico di Stefano Finocchi.
La faccenda si faceva (per me) interessante.
Ai primi di dicembre 1984 parlo con Ignazio: si prospetta un week-end che resterà scolpito nella mia memoria.
Il giorno 8 è sabato, Immacolata Concezione: non si va a scuola! Decidiamo di andare due giorni, 8 e 9, a Sperlonga con le tende! (Le tende che verranno piazzate nel parcheggio del Mozzarellaro… Altri tempi…).
Ignazio mi dice: “Ho parlato con Jolly. Mi ha detto che prende il “calesse”, la macchina di suo padre… Con te e l’amico tuo Maurizio siamo in quattro. Va benissimo”.
Senza il mio fido capocordata Fabio, e con Maurizietto quindicenne (e alle prime armi), mi tocca andare da primo. Ignazio, per tutto il week-end, fa cordata con Jolly. E con notevoli vantaggi, visto che Jolly si tira già disinvoltamente tutti i 6b, 6b+ e 6c di Sperlonga. Così Ignazio, che forse arrampica un po’ meglio di me, ma comunque è più o meno sul mio livello, ha la possibilità di andare a fare, seppur da secondo, Serena alienazione, Peek a bou, Prondo prondo…
Il tempo è splendido. Sapete immaginare due meravigliose giornate di sole, a Sperlonga, in dicembre?
Con Maurizio ci facciamo le vie – nuove nuove – del settore di Re Artù, poi lo Spigolo, Messico e nuvole. La domenica mi tiro Picchiami sulle bolle con il Bombamento. A fine giornata Ignazio finalmente si decide a trasmettermi qualcosa di questa catena decrescente Stefano-Jolly-Ignazio, e mi porta a fare il primo tiro del Ritorno di Paperoga, 6a+ (ex 6b-!). Passo bene. Ignazio mi dice bravo, e io mi sento fiero. E soprattutto felice.
In macchina, sia all’andata che al ritorno, Maurizio racconta ininterrottamente aneddoti verosimili o, più spesso, improbabili (resta famosa l’auto, progettata a suo dire negli Stati Uniti, con il pilota automatico…). Jolly parla pochissimo, ma sembra molto divertito, sia dalle scemenze che dice Maurizio, sia dai commenti di Ignazio, che ha un umorismo (a volte involontario) irresistibile.
Un paio di esempi di quest’ultimo. “Oh, Luca! Ma tu stasera in tenda come dormi? Cioè, voglio dire, stai tranquillo? Perché io non mi fido mica, e dormo con il martello (da roccia) vicino a me, perché di notte possono venire i cani selvatici o i sauri! (vipere, NdA)!”.
Sul sentiero che va alla falesia, sotto il sole cocente: “Luca, vai avanti tu! Ché ci possono essere i sauri… Io comunque mi preparo un bel sercio abbastanza grosso e ignorante da tenere in mano. Oh! Piglia pure te il sercio! Però vai avanti tu!”.

Andrea Dibba Di Bari
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Capitolo 9
Visti da vicino. (Per come li ho visti io, e dunque senza pretese di verità…)
Alessandro Jolly Lamberti, per lo più silenzioso, quasi timido. Alto, capelli lisci abbastanza lunghi. Ovviamente magro. La metà della metà dei muscoli che ha oggi. Assolutamente dimesso nel parlare di arrampicata e di gradi. Non fa nulla per stare al centro dell’attenzione. Ha vent’anni. E’ iscritto a Fisica. Arrampica spesso con Stefano, ma anche con Ignazio. Ha uno stile impeccabile, senza colpi a effetto. Macina vie su vie, migliorando sempre.
Stefano Finocchi, allegro, simpatico, col sacro fuoco per l’arrampicata. Il suo ritornello è: “ho spittato una pancia di 7c!”. Però né Blues per Allah, né Baby snake, né Polvere di stelle, né Elisir saranno 7c! Non vede l’ora di alzare il livello di arrampicata, non soltanto il suo, ma quello della falesia… Arrampica quasi a tempo pieno. E’ un pochino più alto di Jolly, e un pochino più grande (un anno in più), capelli neri e ricci. Grande scioltezza di bacino, da far invidia a Edlinger. Fortissimo di dita. Ha una mentalità un bel pezzo davanti agli altri.
Enrico Jovane è quello che, a vederlo, arrampica meglio di tutti. Ha uno stile ineguagliabile. Sale sul 6b/6c come fosse quarto grado. Però in confronto a Stefano prende tutto con grande leggerezza, quasi con distacco. Si vede che non è sua intenzione dedicarsi all’arrampicata più che a tante altre cose. Allenarsi? Non ci pensa nemmeno. Ma sul suo talento innato sono tutti d’accordo… Da un certo punto in poi (1986) non lo vedo più.
Andrea Dibba Di Bari, scatenato, trascinatore, carismatico. Anche lui vede molto oltre il nostro orizzonte di poveri neofiti. Quando arrampica capti la sua voglia, quasi una rabbia, di non mollare mai la roccia, di salire più su. Capelli lunghi, occhiali da sole, magrissimo. Ha anche lui qualche anno più di me. Ma parla come se avesse vissuto già due vite. Ha una fidanzata molto carina, americana. E’ uno che tiene banco, e ci fa ridere a crepapelle parlando di cose sentimentali e/o di sesso. Però imparo da lui quasi più in quella materia che non nell’arrampicata.
Bruno Vitale, amico (direi quasi un fratello) di Andrea. In coppia a biliardino non li batte nessuno. Andrea è il fratellino discolo e irriverente, Bruno il fratello maggiore, paziente finché ci riesce. Persona semplice e generosa, pensa che spittare vie è una cosa che si fa anche per gli altri. Sa un mucchio di cose, ma non te le dice. Preferisce l’ironia. Cerca e trova: s’inventa letteralmente dei settori di Sperlonga che nessuno aveva visto…
Angelo Monti a Sperlonga lo vedi raramente. Molto alto, occhiali, sorriso semplice di chi è buono. Non parla quasi mai sul serio: sempre ironico, e molto auto-ironico. Ai miei occhi incarna il mito di uno dei primi settimi gradi romani: il Pulpito al Morra. Un’estate, in Verdon, rifiuta lo spinello che gli offriamo, e – alludendo al vino bevuto la sera prima – dice: “Oggi sento di avere delle tracce di sangue nella circolazione alcolica!”. Stralunato.
Maurizio Tacchi, old generation (si fa per dire!), che però a un certo punto molla la montagna e s’infiamma unicamente per l’arrampicata… Anche lui in apparenza dimesso, silenzioso, ma sotto sotto è un animo appassionato. Coltiva una passione totalizzante per Bruce Springsteen. Ha un bellissimo stile di arrampicata. A un certo punto (1986) comincia ad allenarsi con metodo e mette su una forza spaventosa… Ineguagliabile tombeur de femmes. Però questo lo racconterò con calma. Per un certo periodo si lega molto ad Andrea, poi i due si allontanano. Troppo forti per formare una cordata! Dove sta adesso, non lo so…
Roberto Ciato, come Maurizio, come i Vermi, viene dall’alpinismo. E all’inizio l’arrampicata sportiva sembra prenderlo relativamente. E’ un amicone, uno con cui vai subito d’accordo. Molto amico fra l’altro, anche lui, di Andrea. Mi ricordo che quando lo conobbi dovevo dirgli io i nomi e i gradi delle vie di Sperlonga: ero fissato e mi studiavo attentamente tutto, compresi i passaggi, appiglio per appiglio. Ma a uno come lui venivano subito, naturali… Qualche anno dopo s’è attrezzato un garage che è stato la prima palestra artificiale di arrampicata dei romani. Si andava da lui! E lui allenandosi è diventato forte, fortissimo… Senza mai vantarsene.
Giovanni Bassanini, giocherellone, sempre a scherzare, a prendere per il culo. Lo incontravo a Ciampino, dove faceva cose mostruose con una facilità sconcertante… Saliva e scendeva slegato di qua e di là, incurante dei rischi. Fortissimo di dita e di braccia. Resuscitato (o miracolato) dopo un volo enorme al Monte Bianco, ha ripreso a fare trazioni quand’era ancora a letto in ospedale. Poi lo abbiamo visto sempre meno quaggiù, ed è andato a vivere a Courmayeur.

E ora facciamo scrivere qualcun altro, il Jolly. Diversi personaggi presenti in questo paragrafo sono citati in precedenza; il Dibba è Andrea, il narratore di questi due pezzi che seguono è Jolly, il Finocchi è Stefano, Medioverme è già stato citato in alcune puntate precedenti, e Bibo… indovinatelo voi!

Il Dibba
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Intermezzo 1 (di Alessandro Jolly Lamberti)

A) Intanto dentro la casa, oltre a Ignazio e al Dibba, si erano riuniti anche il Tozzo, Bibo e i Vermi.

Il giorno prima c’era stata una grossa battaglia con i raudi (sorta di piccoli petardi). Il Dibba amava i raudi, il botto forte e secco che facevano, non come le scoreggette dei fuochi d’artificio o delle miccette. Il raudo era come una bomba. E soprattutto il Dibba amava lanciarli dentro casa. Allora si che il botto riusciva quasi a stordirti. La sera prima aveva cominciato lanciandone due sotto al divano dove era seduta xxxx. Che ovviamente si era incazzata. Poi in un attimo il piccolo corridoio si era riempito di fumo perché lui aveva cominciato a lanciarne a cadenza costante. I Vermi si erano asserragliati dentro una stanza, ma non avrebbero resistito a lungo. Il più pericoloso, oltre a lui, era il Savini. Mentre il Dibba stava cercando di infilare le bombe sotto la fessura della porta, lui stava aggirando la casa alla ricerca della finestra della stanza. A un certo punto la battaglia si era conclusa perché il Dibba voleva conservare un po’ di munizioni per dare il buon risveglio a qualcuno la mattina seguente.

Nella casa c’era ancora puzza di zolfo e grosse chiazze nere macchiavano il pavimento e la base dei muri. Il proprietario, un contadino del posto, soprannominato ’’zolla de tera’’ era talmente rozzo che neppure si sarebbe accorto delle modifiche alla tinteggiatura della sua bella casetta abusiva.

I discorsi presto divennero filosofici.
Andrea, per noi bamboccioni, era un maestro di vita, e ascoltavamo sempre divertiti e con attenzione i suoi aforismi.
Si discuteva di estetica.
– L’importante è che le bocce siano grosse – disse Ignazio – senza tutte quelle stronzate sulla forma, la consistenza, le proporzioni, importante è che abbia tette grosse e che parli poco.
– E’ un po’ come per il cinema, un film è un bel film se c’è un alto volume di fuoco, è spettacolare e con pochi dialoghi che ti appallano.
– Insomma una tettona che parli poco ma che sappia fare bene i pompini – interruppe Medioverme, che pur essendo il più piccolo era anche uno dei più trucidi.
– Non dico che non debba essere intelligente – replicò Ignazio – dico che debba essere silenziosa.
– State fuori strada – cominciò il Dibba, autorevolmente.

Stefano Finocchi su La Moda del Pesce, Sperlonga (da Flippaut di Fulvio Pennisi)
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Tutti ci voltammo verso di lui ad ascoltare attenti.
– Le tette contano, ma non sono fondamentali – proseguì scandendo con particolare enfasi f-o-n-d-a-m-e-n-t-a-l-i.
– Cosa è fondamentale? – chiese Bibo.
– Pensate a una ragazza bellissima, labbra carnose, culo come quello della pubblicità di Roberta, gambe perfette, ecc. Vi arraperebbe pure se avesse due ciliegine acerbe al posto delle tette.
– Sì, è vero, quello che conta è il culo – azzardò qualcuno.
– No. Allo stesso modo, se vedete una femmina perfetta, ma col culo un po’ piatto o basso vi ci ammazzate di seghe al solo pensiero tutte le sere. Una col culo piatto o dritto può anche essere una fica.
– Dovete pensare a una caratteristica che da sola faccia crollare tutto il resto.

Una condizione che non sia necessaria, ma sufficiente per la bruttezza – pensai; ma mi guardai bene dall’esprimere tale giudizio saputello.

Il Medioverme disse una porcata, ma nessuno la registrò, perché tutti pendevamo dalle labbra del Dibba.

– Le caviglie – pontificò Andrea – può pure avere tutto perfetto, ma se c’ha i caviglioni che scendono giù dritti e grossi come una lonza, la sera non le dedicherete neppure una pippa. E il più delle volte neppure saprete razionalmente perché non vi piace. Magari le due lonze le ha nascoste sotto dei jeans a tubo o degli scaldamuscoli fucsia, ma il vostro corpo lo sa, lo sente, magari ve la sposate pure ma non vi arraperà mai veramente – concluse.

E’ vero, le caviglie, e chi ci aveva mai pensato.

– Quello con cui stava prima la mia fidanzata – disse qualcuno -aveva due caviglie che sembravano due tronchi di quercia. Dici che a lei quello non la attizzava?
– Seee… te piacerebbe – replicò Andrea col suo sorrisetto cattivo – per le donne è diverso, l’arrapamento può partire anche solo per motivi intellettuali o semplicemente perché lui la fa sentire brava e la gratifica spesso. Le donne cercano chi le gratifica, per questo i viscidoni hanno successo.
– Ma soprattutto – dal tono si capiva che stava per sparare una delle sue massime – mai mai mai mai m-a-i farsi raccontare e m-a-i neppure pensare a quello che ha fatto la tua donna con il suo ex, è la cosa peggiore che puoi fare.
– Capito – disse Bibo.
– Come si fa a non pensare a una cosa? – chiesi io, che fino a quel momento ero stato zitto e in disparte – io quando decido di non pensare a una cosa ci penso ancora di più.
– Basta che ti metti a fare qualcosa – concluse secco il Dibba.
– Fare qualcosa. Fare qualcosa – ripetei mentalmente, cercando di memorizzare.

Il Finocchi
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B. In quel periodo il Finocchi percorreva la via Pontina fino a Sperlonga come un pendolare che deve andare in fabbrica a timbrare il cartellino. Senza ipocrisie, senza far finta di fare qualcos’altro, lui scalava. Abitava con la famiglia in un grande appartamento a Primavalle. Il padre, commerciante di vini e spumanti, aveva fatto abbastanza soldi lavorando sodo, e ora permetteva al figlio di impegnarsi a fondo nell’attività in cui era bravo e che amava. Probabilmente voleva permettergli ciò che a lui non era stato permesso, e per questo gli dava una discreta paga mensile, quasi uno stipendio, per scalare e basta. C’era una specie di accordo tra i due: dopo dieci o dodici anni di scalata, il figlio si sarebbe messo a lavorare con lui a vendere Spumanti. Stefano, al contrario di me, era estroverso, amichevole, disinibito; la sua vitale e frizzante energia ti accoglieva e ti metteva a tuo agio, ti faceva divertire, sempre, senza recitare ma semplicemente essendo se stesso. Piaceva a tutti, era una di quelle rare persone di cui potevi veramente godere la presenza come a uno spettacolo di fuochi d’artificio. Lui e il Tantaillo erano i più simpatici di tutti, nel senso letterale del termine, e assieme erano irresistibili. Con il giusto accompagnamento Stefano poteva fare qualunque cosa, compreso un discreto numero di atti vandalici. Era l’unica persona che conoscessi ad avere una alimentazione più sregolata della mia, e nulla gli faceva schifo. Tutti lo amavano. Tranne uno. Che invece lo odiava. Ma era un’altra questione. Era una questione di rivalità. Non si trattava di donne, ma erano pur sempre pulsioni darviniane e primordiali. Il controllo del territorio. E il territorio erano le pareti di scalata intorno a Roma: loro due tracciavano ogni settimana itinerari che dovevano essere sempre più duri di quello dell’altro, i chiodi che piantavano in parete erano come il piscio acre e acido dei felini in calore, servivano a marcare il loro territorio, i confini del loro regno. La tribù era appena nata, e già si erano formate due faide: da una parte il Finocchi, dall’altra il Dibbari. Io mi stavo formando nel mezzo, approfittando di quella rivalità, ma sempre rimanendo abbastanza nell’ombra, cominciavo a ripetere le loro vie più dure, da una parte e dall’altra. Loro aprivano nuove vie difficili, l’uno per superare l’altro, e io mi trovavo sempre nuovi progetti senza dovermi sporcare le mani piantando chiodi in parete. “E’ un lavoro da carpentiere”, dicevo con la mia erre un poco moscia. Pur restando sempre dalla parte di Stefano, il Dibbari comunque mi accettava, non perché facessi il doppio gioco, ma perché a diciannove anni ero una persona assolutamente innocua, quasi autistica, e provare antipatia per me sarebbe stato come provare antipatia per un orsetto di peluche. Neppure quel cagnaccio di borgata del Dibba era capace di tanto. A peggiorare le cose tra lui e il Finocchi c’era la differenza di status economico. Il Dibbari veniva dalla Pisana e sin da piccolo si era sempre dovuto fare il culo. Anche lui aspirava al professionismo nella scalata, ma per potersi pagare la benzina doveva arrabattarsi con qualche lavoro. Per lui, noialtri eravamo tutti figli di papà. E un po’ era vero. Ignazio, anche se non aveva mai una lira, “A Jo (Jolly) me so sbajjato, non c’ho i soldi per la benza”, abitava in un grande appartamento al centro, il padre (il “tutore” come lo chiamava lui) era un dirigente della RAI, la madre una “bossetta” alle belle arti. Bibo e il Tozzo venivano da Corso Trieste, io dall’Aventino. Tutto l’ambiente del CAI, dove ognuno di noi aveva cominciato, era impregnato di ricchi professionisti e intellettuali di sinistra, comunisti con la villa a Capalbio e a Cortina. Molta della sua grinta, quando scalava, il Dibbari la tirava fuori da lì, da quella tensione di classe. Anche lui, in quanto a carisma, energia e simpatia, non era inferiore né al Finocchi né al Tantaillo. Il Dibba era ipercinetico, quasi schizzato ma sensibile, a modo suo spirituale e un po’ filosofo. Era spinto da un fuoco che gli ardeva dentro e che non riusciva a sopire. Quando scalava dava sempre il massimo, con quel suo stile di scalata scattoso, un piede puntato e l’altro sempre un po’ a ravanare, anticipava quella che sarebbe stata la tecnica moderna, meno elegante ed effeminata, ma più efficace. Il Finocchi era il tipico scalatore anni Ottanta, sempre appiccicato alla parete come una ranocchia, sullo stile di Patrick Edlinger e di Manolo. Il Dibba, invece, se poteva i piedi neppure li poggiava, sostenendo che così si faceva meno fatica. Contava il risultato finale, chiudere la via, in un modo o nell’altro: le spaccate e gli sculettamenti andavano bene per i ballerini frocetti.

Entrambi i pezzi A. e B. qui sopra sono stati scritti da Alessandro Jolly Lamberti, uno dei più forti climber italiani. Jolly ha studiato in modo accurato e meticoloso la teoria e pratica dell’allenamento per l’arrampicata, e con un’esperienza ventennale nel suo bagaglio ha scritto quello che è tuttora il testo di riferimento in proposito:

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Gli scritti che ho riportato sono invece tratti da:
http://www.climbook.com/sezioni/2-storie-vere
e sono contenuti nel libro La decadenza della scalata moderna e altri racconti.

Capitolo 10
L’estate sta finendo, cantano i Righeira.
Anzi, è finita da un pezzo. Trascorso il mese di settembre, da Guido il Mozzarellaro non c’è più movimento. Ci sono i camionisti, loro sì. E da quest’anno (1984) ci sono anche gli arrampicatori.
In mezzo alla settimana sono due o tre, saltuari, imprevedibili, capelloni, ventenni. Hanno affittato una casetta minuscola e fatiscente a pochi passi da là.
Ma il sabato e la domenica sono molti di più. Li vedi arrivare verso le dieci del mattino, una macchina dopo l’altra. Scendono strani gruppetti, composti in modo imprevedibile, come se si mischiassero sempre le carte di uno stesso mazzo. Ci sono più o meno quei quindici o venti quasi fissi. Gli altri ruotano: vengono una volta, poi spariscono, ritornano.
Lasciata la macchina, prendono gli zaini e si avviano, come se tornassero in direzione di Roma, verso la galleria.

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Come ci vedeva Guido, il Chiromante?
Come vedevamo noi lui?
Qualcuno, un po’ cinicamente, diceva: “Gli abbiamo fatto muovere un po’ gli affari. Qui d’inverno non gira nessuno”.
In effetti noi andavamo sempre. Pochi ma fedeli. Anche con la pioggia. Tre o quattro tavoli li riempivamo: mozzarella e pomodoro, qualche oliva, un panino al prosciutto, una birretta alla spina…
Ma Guido non era così. Non pensava tanto ai soldi. Gli interessavamo noi. Si sarebbe detto che ci osservava, ci studiava.
A molti, e penso soprattutto a Stefano, Guido voleva un gran bene. Dopo un anno o due se lo coccolava, gli faceva gli scherzi. Anzi, in realtà faceva scherzi a tutti.
Impossibile dimenticare il suo termos “a sorpresa”: diceva che ti offriva del tè, e tu ingenuamente aprivi il barattolo e cosa saltava fuori? Indovinate? Una cosa più o meno cilindrica che sta giusta giusta, come dimensioni, dentro a un termos…
Lo ha offerto a tutti quelli che son passati. Anche ai big. Anche alle signore, alle istruttrici del CAI…
Un altro suo scherzo: “Facimmo a chi è cchiù alt’…”. Risposta di Stefano, già tra le risate: “Ma dai, Guido, sono più alto io!”. “No, no – insiste lui – facimm’…”. Si avvicina a Stefano e guarda la sua fronte, invitandolo a fare lo stesso. Con una mano, a metà strada fra le due teste, accenna a un gesto di misurazione, ma con l’altra ammolla una botta secca nei testicoli del giovane climber.
Una volta si arrabbiò perché aveva capito che mettevamo dei fogli di giornale nelle buche (le porte) del biliardino… In questo modo le palline non cadevano giù, e con cento lire potevamo giocare per due ore (d’inverno la giornata arrampicatoria finisce presto…). Arriva lì sbraitando cose incomprensibili. Tutti zitti. Ognuno pensa tra sé: stavolta l’abbiamo fatto incazzare sul serio.
Ma lui: “Nun sefà accussì, che finiss tutt’a carta int’o biliardino…” E mentre dice questo, ci porge gentilmente due stracci presi al bancone. Bisogna metterci gli stracci, nelle porte… Non s’è arrabbiato per i soldi, ma per i pezzi di carta che finivano dentro.
Guido ci voleva bene. Ne sono sicuro.
Ai muri avevamo cominciato ad attaccare qualche poster di arrampicata. Ce ne era uno con una foto del bombé di Pichenibule che ritraeva Edlinger. Commento di Guido, sempre rivolto a Stefano: “Chist è ‘no campione! no tu!”.
E poi voleva sapere, a suo modo, il grado della via del poster: “Quest quant’è? quanto fa? Ciento pe’ ciento…? Cientodieci pe’ ciento…?”
110%… La pendenza! Guido s’era accorto che la parete di quella foto strapiombava…

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Capitolo 11
Perdonatemi le divagazioni (che però a volte sono la parte migliore). Cercherò di ritrovare il filo del racconto.
Eravamo rimasti a quel week-end in cui portai il Tozzo per la prima volta a Sperlonga. Fu così che conobbi Jolly (di cui già si diceva che era uno “forte”). E si consolidava nel frattempo l’amicizia con Ignazio.
Andare a Sperlonga voleva dire non solo spellarsi i polpastrelli sulle gocce affilatissime, ma anche farsi un’idea di chi in quel momento era al top.
Come ho detto, di vie sotto al 6a ce n’erano davvero poche, e quindi Sperlonga continuò a esser frequentata, almeno per tutto il 1985, da una sorta di élite di arrampicatori. Gli altri si affacciavano, si facevano quelle 5-6 vie abbordabili, e ritornavano, a volte, qualche mese dopo. Dal che capirete – fra l’altro – che in quegli anni, al contrario di oggi, se uno faceva il 6a (il 6a di Sperlonga!), era considerato “forte”.
Andate a fare il “6a” di Pronto Raffaella, o del secondo tiro di Flippaut, e capirete che c’era una logica in quel ragionamento.
Così sapevi che i “forti” erano quei 10-15, e non di più.
Cominciavi a frequentarli, a parlarci, a chiedere informazioni su questa o quella via…
Con il Tozzo andai anche in giro per le altre palestre (il francesismo “falesie” non esisteva): al buon vecchio Morra, a Leano, ecc. Prendevo gradualmente fiducia nell’arrampicare da primo.
Ovviamente non esisteva Ferentillo, e ancor meno esisteva Grotti. Norma e Sezze erano due nomi e basta: liquidati, sulle guide dell’epoca, come pareti di scarso interesse.
Bassiano non esisteva. Supino non esisteva. Ripa maiala non esisteva.
Insomma, direte voi, ma che cosa esisteva?
Diamine, lo sto dicendo e ripetendo fino alla nausea: eravamo agli albori. Non esisteva quasi niente. Non esistevano i tabelloni, le palestre indoor, non esistevano le gare, non esisteva la FASI. Non esisteva nemmeno l’8a: se non come leggenda (“pare che in Francia ci siano due fratelli fortissimi, ancora più forti di Edlinger: si chiamano Marc e Antoine Le Menestrel… Sembra che hanno fatto l’8a…”).

Sperlonga, Parete del Chiromante (da http://www.stadler-markus.de/files/sportklettern/sperlonga.htm)
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A: il Castello invisibile
B: Avancorpo di sinistra
C: il Mercantino delle pulci
D: Parete del Chiromante
E: Avancorpo di destra
F: Fascia superiore
G: Mura di amacord
H: Signora delle maniglie
I: l’Isola che non c’è
L: il Pilastro di ponente
M: Spiagga sotto il pilastro di ponente
N: la grande Muraglia
O: l’Anfratto
P: il Tempio

 

 

Sperlonga, Monte Moneta (da http://www.stadler-markus.de/files/sportklettern/sperlonga.htm)
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A: il Faro
B: Avancorpo di sinistra
C: Avancorpo sotto la grande cengia
D: Paretone
E: Avancorpo di destra
F: Parete delle Meraviglie
G: Avancorpo del Mistero
H: Berger

Diciamo che per me esisteva il primo tiro di Flippaut, che mi aveva respinto a brutto muso. “Maledetta cazzo di placchetta appoggiata di 3 metri, vaffanculo, liscia! Porca puttana!”
Un giorno vedo, proprio sul primo tiro di Flippaut, il fratello di Paolo Caruso, Roberto. Un gran pezzo d’uomo (di ragazzo), certo non il mingherlino tipico di queste parti. Io sarò ancora un pivello – penso – però scalo meglio di questo qua (la modestia, in queste cose, non m’è mai mancata…). Roberto segue i consigli di qualcuno da sotto. Sale dritto un metro anziché traversare subito a sinistra, e prende un bel buco per tutta la mano, poi fa una grossa spaccata, riesce ad arrivare a un’altra presa decente, infine fa ancora qualche movimento che non ricordo sbucando sul terrazzino. Insomma, morale della favola, passa senza fare resting.
Gran rosicata mia. Resto muto, imbronciato, riflessivo.
Ma al tempo stesso: apriti cielo! Si accende una lampadina.
Roberto – continuo a pensare – ha fatto una sequenza precisa, memorizzata, incredibilmente efficace. Sapeva esattamente dove mettere le mani, dove mettere i piedi. Non ha esitato, non ha perso tempo, non s’è stancato (il termine “acciaiato” ancora non esiste…).
Ha usato dei trucchi, glieli avranno suggeriti, però intanto è passato.
Il cervellino di Smilzo, mosso dall’invidia, è tutto un formicolare.
Allora si fa così.
Si va sulla via. Si provano bene i movimenti, magari facendo resting. Bisogna capire i trucchi (se ci sono). Bisogna inventare, studiare la roccia centimetro per centimetro, vedere su quale presa ci si tiene meglio…
Inutile aver fretta. L’importante non è arrivare presto in sosta. Ma capire: capire in che modo posso passare, così da riprovarci in un secondo momento e salire in “vera” libera: rotpunkt (questo termine esiste!)…
Aaaahhh, ora ho capito.
Decido nei giorni seguenti qual è il mio obiettivo. Ho fatto, più o meno, vari 6a e 6a+. E’ ora di salire un 6b. Ma un 6b vero! meglio se magari è un 6b+, così non ci sono dubbi.
“Ignazio, tu che li conosci, i 6b e i 6b+, quale mi consigli?”
“L’hai fatta Serena? Non l’hai ancora fatta? MADDAI! (il famoso MADDAI del Tantaillo) Allora devi far quella”.
La domenica dopo sono lì col Tozzo, sotto la via. Sono pronto a tutto, a spararmi resting su resting, ma devo farcela, e capire i movimenti. Mi hanno detto che la partenza sullo strapiombetto è dura. Tutto sta a portare i piedi su due appoggi, proprio sul bordo del tettino. E poi da lì, devi tenerti su delle cose piccole. In compenso la parte dura non è tanto lunga: dopo i primi 5 metri diventa più facile.
Mi sono portato in tasca delle pasticche di un prodotto nuovo: si chiama Enervit! Così avrò le energie per arrivare in sosta.

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L’ultima avventura

L’ultima avventura
di Gian Piero Motti
(pubblicato su Lo scarpone, maggio 1972)

Mi succede ogni tanto di essere un po’ stanco. In inverno quando torno a ripercorrere itinerari di palestra, dove la successione dei movimenti è ben impressa nella mia mente, in primavera quando riscopro valloni e montagne che ho visto decine di volte. Ma non è che mi vengano meno le sensazioni, anzi, tutt’altro: è che forse cerco ancora un briciolo d’avventura in un ambiente dove non sempre riesco a trovarla.

Andiamo un po’ indietro nel tempo. Mi sembra di risalire il lungo e selvaggio Vallone di Piantonetto, mi pare d’averlo davanti agli occhi, solitario, cupo e un po’ tetro nella luce della sera. Rivedo il grande pianoro di pascoli con il piccolo gruppo di grange addossate le une alle altre, sotto i salti di roccia. Quasi si confondono con le pietraie, sono grigie, grigi i loro muri, grigie le lose che ricoprono il tetto.

La sera di un sabato di settembre sono pochi quelli che sono saliti fin quassù e sono tutti amici. Non c’è rifugio, forse ancora pochi conoscono il Piantonetto, qualcuno sa che sulla parete del Becco di Valsoera c’è una certa via aperta da Lionello Leonessa e Giuseppe Tron che dovrebbe essere davvero una bella arrampicata. Si parla anche ogni tanto, e con grande rispetto, della via che Andrea Mellano, Romano Perego ed Enrico Cavalieri hanno aperto sul grande spigolo. Una via difficile, nessuno l’ha ancora ripetuta.

Durante la notte pioveva e le lose del tetto lasciavano passare gocce abbondanti. La sera si ritornava al grande pianoro chiuso tra monti altissimi e si restava stupiti da quel grande silenzio, smarriti in quell’atmosfera intima e incantata che ti lascia qualcosa dentro.

Perché avevi vissuto un’avventura. Forse avevi ripetuto la via Malvassora; certo non è una via estrema, ma avevi percepito appieno una dimensione diversa. O forse ti eri avvicinato pieno di timore e di riverente rispetto al grande spigolo per cercare di passare dove i primi, nomi grandi e famosi, e altri molto tempo dopo, anch’essi fortissimi, molto più forti di te, avevano detto: è difficile.

E ricordi molto bene quel giorno, su nel diedro enorme e senza sole, freddo e geometrico, ricordi la sensazione di vivere qualcosa di grande e il desiderio accarezzato a lungo che a poco a poco diventava realtà. E poi ancora la sera, soli, in silenzio, a ripercorrere quel grande pianoro camminando lentamente sui morbidi ciuffi d’erba accompagnati dal chiacchierio del torrente.

En Vau (Calanques, Francia). Da sinistra: Piero Ravà, Gian Piero Motti, Fulvio Berrino. 31 marzo 1972
En Vau (Calanques, Francia). Piero Ravà, Giampiero Motti, Fulvio Berrino. 31.03.1972

Sovente ritorno al Piantonetto. Oggi c’è un grande e comodo rifugio che ogni sabato sera è pieno zeppo di gente che viene anche da lontano: Milano, Genova, Bergamo… Nessuno ormai va a dormire nelle piccole e scomode grange e può darsi che nessuno, camminando, le noti più. Prima che giunga l’alba, decine e decine di piccole lampade risalgono il grande pianoro e poi, adagio, i ripidi canaloni che portano sotto le pareti. A volte se vuoi ripetere la Perego ti tocca fare la coda, ormai è una via classica, non fa più paura a nessuno, anche perché i passaggi più duri li hanno addomesticati con tanti chiodi.

Eppure io ritorno ancora al Piantonetto perché ci sono affezionato; ma a volte, quando di sera ripercorro il grande pianoro, mi pare d’essere un po’ stanco. Vedo intorno a me un sacco di gente che va e viene, la sera nel rifugio è un gran vociare. Ricordo molto bene come davanti alle grange fossimo pochi, e stessimo lì seduti sulle pietre a parlare di tante cose e forse anche a cantarne una.

E ora qualcuno dirà: ma vuoi la montagna tutta per te? Proprio tu, che scrivendo la monografia del Piantonetto hai invitato la gente a venirci? No, o forse sì. Io solamente vorrei un alpinismo più umano.

Non vorrei che ci fossero alpinisti che arrampicano unicamente per il desiderio d’affermare se stessi, non vorrei che alcuni dimenticassero l’estetica, tesi unicamente a conseguire il risultato. Molte volte ho visto amici e compagni soffrire terribilmente per una rinuncia, per una giornata di tempo brutto, e patire ancora di più quando hanno saputo che Tizio nella stessa giornata aveva invece compiuto la salita. Sovente ho sentito discorsi tendenziosi, a volte vere e proprie calunnie dirette a demolire chi ha il torto d’essere più forte di noi. Ancora ho visto amici e compagni affannarsi e dimenticare anche le norme di sicurezza durante una salita, solo perché era importante “fare il tempo”. Ho visto alcuni voler realizzare a tutti i costi una certa salita, solo perché in quel momento era un’impresa che dava grande prestigio.

Un giorno vorrei partire con due o tre veri amici e risalire un lungo vallone che non ho mai visto, camminare adagio, fermandomi ogni tanto su qualche grande sasso, oppure bere a qualche fontana per sentire l’acqua che scorre sul viso. Vorrei scoprire a un tratto una parete immensa e solare, oppure risalire con gli occhi una cresta elegante e perfetta, e vorrei poter vedere tutte queste cose come quando mi avvicinai alla montagna la prima volta.

Vorrei allora salire questa parete e, quando il sole cala nel pomeriggio, fermarmi su un terrazzo quadrato e non pensare che forse si dovrà bivaccare, che bisogna forzare, uscire a tutti i costi.

Vorrei allora che l’amico avesse con sé una chitarra e cominciasse a suonare, e noi cercassimo di seguirlo ricomponendo e ritrovando i chiari versi di Bob Dylan, oppure le fantastiche e surreali visioni di lan Andersen. E mi piacerebbe attendere la sera così, parlando di noi, parlando di tutte quelle cose che sentiamo a volte accumularsi dentro, ma che raramente riusciamo a esprimere perché si ha sempre paura di essere veramente se stessi.

Ricordo ancora una sera di primavera, nella meravigliosa Calanque di En Vau. Finito il grande via vai degli alpinisti di ogni nazionalità, finito il vociare, i richiami, le urla, i tintinnii delle staffe e i colpi di martello. Il sole a poco a poco sta discendendo nel mare ed è subentrato un silenzio che veramente dona quiete. Arrampichiamo adagio sulla cresta, sono gli ultimi metri di questa via che ha un nome bellissimo: la Sirena. Ma ecco che giù in fondo, sulla piccola spiaggia, alcuni ragazzi hanno acceso un fuoco, si sono seduti intorno e al suono di una chitarra hanno cominciato a cantare. È una canzone che conosco bene anch’io, e mi giunge chiara e limpida una voce di ragazza, una voce che per i suoi toni acuti e cristallini ricorda molto quella di Joan Baez. Noi abbiamo finito, gli altri ci chiamano, dobbiamo rientrare a Marsiglia, è già tardi e le ragazze si sono un po’ scocciate di aspettarci tutto il giorno mentre noi arrampicavamo. Eppure il mio desiderio sarebbe quello di mandare tutti quanti al diavolo, ragazza compresa, e di scendere giù a mescolarmi con gli altri, non importa se non ci capiremo molto, sono inglesi, tedeschi, francesi, ma i nostri contatti umani sarebbero ispirati alla semplicità, perché sicuramente saremmo noi stessi.

Vorrei compiere salite che ho sognato a lungo e che ancora continuo a desiderare. Vorrei finalmente salire lo spigolo Bonatti al Dru per poter provare una parte delle sensazioni che quell’uomo deve aver vissuto in quei sette giorni, solo, libero di salire ovunque, libero di scegliersi un cammino in un dedalo di rocce, libero di parlare con se stesso, di riflettere ogni sera seduto su un terrazzino, di pensare alla sua vita e al perché di un’azione così diversa.

Ho invidiato sempre quest’uomo, non tanto per le sue realizzazioni, quanto per ciò che ha saputo e potuto vivere nei giorni grandi della sua vita. Per ciò che ha saputo dare agli altri. No? È vero, qualcuno dice che un uomo così non ha prodotto niente, che la sua azione è sempre stata sterile ed egoistica. Ma chi parla così non ha capito nulla dell’uomo e non sa in quanti e quali modi si possa donare agli altri.

Il versante ovest del Becco di Valsoera. Foto: Marco Milani
Becco di Valsoera western face, Gran Paradiso National Park -- Becco di Valsoera, versante ovest Parco Nazionale del Gran Paradiso

 

Sovente ho cercato di immaginare il ritorno di Bonatti dopo i giorni del Dru o quelli del Cervino in inverno, ho cercato di immaginare il suo amore per la natura e per tutto ciò che è bello. Così una mattina anch’io sono partito da solo, ho realizzato qualcosa di più modesto, anche se è la quantità che varia ma non la qualità. Anch’io ho vissuto il mio giorno grande e anch’io, quando sono tornato, ho creduto di impazzire correndo in un prato, sdraiandomi nell’erba a guardare il cielo, gli alberi e i fiori. Perché tutto era diverso, nuovo, tutto era da riscoprire. E anche gli altri, tutti, mi parevano più buoni, più aperti, un sorriso per tutti, ma sincero.

Ricordo che un giorno Messner disse a proposito di una sua grande “solitaria”: «Io non potevo piangere, perché il mio cuore e la mia mente erano divenuti come il ghiaccio e la pietra. Ma quando poi discesi tra l’erba del sentiero, qualcosa si sciolse in me e allora piansi».

Forse andrò al Dru, ma troverò decine di persone che si rincorrono affannosamente su per il canale, forse dovrò attendere il mio turno per salire, forse dovrò infilarmi tra intricati giochi di corde, forse un metro sopra il mio capo i miei occhi non cercheranno la via, ma le suole degli scarponi di chi mi precede. Ma ditemi, dov’è l’avventura?

Su un muro della mia camera ho appeso un grande foglio bianco su cui c’è scritto “Conosci te stesso”. Ogni mattina quando mi sveglio mi sforzo di leggerlo. Forse una mattina mi sveglierò e mi verrà il desiderio di vivere ancora una grande avventura. Allora troverò un compagno che mi seguirà sulle grandi placche chiare della via Hemming al Dru o nel silenzio opprimente della parete nord del Cervino. Ma forse anche qui non saremo soli. Allora partirò io, senza compagni, per dove non so. A volte immagino una grande parete, che forse non ho mai visto e che non vedrò mai, e mi vedo salire leggero, elegante e sicuro. Niente corda, niente chiodi, certo di non cadere mai. Mi vedo fermo la sera su un terrazzino a riordinare le mie cose, e poi seduto a guardare una valle sconosciuta, dove le piccole luci che si accendono a una a una mi ricordano con struggente melanconia che esistono anche gli uomini, mi ricordano quegli occhi incontrati per caso che promettevano un mare di cose belle e che forse sono rimaste tali proprio perché fermate in quello sguardo.

Un giorno forse partirò e ritornerò a girovagare per i monti e i boschi della valle dove la prima volta ho incontrato me stesso. E forse questa sarebbe la vera avventura.

È vero, a volte sono un po’ stanco. Ma ho degli amici veri che mi comprendono e che sanno dare. Con loro forse un giorno saprò rivedere con gli occhi incantati di allora una valle e un monte candido e scintillante, che appare altissimo sopra i tetti di un villaggio tibetano fermato nel tempo.

Non è poi così difficile, anche se talvolta tutto appare intricato, contorto, quasi impossibile. Ma è in noi stessi la soluzione, nella nostra semplicità. Allora forse scopriremo l’avventura ogni giorno, aprendo solamente la finestra e guardando i grigi tetti delle case di una qualunque città.

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Léon Zwingelstein

Léon Jean Zwingelstein
di Giampiero Assandri
(già pubblicato su http://www.lafiocavenmola.it il 23 maggio 2015)

Scusa se ti chiamerò Léon, o Leo, ma il tuo cognome è quasi impronunciabile per noi, qui a Sud delle Alpi, ostico come un diedro friabile, o come certe nevi crostose che si rompono all’improvviso ingoiando la punta di uno sci. Oppure Zwing, come riportato sulle didascalie delle poche foto in bianco e nero che ci hai lasciato e che il tuo biografo ha messo nel libro, a dimostrazione che stava parlando di una persona realmente vissuta e non di un fantasma.
Hai percorso le Alpi in sci, avanti e indietro, che se quelle tracce si potessero riportare sulla carta come oggi si fa col GPS, disegnerebbero una ragnatela fitta come la trama di un tessuto. Quasi sempre da solo, in un tempo remoto, quando la montagna invernale era frequentata da un manipolo di pionieri che indossavano giubbe militari o di lana infeltrita, occhiali da saldatore, scarponi di cuoio e sci di hickory. Solo, con il grande zaino sovrastato dal rotolo della tenda leggera autocostruita e con un fornello a benzina, stringendo tra le mani i bastoncini di bambù con grandi rotelle e tra i denti l’ultimo fico secco.
Oggi salirai – da solo – fino al colle, guarderai al di là della sella un’altra valle, e questa sera mangerai una zuppa d’avena alla luce del sole che tramonta dietro la linea rossa della tua amata Meije. Infilato nel sacco a pelo parlerai ancora una volta con la tua anima, che pare uscita dal proprio corpo – che poi è il tuo – e sembra voler stare ancora un po’ fuori dalla tenda a guardare la luna, col rischio che una folata più forte di vento se la porti via, mentre la notte insonne sembra non finire. Questo dialogo con te stesso senza parole da un po’ di tempo ti è naturale, come il passo sul pendio, e più lieve ti rende l’attesa della prossima alba, che arriverà a spazzar via il buio, gli incubi delle trincee e il peso di vivere i giorni come fanno gli altri.
Cos’hai tu da spartire, piccolo, tenace e solitario Leo, con il tuo berretto tondo e la giacca militare, col tuo incedere lento, lontano da tutti e da tutto, con questi corridori moderni di carne scolpita, attrezzati con sci di carbonio e tute acriliche multicolori? E perché ti ostini a stare ancora lassù, tra stelle, corvi e domande senza risposte, anziché tornare in fretta qui a valle, a bere un bicchiere di rosso Bordeaux di Provenza in questa osteria calda di vapori di cucina e di fiati, a fumare un sigaro tra quelli che cantano una vecchia aria di Chartreuse, a condividere una risata con i montanari, a dire una parola che getti un ponte sul vuoto di silenzio che ti separa dalla gente?
In fuga da ragazze d’altri, da coppie, famiglie, clan e club di ogni genere, hai portato sulle spalle la tua solitudine senza possibilità di redenzione, punteggiata dagli appunti ermetici del tuo vagabondare per monti, scritti su taccuini senza schizzi o mappe di tesori, senza rivelazioni esistenziali, pieni solo di date, nomi di cime, colli, rifugi e lettere puntate al posto di nomi e cognomi.

Léon Zwingelstein al refuge Dupuis il 6 marzo 1933
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Ci doveva essere una ragione
Ci doveva essere una ragione per quel vagare incessante – scrive Jacques Dieterlen – doveva essere accaduto qualcosa di drammatico, a motivare quelle imprese solitarie presentate dal loro autore con una scrittura concisa all’estremo. Spinto da questo interrogativo, dalla curiosità di scoprire cosa si celasse nell’anima di quest’uomo, l’autore inizia a mettersi sulle tracce (poche) di Zwing, domandando di lui a quelli che potevano averlo incrociato nelle valli, nei rifugi, nelle locande, senza ottenere altro che qualche risposta vaga, come di uno passato inosservato o ricordato solo per i suoi silenzi. “Le chemineau”, ossia il vagabondo, l’errante, l’uomo che non era riuscito, né a Grenoble né altrove, a mettere su radici, casa e famiglia, tormentato dalla perdita precoce dei genitori, dai ricordi delle notti terribili passate nelle trincee del fronte franco-tedesco delle Ardenne nell’aprile del 1918, a tentare di dormire sui cadaveri dei compagni morti e distesi nel fango, dalle nebbie infernali dei gas asfissianti al cloro e fosgene che gli tormentarono gli occhi per anni.
Dieterlen aveva a disposizione solo quei taccuini, qualche lettera inviata o ricevuta dai pochi amici, appunti su valanghe, costruzione di tendine superleggere, alimentazione, e la testimonianza diretta di due o tre amici: su questi pochi elementi ha ricostruito una storia, quella che il protagonista aveva volutamente oscurato, limitandosi a registrare i nomi di luoghi, le date e i tempi di percorrenza di ogni tappa, come i punti numerati da collegare nei disegni sulle riviste di enigmistica: e il disegno che viene fuori alla fine è una linea di 2000 chilometri continua e sinuosa sulla carta dell’arco alpino, che da Grenoble scende a Nizza, risale a Chamonix, percorre l’Engadina, i Grigioni, il Silvretta e ritorna indietro all’Oberland. Sembra quasi che Léon ritenesse le parole inadeguate a descrivere la montagna nelle sue forme e manifestazioni continuamente mutevoli, come pure le proprie impressioni ed emozioni. E che nulla esiste al di fuori dell’azione, la quale appartiene all’esperienza interiore individuale, indicibile e incomunicabile al mondo. Ne consegue che i pensieri e i dialoghi che accompagnano la grande traversata di Léon appartengono all’autore del libro, più che al protagonista, ma d’altra parte un biografo è sempre parte del personaggio che racconta. Bisogna comunque dare atto a Dieterlen di conoscere bene i luoghi che descrive, una conoscenza che gli derivava, almeno in parte, dall’aver ripercorso di persona la scia solitaria di Léon.

Zwing al Col du Chardonnet il 4 marzo 1933
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Grenoble
Zwing si stabilisce a Grenoble nel 1920, a ventidue anni, e si iscrive all’istituto superiore di Elettrotecnica. Si lascia alle spalle un’infanzia abbastanza agiata (era nato a Rennes il 16 ottobre 1898, figlio di un imprenditore), ma anche la perdita della madre e del padre intorno ai 15 anni e l’esperienza tragica della guerra di trincea e dei mesi di ospedale per gli effetti dei gas asfissianti. Grenoble era già allora una città vivace, popolata da studenti e turisti, desiderosi di riscoprire la normalità della pace. Circondata da ogni lato da montagne: a nord il massiccio della Chartreuse, a sud la catena di Belledonne e le Prealpi del Vercors, a est gli Écrins. Proprio su questo massiccio, nella sua prima escursione alla Tête de La Maye, presso La Berarde, si innamora per sempre della montagna e dell’Oisans in particolare. In quegli anni frequenta un gruppo di coetanei alpinisti, tra cui J. P. Loustalot, il trascinatore, carismatico ed estroverso, al contrario di lui, silenzioso e riservato. Si fa comunque benvolere per la sua affabilità, la precisione, la determinazione. Nel gruppo ci sono anche delle ragazze che fanno anch’esse salite impegnative, a dimostrazione di un’emancipazione femminile, almeno nelle classi più agiate. Il gruppetto fa base in una casa presso la Bastiglia, l’antica roccaforte di Grenoble, da cui si domina la città e dove i ragazzi passano le serate, programmano le escursioni del fine settimana, si allenano, stanno insieme, come si fa a quell’età. Ogni sabato pomeriggio la corriera li trasporta lungo le valli del Delfinato da cui salgono ai rifugi, impegnandosi in salite anche notevoli per quei tempi: la Sud della Meije per il Promontoire e il Glacier Carré, la salita delle Tours de Forges sul versante ovest del Moucherotte (24 maggio 1922) e la prima salita (per il versante ovest) della Pierra Menta (6 luglio 1922).

Il percorso di Zwingelstein del 1933. Da Le chemineau de la montagne
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La tenda gialla
Nel 1923 si laurea in ingegneria e cerca un impiego, senza molta fortuna e senza molta convinzione. Dopo un anno e mezzo trascorso a Lione, torna a Grenoble e riprende l’attività alpinistica che aveva temporaneamente lasciato. Nel 1926 compie, tra le altre, le salite alla Pointe Richardson, al Mont Gioberney, alla Tête de la Pilatte, a Les Bans, a la Meije, al col des Avalanches, al Mont-Aiguille, al Monte Bianco, poi la Vanoise con la Grande Casse, spesso da solo e con gli sci. Non gli interessano le difficoltà, quello che cerca è la permanenza in montagna, vivere in sintonia con il respiro della natura, del sole, dell’alternarsi del buio e della luce, della pioggia e del vento. Progetta e si costruisce da solo una tendina di appena 1.380 grammi, utilizzando tela di mongolfiera per la base e tessuto di paracadute impermeabilizzato con oli idrorepellenti per la parte superiore, senza paletti di sostegno, sorretta solo dai due bastoncini da sci. La sperimenta in ogni condizione di tempo e in quota, convincendosi che con quel riparo potrà far fronte, da solo, a qualsiasi percorso in tutta sicurezza. Quella sarà la sua dimora prediletta, mentre la stanzetta affittata al n. 13 di rue Bayard, nella parte vecchia di Grenoble, non avrà per lui altra funzione che quella di ospitarlo per il tempo necessario a progettare qualche itinerario, a riposarsi tra una salita e l’altra, a mettere a punto l’attrezzatura alpinistica, a risolvere le incombenze burocratiche.
Nel luglio del 1928, salendo all’Aiguille Verte, muoiono l’amico Loustalot e la sua giovane moglie Yvette, che avevano condiviso con Léon tante salite ed escursioni negli anni del gruppo della Bastiglia. Per Léon è un duro colpo, tanto che smette quasi del tutto di andare in montagna per due anni. Riprende nel 1930, salendo in prima invernale il Rateau, poi la Dent Parrachée. Da solo, nella primavera del 1932, con gli sci e l’inseparabile tendina bivacca sul ghiacciaio di Bonne Pierre e il giorno dopo valica il Col des Écrins e scende lungo il Glacier Blanc al refuge Caron. Il mattino seguente risale in sci il versante nord della Barre e lungo il ripido pendio sopra la crepaccia terminale e su placche verglassate raggiunge la vetta: Dieterlen, con la prosa aulica tipica degli anni Trenta, lo racconta così: “Enfin, dans un grand ébluissement de lumière, un étincellement féerique de cimes, de dents, de cretes endiamantées étendues autour de lui, d’un bout a l’autre de l’horizon, ivre de bonheur et comme transfiguré, il atteignit le point culminant de la Barre“. Sta di fatto che da lassù, contemplando verso oriente la distesa senza fine di cime e valli innevate, sente di potere e di dovere intraprendere un viaggio attraverso le Alpi: lo percepisce come un destino che è allo stesso tempo una liberazione e una condanna, come la scelta, unica, che gli è dato di fare.

Zwing sul versante est della Cime du Vallon
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Verso il mare
Sul suo diario scrive il 31 gennaio 1933: «Je viens d’achever mes préparatifs! Demain je vais me lancer dans la grande aventure, entreprendre ce long raid à ski auquel je songe depuis une dizaine de mois, le parcours entier des Alpes de Nice au Tyrol. Je dois entreprendre seul ce long raid (…) Quoi qu’il arrive, je veux atteindre le but fixé: je réussirai».

Il gran giorno è domani, 1° febbraio: Léon ha comunicato a pochissimi amici alpinisti le sue intenzioni, il programma di massima e la data di partenza. Le Philosophe lo incoraggia, le Reverend lo va a trovare qualche giorno prima e l’Escargot si offre di accompagnarlo nella salita della prima tappa da La Grave a Le Lauzet. Nella stanzetta disadorna sono sparsi gli oggetti necessari per il raid: in un angolo gli sci sciolinati con grafite, le carte topografiche infilate al sicuro in una tasca interna dello zaino con documenti e denaro, il compasso per tracciare l’angolo della direzione sulla carta, la tendina gialla arrotolata, i ramponi da sci, le pelli adesive (vedi nota) la piccozza, una cagoule, uno spezzone di corda, il fornello a benzina per cucinare e sciolinare, un pentolino, un sacco duvet e viveri (solo frutta secca, carne secca, farine, biscotti) per tre-quattro giorni, per un totale di circa 20 kg.
Come tante altre volte in passato, i due amici salgono sul primo autobus del mattino che da Grenoble li porta a La Grave, poi proseguono a piedi fino a Villar d’Aréne, dove calzano gli sci: “le case del villaggio sono coperte dalla coltre nevosa e un vento gelido soffia sollevando sui pendii una polvere cristallina che corre radente al suolo, come un fremito di seta argentea (Jacques Dieterlen)”. Seguendo i tornanti della strada coperta dalla coltre nevosa arrivano al Col du Lautaret: qui i due si separano con una stretta di mano e un augurio di bonne chance per Léon. L’Escargot rientra a Grenoble, mentre Léon prosegue in discesa fino a Le Lauzet, dove passerà la prima notte del raid, poi farà rotta verso Nizza.
Il 7 febbraio arriva a Nizza e da qui raggiunge in autobus Cannes, dove percorre con gli scarponi e gli sci sottobraccio, come un essere extraterreno che abbia sbagliato rotta e pianeta, tra gli sguardi allucinati della bella società, il viale centrale. Nella città di Cannes viene ospitato per qualche giorno da alcuni conoscenti e ne approfitta per curarsi da una congiuntivite, per rimettere a posto l’attrezzatura e per ritirare alcune lettere e una macchina fotografica inviatagli da un amico di Parigi. Si concede anche un paio di bagni al mare, poi all’alba del 12, quando i nottambuli rientrano alticci dalle balere, riparte verso il suo destino, direzione Chamonix.

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Contrasti
In tre tappe, passando per Saint-Étienne de Tinée, Saint-Paul-d’Ubaye e il Col de la Noire, raggiunge Saint Véran, due file di case allineate ai bordi della strada centrale, ancora sotto una spessa coltre di neve. Bussa a una porta ed un vecchio lo accoglie con calore, stupito di vedere arrivare qualcuno in quella stagione. Lo fa sedere, gli offre qualcosa di caldo da mangiare e un pagliericcio sopra la stalla. “Chi sarà mai quello strano individuo? una specie di Re magio? Sì, ha proprio l’aria di un santone, uno di quei personaggi in terracotta che vendono in Provenza da mettere nel Presepe… il santone montanaro, come ci sono l’arrotino, il pescatore, il cacciatore… E così, amico mio, venite da Nizza, già, da Nizza… e andate a Chamonix, da solo… poi pure in Svizzera… un viaggio davvero incredibile, porca miseria! E non è per divertimento di sicuro! Ma dice che non lo fa neppure per denaro e neanche perché qualcuno lo ha comandato! E dunque? (J. Dieterlen)”. Il vecchio non ha una risposta razionale e neppure Léon ce l’ha.
In due tappe, passando per il Col de Peas e per il Col de Gondrans arriva a Monginevro. Lì si stanno svolgendo le gare militari di sci alpino, c’è il mondo dello sci competitivo che sta diffondendosi, le feste danzanti negli alberghi di lusso, l’esibizione dei campioni sulle piste artificiali… una montagna artificiosa, modificata ad uso dei ricchi clienti cittadini che nulla sanno dell’alta quota, delle valanghe, della natura alpestre e sono lontani anni luce dalla vita semplice e autentica dei montanari che a Saint Véran lo hanno accolto come un fratello. Passa una giornata di sosta a Monginevro, tra musiche, manifesti, cori, fanfare… un gran circo dei divertimenti. L’indomani, 23 febbraio, parte all’alba, nel silenzio assoluto, senza rimpianti per quel luogo.
Nella cittadina ai piedi del Bianco ha un appuntamento con un amico scialpinista, Legrand, che ha già percorso l’haute route classica Chamonix-Zermatt e lo accompagnerà in questo tratto del raid, dal 3 al 14 marzo. Da Zermatt riprende il cammino solitario e raggiunge la capanna Bétemps (Monte Rosa Hütte) per salire la Dufour. A causa del maltempo è costretto a rinunciare sulla cresta finale, con il vento fortissimo che gli procura seri problemi al ritorno: deve togliersi più volte gli sci, non riesce a infilarsi né le moffole, né il passamontagna, né la cagoule e vaga per ore tra i seracchi. Nel semi delirio della tormenta, facendo appello alle ultime risorse fisiche e morali e invocando l’aiuto dell’amico defunto Loustalot (nella ricostruzione di Dieterlen) riesce a rientrare al rifugio. Riporta un inizio di congelamento alle dita delle mani, al naso, alle orecchie e allo zigomo sinistro e rimane tre giorni bloccato con pochi viveri. Il quarto giorno, 21 marzo, rinunciato ormai alla traversata diretta alla Britanniahütte, e dovendo scegliere tra morire di fame e rischiare di rimanere seppellito sotto una valanga a causa degli ottanta centimetri di neve fresca caduta, decide di tentare la discesa a Zermatt e se la cava. La brutta avventura passata sul Rosa ha l’effetto di infondergli la convinzione che una forza interiore riuscirà sempre a fargli superare qualsiasi avversità in montagna e una grande pace lo pervaderà per il resto del raid, anche durante la rischiosa e impegnativa tappa del 2 aprile per superare il Ghiacciaio di Rheinwald (per il Passo di Cadabi) fino a Hinterrhein, nei pressi del passo del San Bernardino. Finalmente il 6 aprile, in compagnia di un altro sciatore, varca il confine tra Engadina ed Austria e sale la Dreiländerspitze per il ghiacciaio di Fermunt e il giorno dopo il Silvrettahorn. Il 9 aprile è a Davos e come gli era già capitato al Monginevro, a Tignes, a Saint Moritz osserva il mondo rutilante degli “sportivi” eleganti, provenienti da tutta Europa, che nei loro impeccabili abiti alla moda affollano, strade, piste, negozi, sale da gioco e da ballo, un mondo dal quale rifugge appena possibile.

Zwing in vetta al Pic de l’Olan, 13 luglio 1934, prima della discesa fatale
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Perché fermarsi?
La traversata di Zwingelstein avrebbe potuto concludersi in Tirolo: anche così sarebbe stata un’impresa memorabile. Invece lui decise di non fermarsi a Galtür, in Austria, o a Davos, in Svizzera, ma di rientrare a Chamonix in sci, lungo un itinerario in parte parallelo a quello effettuato, spostato più a nord. Il ritorno poi non venne interamente completato com’era nella sua intenzione originaria, che prevedeva tra l’altro di salire il Monte Bianco, a causa del maltempo persistente. Così si “limitò” ad attraversare i gruppi del Silvretta e dell’Oberland (quest’ultimo in compagnia di un amico sciatore che attese per sei giorni campeggiando nella neve, dal 14 al 21 aprile a Ginanzalp, a 2000 metri, esplorando in sci, manco a dirlo, i dintorni, senza il peso del sacco). Dopo l’Oberland depose gli sci nei pressi del Grimselpass, il 1 maggio, e da lì raggiunse la stazione ferroviaria di Briga e rientrò a Grenoble. Scese dal treno frastornato dai rumori della città, dal caldo della bassa quota e dagli scorci urbani che aveva dimenticato, relegati nei recessi della memoria. E mentre la gente passeggiava in abiti quasi estivi, attraversò il centro cittadino con gli sci in spalla e il suo enorme zaino sormontato dall’inseparabile rotolo giallo della tenda: un piccolo marziano con la pelle scura e incartapecorita da raggi cosmici e ultravioletti, reduce da luoghi ignoti e inaccessibili agli esseri umani.
Aveva vissuto tre mesi nel mondo separato dell’alta quota (qualche anno fa, citando un libro di Carlos Castaneda, era in uso parlare di ” separate reality”), lontano da tutti salvo sporadici e occasionali incontri con guide, postiglioni, albergatori, montanari, cercando di prolungare il più a lungo possibile quella condizione di sospensione dal mondo reale, dalla quotidianità, insensata per lui, che lo aspettava a Grenoble. Trovo che vi sia una corrispondenza notevole, in questo suo “non voler tornare a terra”, con la decisione di un altro solitario, il navigatore Bernard Moitessier, quando, nel 1968, dopo aver terminato la circumnavigazione del globo in barca a vela, senza scalo e in solitaria, compiuta in quasi 8 mesi, anziché tornare a Playmouth, dove lo attendevano le televisioni, i giornalisti del New York Times, amici, famigliari e un premio di 5.000 sterline, mandò una comunicazione breve ed enigmatica: «Je continue sans escale vers les îles du Pacifique, parce que je suis heureux en mer, et peut-être aussi pour sauver mon âme», lasciando tutti quanti di stucco. La differenza tra i due solitari sta nel fatto che l’impresa di Moitessier fu divulgata da tutti i mezzi di informazione ed ebbe grande risonanza, mentre Léon se ne tornò nella sua stanzetta di rue Bayard, all’insaputa del mondo e perfino degli alpinisti, finché il libro di Dieterlen non lo fece emergere dall’anonimato.

Léon Zwingelstein morì con il compagno il 13 luglio 1934 mentre scendevano dal Pic de l’Olan. E’ seppellito nel cimitero di Grenoble.

A scuola ci spremevamo le meningi per trovare un bel finale al tema in classe, magari una considerazione intelligente, una riflessione matura, un insegnamento morale, a chiusura insomma di quanto descritto nel componimento di dubbia sufficienza. Qui, per concludere questa storia umana, filtrata dal tempo e dalle interpretazioni di Dieterlen e mie, mi sembra perfettamente adatta una massima del Mahatma Gandhi: “Qualunque cosa tu faccia sarà insignificante, però è importante che tu la faccia.

Cimitero di Saint-Roch, Grenoble
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Curiosità
Ritenevo che le pelli di foca adesive fossero comparse intorno agli inizi degli anni ’70, anche perché io, agli esordi del mio scialpinismo, utilizzavo quelle terribili con le fettucce laterali: invece ho scoperto che Léon le utilizzava già normalmente almeno qualche anno prima del raid del 1933, prima quindi che la ditta Montana le perfezionasse con colla più efficace, nel 1939. Anche gli sci con le lamine (avvitate) che utilizzò, erano per quei tempi una vera, radicale, innovazione.
Léon durante il suo raid si avvalse solo in pochi casi e per brevi tratti di fondovalle di mezzi di spostamento di linea (treni e autobus) o delle carrozze dei servizi postali trainate da cavalli nelle località non accessibili alle corriere (ad esempio, da Gondo al Passo del Sempione e da Splugen a Cresta nei Grigioni) e due volte utilizzò mezzi a fune: la funicolare da La Piora (Airolo) al Lago Ritom (tutt’ora in funzione) nella tappa di quasi cinquanta km da Airolo a Olivone e la funicolare di Parsenn, a Davos.

Il libro
Il mio libro di Dieterlen è quasi un cimelio: pagine ingiallite e fragili, ancora chiuse nella piegatura originale di quando il volume venne stampato e rilegato, nel 1950, da una tipografia francese su licenza del primo editore, Flammarion: per leggerlo ho dovuto prendere un coltello affilato e tagliare tutte le piegature lungo i bordi, segno che non era mai stato né letto, né venduto. Se l’avessi acquistato in una libreria antiquaria l’avrei pagato forse una cinquantina di euro, ma Amazon evidentemente lo ritiene un fondo di magazzino (quel che in effetti è) da smaltire e lo vende a soli 10 euro, anche perché nel 1996 è uscita la nuova edizione di Arthaud, molto più costosa. Sapevo dell’esistenza di questo libro da almeno trent’anni, perché citato in rari resoconti e articoli su alcune riviste e sul libro dei fratelli Odier. Le sue relazioni scarne sono state pubblicate su qualche rivista francese degli anni ’30 e un lungo articolo è stato pubblicato intorno al 1980, se la memoria non m’inganna, su un numero di Ski Rando, che non ho più ritrovato.

Gli epigoni di Zwingelstein
• la seconda traversata delle Alpi in sci fu realizzata da Walter Bonatti e Lorenzo Longo (14 marzo-18 maggio 1956) e dai fratelli Bruno e Catullo Detassis, Luigi Dematteis e Alfredo Guy nella stessa stagione: in 65 giorni fu percorsa tutta rigorosamente in sci e a piedi, da est (Tarvisio) a ovest (Col di Nava);
• Jean-Marc Bois, in solitaria, da Saint-Étienne de Tinée a Badgaastein, dal 30 gennaio al 25 aprile 1970;
• Kittl, Farbmacher, Hoi, Mariacher e Schettsi, austriaci, nel 1971, compirono la traversata in velocità con sci da fondo escursionismo e zaini leggerissimi, di soli 5 kg, utilizzarono però un pulmino e impiegarono 40 giorni, dal 21 marzo al 29 aprile, coprendo quasi 2.000 km;
• Angelo Piana e soci in tre stagioni (1975-1976-1977);
• I fratelli Hubert e Bernard Odier, dal 18 febbraio al 18 maggio 1979, da est a ovest;
• Paolo Tassi e Mauro Girardi nel 1996, in sci da telemark;
• Paolo Rabbia, di Savigliano, in solitaria: partito il 29 dicembre 2008 dal Margart, al confine con la Slovenia, ed arrivato sabato 28 febbraio a Garessio. Un totale di 1750 km in 62 giorni.
Nessuno però è stato così a lungo e ininterrottamente sulle Alpi in sci, percorrendole prima verso Sud e poi facendo andata e ritorno, e credo che nessuno, più di Zwingelstein, possa meritarsi l’appellativo conferitogli da Dieterlen di chemineau de la montagne.

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Bibliografia sul raid integrale delle Alpi
• Jaques Dieterlen, Le chemineau de la Montagne. Flammarion, 1938. Ristampato recentemente da Arthaud ( 1996);
• Léon Zwingelstein. Carnet de route – © Glénat, Grenoble 1989 • I taccuini originali, 62 pagine con 22 disegni di Léon a inchiostro nero, sono custoditi alla Bibliothèque Municipale de Grenoble;
• Paolo Gobetti, Annuario Dimensione Sci, 1987;
• Giorgio Daidola, Zwing, il vagabondo della montagna, articolo pubblicato sulla rivista on-line http://issuu.com/mulateroeditore/docs/skialper88/34
• Walter Bonatti, Le mie montagne. Riedizione, Milano, 1983 (un capitolo);
• Bernard e Hubert Odier, Tutte le alpi in sci. Dall’Austria al Mediterraneo. CDA -Torino, 1984;
• Marcel Kurz, Alpinismo invernale – le origini dello sci-alpinismo, I Licheni, Vivalda ed. 1994. Prima edizione in lingua tedesca, 1924;
• Autore? Articolo su Ski Rando (1980 circa).

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I nemici della Tosa

I nemici della Tosa

Il 27 giugno 1907 un gruppo di nove alpinisti aprì una variante alla via Migotti della Cima Tosa e la battezzò via Audax. Severino Casara annotò giustamente “si inizia così a spersonalizzare le ascensioni con aggettivi sportivi”: è la prima volta infatti che una via fu chiamata non con il nome dei primi salitori o del capocordata ma con un nome imposto, uso che oggi non ha eccezioni. Questo segnò la fine del periodo esplorativo.

Le guide Bonifacio e Matteo Nicolussi
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Tanto tempo prima, la prima ascensione della Cima Tosa era stata compiuta da Giuseppe Loss, di Primiero, con sei compagni il 20 luglio 1865, dalla Malga di Prato per la Forcolotta di Noghera e la Pozza Tramontana, per l’itinerario che in seguito fu chiamato via del Camino. La seconda ascensione fu di Germano Parisi, di Trento, con Giovanni Carlina e altri cacciatori di camosci nel luglio 1865: salirono da Molveno per la Val delle Seghe. Il grande esploratore delle Dolomiti, John Ball, qui arrivò soltanto terzo. Assieme a W. E. Forster e con la guida Matteo Nicolussi di Molveno, salì per la stessa via dei precedenti, il 9 agosto 1865. Sulla via del ritorno questi alpinisti vennero colti dalla notte e raggiunsero Molveno alle 23. La quarta fu di Francis Fox Tuckett con la guida svizzera Melchior Anderegg e con Bonifacio Nicolussi (di Molveno), il 6 giugno 1867. Questi alpinisti lasciarono Molveno alle 1,45 di notte portandosi per la Malga di Àndalo nella Val di Ceda. Giunti al Passo di Ceda trovarono della neve molle e impiegarono da lì tre ore per toccare la cima. Anche questa comitiva usufruì del camino trovato da Loss, ormai praticamente la via normale. Partirono dalla vetta alle 9,15 e arrivarono alla Bocca di Brenta alle 11,15. Seguì poi l’ascensione dei fratelli William M. e Richard Pendlebury, il rev. Charles Taylor e John Alfred Hudson assieme alle guide Gabriel Spechtenhauser e Bonifacio Nicolussi, il 6 luglio 1872. Nella salita essi superarono le rocce a destra del solito camino.

Una buona relazione ce la diede Douglas W. Freshfield quando fece la sesta salita assieme a I. e R. Richtie con le guide François Devouassoud e Bonifacio Nicolussi. Essi partirono da Molveno il 25 agosto 1873, a notte fonda. Giunti al Baito dei Massodi, l’alba infiammava di rosso le pareti della Brenta Alta. Freshfield informò il lettore di Italian Alps che quello spettacolo poteva essere meglio compreso osservando con attenzione un quadro di Turner conservato alla National Gallery, “Agrippina con le ceneri di Germanico”. Di fronte alla fortezza della Cima Tosa, Freshfield rimase colpito dalle forme della Pozza Tramontana, “uno strano altopiano interrotto nel mezzo da una profonda conca vuota come se fosse stata prosciugata di recente dalle streghe durante un sabba”. Il passo chiave della via del Camino fu descritto come “considerevolmente strapiombante”, tanto che durante la successiva discesa Freshfield seduto sull’orlo del risalto tentò invano di osservare colui che scendeva prima di lui. Ma la spiegazione era che nel muro verticale sporgevano alcuni appigli, “come se nella costruzione di un muro dei mattoni fossero stati lasciati sporgenti”. Scendendo nella Val di Brenta, Freshfield si attardò a contemplare il Crozzon di Brenta; osservò pure il grande canalone ghiacciato che divide questo dalla Cima Tosa (che Virgilio Neri salì da solo molti anni dopo, nel 1929) e scrisse: “Una comitiva di persone decise e resistenti, munite di piccozza, potrà superare questo canalone, tanto in salita come in discesa. Ma la fretta e la noncuranza significherebbero immediatamente la rottura dell’osso del collo”.

Nello stesso anno F. von Schilcher col cacciatore Domenico Sebastiano ripetè (29 luglio) la via dei primi salitori alla Cima Tosa. Lasciarono Sténico alle 3,50 e giunsero alla Forcolotta di Noghera, per la Val d’Ambiez, alle 10,30. Costeggiando la Pozza Tramontana arrivarono al camino alle 13,30 ed in cima alle 15,55. Ripartirono alle 16,10 e, toccando la Bocca di Brenta, furono a Campiglio alle 21,30. Venne poi l’ottava salita, fatta da Michele de Sardagna della SAT di Trento con la guida Bonifacio Nicolussi il 10 settembre 1873.

La Cima Tosa
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Come si è visto i fratelli Matteo e Bonifacio Nicolussi, di Molveno, furono le guide cui tutti i viaggiatori facevano riferimento per le loro scalate nel Brenta. Gelosi del mestiere, è leggenda che distruggessero tutti gli ometti di sassi costruiti da qualcuno per meglio segnare i percorsi: ma questo non è una novità, c’è chi lo fa ancora oggi. Pastori e soprattutto cacciatori, i due inseparabili fratelli divennero guide accompagnando molte comitive, perché erano simpatici e soprattutto conoscevano bene la montagna per averla percorsa in lungo e in largo nelle loro scorribande di caccia. Si narra che un giorno Bonifacio sorprese una martora nella cavità di un albero. Per non prenderla a fucilate e quindi rovinarne la pelliccia, introdusse la mano per strangolare il povero animale: che subito lo azzannò. Ma Bonifacio non mollò la presa e con l’altra mano riuscì nel suo intento!

Mi sono attardato a raccontare qualche brano della storia di Cima Tosa prima che l’alpinismo cessasse di essere esplorativo. Quando la più alta montagna del Brenta fu salita, nelle Alpi allora più famose l’alpinismo aveva già raggiunto ben altri livelli: solo sei giorni prima era stato salito il Cervino. Fino al 1881 questa fu la strada maestra, e le guide come i Nicolussi furono essenziali per la completa scoperta del gruppo, fino a salire il Campanile Alto o il Crozzon di Brenta. Per il Campanile Basso si dovette aspettare ancora un po’, ma ormai l’atmosfera stava cambiando: c’erano le questioni irredentiste, e anche l’alpinismo risentiva del fatto che le montagne fossero prese un po’ a pretesto per successi nazionalistici. Nel 1881 fu costruito alla Bocca di Brenta il Rifugio Tosa. Questo da una parte avrebbe permesso a un maggior numero di persone di accedere alla più alta vetta, dall’altra favoriva speculazioni che con il naturale sentire dell’uomo per la natura avevano ormai ben poco a che fare. Uno dei primi presidenti della SAT, Vittorio de Riccabona, moderato irredentista e appassionato di montagna, il giorno dell’inaugurazione del rifugio (22 agosto) rifletteva sul futuro di Cima Tosa e così scriveva: “Se la vergine Tosa in quel momento avrà abbassato gli occhi dal suo trono di neve e teso l’orecchio a quell’inusitato frastuono avrà potuto fare in cuor suo delle strane considerazioni. Che cosa era dessa un vent’anni fa? Una sfinge misteriosa… che cosa minacciava di diventare ora che la Società degli Alpinisti Tridentini le ha inciso il fianco e le ha piantato addosso un nido d’aquila (il rifugio)? Una rocca espugnata che indarno si circonderà di baratri e di precipizi che dovrà piegare la fronte baldanzosa dinanzi ai suoi nemici naturali, gli alpinisti di tutte le nazioni… Diamo un saluto alla Tosa che qui dispiega il suo ghiacciaio e mostra il candido lenzuolo che le copre il capo verginale. Domani sarà domata da nostri compagni che quasi per schernirla le lasceranno fra i sassi i loro biglietti da visita”.

Vittorio de Riccabona
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Dunque, cosa aveva ricavato dalla grande lezione dell’alpinismo degli anni precedenti il buon de Riccabona? Che la montagna è giusto sia colonizzata dai suoi “nemici”, gli alpinisti, e che la conquista per essere veramente tale dev’essere uno stupro di gruppo della vergine. E purtroppo molti altri, nei cento e passa anni seguenti, hanno seguito questi bei propositi.

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La Roda del Diavolo

La Roda del Diavolo
(dal mio diario)

Oggi mi attendono compiti difficili: ho in programma cose da temerari.

Partito da Soraga di Fassa con la corriera della 7.51 scendo al Passo di Costalunga e salgo a piedi al rifugio Roda di Vael, dove arrivo alle 9.15. Da lì salgo per ghiaioni e pendii d’erba cercando di trovare la via comune, quella che sale al catino tra la Roda del Diavolo e il Croz di Santa Giuliana. Non avendo con me la guida del CAI, non trovo alcun punto debole nella bastionata che difende il catino (oggi lì passa la via ferrata del Masaré, NdR). Così mi rivolgo all’it. 319b della guida, un percorso che il Tanesini definisce una “variante”. Lascio gli ultimi contrafforti della cresta sud del Croz (che da qui sembra un enorme verme roccioso) e giungo a una grande nicchia giallastra. Giro a sinistra un camino strapiombante che scende da una piccola forcella e striscio esposto su una specie di cengia (II grado): sguscio tra un blocco roccioso e il corpo della montagna per raggiungere la forcella con facile arrampicata. Poi attraverso tutto il catino e m’imbuco in un canalone tra la Roda del Diavolo e la Cresta del Masaré. Voglio infatti raggiungere la cresta. Risalgo tutto il canalone, senza molte difficoltà ma sbagliando una volta la direzione e impegolandomi perciò sulla destra. Comunque riesco a raggiungere la cresta, in corrispondenza di un intaglio. Vedo tutta la Val d’Ega, il rifugio Paolina e un po’ di escursionisti attorno.

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L’odierna via ferrata del Masaré passa nello stesso luogo
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Ora viene il difficile, perché voglio salire l’it. 319h, cioè lo spigolo sud della Roda del Diavolo. Con bella ed esposta arrampicata su roccia buona e ben gradinata, salgo un camino con blocchi incastrati. Devio un po’ a sinistra per raggiungere una cengia che mi porta a destra a una specie di nicchia.

La cresta sud della Roda del Diavolo è quella di destra delle due visibili
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Sono agitato e indescrivibilmente intimorito dal vuoto che ho sotto di me e dalla solitudine. Rimonto il picco terminale dalla parte sud, lungo una fessura tra lastroni, poi esco a destra, quando le rocce cominciano a strapiombare, arrivando a un rilievo della cresta terminale, ormai facile. In cima esulto, perché la guida dice che ho fatto una via di III grado. Sono le 10.20. Scrivo il mio nome sul libro di vetta, a 2723 m, poi scendo per la via normale che mi porta alla selletta di divisione tra la Roda del Diavolo e il Croz di Santa Giuliana, altrimenti detto Torre Finestra, per il caratteristico foro che traversa tutto il corpo roccioso della torre poco sotto la vetta.

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La Torre Finestra non ha una via normale facile, dunque devo salire stando attento a non superare certi limiti: non ho corda, perciò devo riscendere per dove salgo. Giungo alla base della torre, proprio dove le ghiaie arrivano più in alto, presso un roccione tagliato a picco, alla base di una stretta fessura. La guida parla di II grado, ma io la trovo più difficile che la cresta della Roda del Diavolo che ho appena salito… Poi diventa più facile e la risalgo più o meno per una lunghezza di corda (ah, potessi avere una corda…!) fino a incontrare delle schegge giallastre malferme. Da qui esco a sinistra, per rocce un po’ malferme fino a raggiungere la cresta sommitale, su una forcelletta. Seguo l’aerea crestina verso sud, difesa da alcuni denti rocciosi, e arrivo sulla cima, davvero poco spaziosa. Non mi fermo neppure e faccio dietro-front per ritornare alla forcelletta e incominciare a scendere. Tutto bene fino alla fessura iniziale, poi quando sono a circa 10 metri da terra mi trovo in difficoltà. Scendo fino a metà con mille cautele, poi mi fermo perché, pur sforzandomi in tutti i modi, non riesco a trovare nulla per il piede. Se cado da qui non muoio, ma posso farmi molto male. Mi risolvo a traversare un po’ a sinistra, scendo mezzo metro, riattraverso a destra e finalmente riesco a mettere la mano dove prima il mio piede si agitava alla ricerca di qualcosa.

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Sbuffo di sollievo, ormai sono fuori, così scendo fino al fondo. A grandi passi scendo per il catino ritrovando la via percorsa qualche ora prima. Poco avanti al rifugio Roda di Vael mi fermo su un masso a fare un po’ di esercizio, poi passo come un razzo davanti al rifugio (sono solo le 12.30) e mi butto giù verso la provinciale tra Vigo di Fassa e il Passo di Costalunga, continuo nel bosco verso Malga Palua, un posto che conosco bene per via della ricerca funghi. Infatti trovo ben trentadue porcini piccoli, quelli da mettere sott’olio. Da qui è un attimo scendere a Zester di Soraga. Alle 14.30 entro in casa.

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(00) I Cento Nuovi Mattini

In occasione dell’attesissima ristampa di Cento Nuovi Mattini, ecco un tema per una serata d’eccezione: la riscoperta del Nuovo Mattino nei ricordi e nelle immagini di uno dei protagonisti.

Da quasi 35 anni arrivava il suggerimento di riprendere in mano l’ormai esauritissimo Cento nuovi mattini. Questa pubblicazione si era guadagnata i galloni di “libro cult”, chi ne era proprietario di una copia si riteneva fortunato. D’altra parte, i grandi cambiamenti intervenuti nel mondo dell’arrampicata, ma soprattutto sul terreno roccioso o limitrofo, ne sconsigliavano la riedizione aggiornata, dovendo per questa non solo aggiornare in modo esageratamente significativo i contenuti, ma essendo necessario un cambio di filosofia generale tale da stravolgerne il significato originario. Dunque si è optato per una ristampa, in modo da accontentare i molti che la “reclamavano” a gran voce.

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Pensando come un salmone

Pensando come un salmone
di Chiara Baù
(già pubblicato su Vita sul Pianeta il 24 maggio 2016)

 

Negli infiniti modi di vivere l’acqua, uno dei più primitivi ed economici è quello di camminare nei torrenti, risalendoli dove possibile, così come fanno i salmoni quando di ritorno dall’oceano risalgono le acque natie da cui erano partiti.

Camminare nell’acqua è un po’ come osservare un quadro, la luce cambia da ogni angolatura lo si guardi. Il pittore diventa il sole, e mentre la terra gli orbita intorno, ecco che il pianeta che ci scalda crea continue variazioni di luce nell’acqua con riflessi che mutano a ogni secondo creando quel misterioso luccichio sfuggente. L’ombra della propria figura si fonde con le increspature create dalla corrente e si diventa un tutt’uno con il fiume.

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Ricordo che in Alaska rimanevo per ore immobile, nascosta dietro un tronco in riva ad un torrente, ad aspettare il passaggio di qualche grizzly voglioso di banchettare con la specie di salmone più grande presente in Alaska, il cosiddetto king salmon di ben 40 kg di peso, il sogno di ogni pescatore, anche il più incallito. Ma laggiù, nelle terre più estreme, il pescatore indiscusso è lui, il grizzly, signore di quelle terre e di quei fiumi. Si proponeva un gioco sempre molto armonico tra l’orso, il salmone e la corrente del fiume. Come avrei voluto partecipare a quel gioco, immersa in quel torrente, ma non era il mio turno. Rimanevo spettatrice, accucciata e silenziosa dietro un vecchio tronco, l’unica barriera che mi separava dagli orsi.

Quando si pensa al binomio grizzly-salmone la prima immagine che balza alla mente è quella dell’orso tra i voluminosi spruzzi di una cascata di acque turbinose, intento a inforcare il salmone che con un balzo da manuale tenta di superare l’ostacolo della risalita. Ma non era il mio caso. Mi trovavo in quel tempo nelle vicinanze di un torrente dove l’acqua scorreva lentamente e la sua trasparenza permetteva a me e soprattutto agli orsi di individuare a tempo zero la moltitudine di salmoni che navigavano in quelle acque.

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Neanche l’acquario più bello avrebbe potuto rendere l’idea di tanta magnificenza. Sembrava una sfilata di moda, tanta era l’eleganza di questi salmoni. L’orso non doveva attivarsi più di tanto – un gioco da ragazzi.

La quantità di salmoni era tale che per l’orso era sufficiente immergere una zampa in acqua e la sua preda inevitabilmente veniva subito agguantata dai suoi unghioni aguzzi… fin troppo facile… Talmente numerosi che gli orsi si mostravano addirittura schizzinosi sulle parti di cui cibarsi. Una volta afferrato, il salmone veniva accuratamente sfilettato. La testa era la parte preferita, il resto delle viscere faceva parte del banchetto, ma non sempre… spesso diventata cibo per le aquile dalla testa bianca o per le volpi; niente comunque veniva mai sprecato, non esistono sprechi in natura, bensì un ciclo ben definito per cui tutto viene accuratamente riciclato.

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Nascosta dietro un tronco in riva al fiume, trascorrevo le ore osservando il passaggio di quella moltitudine di pesci lungo l’autostrada del ritorno. Impassibili, seguendo l’istinto più primitivo, ogni salmone tornava dal mare verso il fiume.

Due le alternative più probabili: morire di sfinimento dopo la deposizione delle uova o finire nelle fauci di un grizzly. Se fossi stato un salmone non so cosa avrei scelto. Un mix di regole che appartiene al ciclo vitale della natura, niente di crudele. Come in platea a teatro assistevo ogni giorno, durante i miei tentativi di avvistamento dei grizzly, a questo evento di grande vitalità: la risalita dei salmoni.

Unica nota negativa, ahimè, quella di essere divorata dai mosquito, i più selvaggi e aggressivi che animano lo scenario dei torrenti in Alaska durante il periodo estivo. Avrei potuto indossare una zanzariera, ma questo mi avrebbe impedito di osservare al meglio lo spettacolo e purtroppo ogni cosa ha il suo prezzo.

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Con stupore e meraviglia osservavo i salmoni nella loro faticosa migrazione, soprattutto sapendo che tornavano al fiume natio dopo anni trascorsi nell’oceano. La forza vitale che li spinge a rientrare nel luogo di partenza è sorprendente. Ma ciò che più colpisce è l’incredibile trasformazione subita dal loro corpo nel passaggio continuo dall’acqua dolce all’acqua salata, una vera e propria sfida di ingegneria e fisiologia.

Tra i due e i sei anni, infatti, i piccoli di salmone lasciano l’acqua dei torrenti e qui inizia il processo di smoltificazione che permette loro di vivere in acqua salata. Sia la variazione di temperatura che quella luminosa andranno a stimolare la tiroide, producendo una quantità eccessiva di iodio che si accumula nel sangue. Una volta arrivati al mare, tuttavia, questa sarà compensata dall’assunzione di sodio e verrà così ristabilito l’equilibrio ormonale.

In conseguenza del cambiamento del pigmento giovanile che schiarirà la livrea, il salmone è esposto maggiormente ai raggi solari ed è spinto a cercare acque sempre più scure e profonde.

Il passaggio all’acqua salata rappresenta l’ennesima fatica per il salmone. Infatti essendo nato e cresciuto in acque dolci, il suo corpo lavora, per effetto del processo dell’osmosi a trattenere il quantitativo di sale che occorre al corpo continuando a filtrare acqua e ad espellere grandi quantità di urina molto diluite. Ma appena entrati in mare questa situazione si capovolge, attivando il processo inverso dell’osmosi, pertanto per mantenere il corpo disidratato i salmoni dovranno bere grandi quantitativi di acqua, espellendo urina in piccola quantità, ma molto concentrata di sale. Anche le branchie del salmone contribuiscono a espellere il sale in eccesso.

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Il fallimento di questo processo può addirittura portare il pesce alla morte. La sua è una vita di stenti, di lotta continua per la sopravvivenza. Mi fa sorridere a questo punto pensare a un alpeggio costellato di mucche che pacificamente pascolano tutto il giorno su ampie distese prative, mentre un salmone per sopravvivere deve sfidare le condizioni più difficili, senza un attimo di pace se non quando raggiunge la sorgente del torrente, il luogo natio, dove riesce finalmente a fermarsi per depositare le uova, dando alla fine un senso a tutto il suo elaborato peregrinare anche se nella maggior parte dei casi muore di sfinimento.

Era luglio e nel giorno del mio compleanno ricordo di aver visto ben 25 grizzly attraversare il torrente… e pensando alla mia età mi venne spontanea una domanda. Quale poteva mai essere l’età di un salmone? Scoprii così che l’età massima di un salmone atlantico era di 13 anni. L’età dei salmoni è un dato certo poiché sulle sue scaglie si può leggere la durata della loro vita, alla stregua dei cerchi che determinano l’età degli alberi. Infatti il numero di scaglie sul corpo del salmone rimane invariato nel corso della vita ed esse crescono man mano che il pesce cresce. Le scaglie non crescono in maniera costante ma sul bordo esterno della scaglia stessa si formano degli anelli di nuovo materiale organico di pari passo alla crescita del salmone. La scaglia è composta da linee concentriche, al centro quelle formatesi per prime, mentre quelle esterne sono le ultime. Le linee formatesi in giovane età, cioè quelle più interne, sono molto vicine, mentre procedendo verso l‘esterno della scaglia, le linee si distanziano e indicano la fase di vita oceanica. Poiché il salmone cresce più velocemente durante l’estate, quando il nutrimento più abbondante permette un rapido accrescimento, queste linee saranno più larghe di quelle formatesi durante l’inverno, quando lo sviluppo rallenta. Così per gli studiosi è sufficiente contarle per stabilirne l’età.

Quando si rimane appostati per ore in attesa del passaggio di un grizzly nel torrente, le ore volano… sarà l’adrenalina e un mix di sensazioni oscillanti tra la paura e la tensione dell’attesa. Dopo ore trascorse rimanendo immobile dietro un tronco a scattare innumerevoli foto di orsi intenti al banchetto, era il mio turno… Volevo sentirmi un salmone! Non per finire nelle fauci di un grizzly, ma per risalire il torrente anch’io…

Con il sole allo zenit gli orsi si ritiravano nei boschi per il caldo intenso abbandonando il territorio di pesca e lasciando un po’ di tregua ai salmoni. Era il mio momento! Scrutando sempre attentamente intorno, avevo deciso di intraprendere il cammino dentro il torrente verso la sorgente, seguendo lo stesso itinerario di risalita dei salmoni.

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Addio a google map per raggiungere le destinazioni! Non sapevo esattamente quale fosse la mia meta, sapevo che non dovevo usare un navigatore ma semplicemente seguire i salmoni i cui sistemi di orientamento erano ben più antichi ed efficaci di qualsiasi tom tom.

Fortunatamente indossavo stivali da pescatore che mi permettevano una prolungata permanenza in acqua.

Improvvisamente mi trovavo così nel regno dei salmoni lungo quel percorso storico che periodicamente essi ripetevano. Mi sentivo onorata di condividere le loro acque, testimone di un percorso tortuoso e difficile. I salmoni sono molto sensibili agli infrasuoni, molto al di sotto del nostro limite di udibilità. Essi comunque non vocalizzano, quindi il loro udito infrasuoni non ha a che vedere con la loro comunicazione intraspecifica. Piuttosto li aiuta nella navigazione, rivelando la velocità differenziale di due strati d’acqua che scorrono l’uno sull’altro. Si ipotizza che il percepire le differenze di velocità dei diversi strati d’acqua li aiuti a rintracciare la fonte degli odori e, infatti, il salmone si serve di segnali olfattivi per fare ritorno al corso d’acqua natio.

Oltre ad osservare i loro agili movimenti, rimanevo incantata dalla bellezza dell’acqua del torrente che permetteva loro di compiere l’ultimo viaggio.

Camminare nelle acque di un torrente può anche farti sentire accompagnato dalla voce che ha ispirato scrittori famosi. Basti pensare al passo de I promessi sposi di Alessandro Manzoni, che descrive Renzo quando si trova in riva all’Adda. In seguito ad una serie di tumulti scoppiati a Milano, infatti, Renzo fugge e attraversa strade solitarie e paesi addormentati. Scartata l’ipotesi di chiedere ospitalità, supera i campi coltivati, si inoltra nella boscaglia e poi in un bosco che risveglia nella sua mente ricordi paurosi di fiabe ascoltate nell’infanzia.

In preda all’angoscia sta per tornare sui suoi passi, quando percepisce il mormorio dell’acqua: è la salvezza! (capitolo XVII).

“Sentiva la brezza notturna batter più rigida e maligna sulla fronte e sulle gote; se la sentiva scorrer tra i panni e le carni, e raggrinzarle, e penetrar più acuta nelle ossa rotte dalla stanchezza, e spegnervi quell’ultimo rimasuglio di vigore. A un certo punto, quell’uggia, quell’orrore indefinito con cui l’animo combatteva da qualche tempo, parve che a un tratto lo soverchiasse. Era per perdersi affatto; ma atterrito, più che d’ogni altra cosa, del suo terrore, richiamò al cuore gli antichi spiriti, e gli comandò che reggesse. Così rinfrancato un momento, si fermò su due piedi a deliberare; e risolveva d’uscir subito di lì per la strada già fatta, d’andar diritto all’ultimo paese per cui era passato, di tornar tra gli uomini, e di cercare un ricovero, anche all’osteria. E stando così fermo, sospeso il fruscìo de’ piedi nel fogliame, tutto tacendo d’intorno a lui, cominciò a sentire un rumore, un mormorio, un mormorio d’acqua corrente. Sta in orecchi; n’è certo; esclama: – è l’Adda! – Fu il ritrovamento d’un amico, d’un fratello, d’un salvatore. La stanchezza quasi scomparve, gli tornò il polso, sentì il sangue scorrer libero e tepido per tutte le vene, sentì crescer la fiducia de’ pensieri, e svanire in gran parte quell’incertezza e gravità delle cose; e non esitò a internarsi sempre più nel bosco, dietro all’amico rumore. Arrivò in pochi momenti all’estremità del piano, sull’orlo d’una riva profonda; e guardando in giù tra le macchie che tutta la rivestivano, vide l’acqua luccicare e correre”.

Continuavo la mia esplorazione avanzando nel torrente e a ogni passo corrispondeva un movimento dell’acqua. Camminavo lentamente e osservavo intorno a me il formarsi di cerchi concentrici dietro i quali si nascondevano le più complicate formule matematiche della meccanica ondulatoria. Si tratta di onde circolari, quelle il cui fronte d’onda è una circonferenza, come per esempio le onde prodotte da un sasso gettato in uno stagno, onde che si propagano in cerchi concentrici attorno al punto in cui il sasso cade.

Non perdevo mai di vista i salmoni che sfioravano i miei stivali e pian piano notavo che le femmine si fermavano in alcune pozze protette dai sassi, cercando il luogo più appropriato per deporvi le uova e altrettanto facevano i maschi pronti a fecondare le stesse… Poi, finalmente la pace, la maggior parte dei salmoni sarebbe sì morta di stenti, ma nello stesso luogo dove erano nati.

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E scrutando l’acqua e i suoi abitanti, mi veniva in mente il suggestivo dipinto di Giovanni Segantini dal titolo Ritorno al paese natio (realizzato con tecnica ad olio su tela nel 1895). Già alla fine dell’Ottocento numerosi erano gli abitanti che si allontanavano dal Cantone dei Grigioni in Svizzera in cerca di migliori opportunità, ma talmente forte era il radicamento con la terra natale da non concepire altro che una loro sepoltura nel luogo in cui erano nati. Il dipinto rappresenta infatti la scena di un funerale in un’atmosfera serena in cui prevale il desiderio ultimo di tornare nel luogo natio.

Dopo un lungo cammino nell’acqua sempre dietro i salmoni era ora di fermarmi e sottrarre la mia presenza invadente. I piedi stanchi… quale migliore rimedio se non immergerli nella gelida acqua del torrente!

Due passi a piedi nudi nell’acqua tra i sassi e subito mi sentivo rigenerata. Camminare nelle acque gelide per qualche secondo era magnifico e ristoratore.

Recentemente mi trovavo per lavoro in un hotel a 4 stelle dotato di una attrezzatissima SPA… Tra i numerosi servizi offerti, il percorso in una piscina nella quale per un breve tratto viene immesso un getto di acqua gelida per rigenerare la circolazione delle gambe. Ripenso così al mio vagare nel torrente dei salmoni a piedi nudi. Non c’è fango in piscina, niente sassi spigolosi, nessun fondale irregolare… tutto è all’insegna della comodità e del comfort. Ma lo scenario del torrente in compagnia di frotte di salmoni è senza dubbio più stimolante e più eccitante… anche in presenza dei mosquito.

In lontananza una famiglia di grizzly. Era l’ora della lezione di pesca dove mamma orsa insegnava ai cuccioli a pescare. Era curioso notare come, mentre i cuccioli si gettavano con grande voracità sui salmoni, gli esemplari più vecchi sceglievano accuratamente cosa fosse veramente utile da mangiare per mettere su lo strato necessario di grasso per affrontare l’inverno.

La giornata volgeva alla fine. Aver seguito per un breve tratto quell’ancestrale percorso dei salmoni mi aveva reso partecipe di un mondo semplice nel suo equilibrio perfetto!

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Go aid a pitch 03 (3-4)
di Gabriele Canu

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Selvaggio Blu, Day 0 – Blu Moon (Prologo)
“ogni zaino dev’essere massimo 15kg, altrimenti vi tocca pagare di più!”. Aereoporto di genova, ore 15. Comincia così, da buoni liguri – con bagagli all’aria per spostare i pesi e per bagagli a mano dei bei sacchetti della coop – l’avventura di 4 loschi liguri in terra sarda. Ad attenderci nella Terra Promessa, un signore con un cartello con scritto “Gapclimb”. E vi ho già detto tutto, anche considerato che riconoscere 4 scapestrati in partenza per questa avventura, vi assicuro, non era impresa sì ardua. Dopo un viaggio di 2 ore con le schiene ben incollate ai sedili – scopriremo come alcuni sorpassi possano essere ben più pericolosi della permanenza plurigiornaliera in ambiente ostile – eccoci sbarcare a Santa Maria Navarrese, 8 di sera in pieno centro (…) città (…). Fontanella! Bene, riempiamo le taniche da 15 e 10 litri, e via verso la partenza. Inutile dire che, giunti alla partenza – un deserto piazzale dal tetro aspetto – scopriamo a malincuore il colore dell’acqua: gialla, forse un po’ arancione… non male, per essere l’acqua dei giardini dove giocano i bimbi! Ancora non siamo partiti, e già siamo alla prima decisione strategica… prendiamo coraggio, svuotiamo tutto, e ci fidiamo di un ipotetico punto di raccolta acqua “quasi certo”… a tre orette da qui. Un’ora a rifare gli zaini, un panino, una birra, e poi… e poi parte qui, dopo tempo che lo aspettavamo, il nostro “Selvaggio Blu”. Sappiamo che sarà una grande avventura, questa volevamo… e ora siamo qui, pronti, sicuramente felici di esserci anche se forse un minimo “intimoriti” da quel che potrà essere. Ma siamo stati noi ad aver voluto venire qui, l’abbiamo studiato bene e preparato, e ora che sono le dieci di sera, che abbiamo gli zaini in spalla, che siamo pronti a partire… beh, non sapremo cosa ci aspetterà… ma siamo pronti ad andare a vedere! Il cielo è terso, una bella stellata, e non fa neanche freddo… si parte! … è notte fonda ormai, ma bellissimo, questo lunghissimo sentiero che traversa mezzacosta un centinaio di metri sopra il mare! Andiamo via bene, veloci, fa fresco e camminare così quasi non pesa, e poi, finito il “prologo”, siamo alla -vera- partenza del percorso… e dopo aver camminato un’altra oretta, siamo al rifornimento d’acqua… che per fortuna c’è! Due a riempire le taniche e potabilizzarle, gli altri due a cercare la traccia per il giorno dopo e un buon posto dove passare la nostra prima notte… e tra mille risate, e un po’ di stanchezza, verso l’una e mezza le stelle ci danno la buonanotte… il prologo è finito: che l’avventura abbia inizio!

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Selvaggio Blu, Day 1 – Persi nel Blu
“tappa di non difficile individuazione”. Il team Gap mette subito le cose in chiaro: … chi sei tu, o omo, a mettere limiti alle nostre capacità di perderci?! … giammai! Così, illuso il nostro mistificatore non sbagliando una virgola sulla prima delle due tappe del selvaggio contro cui ci prenderemo a schiaffi oggi, non facciamo che un’oretta della successiva tappa prima di cominciare a non distinguere nemmeno un sentiero da uno stradone delle dimensioni pari al Grande Raccordo Anulare, e cominciare pertanto, seduti sconsolati su una pietra, a girare la cartina in tutti i versi possibili, autoconvincendoci di essere sulla Laurentina, e di avere a fianco il monte ginnircu. Resta un mistero capire come il ginnircu possa distinguersi da tutte le altre collinette a fianco, di eguali forme e quote, metro più, metro meno. Distinguere il ginnircu dal Su runcu nieddu, vi assicuro, non è come distinguere il Medale dal Fitz Roy… Fatto sta che, persi per persi, troviamo un’anima viva, un pastore della zona, e chiediamo con candida gioia, “… scusi, per porto quau?!”… un po’ come essere in piazza dei miracoli a pisa e chiedere informazioni per il colosseo. Tra l’altro, come chiederlo non all’APT, quanto piuttosto ad un individuo camuffato da pastore sardo, ma con l’accento più intorno al rumeno andante. La risposta “… per di là”, è tutto dire. Ore a ravanare nella fitta vegetazione, finché, tornando all’ovile (… che di solito è un modo di dire, ma qui no!) troviamo il vero pastore, che con accento sardo doc, ci illumina: “ah, porto quau?! Ci si arriva da ovunque!!!”. Essì, certo. Io e andre rimaniamo allibiti nel sentire tutte le spiegazioni dei vari itinerari per giungere a destinazione, e ubriachi di indicazioni, torniamo dai soci… ovviamente non ricordandoci nemmeno più se il “recinto di legno con cancelletto” è sull’itinerario 1,2,3,4… né tantomeno dove si collochino “i resti di un ovile abbandonato e distrutto”, e per giunta se siano prima o dopo della “straducola verso sinistra che poi scende e si prende l’altra discesa verso i resti di un ovile che si passano a destra, poi a sinistra, prima di prendere un’altra straducola da sinistra a destra”. Insomma, praticamente il pastore ci aveva fatto una bella supercazzola come fosse Antani, per giunta con scappellamento a destra… e noi ancora stavamo a ringraziarlo!!! E vabbè, via, si naviga “a vista” (… sì,

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vabbè, ‘a voglia, vedersi lì in mezzo a quella vegetazione!), finché, traversa traversa, giungiamo sul bordo di un grosso canale. Fortuna che da piccoli i nostri quattro bipedi avevano letto tutti i manuali delle giovani marmotte, e infatti concordarono tutti e quattro: “… ma certo, questo non può che essere bacu mudaloru!”. E poco dopo, concordarono che in effetti, vada per il possibile errore di taratura dell’altimetro, vada la pressione che andava cambiando, ma se l’attraversamento del bacu era dato a quota 170, e noi eravamo a quota 630, qualcosa in quel vecchio biplano a motore… e qui altro che amaro montenegro, qui di amaro c’è solo l’infinita discesa: 2h abbondanti per ben 400 metri di dislivello. Però! Fatto sta che a quota 200 nulla, 180, 170, 160, 130, 110… e i nostri quattro eroi, sconsolati e senza la minima idea di dove si siano cacciati, e con il buio sopra le loro teste, e nel cuore un’emozione, decidono per la soluzione finale: dritti per il bacu fino al mare, poi, domattina, se ne riparla!
… e non so come raccontarvi i restanti 100 metri di dislivello (e ottomilaquattrocento di sviluppo o giù di lì!), in un ambiente simil foresta tropicale: la lotta con l’alpe, qui portata ad una più congrua lotta con la giungla mediterranea ha inizio, dopo 10 ore di cammino è quello che ci vuole, si lotta, lo zaino si impiglia ovunque, si suda, ci si avvinghia alle liane, si sfondano muri di arbusti prendendo la rincorsa, si cammina a quattro zampe… ormai vale tutto! … ma a un certo punto, ore dopo, Mich penetra la notte stellata con un urlo: “IL MAREEEEEEEEEEE!!!!”. Per tutto questo tempo, da qualche ora a questa parte, non facevamo che chiederci dove fossimo finiti. Non era passato che un giorno, ed eravamo già abbrutiti, vestiti strappati, sguardo stravolto, schiena distrutta… e non avevamo la minima idea di dove fossimo. Poi, mentre Mich e Ricky iniziano le pratiche per accendere un bel fuoco per chiudere questa giornata, io e Andre scendiamo alla caletta pochi metri sotto, guida alla mano… “però, questa foto ci assomiglia…” – “c’è anche la placca liscia a destra, gli alberi lì…” – “… siamo a Porto Quau, ga!!!”.

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A questo punto inseriamo la presentazione che Gabriele fa dell’amico Ricky:

Ricky giunge al GAP dopo una lunga preparazione atletica; interi tiri da rinvio a rinvio, seguendo l’arte del mitico Richard (l’unico uomo al mondo a tirare TUTTI i rinvii della INPS a Pianarella TRANNE UNO!). In grado di addormentarsi due volte nel giro di quattro giorni su due soste di due vie diverse. Noto per il suo eclettismo, passa dalle grotte, alla mountain bike, al curling, alle gare di pentathlon acrobatico, il tutto nella stessa giornata, e la sera passa da chiaretta. Effettivamente nell’elenco fatto manca la scalata, ma fatta come la fa lui può tranquillamente rientrare nelle quattro attività menzionate. Ex maratoneta, ex ammaestratore di girini, ex campione di UNO (autore tra l’altro della prima solitaria invernale di un torneo del noto gioco da tavola), attualmente pare abbia la tendenza a sopravvivere inventando gare di mountain bike, e si dice che le organizzi in modo tale che almeno uno si sperda per le colline del finalese per dare alla gara un brivido finale. Il tutto mentre tutti ormai mangiano e bevono e se ne battono i maroni del poveraccio disperso, salvo il medesimo individuo, i vvff, i carabinieri, la questura, il comune di finale; inoltre ha la tendenza a distruggersi le caviglie sfracellandosi su lunghi rettilinei pianeggianti. Da consumarsi preferibilmente entro il 20 ottobre 2011.
NDA: per dovere di cronaca, in seguito a dura contestazione ricevuta a mezzo sms dall’interessato, si precisa che il sig. Richard, in arte Richard, si ritiene “certo di aver tirato TUTTI i rinvii sulla INPS, anche quelli sull’imbrago di chi mi aspettava in sosta”….
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Selvaggio Blu, Day 2 – … ma il cielo è sempre più Blu!
Ancora increduli dell’essere giunti a Porto Quau senza nemmeno aver capito se eravamo nella regione giusta – fatto confermato solo dall’accento del pastore di cui al Day One – eccoci al risveglio per una tappa che, almeno questa!, non dovrebbe crearci troppi problemi, giungendo nella splendida Cala Goloritzé… un deja-vu per tre quarti del gruppo. E in effetti, quattro minuti dopo essere partiti, ga è già disperso nelle fresche frasche sarde, ma dopo una lotta corpo a corpo con enormi corbezzoli, ha la meglio e torna sulla retta via… scuoiato come un cinghiale, ma ancora in grado di intendere e di volere. Non riusciamo a perderci nemmeno nella discesa di un enorme bacu – cosa sulla quale avremmo potuto scommettere oro! – e poi, risalendo, le patetiche scene per riempire le nostre taniche ormai a metà, con un meraviglioso seppur pericolante canale di scolo poggiato su un albero che porta la poca acqua piovana che riesce a strappare all’arido terreno dentro una grossa tanica. Inutile descrivere il colore dell’acqua… lo lascio alla vostra fervida

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immaginazione. In compenso l’opera di potabilizzazione sembra andare a buon fine, nonostante il colorito un po’ smorto… e noi sopravviveremo. Forse!Poco dopo, dopo averci regalato scorci stupendi su tutto ciò che sarà di noi nei prossimi giorni, la natura si vendica con noi ingrati e ci piazza davanti la ripidissima e durissima risalita – incredibile come 400 metri di dislivello possano essere così massacranti! – che ci toglie ogni energia, sembra sempre lì sta sommità, invece si sale, si sale, si sale per pietraie ed enormi distese rocciose lavorate dall’acqua e dai millenni… finché non giungiamo laddove non c’è più da salire, dopo cinque o sei ore, sotto il sole e con gli zainoni – chi più, chi meno – a schiacciarci la schiena. Lo svacco è massimo, siamo contenti di essere qui, siamo nei tempi, vicini a un bellissimo ovile, il meteo è dalla nostra… e ormai da qui è solo discesa. Ahhhh, già già, bella bella la discesa su sto tipo di terreno e con sti zaini…!! Rischiamo di perderci proprio qui sul più bello, ma un attento sguardo alla carta (sì, vabbè, dai, si fa per dire) ci riporta sulla retta via, e dopo otto ore, finalmente su una mulattiera degna di tal nome, giochiamo a chi riconosce per primo l’Aguglia… ed eccoci qui, Porto Quau-Cala Goloritzé è in saccoccia, sono le due e mezza… è presto, e possiamo rilassarci (?!?) in vista delle prossime due tappe, la prima la più ostica e facile da disperdere, la seconda… beh, quinta e sesta tappa da unire, altrimenti altro che traghetto Olbia-Genova, martedì sera!… ma prima di andare a nanna, c’è andre che aveva un sogno: salire sull’Aguglia – per lui la prima volta! – durante queste folli giornate… sono quasi le tre, ga ha visto la roccia e non capisce più niente, le scarpette – e solo quelle, e solo le sue! – nello zaino ci sono… e perché non dare una mano agli amici per realizzare un sogno? “Dai andre… presto che è tardi!!”.

Selvaggio Blu, Day 2 – Easy Gymnopedie
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Selvaggio Blu, Day 2 – Easy Gymnopedie
… e così, anche quest’idea malsana l’abbiamo realizzata! … come dire, scalare l’aguglia dopo 8 ore e mezza di avvicinamento con lo zainetto da 20 chili ti dà tutta una soddisfazione diversa… ma che voglia di scalare! … e così, la giornata è bella, non fa freddo… ma ci son solo due ore di luce! … ma ga, senza zainetto in spalla e con le sue inseparabili katana (i 450 grammi portati più volentieri sulle spalle) ai piedi, dopo aver racimolato un po’ di moschettoni singoli e ghiere li centellina quanto può lungo i tiri, andre con le scarpe da trekking non perde un colpo, e così… di nuovo qui, questa volta a goderci il tramonto!… bella l’aguglia, bellissima, un “missile” stampato in questa cala splendida… andre è felice, ci teneva a salire quassù… ed eccoci qua! … e ora è il momento di scendere… c’è da far legna, accendere il fuoco, preparare cena, riordinare… è lunga prima di nanna! … domani si torna a scarpinare, niente più tacchette, buchi, reglettes… d’altra parte – e questo penso si fosse capito – … non siamo mica qui per divertirci!!

Selvaggio Blu, Day 3 – Impegnativo Blu
Ed eccoci qui. Chi l’avrebbe mai detto, il giorno prima metà team poco prima del tramonto era nel punto più alto della cala, l’altra metà – sfiorando l’ibernazione – era nel punto più basso, immersi nelle stupende acque blu di questo luogo magico… La splendida alba dalla cala è un momento imperdibile, ormai in compagnia di un simpatico cagnetto, che da ieri alle 3 ci tiene compagnia. Ci facciamo prendere – e come, no?! – dalla voglia di una bella sboulderata su un masso nella cala… la tentazione di farsi male in maniera idiota proprio alla vigilia della tappa più impegnativa del percorso, è troppo grande… Ma è ora di finirla con questi stupidi momenti poetici… è il momento di tornare a scarpinare! Ogni volta che rimettiamo lo zaino sulle spalle, è come guardare dritto in faccia il nostro avversario sul ring senza aver sentito suonare l’inizio dell’incontro… ma la prima mezzoretta facile facile ci aiuta a prendere confidenza, sinché non sbattiamo dritti contro un muro di una quindicina di metri che si frappone al nostro cammino… e finalmente anche le corde che ci portiamo sulla schiena da una ventina d’ore si impregnano di un loro significato! Certo è che trovare degli spit in una cosa “selvaggia” non lascia indifferente ga, che non può che esimersi dall’ignorare un vetusto spit e passare un cordinetto intorno a un alberello. Ciò che è selvaggio, lasciamolo tale! Certo salirci con venti chili sulle spalle regala emozioni, quarto grado o cosa sia, ci rendiamo presto conto che “divertirsi” è un’altra cosa… ma son sicuro che si poteva capire anche senza averci una cassapanca sulla schiena! Il muretto successivo, quartopiù secondo la guida, invece è corto, sprotetto e… quartopiù “d’altri tempi”. In compenso, la caduta è di quelle consigliate

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dai migliori ortopedici. ga evita spiacevoli inconvenienti (e una visita medica onde decidere cosa fare dei resti delle sue vertebre sacrali) scalando senza zaino, e così pure gli altri. Tranne mich, diavolo d’un purista!!! La traccia ora riprende tranquilla ed evidente (… diciamo “ovvia“, và là…), salvo che non riusciamo a trovare, nell’ordine: “un’enorme grotta”, “i resti di un ovile”, “una mulattiera che incrocia la nostra traccia”. Vabbè, oh, non avremo una buona vista, ma qualche altra buona qualità la avremo! (… ?!?) E via di cartine, relazione, altimetro, bussola per poi capire… che non ci abbiamo capito niente. Ma l’istinto la fa da padrone, e quando mich dice “per di qua, miei prodi!”, nessuno ha il coraggio di controbattere… probabilmente per stanchezza, di sicuro non per fiducia nel socio. Incrociamo in breve una mulattiera ben segnata, e dopo poco rischiamo di prendere una testata contro un’enorme ovile. E fin qui ci siamo. “… dove sarà facile trovare due grosse taniche sempre ben rifornite durante l’anno d’acqua piovana”. E certo. Ben rifornite quasi come il cestello del gusto limone in una gelateria in centro livigno il 4 gennaio, verrebbe da dire. Ma noi – che lo ricordiamo a chi si fosse messo all’ascolto soltanto adesso – non siamo polemici, facciamo finta di nulla, e dopo una litigata d’altri tempi tra ga e ricky (l’acqua comincia a scarseggiare…!), possiamo riprendere a perderci. E non ci facciamo mancare niente: dopo pochi minuti stiamo scendendo lungo un bellissimo sentiero, ben segnato per giunta… ma qualcosa comincia a non corrispondere, quote, versante… uhmmmmm… e dopo un breve summit tecnico (giusto il tempo tecnico di capire che siamo quattro babbei… si risale. Giungiamo a un enorme ometto di pietre ormai all’ora di pranzo, e non abbiamo di meglio da fare che disquisire – stavolta in maniera lievemente più seria – sull’acqua. 12 litri in 4 per due giorni e mezzo. Ma è il momento di far gruppo, e dunque ga se ne esce con la sua teoria (riportata da chissà quale fonte): “le taniche ‘sembrano’ mezze vuote. Ma in realtà sono piene, interamente piene. Per un terzo di acqua, e per due terzi di aria!”. Lasciati basiti (e inorriditi) i ¾ del gruppo, si può ripartire. Sembra incredibile quanto queste idiozie possano ridare morale; e infatti, chiaramente non succede. A ridare conforto al team Gap, sono i segnavia… vagamente rari, un po’ tipo cercare gli spit sulle vie –a spit!- di koller. Di qui in poi troviamo tutto, una pietraia infame, Mich rotolanti, discese ghiaiose, paretoni strapiombanti, traversi di qui, traversi di lì, frane di lì, dirupi di là, boschi sospesi ripidissimi… e infine una calata. Poi bellissime ed enormi grotte una dopo l’altra, a due passi dal blu, e quando stiamo ormai quasi a fine tappa, un bel regalo: un otre e un fustone di acqua limpida raccolgono lo stillicidio di due stalattiti. Non possiamo negarlo; siamo felici di essere qui, abbiamo trovato l’acqua! … ora sta solo a noi, portare a termine la nostra avventura! … a chiudere la giornata, lunga e faticosa, saranno due notizie: la prima è che la bomboletta del gas è tristemente mancata all’affetto dei suoi cari; la seconda è che il trust di cervelli di un informatico e di un medico ha in serbo una soluzione che ciccio mcgyver dovrebbe solo che inchinarsi…

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Selvaggio Blu, Day 4 – Sbattone Blu
E fu sera, e fu mattina. La giornata di ieri ci ha spappolato le risorse mentali e fisiche – dura st’avventura, di testa e di fisico! – ma oggi siamo davvero carichi… meglio così, non possiamo concederci errori e dobbiamo andare a mille: tappe 5 e 6, totale 10h30, impegnative e ora la stanchezza comincia a farsi sentire. Ma ora comincia a esserci il “gruppo”, quello spirito per cui oggi, partenza con le frontali, ci porterà di sicuro a Cala Sisine, a qualunque ora del giorno o della notte. Arriveremo perché siamo un gruppo, e perché vogliamo arrivarci! Sembra quasi di partire per una grande via delle Alpi, invece siamo “solo” qui, a 100 metri dal mare, a 10 km dalla civiltà. A piedi. Eppure siamo “dispersi”. Per esserne sicuri, cominciamo a non trovare le tracce dopo 50 metri; ma la retta via è subito ritrovata. Ci troviamo a passare in enormi grottoni a cielo aperto, e poi, un piccolo buco. Albeggia, è un’altra giornata stellare, e noi con le frontali ci infiliamo in questa grotta, strepitosa, stalattiti appese a forma di enormi sciabole incombono sulle nostre teste, e un otre e una tanica, a raccoglierne lo stillicidio, ci danno il segnale: arriveremo – vivi, per giunta! – a Cala Sisine! … ma piantiamola lì con tutto st’entusiasmo… mancano ancora due giorni interi. Troviamo la prima calata e guardiamo i tempi “grandi, raga, questo è andare! siamo in anticipo di 50 minuti sulla tabella di marcia!!!”. Essì, certo. Non fosse che il sacro testo riporta un patetico errore di stampa… “contrordine, raga… siamo in ritardo di dieci minuti…” – “ma bravi lo stesso…”. Quattrocento chilometri (e mezzo) di traverso, e giungiamo a un murettino di III (…); è tardi, ce la sentiamo tutti, non tiriamo fuori la corda e, a turno, troviamo tutti lungo: e son soddisfazioni, eh! Poi stiamo sette-otto ore a interpretare l’espressione “compiere un semicerchio in senso antiorario” (?!), ma dopo averlo fatto e aver sbattuto un paio di volte la testa contro un masso di ciclopiche dimensioni, andiamo a intuizione, e forse fu per gioco o forse per amore, troviamo un ometto a portar conforto alle nostre teorie, e allora via, di corsa, su e giù per le scale “i fustes”, e ora c’è l’amletico (ed etico!) dubbio: siccome tutti qui si perdono, molti preferiscono la variante facile che segue una mulattiera. E anche noi, essendo strettissimi con i tempi, oggi non possiamo rischiare di perderci una volta. Infatti, ignorata a piè pari la variante senza una votazione ma direttamente con un solo sguardo, ci perdiamo DUE volte… oh, che l’etica sia etica! La prima volta sbagliamo totalmente cengia; peccato, era troppo una figata! La seconda, ci troviamo per i primi due segnavia, sbiaditi e lontanissimi; e poi è caccia all’ometto. Dispersi nella macchia come quattro pellicani nel petrolio, la lotta è impari, ometti ovunque, vegetazione fitta, rovi, liane, pietraie, tutto nel giro di un metro quadro. Scandagliata la zona, un urlo di Andre indica la fine delle ostilità: un evidente (…) segno blu si è palesato! Da lì, tutto facile, “in breve svettare” (!?!) e trovare la comoda mulattiera. Ah, ah? Di vette nemmeno l’ombra, di mulattiere non ne parliamo… boh?! Dopo una ravanata cosmica durata quella sporca mezza dozzina d’ore, troviamo un abbozzo di mulattiera, che si interrompe ogni 3×2… miii, sta tappa non finisce mai! … finirà quando decidiamo di essere arrivati alla fine, con un piccolo dettaglio: il bellissimo e grande ovile, non c’è. Ohhhh, vabbè, ma che palle che siete, stiamo mica a fare i puntigliosi. Magari è stato abbattuto dalle Belle Arti, oppure era un abuso edilizio mai condonato, insomma, noi mica siamo così precisi, se un enorme ovile non c’è, probabilmente la guida non è abbastanza aggiornata! Tappa 2, ore 12.30 si riparte. Ritardo accumulato: 1 ora. Stanchezza accumulata: lasciamo perdere. Qualche sbiadito e raro bollo blu ci porta in breve al bellissimo passaggio tra due pareti alte 20 metri, un piccolo canyon

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già visto in fotografia che ridà fiducia al nostro operato. Due calate vanno via veloci, e in breve siamo nel bellissimo e immenso bosco sospeso. Siamo in ritardo! Troviamo la traccia più facilmente di quanto pensavamo, e dopo aver detto “mich, siamo in ritardo: pensaci tu!”, ci ritroviamo poco dopo a pentircene amaramente, attraversando il bosco a una velocità folle! Siamo carichi a mille, e attraversato tutto il bosco, diamo uno sguardo all’ora: alla fine della calata eravamo in ritardo di 30 minuti, alla fine del bosco… in anticipo di 50 min sulla tabella di marcia! Riprendiamo a correre, rischiamo comunque di far notte e c’è ancora da scalare e far doppie (… e perdersi!)… ma per fortuna ormai non sentiamo più nulla, ormai ci siamo caricati a molla e nulla può più fermarci… salvo un segno blu di troppo che ci porta fuori strada, in vista dell’enorme cala sisine, a girare come 4 cretini su e giù per scarpate. Ma alla fine è fatta, nervi a pezzi ma un’ultima calata e gli ultimi dieci minuti a piedi ci consegnano al tramonto su cala Sisine… e, come alla fine del primo giorno sul Pesce, con lore sulla grande cengia con le grandi difficoltà alle nostre spalle, ci abbracciamo di gioia… siamo veramente stravolti, sfiniti, sfibrati… ma ora, qui e adesso, sappiamo che abbiamo tra le mani il “nostro” selvaggio blu… domani, come all’ultima tappa del giro d’italia, sarà ‘solo’ la passerella finale… e con i ricordi e le istantanee di una giornata straordinaria a tenerci compagnia… buonanotte!

 

Selvaggio Blu, Day 5 – Selvaggi Blu
… ed eccoci qui. L’alba su Cala Sisine è un momento straordinario… è un po’ come la firma a un’avventura stupenda, che oggi si concluderà a Cala Fuili, con il ritorno alla civiltà, alle macchine, al porto, ai fast food, ai centri commerciali. Sono passati solo 4 giorni, certo. Ma quattro giorni di un’intensità e di una pienezza davvero rara, ci sembra di essere dispersi da un mese. Cosa raccontare di questa tappa? … poco. Questa è davvero poco più di una passeggiata su sentieri ben segnati, cominciamo a intravedere la mano dell’uomo in tanti piccoli accorgimenti a cui non eravamo più abituati, gli zaini sono più leggeri (…), lo spirito pure, anzi, ci lasciamo senza troppi problemi prendere da un po’ di stanchezza… e di voglia di casa, dai, diciamocelo… è il momento di tornare! Solo brevi istantanee di questa giornata, dall’alba, alla dura risalita degli ottocento metri di dislivello al primo mattino, all’infinita discesa verso Cala Luna, con le caviglie doloranti, le ginocchia che chiedono pietà, all’incontro ravvicinato di ga con un rametto di discrete dimensioni dritto sul viso – fortuna che ci siamo portati dietro un quasi medico… – l’incontro con altri due ragazzi passati poco prima di noi per le stesse tracce e con lo stesso spirito, e poi via, ancora l’infinito traverso verso Cala Fuili, al quale giungiamo, quasi increduli e in condizioni devastanti, intorno all’una. Dopo la foto di rito per i Selvaggi Blu, rimane solo un’ultima idiozia per concludere veramente nel modo più stupido… ci son le scalette che salgono all’asfaltata che porta a cala gonone e poi alla civiltà, ma a fianco c’è uno sperone roccioso con tante viette… e due tiri facili e senza ferramenta per arrivare a sostare, cordone sulla ringhiera… proprio dove finisce il selvaggio e ricomincia la civiltà. Sta calando il sipario… dopo cinque incredibili giorni, il (nostro) Selvaggio Blu… finisce qui!

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Selvaggio Blu, Day 5 – Conclusione
“Non è vero. Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto:”Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in Primavera quel che si era visto in Estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre  (José Saramago)”.

… è stato grandioso. Un’avventura vera, di quelle che non si dimenticano. Da quando siamo atterrati a cagliari e finiti a Santa Maria Navarrese, è iniziato un viaggio di cinque giorni intensissimi, pieni, bellissimi. Ci hanno accompagnato un sole stupendo, quattro zaini stracolmi, un ambiente da lasciare senza fiato. E senza fiato lo siamo rimasti lungo le durissime salite, gli infiniti traversi, la terribile macchia mediterranea sarda. Abbiamo lottato con i mughi, con i corbezzoli, con gli arbusti. Abbiamo strappato tutti i vestiti, abbiamo strisciato per non aggrovigliarci nella vegetazione, corso per non farci sorprendere dal buio. Abbiamo perso la retta via mille piccole volte, e solo tre o quattro un po’ più seriamente, abbiamo vissuto il momento del suicidio della bomboletta del gas, ma ci siamo ingegnati e abbiamo cenato lo stesso. Abbiamo visto albe infuocati e tramonti straordinari, talvolta rischiato di linciarci per un po’ di tensione, ma insomma, eravamo semplicemente ‘noi’… nel bene e nel male, nei nostri lati positivi e in quelli negativi, ognuno con il suo modo di vedere le cose, ma uniti da una voglia di vivere una vera avventura nello stile più ‘pulito’ possibile. Abbiamo condiviso emozioni che ci porteremo sempre dentro, visto posti di una bellezza talmente profonda da non poter essere descritti a parole, vissuto bivacchi meravigliosi, sognato persone lontane. Insomma, è anche difficile trovare le parole per descrivere quest’avventura… forse, in realtà, questi cinque intensissimi giorni abbiamo semplicemente VISSUTO. E altrettanto semplicemente… indimenticabile.

Il racconto si conclude con un sibillino PS: … e non la vogliono capire….

Data: 23-27 novembre 2012

(continua)